20 agosto 2026 – Notiziario Mondo
Scritto da Barbara Schiavulli in data Agosto 20, 2026
- Francia: Centinaia di donne accusano un funzionario pubblico di averle drogate, uno scandalo di “sottomissione chimica” durato un decennio.
- Trump minaccia conseguenze economiche a chi aiuta l’Iran.
- Stati Uniti: 40 mila miliardi di debito e il conto ai cittadini.
- Venezuela: metà del suo petrolio esportato verso gli USA.
- Liberia, deportati in un paese che non è il loro.
- “Un attacco flagrante”: la Corte penale internazionale condanna le sanzioni dell’amministrazione Trump.
- Groenlandia, arrivano i primi militari di leva danesi. India:
- La generazione Z guida l’enorme espansione del mercato della bellezza.
Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli
Palestina e Israele
A Gaza il cessate il fuoco continua a esistere negli annunci diplomatici, ma sempre meno nella vita delle persone. Secondo il bilancio delle autorità sanitarie palestinesi, gli attacchi israeliani delle ultime ventiquattr’ore hanno ucciso almeno 17 palestinesi e ne hanno feriti 38.
Mercoledì un altro raid ha centrato il quartier generale della polizia municipale, vicino a un parco affollato: nove morti e quindici feriti, tra i quali una donna e una bambina. Un altro palestinese è stato ucciso a Nuseirat.
Il ministero dell’Interno di Gaza sostiene che colpire la polizia serva a disgregare l’ordine civile; Hamas respinge la versione israeliana secondo cui sarebbero stati presi di mira esponenti della resistenza e accusa Netanyahu di sabotare i negoziati.
Intanto una bambina palestinese è morta per grave malnutrizione. I numeri degli aiuti sono contestati, ma il quadro umanitario non lo è: l’IPC stima che 74.200 bambini sotto i cinque anni avranno bisogno di cure per malnutrizione acuta entro aprile 2027, oltre undicimila in condizioni gravi.
La violenza si estende alla Cisgiordania occupata. L’ufficio del primo ministro palestinese denuncia 467 attacchi di soldati e coloni e 75 demolizioni in una sola settimana. A Qabatiya, l’esercito israeliano ha confermato che alcuni detenuti palestinesi sono stati contrassegnati con numeri scritti sulla fronte. Ahmed al-Hatnawi portava il numero 44: un essere umano ridotto a una cifra, marchiato come un oggetto.
E proprio oggi Israele ha annunciato inchieste militari sull’uccisione di Hind Rajab e di quindici soccorritori palestinesi. Per la prima volta, l’esercito ha ammesso di aver sparato contro l’auto della bambina, dopo aver negato che i soldati fossero presenti. Ma aprire un’inchiesta non significa ancora fare giustizia. Soprattutto quando la verità arriva dopo due anni, e soltanto dopo che immagini, registrazioni e corpi hanno reso impossibile continuare a negarla.
L’Australia ha convocato l’ambasciatore israeliano dopo la decisione di non aprire un’indagine penale sull’uccisione di Zomi Frankcom e di altri sei operatori di World Central Kitchen.
Nell’aprile 2024 il loro convoglio, riconoscibile e coordinato con l’esercito, fu colpito da tre attacchi israeliani. Israele ammette gravi errori operativi, ma sostiene che non vi siano elementi di responsabilità criminale.
La ministra degli Esteri Penny Wong ha definito la decisione oltraggiosa e la sua comunicazione, proprio nella Giornata umanitaria mondiale, particolarmente offensiva.
Due anni dopo, nessuno risponde penalmente di quelle morti. Quando un esercito indaga su se stesso e chiude il caso, l’accountability rischia di diventare soltanto una parola.
Libano
All’alba di mercoledì, l’aviazione israeliana ha colpito le alture strategiche di Ali al-Taher e la zona di Kfar Rumman. Tra Mayfadoun e Zawtar al-Sharqieh, due giovani sono morti e altre due persone sono rimaste ferite nell’esplosione di un sospetto residuato bellico israeliano.
Il giorno precedente, secondo L’Orient Today, le forze israeliane avevano demolito abitazioni in tre villaggi, due edifici di tre piani a Mansouri e il serbatoio che riforniva d’acqua la comunità.
