2 ottobre 2026 – Notiziario Africa
Scritto da Elena Pasquini in data Ottobre 2, 2026
- Etiopia, il ritorno della guerra riapre le ferite del Tigray
- Il Somaliland mette sul tavolo il porto di Berbera
- Dallo Yemen alla Somalia, la rete degli Houthi guarda all’Africa
- Tra siccità e conflitti, donne e contadini costruiscono resistenza
Questo e molto altro nel Notiziario Africa di Radio Bullets a cura di Elena L. Pasquini
Nessuno lascia casa a meno che
casa non sia la bocca di uno squalo
[…]
devi capire
nessuno mette i propri figli in una barca
a meno che l’acqua non sia più sicura della terraferma.
Così scrive Warsan Shire, poetessa britannica di origini somale. È cresciuta a Londra. È lì che hanno cercato rifugio i suoi genitori, fuggiti da un Paese in eterna guerra.
Le sue parole dobbiamo tenerle a mente mentre raccontiamo la cronaca del Corno d’Africa, lacerato da ferite antiche mai rimarginate, preso nella morsa di una geopolitica feroce che sembra costringerlo ad un orizzonte di eterna guerra. In questa geopolitica ci siamo anche noi.
E un’altra morsa, altrettanto devastante e feroce, è quello del clima che cambia.
È da questo Corno d’Africa che si fugge. Dall’Etiopia, da dove iniziamo oggi, che ancora una volta guarda il baratro della guerra, un baratro che conosce troppo bene.
Vi aggiorniamo sugli ultimi sviluppi e vi diamo conto dei possibili scenari. Poi, però, ci spostiamo lungo le coste dove si mescolano le acque del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano perché è lì che si mescolano anche gli interessi, le ambizioni e le armi di mezzo mondo.
È a quelle coste che ha sempre puntato l’Etiopia, di nuovo in aperto scontro con la vicina Eritrea.
Accesso al mare al centro della partita diplomatica che si sta giocando il Somaliland, autoproclamata repubblica in cerca di riconoscimento, pronta a mettere sul tavolo lo sbocco al Golfo di Aden, e i suoi minerali per l’alleanza con gli Stati Uniti.
Vi raccontiamo anche di altre relazioni, che poco hanno di ideologico e molto, invece, di politico, e che hanno condotto gli Houthi yemeniti a guardare all’Africa, agli islamisti somali di Al-Shabaab.
Voltiamo quindi pagina e andiamo prima in Eritrea per tentare di capire come l’agricoltura si sta adattando ai cambiamenti climatici, e poi in Somalia, per raccontarvi una storia di donne, resistenza e pace, che lascia spazio al colore nel cuore che si fa cupo di questo pezzo d’Africa.
Come sempre la musica, con il presente che dialoga con il passato, con il racconto di un sacrificio, quello dei morti nella battaglia di Adwa che solo la pace può onorare.
Oggi, 2 ottobre 2026
Etiopia
Non compare nessuna doppia spunta sui messaggi. Dall’altra parte ci sono persone che conosciamo, quelle con cui non possiamo più entrare in contatto, che non sappiamo dove sono, se stanno bene, se hanno cibo, medicinali.
Da quando lo scorso fine settimana, il TPLF, il Fronte popolare di liberazione del Tigray, ha chiuso le connessioni telefoniche e preso il controllo degli aeroporti, nessuno risponde dall’altra parte, nessun: “Come stai? Come sta la famiglia? Quando vieni?”. Nessuna videochiamata per salutare i figli, i ragazzini festanti nonostante tutto, o per far vedere cosa c’è di nuovo in casa, al lavoro, o solo i fiori del giardino sono sbocciati.
Di cosa stia accadendo al Nord dell’Etiopia si sa poco o nulla. Si sa che c’è solo silenzio e il silenzio porta solo paura.
Nel momento in cui registriamo questo podcast, le notizie assomigliano più a voci. La situazione sul terreno è estremamente volatile. Sui social circolano immagini di carri armati vicino alla città di Alamata, a meno di duecento chilometri da Mekelle, la capitale del Tigray.
La città sarebbe stata strappata al controllo dei tigrini nella controffensiva delle forze governative che si sta spingendo sempre più a Nord, secondo fonti vicine al Governo.
