14 agosto 2026 – Notiziario Africa
Scritto da Elena Pasquini in data Agosto 14, 2026
- Sudan senza tregua
- In Congo l’’epidemia di Ebola accelera.
- Uganda: a Nyumanzi si costruisce la pace.
- Togo, l’inchiesta sulle torture ai manifestanti.
Un ordine ha trasformato queste figure silenziose in nemici nostri; un altro odine potrebbe trasformali in amici.
Pensa, davanti ai prigionieri di guerra, il soldato tedesco in Niente di Nuovo sul Fronte Occidentale di Erich Maria Remarque. Un ordine, basterebbe un ordine. Decidere di mettere fine alla mattanza, all’orrore. E invece, la guerra incalza, nuovi ordini d’assedio, nuovi attacchi, nuove vittime civili.
È da qui che iniziamo oggi, ancora una volta dal Sudan, dove quello che sembrava un rallentamento della violenza, non è stato sufficiente neppure per prendere fiato. Attacchi, al El Obeid, a Khartoum, in molte altre città, mentre le Forze di Supporto Rapido avanzano nel Blue Nile, in una guerra che ha complesse e pericolose dimensioni regionali.
Poi, torneremo nella Repubblica democratica del Congo, per gli aggiornamenti sull’epidemia di Ebola che rischia di diventare la peggiore della storia. E ancora in Togo, dove un’inchiesta giornalistica racconta le violenze e le torture sistematiche dopo le proteste del 2025.
Ci collegheremo quindi in Uganda, al confine con il Sud Sudan, con Alex Moscetta, della Comunità di Sant’Egidio, nel campo profughi di Nyumanzi, dove giovani italiani, ugandesi e sudsudanesi scrivono pagine di pace. Concludiamo con la voce di una poetessa sudafricana che spazio agli artisti di slam e con la musica, come sempre, che ci conduce in un altro Sudan, quello visionari delle sorelle Elgizouli.
Sudan
Non c’è un attimo di tregua in Sudan, non uno spiraglio. Mentre gli occhi del mondo sono rivolti altrove, la guerra incalza, apre nuovi fronti, e intrappola la popolazione civile in una morsa che sembra senza speranza.
Le notizie di questi giorni chiedono di non allontanare lo sguardo da El Obeid, la capitale del Nord Kordofan, dove si intensificano gli attacchi. Droni, però, anche su Khartoum e altre città, mentre le Forze di Supporto Rapido continuano ad avanzare nello Stato del Nilo Blu, al confine con la frontiera fragile d’Etiopia.
Secondo alcuni testimoni, riferisce l’agenzia di stampa Reuters, la RSF, che dal 2023 è in guerra contro l’esercito sudanese, ha ripreso l’assalto a El Obeid e intensificato gli attacchi in tutto il Paese, dopo una fase di difficoltà.
El Obeid, città strategica, che mette in collegamento la capitale Khartoum con il centro del Paese e il Darfur, da sempre città commerciale e importante mercato, è sottoposta a continui assedi, che hanno messo a dura prova le sue riserve di cibo, acqua e carburante.
Mercoledì alcuni testimoni ad al-Obeid hanno affermato che la città è stata presa di mira dai droni. “Secondo fonti mediche, due persone sono rimaste uccise e altre ferite”, scrive Reuters.
Attacchi di droni, al momento senza rivendicazioni, a Khartoum, ad Atbara, a Bahri, al nord della capitale, dove “un drone si è schiantato nel cortile di una moschea nelle prime ore del mattino, secondo quanto riferito dai residenti del quartiere e mostrato dalle immagini di Reuters”.
Si teme che il rallentamento delle operazioni a El Obeid, nel corso delle passate settimane a seguito delle pressioni internazionali, non sia stato altro che un attimo, sufficiente a far ammassare nuove armi e truppe in Kordofan, mentre mercoledì le RSF hanno annunciato di aver conquistato la città di Geissan, nello Stato del Nilo Azzurro, al confine con l’Etiopia.
Si tratta di un’altra città strategica, non solo per la sua posizione chiave nel controllo delle vie di approvvigionamento, ma per la vicinanza a una diga, quella di Roseires.
Le RSF hanno dichiarato di aver conquistato la città, pubblicando video e fotografie sui loro social. Secondo l’esercito, invece, nel momento in cui scriviamo i combattimenti sono ancora in corso.