Il comandante dell’esercito libanese Rodolphe Haykal sostiene che Beirut continui a rispettare l’accordo mentre Israele moltiplica attacchi e violazioni. Hezbollah minaccia di difendere Ali al-Taher. E così, sotto l’etichetta “cessate il fuoco”, restano morti, case distrutte e nuove ragioni per una guerra più grande.
Iran, Usa, Iraq
A quasi sei mesi dall’inizio della guerra lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, Donald Trump minaccia di trasformare il conflitto in un assedio economico globale.
Il presidente ha promesso «guerra economica e isolamento su una scala senza precedenti». Qualunque Paese permetta a banche, imprese, aeroporti o istituzioni di offrire una qualsiasi “ancora di salvezza” a Teheran, ha scritto Trump, subirà conseguenze pesantissime. Ma non ha indicato né le misure concrete né i Paesi nel mirino.
Non è un dettaglio: formulata così, la minaccia potrebbe colpire anche alleati di Washington e governi coinvolti nella mediazione. E soprattutto la Cina, che nel 2025 acquistava oltre l’ottanta per cento del petrolio iraniano trasportato via mare. Un eventuale scontro sulle sanzioni secondarie rischierebbe quindi di allargarsi alle catene commerciali mondiali.
Gli Emirati Arabi Uniti si sono già mossi: hanno sospeso tutti gli scambi commerciali e le transazioni finanziarie con l’Iran, dopo aver rilevato due missili iraniani caduti in mare. Teheran nega che fossero diretti contro il traffico navale. La decisione è particolarmente pesante perché Dubai rappresentava uno dei principali collegamenti dell’economia iraniana con l’estero.
Sul fronte diplomatico regna la confusione. Trump sostiene che non siano in corso negoziati; appena ventiquattr’ore prima Jared Kushner li descriveva come più intensi che mai.
Il consigliere iraniano Mohammad Mokhber risponde che Teheran accetta il dialogo, ma non la resa. Intanto due intese annunciate in aprile e giugno sono già fallite e lo stretto di Hormuz, attraversato prima della guerra da circa un quinto del petrolio mondiale, rimane il punto di pressione sull’economia globale.
L’Iran cerca contemporaneamente profondità politica in Iraq. In visita a Baghdad, il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf ha celebrato la “resistenza” davanti al luogo in cui gli Stati Uniti uccisero Qassem Soleimani.
Ha invocato un Medio Oriente libero dalle interferenze straniere: parole contraddittorie nel Paese dove le milizie legate a Teheran esercitano da anni un enorme peso e hanno ricevuto dal governo iracheno l’ordine di consegnare le armi entro il 30 settembre.
Anche Washington, però, riconsidera la propria presenza. Secondo il Washington Post, il Pentagono valuta di ridistribuire parte dei circa quarantamila militari schierati nel Golfo: gli attacchi iraniani hanno danneggiato oltre duecento strutture e mezzi, ucciso dieci soldati statunitensi e consumato più di mille intercettori. Nessuna decisione è stata ancora presa.
Washington chiama questa strategia “pressione”; Teheran la chiama “resistenza”. Per le persone significa invece insicurezza, commerci bloccati e prezzi dell’energia più esposti a ogni nuova minaccia.
Quando la diplomazia viene sostituita dagli ultimatum, il campo di battaglia entra direttamente nella vita quotidiana.
Liberia
La Liberia accetterà fino a 1.200 persone espulse dagli Stati Uniti, benché non sia il loro paese d’origine. L’accordo prevede i trasferimenti entro un anno: i primi venti arriveranno giovedì, da paesi africani e americani.
Monrovia sostiene che saranno accolti come ospiti, liberi di chiedere asilo o di ripartire. Ma è uno dei più vasti accordi sulle deportazioni verso paesi terzi conclusi dall’amministrazione Trump.
Il sistema può riguardare anche persone che i giudici statunitensi hanno vietato di rimandare a casa perché rischiano torture o abusi. Washington, dunque, non le riporta nel paese d’origine: le spedisce altrove. Cambia la geografia, ma incertezza e paura restano sulle stesse persone.
Kenya
Non ci sono sopravvissuti nello schianto dell’elicottero turistico avvenuto nel nord del Kenya: sono morti sei passeggeri e il pilota. L’Eurocopter EC130 è precipitato alle 9:13 vicino al monte Ololokwe, durante un volo charter tra la riserva di Loisaba e l’area del fiume Ewaso Nyiro, nel Samburu.
