3 luglio 2026 – Notiziario Africa
Scritto da Elena Pasquini in data Luglio 3, 2026
- Uganda, l’esercito oscura i principali media indipendenti.
- Diritti LGBTQ+, si rafforza la stretta repressiva in Uganda e in Africa.
- Maxi oleodotto, ultima battaglia legale per salvare gli ecosistemi.
- Dall’Uganda la sfida delle pescatrici per cambiare il settore.
Ma sul campo, la storia non assomiglia per niente a questo scontro di nazioni, imperi e stati, per quanto vere e valide possano essere queste storie… sul campo, la storia è l’insieme di pregiudizi, speranze e superstizioni che ci portiamo dentro anche se non capiamo come li abbiamo acquisiti, tutto ciò che non sappiamo e che ci rende ciò che siamo. La storia è un tessuto di ricordi, paure e oblio, di desiderio e nostalgia, di invenzione e nuova creazione.
Iniziamo dalle voci libere che il potere tenta di reprimere, dai giornali chiusi dall’esercito, e dalle battaglie per i diritti LGBTQ+, con una storia che passa anche per l’Italia, per Milano, per le aulte del tribunale dove si celebra un processo per diffamazione. Poi, riapriremo una pagina dolorosa, quella della guerra contro l’Esercito di Resistenza del Signore, perché sono tornati in Uganda donne e uomini rapiti dai miliziani di Joseph Kony, una pagina che non si è mai veramente chiusa. Quindi, vi racconteremo di un oleodotto che minaccia l’ambiente, di una donna che ha rivoluzionato il settore della pesca, e infine di musica, perché arriva in Europa il festival leggendario Nyege Nyege.
Oggi, 3 giugno 2026
Libertà di stampa
Sono le prime ore del 28 giugno quando i militari ugandesi fanno irruzione nella sede centrale del Nation Media Group, a Kampala, e nel suo centro di trasmissione. Bloccano ogni accesso, impediscono la stampa dei giornali e fermano le trasmissioni televisive e radiofoniche. Il gruppo continua a operare soltanto online. «Non è cambiato molto», ha dichiarato Susan Nsibirwa al Comitato per la protezione dei giornalisti. «I nostri siti web sono attivi, i nostri profili sui social media sono attivi e, sostanzialmente, è così che continuiamo a lavorare, almeno finché la situazione non cambierà».
Il Nation Media Group è il più grande gruppo mediatico dell’Africa orientale e centrale. In Uganda controlla NTV Uganda, The East African, Spark TV, 93.3 KFM, 90.4 Dembe FM, il quotidiano Ennyanda e Nation Courier. L’assedio, ordinato dal generale Muhoozi Kainerugaba, capo delle forze di difesa, figlio del presidente Yoweri Museveni, e considerato uno suo potenziale successore alla scadere del mandato nel 2031, «è un’ulteriore conferma del crescente autoritarismo del Paese», ha dichiarato Angela Quintal, direttrice per l’Africa del CPJ.
«Nessun ufficiale militare dovrebbe poter intimidire o mettere a tacere un organo di stampa solo perché non gradisce i suoi articoli o rifiuta il diritto universale alla libertà di stampa. Il presidente Yoweri Museveni deve ritenere suo figlio responsabile di questo grave abuso di potere e garantire che il Nation Media Group e i suoi giornalisti possano continuare a operare liberamente in Uganda, senza il timore di censure arbitrarie», ha affermato Quintal.
L’operazione era stata preannunciata da una serie di post pubblicati su X da Kainerugaba, alcuni dei quali successivamente rimossi. In uno chiedeva l’arresto di Susan Nsibirwa. In un altro scriveva: «NON credo nella libertà di stampa! La stampa dovrebbe essere guidata dai quadri della rivoluzione», ricorda il CPJ. Il generale ha inoltre dichiarato che il Daily Monitor, il principale quotidiano indipendente del Paese, e NTV Uganda «non riapriranno senza il mio permesso». «Non ha fornito ragioni specifiche per la chiusura dei media», riferisce Reuters.
Secondo il CPJ, l’assalto si inserisce in un contesto di crescente repressione della libertà di stampa in Uganda. A maggio, infatti, Museveni ha firmato una legge sugli agenti stranieri che espone i giornalisti al rischio di pene fino a vent’anni di carcere per articoli ritenuti critici nei confronti dell’economia, della politica estera o del processo elettorale ugandese.