Un attacco avvenuto in un momento cruciale, quello del raccolto, che, secondo quanto riferiscono le forze armate sudanesi, sarebbe stato completamente saccheggiato. Uno sviluppo, però, che rende ancor più complesso il quadro regionale.
L’esercito sudanese accusa: i miliziani delle RSF sono arrivati dall’Etiopia. Non è la prima volta. “Questo scenario si è già verificato lo scorso febbraio e giugno.
Secondo prove consistenti, le RSF e le forze di Abdelaziz el Helou, guidate da Josephe Toka, si stanno addestrando in un campo a Benishangul, in Etiopia.
Questo campo funge da base per la riorganizzazione delle loro forze. Secondo prove precise e inconfutabili dall’inizio dell’anno, anche l’Etiopia, come la Libia e il Ciad, starebbe fornendo aiuti militari emiratini ai paramilitari sudanesi attraverso l’aeroporto di Asosa. Tuttavia, Addis Abeba continua a negare qualsiasi coinvolgimento”, ricorda Radio France Internationale.
Forti le tensioni tra Khartoum e Addis Abeba. L’esercito accusa il vicino di essere il ponte attraverso cui passano gli aiuti militari dagli Emirati. A sua volta l’Etiopia accusa il Sudan di sostenere il Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (TPLF), con cui si stanno riaccendendo le tensioni.
Repubblica democratica del Congo
Tra il 2014 e il 2016, Ebola in Africa occidentale causò la morte di almeno 11 mila persone. Un bilancio che rischia di essere superato, se l’epidemia in corso nella Repubblica Democratica del Congo continuerà a correre con il ritmo attuale.
Secondo Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, l’epidemia potrebbe diventare l’epidemia più letale di sempre e la conta delle vittime “eclissare” quella di dieci anni fa. “Si sta diffondendo più velocemente di qualunque altra epidemia precedente”, ha detto Tedros in una conferenza stampa.
Dichiarata il 15 maggio, in meno di tre mesi sono già 4.449 i casi segnalati e oltre 2.000 i decessi. Circa il 90 percento dei casi e l’80 percento delle morti è avvenuta nella provincia dell’Ituri, nell’Est del Paese, una regione già piagata da un lungo e incoercibile conflitto armato, che rende particolarmente complesso il contenimento del virus.
Benché l’epidemia sia stata dichiarata a maggio, sembrerebbe che il focolaio sia iniziato almeno a febbraio. A causare la malattia, il Bundibugyo, una specie rara del virus Ebola, e in una variante fino ad oggi sconosciuta, responsabile di due epidemie precedenti, nel 2007 e nel 2012.
“Un’altra proporzione delle morti avviene nelle comunità piuttosto che nelle unità di trattamento”, ha detto Tedros. Significa che sono fuori dalle liste che consentono di tracciare la trasmissione del virus.
“Molte trasmissioni avvengono quando le persone sono ad uno stadio avanzato della malattia e non sono in trattamento, o quando ci si prende cura del loro corpo viene dopo la morte”.
Per il direttore dell’OMS, è fondamentale che si arrivi ad un trattamento precoce della malattia e che vengano gestite correttamente le sepolture, e questo dipende dalla fiducia delle comunità e dalla capacità di coinvolgerle. L’obiettivo dell’OMS è di riuscire a tenere sotto controllo la trasmissione del virus nel giro di alcuni mesi, che non significa però la fine dell’epidemia.
“Stiamo inseguendo il virus, ma il virus è davanti a noi”, ha dichiarato il direttore generale dell’OMS per l’Africa, il dottor Mohamed Janabi, durante una conferenza stampa nella città di Bunia, vicino all’epicentro dell’epidemia, scrive la BBC. Gli operatori riescono a raggiungere solo il 30 percento dei casi.
Ad oggi non ci sono ancora vaccini o farmaci specifici per il Bundibugyo del virus Ebola, che in precedenza aveva provocato due epidemie, nel 2007 e nel 2012.
Ci sono però nuove evidenze di cosa abbia innescato l’epidemia. Secondo un nuovo studio, riporta l’agenzia Reuters, si tratterebbe di “una nuova trasmissione dagli animali all’uomo piuttosto che da varianti legate a precedenti epidemie, secondo un nuovo studio.
Un team di ricercatori, dal Congo, Uganda, Belgio e altri Paesi, ne ha studiato il patrimonio “e hanno scoperto che il ceppo responsabile dell’epidemia era geneticamente distinto dai precedenti virus Ebola Bundibugyo”.
Lo studio non dice quale sia l’animale da cui si è compiuto il salto di specie.