Scontri sarebbero in corso anche nella parte occidentale della regione mentre le forze tigrine starebbero avanzando in Afar, dove almeno 150.000 persone sono state sfollate, come riporta il Global Centre for Responsibility to Protect.
Secondo la BBC i morti sarebbero oltre cinquanta. Al 25 settembre, invece, Medici Senza Frontiere avrebbe accolto almeno 720 persone con “ferite di guerra”. I civili, come sempre, a pagare il prezzo più alto.
Ad Addis Abeba, invece, tra mercoledì e giovedì, è il rumore ad aver fatto paura. La notte è risuonata del suono di esplosioni che assomiglia troppo a quello che fa la guerra.
Fonti dell’Alleanza che sta combattendo contro il Governo federale di Abiy Ahmed hanno riferito che si è trattato di droni contro il quartier generale dell’esercito, secondo quanto riporta l’agenzia di stampa Reuters. Un’informazione di cui non si hanno verifiche certe, ma è bastata a far tremare di terrore la capitale etiope.
Un attacco con droni, per i quali da mercoledì vige il divieto di sorvolo sulla capitale, a centinaia di chilometri di distanza da dove si è tornato a combattere la scorsa settimana, segnerebbe un cambio di passo importante. “Finora non era noto che le forze di opposizione utilizzassero droni armati, ma ci sono sempre più prove che potrebbero possedere alcune capacità in tal senso”, scrive Reuters.
Questa la cronaca, per quanto ne sappiamo. Che è cronaca del collasso di un accordo di pace che non è stato in grado di sradicare le radici del caos in cui sta precipitando l’Etiopia.
Quattro anni fa, a Pretoria, le firme del Governo e del TPLF su un pezzo di carta avrebbero dovuto inaugurare una nuova stagione, dopo un conflitto armato durato due anni, tra i più sanguinosi di questo secolo con oltre 600 mila morti, nato dalla frattura politica tra Abiy e il partito che ha dominato l’Etiopia per decenni.
Le tensioni sono invece via via cresciute e oggi il timore è che la guerra possa trascinare con sé l’intero Corno d’Africa, qui dove s’intrecciano e riverberano questioni delicatissime: l’accesso al Mar Rosso, la guerra in Sudan con le sue ricchezze minerarie, le acque del Nilo, la guerra in Medio Oriente e le rivalità del Golfo.
Il TPLF si è unito ad altri sei gruppi ribelli nell’Alleanza delle Forze Popolari Etiopi per la Sopravvivenza (EPFAS), che vuole rovesciare il governo del Primo Ministro Abiy Ahmed.
Allenza che mette insieme chi solo quattro anni fa si era combattuto.
Pochi giorni dopo la sua nascita, l’Allenaza ha lanciato la sua offensiva militare. Il vicepresidente del TPLF, Amanuel Assefa, ha detto che la regione si trova in uno stato di “guerra totale”.
Una guerra totale che, secondo alcuni osservatori, rischia di non restare soltanto una guerra interna.
Dall’altra parte del confine, a Nord, c’è l’Eritrea con cui l’Etiopia è stata a lungo in guerra e che poi è stata alleata del Governo nel conflitto armato del 2020-2022, contro il TPLF.
Le relazioni tra Addis Abeba e Asmara, però, si sono deteriorate, in particolare per la rivendicazione di Abiy di uno sbocco al mare per il suo Paese, cosa che allarma l’Eritrea affacciata sul Mar Rosso. L’Etiopia accusa il vicino, che nega, di finanziare e sostenere i ribelli.
Poi, c’è il Sudan. L’Etiopia sostine che Khartoum – vicino all’Arabia Saudita – abbia ospitato combattenti tigrini nei suoi territori. Addis Abeba, invece, avrebbe consentito ai ribelli delle RSF – i paramilitari in guerra contro l’esercito del Sudan sostenuti dagli Emirati – di condurre dal suo territorio gli attacchi nello Stato del Nilo Azzurro.
E c’è l’Egitto che si scontra da sempre con l’Etiopia per lo sfruttamento delle acque del Nilo, anche lui accusato di sostenere i ribelli.
“Secondo diplomatici e mediatori, il clima regionale surriscaldato – in cui sia le potenze continentali che quelle del Golfo si schierano su fronti opposti nei conflitti che si sovrappongono nel Corno d’Africa – ha reso estremamente difficile scongiurare un ritorno alla guerra nel nord dell’Etiopia”, scrive l’International Crisis Group.