Tra le vittime figurano cinque cittadini statunitensi e Michele Sensi-Contugi, 44 anni, cittadino italiano ed ecuadoriano e direttore dell’intelligence dell’Ecuador. Con lui viaggiava la moglie Stephany Hollihan Vásconez, anche cittadina americana.
Il terreno impervio e un incendio hanno ostacolato il recupero dei corpi. Le cause dell’incidente restano sconosciute ed è stata aperta un’indagine.
Repubblica Centrafricana
Nella Repubblica Centrafricana occidentale, oltre cento persone sono morte nel crollo di una miniera d’oro artigianale a Zamboye, vicino al confine con il Camerun. Secondo volontari della Croce Rossa e autorità locali, sono stati recuperati più di cento corpi, mentre diversi lavoratori risultano ancora dispersi o intrappolati.
Alcuni sopravvissuti sono in condizioni critiche. A scavare tra terra e detriti sono soprattutto abitanti e volontari, con pochi mezzi e senza macchinari pesanti.
Migliaia di persone nel paese sopravvivono grazie a miniere informali, quasi sempre prive di protezioni adeguate. L’oro porta ricchezza lontano; a chi lo estrae troppo spesso lascia soltanto fango, pericolo e lutti.
Croazia
Il cittadino ucraino Volodymyr Zhuravlov è stato arrestato a Pola, in Croazia, su mandato europeo. La procura tedesca sostiene che sia uno dei sommozzatori che, nel settembre 2022, collocarono esplosivi a circa ottanta metri di profondità sui gasdotti Nord Stream, danneggiando tre delle quattro condotte.
Zhuravlov è un sospettato e non è stato condannato. Era già stato fermato in Polonia nel 2025, ma un tribunale aveva negato l’estradizione.
Berlino chiederà ora il suo trasferimento. Un altro ucraino, Serhii Kuznetsov, indicato come coordinatore dell’operazione, è già sotto processo in Germania e nega ogni coinvolgimento. L’indagine avanza, ma resta aperta la domanda decisiva: chi ordinò il sabotaggio?
Portogallo
Il presidente portoghese António José Seguro ha promulgato la cosiddetta “legge del burka”, che vieta di coprire il volto negli spazi pubblici. La norma, proposta inizialmente dall’ultradestra di Chega e approvata dai partiti di destra, prevede multe fino a tremila euro.
Seguro sostiene che mostrare il volto sia essenziale alla convivenza e che obbligare le donne a nasconderlo violi la parità. Ma la contraddizione resta: lo Stato pretende di liberare le donne cominciando col punirle.
Burqa e niqab sono rarissimi in Portogallo e il divieto rischia di confinare in casa proprio chi dice di proteggere. Combattere la coercizione è necessario; trasformare una minoranza religiosa in un problema di ordine pubblico è invece una precisa scelta politica. E non ci piace.
Francia
Per nove anni, tra il 2009 e il 2018, un alto funzionario del ministero della Cultura francese avrebbe drogato donne incontrate soprattutto durante colloqui di lavoro.
Christian Nègre è accusato di aver versato nei loro caffè o tè un potente diuretico, costringendole a cercare disperatamente un bagno o a urinare in pubblico, mentre lui le osservava e ne documentava l’umiliazione. Gli investigatori hanno identificato almeno 248 potenziali vittime.
L’indagine cominciò nel 2018, dopo che un collega lo sorprese a fotografare una donna sotto un tavolo. Nella sua abitazione venne poi trovato un archivio chiamato “Experiments P”, con nomi, immagini e annotazioni sulle reazioni delle donne.
Anaïs de Vos ricorda il sapore cattivo della bevanda, le gambe che non rispondevano e il terrore di non capire cosa le stesse accadendo.
Marie-Hélène Brice racconta invece il dolore fisico, l’umiliazione di dover urinare all’aperto sotto il suo sguardo e i disturbi rimasti negli anni.
Nègre è sotto indagine dal 2019 per somministrazione di sostanze nocive, violazione della privacy e reati sessuali.
Non è stato condannato e il processo non ha ancora una data. Cinque donne hanno anche citato lo Stato francese per le presunte omissioni del ministero. Per loro, questa attesa non è neutrale: prolunga il trauma e trasforma la lentezza della giustizia in un’altra forma di violenza.