«Quello che sta accadendo oggi in Uganda è un attacco sfacciato alla libertà di stampa, compiuto in pieno giorno», ha dichiarato Omar Faruk Osman, presidente della Federazione dei giornalisti africani. «Il dispiegamento di soldati per assaltare e chiudere le principali testate giornalistiche indipendenti dell’Uganda è una delle manifestazioni più evidenti del regime autoritario e della crescente cultura dell’impunità che sta mettendo a tacere le poche fondamenta democratiche rimaste nel Paese. I giornalisti non sono criminali, le redazioni non sono campi di battaglia e l’esercito non ha alcun ruolo nel decidere quali organi di informazione possano operare».
Diritti LGBTQ+
Ergastolo per i rapporti omosessuali, dieci anni in più se solo si tenta. Pena di morte per i “recidivi” o per chi ha avuto rapporti omosessuali con una persona disabile, un minore o una persona sopra i 75 anni. Divieto di “promozione dell’omosessualità”, ovvero censura per chiunque difenda i diritti delle persone LGBTQ+, la pena arriva fino a 20 anni. Sono 10 per chi prova a celebrare un matrimonio tra persone dello stesso sesso. È questa la legge in Uganda dal 2023. Tra le più dure, in un continente dove più della metà dei Paesi criminalizza l’omosessualità.
Una ventina di questi Paesi si sono riuniti a giugno in Ghana, ad Accra, per la Conferenza interparlamentare africana sui valori familiari e la sovranità, con l’obiettivo di promuovere leggi ancor più restrittive. “Una tendenza che, secondo i partecipanti, è incoraggiata da figure conservatrici negli Stati Uniti e in Europa e ha acquisito nuovo slancio da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca”, scrive l’agenzia di stampa Reuters.
Al termine della conferenza è stata approvata una “Carta africana sulla famiglia, la sovranità e i valori”, elaborata in precedenti incontri in Uganda, riferisce Reuters.
I legislatori riuniti ad Accra chiedono ai governi di ritirarsi da trattati o accordi che promuoverebbero l’agenda LGBTQ+, l’aborto o l’educazione sessuale non incentrata sull’astinenza, anche quando questi accordi sono stati negoziati in seno alle Nazioni Unite o con i donatori.
Un capitolo di questa repressione passa anche per l’Italia, a Milano, dove il 26 giugno è iniziato il processo per diffamazione all’ex consigliere regionale di Più Europa, Michele Usuelli, medico di terapia intensiva neonatale alla Mangiagalli. Nel 2019, durante un Pride, Usuelli aveva denunciato pubblicamente in un post la presenza di una deputata dell’Uganda, Lucy Akello, al Congresso mondiale delle famiglie di Verona, accusandola di essere tra le promotrici di una legge omofoba che avrebbe introdotto l’ergastolo e la pena di morte per le persone omosessuali.
“Oggi, dopo un turno di notte in terapia intensiva neonatale, si è celebrata la prima udienza dibattimentale del mio processo”, ha fatto sapere Usuelli, come riporta Milano Today. “La mia colpa”, aggiunge Usuelli: “Aver scritto che tra i relatori vi fosse una deputata ugandese che voleva la pena di morte per il reato di omosessualità aggravata. Io sono da 9 anni a processo. Nel frattempo ‘Kill the Gay Act’ è diventata legge in Uganda: sarò colpevole o innocente?”.
Il processo è rinviato a ottobre.
Un rapporto di Human Rights Watch, pubblicato lo scorso anno, ha raccontato il clima di violenza e ostilità verso le persone LGBTQ+ nei due anni precedenti l’approvazione della legge e successivamente. “Media ugandesi, con figure politiche e governative di spicco che hanno utilizzato i media tradizionali e i social media per diffondere disinformazione e incitare all’odio contro le persone LGBT, al fine di ottenere il sostegno pubblico per la legge proposta. Questo clima ostile, alimentato anche da leader culturali e religiosi, ha portato a un aumento degli attacchi e delle molestie contro le persone LGBT e i gruppi che le sostengono in Uganda”, scriveva l’organizzazione per i diritti umani.