“Una grave escalation potrebbe anche spingere i combattimenti vicino al confine tra Etiopia ed Eritrea, creando il potenziale per un conflitto interstatale. Esiste anche il rischio che scoppi un conflitto lungo il confine tra Sudan ed Etiopia, di fatto unificando i conflitti dei due paesi, dati i legami tra il governo federale e il TPLF con le fazioni rivali nella regione.
Una massiccia incursione del governo federale nel Tigray porterebbe quasi certamente a distruzioni ingenti, sfollamenti e numerose vittime – in breve, a un disastro umanitario”, aggiungono gli analisti.
Somaliland
La notizia ha fatto il giro delle testate del Corno d’Africa. Abdirahman Mohamed Abdullahi “Irro”, presidente del Somaliland, vorrebbe intitolare l’aeroporto di Berbera a Donald Trump. Un gesto di ossequio o di adulazione, un piccolo dono in una partita molto più grande che arriva a Washington insieme al cruciale affaccio sul Golfo di Aden.
In cambio, l’autoproclamata repubblica indipendente spera di ottenere il riconoscimento degli Stati Uniti – riconoscimento che finora ha strappato solo ad Israele – e un bel giro d’affari sulla sua costa lunga 850 km, dove il porto di Berbera contende a Gibuti la sovranità sui commerci dell’area.
Oggi, con la guerra in Medio Oriente, quell’affaccio che è porta tra Mar Rosso e Oceano Indiano è diventato una merce di scambio con un valore sempre più alto.
Il Somaliland è quel pezzo di Somalia che fu dominata dagli inglesi. Colonia di Sua Maestà fino al 1960, si unì volontariamente all’Amministrazione fiduciaria italiana della Somalia pochi giorni dopo aver ottenuto l’indipendenza e a Mogadiscio rimase unito al 1991, fino alla fine della guerra civile che condusse al crollo del regime di Siad Barre.
In una visita a Washington a settembre, Irro ha messo sul piatto il porto strategico di Berbera e le sue risorse minerarie, e ha suggerito la possibilità di un accesso militare degli Stati Uniti al suo Paese, Stati Uniti che per ora non hanno basi, ma solo un programma di cooperazione. Per Washington potrebbe essere il momento giusto.
Gibuti, sul Mar Rosso, dove gli Usa, e mezzo mondo, hanno una base militare, è un alleato sulla cui fedeltà non tutti scommettono, per la sua vicinanza alla Cina, per il sostegno ai “fratelli palestinesi”.
Il Somaliland è pronto a capitalizzare e il suo attivismo è sempre più intenso.
Una delegazione è andata a Taiwan recentemente, Paese che nella capitale Hargheisa ha un ufficio di rappresentanza, anche se il Somaliand non chiude le porte neppure alla Cina.
Un’altra delegazione è stata, sempre a fine settembre, invece, in visita in Israele. “Il Somaliland e Israele dovrebbero sviluppare una partnership militare che potrebbe includere una presenza israeliana nel Somaliland al fine di rafforzare la cooperazione contro i terroristi Houthi, ha dichiarato al Jerusalem Post Ahmed Dirie, presidente del comitato esecutivo dell’Associazione di amicizia Israele-Somaliland. Se ricevessero aiuto dagli israeliani, potrebbero sconfiggere gli Houthi e garantire la sicurezza”, ha continuato Dirie.
Centrale, sempre, il porto di Berbera, quel porto che “per secoli, è stato un punto di accesso all’Africa e un crocevia tra il Vicino e l’Estremo Oriente. La sua importanza è documentata già nel I secolo da un viaggiatore greco anonimo nel Periplo del Mar Eritreo, un resoconto storico degli antichi porti commerciali della regione”, racconta Middle East Eye, che dentro quel porto ci conduce con un ampio reportage.
“Pacifica città mercato”, era definita. “Oggi, Berbera si trova al centro di un’accesa battaglia geopolitica ed economica per il dominio dell’intera area del Mar Rosso. Qualunque sia la causa di una guerra, Berbera potrebbe benissimo essere uno dei suoi epicentri”, scrive la testata specializzata in Medio Oriente. Porto cruciale, dove operano sempre di più gli Emirati Arabi Uniti.
