Giochi Senza Frontiere
Scritto da Giuliano Terenzi in data Dicembre 23, 2018
Giochi divertenti, costumi stravaganti, il jolly e l’indimenticabile fil rouge. Oggi su Radio Bullets uno sport che non è uno sport: Trois, deux, un… Giochi Senza Frontiere. Ripercorriamo insieme la genesi e la storia dei giochi. Di Giuliano Terenzi
Giochi senza frontiere – Un programma in Eurovisione
Fra i programmi trasmessi in contemporanea in tutta europa c’erano proprio i “Jeux sans frontieres”, il cui nome originale è in francese visto che, si racconta, a spingere molto per la creazione di un programma su scala europea fu il generale francese Charles De Gaulle che aveva fra i suoi programmi preferiti Interville ispirato, per non dire copiato, dalla celebre trasmissione Italiana Campanile Sera. Così, per promuovere in modo giocoso l’unità europeista e per costruire un Europa senza frontiere, nel 1965 andò in onda la prima edizione di giochi senza frontiere a cui parteciparono Italia, Francia, Belgio e la Germania dell’ovest. Il gioco consisteva in una serie di prove che le nazioni dovevano affrontare per guadagnare punti. I partecipanti per ogni squadra non potevano essere scelti ma venivano estratti a sorte. Nelle prove in cui le nazioni si sentivano più forti avevano la possibilità di giocare il jolly, che permetteva di raddoppiare il punteggio totalizzato in quella prova; ogni squadra, a turno, saltava una prova per giocare il fil rouge, una prova speciale che ogni squadra doveva affrontare individualmente. C’erano due arbitri a controllare che i giochi si svolgessero correttamente: il primo arbitro di giochi senza frontiere fu l’indimenticato Guido Pancaldi, ex arbitro di hockey sul ghiaccio, andato anche alle Olimpiadi; a lui si unì l’anno successivo Gennaro Olivieri. Entrambi svizzeri, rimasero in carica fino al 1989 per poi essere sostituiti dal belga Denis Pettiaux.
Un successo incredibile
Il successo di giochi senza frontiere fu subito incredibile e divenne un’istituzione in molti dei paesi dove andava in onda, tanto che in Italia ci si riuniva per vederlo insieme o nelle case dei fortunati che avevano il televisore o nei bar. La formula del “gioco-sport” che si protraeva per tutta l’estate con le squadre che accumulavano punti, quasi come una sorta di olimpiade amatoriale, risultò vincente visto che scatenava l’entusiasmo del pubblico, presente anche sul posto, dove venivano allestite delle tribune. Insomma mentre si guardava giochi senza frontiere si tifava, ogni paese faceva il tifo per la propria nazionale quasi come una partita di calcio; anche la durata era la stessa 90 minuti e poi il fischio finale che decretava la nazione vincente. Insomma si tratta di un gioco ma: c’è l’arbitro che ha pieni poteri e non c’è autore o regista che tenga, la maggior parte dei giochi richiede un’abilità fisica, dal salto all’equilibrio, dalla velocità alla resistenza, ci sono spettatori che presenziano ai giochi con bandiere e trombette a fare il tifo, a sfidarsi sono le nazionali di diversi paesi e c’è una classifica finale. Se non è sport, poco ci manca. Anche perché, oltre a tutte le somiglianze che vi ho appena elencato c’è un episodio raccontato in un’intervista per “La Storia Siamo Noi” in cui il produttore per la Rai di Giochi senza frontiere, Luciano Gigante racconta di quando a Wolfsburg venne avvicinato da due italiani emigrati, lavoravano in fabbrica, alla Volkswagen, che gli chiesero di vincere per evitare le prese in giro al lavoro. Pure lo sfottò quindi.
Un altro degli aspetti che ha reso celebre e importante Giochi senza frontiere è senz’altro la funzione culturale che il programma ricopriva sia per i concorrenti che per gli spettatori. I concorrenti – che vi ricordo non erano persone famose – avevano la possibilità, rarissima ai tempi, di poter girare l’Europa e di condividere e scambiare con i concorrenti delle altre nazionalità esperienze, usi e costumi.
Gli spettatori, invece, oltre a divertirsi, erano messi in condizione di viaggiare con la fantasia: il programma era itinerante e, negli anni, ha toccato le più disparate località europee che la maggior parte degli spettatori non conosceva; grazie alle “cartoline” (che altro non erano che immagini dei luoghi più famosi e significativi del posto) e alle ricostruzioni che facevano da cornice ai giochi, lo spettatore scopriva tradizioni e usanze di altre nazioni.
Una fine inaspettata
L’avventura di giochi senza frontiere finisce, inaspettatamente ed improvvisamente, nell’estate dell’82. La notizia della chiusura del programma televisivo scatenò un malcontento generale fra i telespettatori di tutti i paesi europei in cui andava in onda Giochi senza frontiere i quali iniziarono spedire lettere di protesta fino a quando, nel 1988 l’Ebu, l’organismo televisivo europeo, accolse la richiesta e riprogrammò i giochi per l’estate successiva. Oltre agli otto paesi fondatori, in questo nuovo corso, si inserirono anche i paesi dell’est segno che l’Europa aveva sempre meno frontiere. In questa seconda edizione del programma non c’è più la diretta, i giochi venivano registrati e montati da ogni paese e trasmessi in differita. Non c’erano altre sostanziali differenze tra le due edizioni ma i costi erano aumentati e si era perso l’entusiasmo, la professionalità e la creatività tanto che nel 1999 i giochi senza frontiere scomparvero definitivamente. Fu così che dopo 30 edizioni, seguite da una media di 65000 spettatori a puntata, 2700 giochi e 30000 concorrenti Giochi senza frontiere cala definitivamente il sipario.