Il rapporto esamina l’impatto devastante sulla vita delle persone, degli attivisti e delle loro famiglie in Uganda e compila un lungo elenco di violenze, che vanno dai discorsi d’odio agli attacchi, alla violenza sessuale, agli abusi, ai furti, alle molestie, agli arresti e alle detenzioni arbitrarie, alle estorsioni di denaro, alle provocazioni arbitrarie tramite social media e app di incontri.
L’eredità della guerra
Sono passati vent’anni da quando la guerra tra l’Esercito di Resistenza del Signore, LRA, e l’Uganda ha smesso di fare paura, ma sono ancora moltissime le persone che il gruppo armato aveva reclutato con la forza e che restano disperse in varie parti dell’Africa. Il 15 giugno, 46 persone sono state rimpatriate dal Sud Sudan. Avevano abbandonato il gruppo armato rifugiatosi in Sudan, in Darfur, ed erano poi riuscite a raggiungere il Sud Sudan. “Molti dei rimpatriati furono rapiti durante il culmine del conflitto e trascorsero anni spostandosi attraverso remote regioni di confine dove i resti dell’LRA continuavano a operare … Alcuni hanno trascorso decenni lontani dalle loro famiglie e comunità”, scrive Nexus Media. All’inizio di giugno erano rientrate in Uganda altre 14 persone, tra cui donne e bambini. Sono solo alcune delle decine di migliaia che la milizia strappò alle loro case e alle loro vite, nell’insurrezione che devastò il Nord dell’Uganda dal 1987 al 2006.
Le ferite di quella guerra continuano a lacerare il Paese e chi torna ha bisogno di enorme supporto perché il trauma subito possa essere, se non curato, almeno alleviato.
Myriam Denov, accademica alla McGill University e specializzata in conflitti, racconta su The Conversation la storia di Rose, rapita a 14 anni e fuggita con sua figlia Grace, figlia della violenza. “Quando Rose, dopo otto anni di prigionia, riuscì coraggiosamente a fuggire dall’LRA insieme a Grace, al loro ritorno non trovarono sostegno, bensì rifiuto. La loro comunità le guardava con paura e sospetto. Grace fu stigmatizzata a scuola, nella sua famiglia allargata e nell’intera comunità, etichettata come “la figlia di Kony”, in onore del leader ribelle. Senza una casa stabile e costretta a sfollare ripetutamente, Grace fu obbligata ad abbandonare la scuola e a vendere merci al mercato per sostenere la sua famiglia”, scrive Denov. Anche Grace verrà stuprata, anche lei darà alla luce una figlia nata dalla violenza. “La guerra non finisce con i cessate il fuoco, ma si trasmette di generazione in generazione attraverso lo stigma, la violenza, la povertà e l’esclusione sociale. E nonostante il loro legame intrinseco con il conflitto, i bambini nati in tempo di guerra rimangono in gran parte invisibili nei dibattiti post-bellici e negli sforzi per la giustizia”, prosegue.
Eppure, aggiunge Denov esiste una “resilienza intergenerazionale”: famiglie che trasmettono forza, significato e strategie di sopravvivenza. Grace dice cosa vuole per sua figlia: “Voglio che mia figlia diventi medico. La sosterrò in ogni modo possibile affinché realizzi questo sogno.”.
Mentre nel Nord del Paese sono tante, ancora, le persone che fanno i conti con le ferite di guerra e tante le famiglie che aspettano di rivedere chi la guerra gli ha portato via, l’Esercito di Resistenza del Signore non fa più notizia. Il gruppo armato non è considerato una minaccia consistente, anche se la sua rete è ancora attiva. Sono una manciata di combattenti, un piccolo gruppo mobile “che vive di commercio, agricoltura e protezione in una delle zone di confine meno governate dell’Africa. Opera nelle remote aree di confine tra la Repubblica Centrafricana, il Sudan e la Repubblica Democratica del Congo”, scrive Kristof Titeca, docente dell’Università di Anversa, sempre su The Conversation.
Il suo leader, Joseph Kony, resta uno dei latitanti più ricercati d’Africa. Si dice possa nascondersi in qualche remota regione di confine. A maggio due donne tenute prigioniere e alcuni bambini sono stati rimpatriati. Si è trattato delle mogli e dei figli di Kony. Una di loro, hanno dichiarato le autorità, come racconta il Daily Express, è stata rapita a soli dieci anni nell’Uganda orientale, l’altra ne aveva tredici. In un anno sarebbero state otto le mogli di Kony a riuscire a fuggire.