Immagini satellitari dimostrerebbero una presenza crescente di strutture militari emiratine. Abu Dhabi avrebbe anche utilizzato “l’aeroporto come scalo per i voli che trasportavano equipaggiamento militare destinato alle Forze di Supporto Rapido (RSF).
Le RSF sono impegnate in una lotta contro l’esercito sudanese, sostenuto da Egitto, Turchia e Arabia Saudita. All’inizio di quest’anno, gli Emirati Arabi Uniti hanno evacuato a Berbera il loro alleato e leader del movimento separatista yemenita meridionale, Aidarus al-Zubaidi, dopo che l’Arabia Saudita aveva attaccato il gruppo”, aggiunge Middle East Eye.
Un ruolo cruciale, dunque, per questo Paese che per il mondo non esiste. Negli equilibri globali, in quelli del Golfo, ma anche nell’Africa dove infuria la guerra, in Sudan, nella vicina Etiopia, anche lei sempre in cerca di un affaccio sul mare, e che con Hargheisa, nel 2024, aveva firmato un memorandum d’intesa per l’acceso a quel mare, scatenato le ire della Somalia.
Gli Houthi e il Corno d’Africa
Nell’estremo Nord dello Yemen, nella terra intorno a Sa’da, antica città medievale dalle architetture d’incanto e antico centro culturale, che in tempi molto più recenti è diventata roccaforte degli Houthi, la testata somala Shabelle Media Network racconta che, secondo fonti locali, per tre mesi il gruppo sciita avrebbe trasferito le sue competenze nell’assemblare e usare droni ai militanti somali di Al-Shabaab, milizia di matrice islamista sunnita legata ad al-Qaeda, nata come ala giovanile radicale dell’Unione delle Corti islamiche.
Gli Houthi e Al-Shabaab sono realtà profondamente diverse, per fede, storia, struttura, obiettivi. In comune hanno il gorgo di quelle acque che passano per lo stretto di Bab el-Mandeb, e l’esser figli della destabilizzazione del Medio Oriente e di quella “War on terror” che ha contribuito alla crescita dei movimenti radicali.
Quei mesi di addestramento non indicherebbero un allineamento ideologico, una lotta comune, una comunione d’intenti, ma piuttosto sarebbero indizio, di una strategia di penetrazione in Africa sempre più forte degli Houthi.
A fine agosto, il think tank Century International ha pubblicato un rapporto, “From Spoke to Hub: The Houthis in Africa“, che indaga questa penetrazione.
“La sorprendente incursione degli Houthi in Somalia è solo una delle componenti del complesso piano del gruppo per espandere la propria presenza e influenza lungo la costa africana del Golfo di Aden e del Mar Rosso”, si legge nel rapporto.
Il lavoro di ricerca, spiegano gli autori, non è stato semplice e non privo di limiti perché “le fonti più propense a fornire informazioni sull’attività degli Houthi sono motivate dalla loro opposizione al gruppo, e la disinformazione rappresenta un problema persistente”. Ogni voce raccolta ha gradi più o meno forti di fiducia e anche su quelle attività di trasferimento di competenze non ci sono ancora moltissime prove.
Ciò che emergerebbe con chiarezza sarebbe, invece, è la “volontà (degli Houthi) di diventare un attore di rilievo nel Golfo di Aden e nel Mar Rosso, nell’ambito di un più ampio sforzo per raggiungere lo status di potenza regionale”.
La capacità degli Houthi di costruire reti nel Corno d’Africa, spiegano i ricercatori, non è tanto il frutto di legami ideologici, o un fatto identitario e neppure militare, ma è il risultato di un processo “attraverso il quale (il gruppo) si è trasformato da insorti locali in una potenza di tipo statale”.
È la capacità di gestire l’economia, quella illecita, e di agire come uno Stato che ha reso possibile la creazione di nuove connessioni. Sono stati, sostengono i ricercatori, il commercio di armi, droga e ora la pesca illecita a sostenere la penetrazione degli Houthi in Africa.
“La Somalia offre un esempio particolarmente significativo di come gli Houthi abbiano consolidato il loro controllo sulle reti di contrabbando a livello regionale, facendo leva su legami indiretti; e di come ciò abbia gettato le basi per la costruzione del loro rapporto con al-Shabaab”, si legge ancora.