Olanda
Gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni alla presidente della Corte penale internazionale, Tomoko Akane, e all’avvocato senegalese Abdoulaye Seye: beni congelati, transazioni bloccate e divieto d’ingresso. La Corte denuncia un «attacco flagrante» alla propria indipendenza.
Marco Rubio accusa la CPI di perseguire cittadini di Stati Uniti e Israele, che non aderiscono allo Statuto di Roma.
Ma questo non esclude automaticamente la competenza sui crimini commessi nel territorio di uno Stato parte: la Palestina aderisce dal 2015 e la Corte riconosce la propria giurisdizione su Gaza e Cisgiordania. Nove dei diciotto giudici sono ormai sanzionati da Washington.
Quando si colpiscono personalmente i magistrati, è la possibilità stessa della giustizia internazionale a finire sotto pressione.
Ucraina
Volodymyr Zelensky ha rimosso Iryna Mudra, vicecapo dell’ufficio presidenziale, poche ore dopo una perquisizione degli investigatori anticorruzione. L’indagine riguarda un presunto riciclaggio da oltre tre milioni di dollari, ma Mudra non è stata formalmente indicata come sospettata e la presidenza non ha spiegato la decisione.
Il caso allarga una crisi politica già segnata da altre inchieste nell’entourage di Zelensky. Intanto l’ex ministro della Difesa Mykhailo Fedorov chiede un meccanismo per tornare al voto anche durante la guerra, accusando il sistema di voler preservare sé stesso.
Le elezioni restano vietate sotto la legge marziale. In un paese sotto attacco, la lotta alla corruzione è anche una battaglia per la fiducia.
Groenlandia
Per la prima volta in epoca recente, la Danimarca ha inviato un reparto di oltre cento militari di leva in Groenlandia. Il contingente, arrivato tra Nuuk e Kangerlussuaq, partecipa all’esercitazione Arctic Endurance: sorveglianza, addestramento con le forze alleate e operazioni nel difficile territorio artico.
Sono i primi coscritti del nuovo servizio militare di undici mesi, cinque di formazione e sei di attività operativa. Copenaghen presenta il dispiegamento come addestramento e rafforzamento della difesa della NATO, non come risposta a una minaccia immediata.
Ma nella Groenlandia diventata oggetto delle mire territoriali di Donald Trump, nessun movimento militare è ormai neutrale. Anche il ghiaccio è diventato una frontiera geopolitica.
Stati Uniti
Il debito federale lordo degli Stati Uniti ha superato per la prima volta i 40 mila miliardi di dollari: un altro trilione accumulato in appena cinque mesi.
Non è soltanto una cifra astronomica. Gli interessi sono ormai la seconda voce del bilancio federale, dopo la previdenza, e superano la spesa per Medicare. Più debito può significare mutui e prestiti più costosi, minori investimenti e meno risorse per servizi e future emergenze.
La Casa Bianca promette tagli agli sprechi e crescita, ma riduzioni fiscali, spesa militare e guerra in Iran spingono nella direzione opposta. Il debito è cresciuto con Trump e Biden: responsabilità bipartisan, conto destinato soprattutto ai cittadini.
Pete Hegseth , segretario alla Difesa, ha usato un termine fortemente offensivo contro le persone trans durante un discorso in Iowa. «Al Dipartimento della Guerra non addestriamo trannies», ha detto, secondo la CNN, proclamando subito dopo un sistema “neutrale” e basato sul merito.
Ma non c’è nulla di neutrale nell’insulto pronunciato da chi ha già avviato l’espulsione delle persone transgender dalle forze armate. Quando la discriminazione diventa linguaggio istituzionale, non difende il merito: stabilisce chi viene considerato meno degno di indossare una divisa.
Negli Stati Uniti, l’amministrazione Trump vuole cancellare la Roadless Rule, la norma che da 25 anni limita strade e disboscamento nelle foreste federali più incontaminate.
La proposta del Forest Service potrebbe rimuovere le tutele da quasi 45 milioni di acri, compresa gran parte della Tongass, in Alaska.
Il governo sostiene che servirà a gestire meglio gli incendi; ambientalisti ed ecologi avvertono l’opposto: più strade significano più attività umane, habitat frammentati e maggiori rischi per le foreste e l’acqua potabile.