Secondo gli analisti, scrive ancora il Daily Express, le molte defezioni segnalano il graduale collasso di ciò che resta dell’LRA.
“L’LRA ha inquadrato la sua lotta come resistenza al presidente Yoweri Museveni e all’emarginazione degli Acholi, il gruppo etnico dominante nel nord dell’Uganda. Tuttavia, col tempo la violenza ha cessato di essere una semplice strategia, diventando la logica organizzativa del movimento stesso”, prosegue Titeca.
Kony è riuscito sino ad ora a sfuggire alla giustizia, nonostante i mandati di arresto della Corte penale internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Sulla sua testa pende una taglia da cinque milioni di dollari, emessa negli Stati Uniti. “La sua sopravvivenza è importante”, però, aggiunge. “La continua capacità di Kony di sfuggire all’arresto… mette in luce i limiti sia della cooperazione regionale in materia di sicurezza sia della giustizia internazionale”.
Ad inizio giugno, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha messo all’ordine del giorno la lotta contro ciò che resta dell’Esercito di Resistenza del Signore.
Ambiente
Millequattrocentocinquanta chilometri di oleodotto pronto ad entrare in funzione e una corsa contro il tempo per fermarlo. Un’ultima azione legale, quella che hanno intrapreso le associazioni ambientaliste che temono l’impatto dell’infrastruttura sui delicatissimi ecosistemi africani.
L’oleodotto dell’Africa orientale dovrebbe iniziare a trasportare petrolio tra poche settimane.
L’impianto raccoglie il petrolio di due giacimenti, uno, quello di Tilenga, nel Parco Nazionale delle Cascate Murchison, sotto la bandiera della francese TotalEnergies, e l’altro sulla sponda del Lago Alberto, gestito dalla China National Offshore Oil Corporation, per raggiungere l’Oceano Indiano in Tanzania.
“Il parco è uno dei più grandi rifugi per la fauna selvatica in Africa, l’ultima roccaforte in Uganda per circa 240 leoni, un collegamento cruciale in un corridoio migratorio degli elefanti che si estende fino al Sud Sudan e alla Repubblica Democratica del Congo (RDC), e ospita grandi popolazioni di giraffe, bufali, coccodrilli e ippopotami”, scrive Yale Environment 360.
Gli attivisti, prosegue la rivista, hanno scelto di tentare un’ultima via legale, con un ricorso a Londra nei confronti di EACOP Ltd, la società che gestisce l’impianto e in buona parte controllata da TotalEnergies.
Yale E360 ha fatto esaminare il progetto di Tilenga da Bill Powers, direttore di Powers Engineering di San Diego, una società di consulenza energetica e ambientale, il quale sostiene che il giacimento stia causando “una distruzione del tutto inutile di ecosistemi vitali all’interno del parco”, per esempio, a causa di centinaia di spostamenti giornalieri di camion su una rete stradale appena creata di 38 chilometri. Yale riporta che gli abitanti parlano di animali ed elefanti in fuga, che hanno calpestato i loro raccolti e ucciso diverse persone.
Stessa cosa per il giacimento cinese, che starebbe causando, per via degli sversamenti e dei rifiuti, una moria di pesci, con un enorme impatto per le popolazioni che della pesca del lago vivono.
Lo sfruttamento del petrolio è uno degli obiettivi chiave della presidenza di Museveni, che però, avverte Yale, potrebbe non avere che minimi benefici per le popolazioni locali, vista la destinazione all’esportazione.
Secondo uno studio della ONG Earth Insight, “il tracciato dell’oleodotto attraversa più di 10.000 aziende agricole di sussistenza, l’84% del percorso interseca l’habitat delle antilopi, il 67% quello delle scimmie, il 22% quello dei leopardi e il 17% quello delle giraffe”, si legge ancora
Opporsi al progetto significa però corre grandi rischi pieno di rischi: minacce, rapimenti, violenze, intimidazioni, arresti. È questo ciò che gli attivisti devono affrontare nella lora battaglia per salvare l’ambiente in Uganda e in Africa orientale.
Donne e pesca
Lungo le coste dei laghi d’Uganda le donne pescano, trasformano ciò che l’acqua dona, lo vendono. Sono soprattutto le donne a fare della pesca ciò che sostiene l’economia delle famiglie e delle comunità. E sono le donne le più vulnerabili, le più sfruttate, quelle che pagano il prezzo più alto per il depauperamento dei banchi di pesce, per i danni inferti dal clima che cambia. E sono sempre le donne quelle escluse quando si decide il futuro della pesca.