Reti, secondo i ricercatori, che sono ancora in espansione e che guarderebbero sempre di più al porto di Gibuti e ad altri Paesi africani, dal Sudan all’Eritrea, all’Etiopia, alla Somalia, grazie anche alle relazioni della diaspora africana in Yemen.
Eritrea
A metà strada tra Asmara e il porto di Massaua, Gahtelay è una città di mercato, in una terra soffocante e arida. Il suo nome significa “l’acqua è tornata”. È l’acqua a segnarne la storia, quella del fiume stagionale che le scorre accanto solo quando piove. L’acqua che in Eritrea, come in tutto il Corno d’Africa, è sempre più una risorsa scarsa e variabile.
A Gahtelay c’è un centro che raccoglie le risorse genetiche delle palme da dattero, una pianta da sempre coltivata nelle regioni aride dove l’acqua è un bene raro e prezioso. Qui, dove il clima cambia ed è sempre più instabile, lo sviluppo della palma da dattero sembra “un’alternativa resiliente ed economicamente valida, contribuendo alla sicurezza alimentare, alla diversificazione dei mezzi di sussistenza e allo sviluppo delle imprese locali”, scrive il Fondo per lo sviluppo delle Nazioni Unite.
Nel centro di Gahtelay esiste una collezione di 200 palme da dattero femminili che rappresentano 14 varietà diverse e raccontano la varietà genetica di una coltura che fa parte del patrimonio agricolo eritreo, in particolare delle sue coste, da sempre. UNDP ha sviluppato un’area dove ora sono conservati anche esemplari maschili, necessari per la propagazione.
Preservare le preziose risorse genetiche, ma anche creare una rete di vivai. Vicino a Massaua è stata creata “una sezione di acclimatamento con spazio per un massimo di 20.000 piante di palma da dattero coltivate in vitro, che prepara le piantine per il trapianto in campo”.
L’obiettivo, al quale oltre all’UNDP stanno collaborando anche l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura e il Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo, è sviluppare un settore considerato cruciale in un Paese dove l’agricoltura rappresenta una larga fetta dell’economia.
“L’agricoltura contribuisce per circa il 25% al PIL e fornisce occupazione a quasi tutte le famiglie rurali, con il 70-80% della popolazione che dipende dall’agricoltura e dall’allevamento per il reddito e la produzione alimentare”, scrive The Borgen Project, gruppo di pressione che si occupa della lotta contro la povertà.
La sua agricoltura dipende interamente dalle piogge, sempre più imprevedibili, che fanno dell’Eritrea uno dei Paesi dalla più grave insicurezza alimentare. “Circa il 37% della popolazione, ovvero 1,31 milioni di persone, vive al di sotto della soglia di povertà alimentare. Circa la metà delle famiglie necessita di assistenza alimentare negli anni normali, e questa percentuale sale all’80% negli anni di cattivi raccolti”, spiega anche Borgen Project. Più della metà dei bambini sotto i cinque anni soffre di un ritardo nella crescita, oltre il quaranta per cento di tutti i bambini è sottopeso.
Borgen racconta di un progetto pubblico, portato avanti dal ministero dell’Agricoltura, che starebbe dando risultati incoraggianti e che utilizza una logica molto diversa da quella delle piantagioni da dattero. Si tratta dello sviluppo di piccoli appezzamenti, tradizionalmente chiamati Nirqah, dove ogni famiglia gestisce circa 1.000 metri quadrati di terra, dove le colture non sono specializzate, ma si coltiva un po’ di tutto, dai cereali alle verdure, ai legumi, alle patate dolci. “Questo modello è adattato alle diverse zone agroecologiche dell’Eritrea, consentendo alle famiglie di coltivare più colture durante tutto l’anno”, spiega ancora Borgen.
Al momento, i contadini eritrei hanno coltivato oltre 33 mila appezzamenti.
Somalia
Xarago in somalo significa “eleganza”, o anche grazia, raffinatezza. Eleganti sono le stoffe colorate, con i loro complessi motivi irregolari, stese ad asciugare o piegate l’una sull’altra dalle mani di cinque donne che hanno aperto un’impresa nella città di Baidoa, a 250 km a nord-ovest di Mogadiscio, città di sfollati, di miseria, di vi di fame, come vi abbiamo raccontato in un precedente notiziario.
Le stoffe sono tinte, tagliate, cucite, diventano abiti, reddito per le donne, vestono un’intera comunità. Nel farlo, però, si mutano, un pezzo alla volta, in strumenti di pace.