Donald Trump ha annunciato di voler incontrare Kim Jong-un, senza indicare una data. Nel frattempo ha ordinato di ridurre da undici a cinque giorni le esercitazioni militari con la Corea del Sud, giudicate costose e ostili verso Pyongyang.
Trump sostiene che la Corea del Nord possieda esattamente 57 armi nucleari «molto potenti». Il numero non può essere confermato: l’istituto SIPRI stima circa sessanta testate già assemblate e materiale fissile sufficiente per almeno altre trenta.
Trump e Kim si incontrarono tre volte tra il 2018 e il 2019, senza arrivare alla denuclearizzazione. Ora torna la diplomazia personale, ma l’arsenale costruito nel frattempo è più grande, non più piccolo.
Venezuela
Circa metà del petrolio venezuelano prende ormai la strada degli Stati Uniti. Secondo il Dipartimento dell’Energia americano, più di 500 mila barili al giorno arrivano alle raffinerie statunitensi costruite per lavorare quel greggio pesante. La produzione complessiva è di circa un milione e 250 mila barili.
È una brusca inversione: fino allo scorso anno il principale acquirente era la Cina e gli Stati Uniti ne importavano quantità molto inferiori. Washington parla di una «splendida partnership energetica».
Ma dopo anni di sanzioni, il petrolio venezuelano è tornato improvvisamente indispensabile. Resta da capire quanta di questa ricchezza servirà davvero a migliorare la vita dei venezuelani.
Bolivia
In Bolivia è stato arrestato Fernando Cerimedo, consulente argentino che ha lavorato per Javier Milei e per il presidente boliviano Rodrigo Paz. È sospettato di essere il mandante dell’agguato contro Nadia Beller, avvocata e attivista a lui legata sentimentalmente.
Lunedì sera, davanti a un hotel di Santa Cruz, due uomini vestiti da rider le hanno sparato tre volte. Beller è sopravvissuta ed è ricoverata.
Cerimedo è stato fermato all’aeroporto mentre stava per partire per Buenos Aires e nega ogni coinvolgimento. Socio di Brad Parscale, già capo della campagna di Donald Trump, è una figura centrale della comunicazione digitale della destra latinoamericana. La procura indaga per tentato femminicidio.
India
La bellezza indiana attira sempre più capitali stranieri. Estée Lauder ha firmato l’accordo per acquisire le quote rimanenti di Forest Essentials, marchio ayurvedico fondato nel 2000 da Mira Kulkarni.
L’operazione, ancora soggetta alle autorizzazioni, dovrebbe concludersi entro l’anno. L’Oréal ha invece rilevato la maggioranza della società digitale Innovist.
Secondo Redseer, il settore indiano potrebbe raggiungere i quaranta miliardi di dollari entro il 2030, spinto da redditi in crescita, commercio online e consumatori giovanissimi. Gen Z e Alpha potrebbero generare metà della spesa complessiva.
È il segno di una trasformazione sociale: prodotti un tempo considerati un lusso diventano espressione quotidiana e cura di sé, anche lontano dalle metropoli.
Ma la sfida sarà evitare che, insieme ai marchi, passino all’estero anche il controllo e il valore di tradizioni nate in India.
Indonesia
Una scossa di magnitudo 5,9 ha colpito giovedì l’isola indonesiana di Flores, a dieci chilometri di profondità. Non risultano nuove vittime o danni. Ma arriva mentre quasi sessantamila sfollati vivono ancora nelle tende dopo il devastante terremoto di sabato.
Corea del Sud
Sabato la portacontainer sudcoreana PanStar Acro partirà da Busan per il primo viaggio sperimentale verso l’Europa attraverso la Rotta marittima settentrionale. Il percorso potrebbe ridurre fino al 35 per cento la distanza rispetto a Suez e Seoul punta a renderlo regolare entro il 2030.
Ma questa scorciatoia esiste perché il ghiaccio artico si scioglie sempre più velocemente. Inoltre attraversa acque amministrate dalla Russia, richiedendo permessi e cooperazione con Mosca, con possibili rischi sulle sanzioni.
L’Artico viene così presentato come un’opportunità commerciale. Ma un mare liberato dal ghiaccio non è un successo logistico: è l’allarme climatico trasformato in profitto.
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