Lovin Kobusingye è una di loro. Lovin non vuole che il futuro delle donne pescatrici d’Uganda, e dell’Africa, sia necessariamente segnato.
“Ero giovane, con figli e incinta di mia figlia quando mio marito se n’è andato”, racconta a Mongabay, pubblicazione specializzata in temi ambientali. Una giovane madre, cresciuta in una famiglia con poche possibilità, la prima, però, a laurearsi. Ha studiato scienze alimentari, eppure, per sopravvivere, sola, quello che può fare è solo vendere pesce. Non serve nessuna esperienza per vendere il pesce.
“È stato doloroso. Non voglio fingere di essere stata forte in ogni momento. Ho pianto. Ho sentito il dolore profondamente. Ma sentivo anche che nessuno avrebbe ricostruito la mia vita al posto mio”, racconta.
Vendere non funziona, non è abbastanza. È così che Lovin s’inventa le salsicce di pesce, che diventano subito un successo. “Nel 2013 ho iniziato da sola. Ho registrato l’azienda, ho iniziato a vendere e sono cresciuta passo dopo passo. Oggi l’azienda impiega direttamente circa 38 ugandesi. Abbiamo il nostro stabilimento di lavorazione del pesce ed esportiamo”, prosegue.
E oggi Lovin si batte per i diritti delle donne, milioni di donne, che lavorano nel settore della pesca, ma il cui contributo “rimane in gran parte invisibile e sottovalutato”: «Se sei invisibile, ricevi budget invisibili. Se sei invisibile, ricevi investimenti invisibili. E se sei invisibile, riceverai anche politiche invisibili», spiega Lovin, che dirige l’African Women Fish Processors and Traders Network (AWFISHNET), una rete diffusa in 44 Paesi africani.
Si batte per quelle donne il cui lavoro è sempre più a rischio. “Hotel, porti e altre infrastrutture stanno rimodellando molte coste africane”, racconta Mongabay, mentre la pesca industriale costringe in un angolo quella tradizionale. È per questo che sono sempre di più le donne costrette ad allontanarsi dai punti di sbarco che da sempre hanno dato loro il sostentamento. Sostentamento ogni giorno più difficile anche per l’innalzamento del livello delle acque, l’erosione, il calo del pescato, le inondazioni che distruggono case, stabilimenti per la lavorazione del pesce, mercati in tutta l’Africa.
Ascoltare, John Katokye. Ballare, Nyege Nyege
Questa è la voce di John Katokye, un pastore. Il suo popolo sono i Banyankore. La sua musica è già leggenda, leggenda che salva la ricchezza delle culture ugandesi, dei Banyankore, Bahororo.
Questo è il suo primo album in studio, Obuhangwa bwa Banyankore na Bahororo, pubblicato da un’etichetta discografica che è un’altra leggenda, la Nyege Nyege Tapes.
“Da ragazzo, Katokye scappò di casa per immergersi nei canti tradizionali della sua regione. Pascolando il bestiame in diverse fattorie per guadagnarsi da vivere, ha vagato per la sua terra natale cantando per decenni, affinando la sua arte un’esibizione alla volta”, scrive l’editore.
Un artista di talento tra le proposte di questa etichetta iconica, che è anche un collettivo, fondato nel 2015, di musicisti provenienti da tutto il mondo e che ha rivoluzionato la scena musicale, non solo dell’Uganda. Dedicato alla musica underground, incubatore culturale, è anche un festival, che si tiene ogni anno sulle rive del Nilo. Quest’anno, però, il 25 e il 26 settembre, andrà in scena un’edizione europea, Mirror World, a Bruxelles. DJ set, concerti, performance, mostre, proiezioni e molto altro. Tre palchi, a Studio Citygate e a La Fabriek.
Non resta che comprare i biglietti e, per chi può, volare a Bruxelles. Link nel nostro testo.
Biglietti: https://fr.ra.co/events/2464913
Con la musica di Nyege Nyege vi salutiamo. Grazie per essere stati con noi, vi aspettiamo lunedì con le notizie dal mondo.
Foto di copertina: Gama. Films su Unsplash
Musica: King David/Ponds5
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