Maryam Mohamed Ibrahim è una di quelle donne. “Per sei mesi abbiamo studiato contabilità di base, scrittura in somalo, come condurre un’impresa. E la tecnica di tintura tie dye … Questa è la migliore opportunità che abbia avuto nella vita”, racconta a IOM, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni che le ha aiutate a mettere in piedi l’impresa.
Un’opportunità che è diventata opportunità di pace per l’intera comunità.
“Spesso si pensa alla costruzione della pace in termini di incontri formali, negoziati e accordi di pace. Tuttavia, a Baidoa, in Somalia, alcuni dei pilastri della pace si stanno consolidando in luoghi che normalmente non vengono considerati spazi di pacificazione, come bancarelle del mercato, negozi e gruppi di risparmio. Le donne in questi spazi lavorano insieme per garantire il proprio sostentamento”, scrive Victoria Wairimu Mwangi, esperta di politiche dello sviluppo, su Peace News.
Una ricerca recente condotta a Baidoa spiega come le attività d’impresa femminile, e tra queste Xarago, nate per garantire fonti di reddito alle famiglie, si facciano strumenti di coesione sociale. “Queste attività commerciali contano ben oltre le donne che le gestiscono …”, spiega Mwangi.
Le donne che diventano indipendenti, acquisiscono fiducia in se stesse, potere decisionale e rendono le famiglie più resilienti, e famiglie più resilienti sono in grado di “gestire pressioni e tensioni prima che si aggravino. Le relazioni commerciali possono diventare vie di pace al di là dei confini tra clan e comunità”, prosegue.
Donne di clan e comunità diverse diventano esempi di dialogo possibile, si fanno ponti, lavorando insieme, condividendo risorse, collaborando in imprese, associazioni, gruppi di risparmio. Insegnano le vie possibili di una coesistenza dove il conflitto non deve, necessariamente, diventare violento o armato.
Donne che costruiscono la pace costruendo nuove relazioni, peacebuilder dal basso, eppure donne che sono ancora escluse dai tavoli formali dove si cerca di mettere fine ai conflitti armati.
Invito all’ascolto. Adwa di Gigi (Ejigayehu Shibabaw)
Il canto di Gigi è dialogo con la storia, con il tempo di quella battaglia, la battaglia Adwa del 1896, in cui le forze etiopi sconfissero gli italiani che volevano farsi potenza coloniale. È più di un canto patriottico, è la gratitudine per chi ha dato la sua vita per la libertà.
È una traccia dell’album che si chiama semplicemente Gigi, pubblicato ormai venticinque anni fa da Ejigayehu Shibabaw, conosciuta con il nome d’arte Gigi, artista originaria di Chagni, una città dell’Etiopia nord-occidentale, quella regione Amhara dove la guerra non è mai finita e che “racconta di aver imparato i canti tradizionali da un sacerdote ortodosso etiope nella casa di famiglia”, come scrive Music in Africa.
Herbie Hancock, Wayne Shorter, Pharoah Sanders e altri musicisti jazz americani lavorarono a quell’album, che “riscosse un grande successo di critica a livello internazionale e generò polemiche nel suo paese d’origine per una rottura così radicale con la musica popolare etiope”, si legge ancora.
«La libertà che vivo oggi è stata pagata con il sangue di chi è venuto prima di me», canta Gigi.
Quel canto, Adwa, resta oggi terribilmente attuale, canto d’amore, di celebrazione della libertà, della vita, di un sacrificio che va onorato generazione dopo generazione.
La pace, in Etiopia, come in ogni parte del mondo, qui, come in Europa, è forse l’unico modo per onorare quel sacrificio. La guerra, l’unico modo pdr tradirlo.
Lo ripetiamo oggi mentre l’Etiopia sprofonda nel baratro di una nuova guerra e il Corno d’Africa resta una delle regioni più instabili del mondo, ricordando che non c’è guerra dove a soffiare sul fuoco non vi siano anche antichi e nuovi appetiti coloniali.
Con il canto di Gigi vi salutiamo, ringraziandovi per essere stati con noi e vi aspettiamo lunedì con le notizie che raccontano il mondo che ci circonda.
Foto di copertina BLOG REGION su Unsplash
Musica: King David/Ponds5
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