Togo
Quando muore suo padre, presidente in carica del Togo nel febbraio 2005, Faure Gnassingbé fa immediatamente chiudere dall’esercito le frontiere del Paese e prende il potere. Un potere che non vuole in nessun modo cedere, e che la sua famiglia tiene saldamente in mano con pungo di ferro dal 1967.
Nel 2024, compie quello in molti hanno definito “un colpo di stato costituzionale”. Faure ha eleminato l’elezione diretta del Presidente trasformando il Togo in una repubblica parlamentare. Il potere esecutivo è concentrato in una nuova carica, il Presidente del Consiglio dei ministri, che Faure detiene e che di fatto non ha più vincoli di mandato.
La Corte di giustizia dell’Ecowas, la Comunità economica dell’Africa occidentale, in una sentenza di gennaio resa pubblicata solo giugno, ha condannato la riforma perché viola i principi democratici comminando sanzioni al Togo e dichiarando che “l’obiettivo primario [è stato quello] di aggirare i limiti imposti al mandato presidenziale dalla precedente Costituzione”.
Ora, 43 organizzazioni della società civile, chiedono, con una lettera aperta all’Ecowas, che la sentenza venga attuata con l’applicazione delle sanzioni previste.
Per quella riforma, e dopo l’arresto del rapper Aamron, il Togo s’infiamma. Nel giugno del 2025 scoppiano proteste che verranno duramente represse. Morti, feriti, arresti e accuse di torture. The Continent, settimanale africano, in un’inchiesta recentissima racconta cosa accadde allora, dopo aver raccolto per mesi le testimonianze delle vittime.
C’erano gruppi di miliziani, in abiti civili che identificavano i manifestanti e li consegnavano alla gendarmeria. Lì poi, iniziava il calvario. Le testimonianze sono agghiaccianti: acqua fredda gettata sui detenuti, fruste inzuppate per rendere le torture più dolorose, vittime derise mentre venivano frustate sui piedi e sui glutei, violenze di ogni tipo, umiliazioni, scrive The Continent.
Racconti a cui fanno da riscontro le prove documentali analizzate nella ricostruzione, come per esempio, le cartelle cliniche.
Gli agenti, racconta una delle vittime, «dicevano che era stato Faure Gnassingbé a indicare il numero di persone da arrestare e il modo in cui torturarle» e che facevano dei video da mandargli.
Uganda
È una terra ricca, benedetta, quella del distretto di Adjumani, nel Nord dell’Uganda, al confine con il Sud Sudan. La lambisce il corso del Nilo Bianco, la rende fertile l’acqua e la sua antica geologia. Ma quelle colline ondulate, le sue pianure, culla di civiltà che si sono mescolate e arricchite l’una con l’altra, sono anche solcate da profonde ferite.
Qui si è combattuta la guerra contro i ribelli dell’Esercito di liberazione del Signore e qui, nel campo profughi di Nyumanzi, dal 2014, hanno cercato rifugio quanti sono dovuti scappare dalla guerra che ha spaccato il Sud Sudan.
Qui, la Comunità di Sant’Egidio ha costruito una Scuola di pace a cui partecipano circa 900 bambini, tra i 6 e i 14 anni. In questi giorni, nel campo è arrivato un gruppo di giovani della comunità, italiani e ugandesi, da Roma e dalla capitale, Kampala.
Abbiamo raggiunto a Nyumanzi Alex Moscetta, che è in Uganda con i giovani e che si occupa di relazioni e comunicazione per la Comunità di Sant’Egidio.
Alex, che cos’è oggi Nyumanzi, quali sono le condizioni di vita delle persone che vi abitano? Quali sono i loro bisogni?
Nyumanzi è un centro che, soprattutto un po’ di anni fa, quando la guerra in Sud Sudan era molto più dura, ha visto arrivare tantissima gente. Il governo ugandese è stato accogliente, dando dei terreni, piccoli appezzamenti, e dei soldi alle famiglie per costruire delle piccolissime case, e avere anche un piccolo terreno per coltivarsi un orto.
Quest’aiuto è cessato, però ci sono ancora famiglie, tante famiglie ormai sono stanziali, questi bambini sono nati e cresciuti qui, e hanno bisogno di scolarizzazione. I sudsudanesi vivono, coltivano un po’ la terra, il sorgo, hanno degli animali, allevamento. E purtroppo negli ultimi anni è diminuita la presenza delle Ong, c’è meno ricchezza. Meno commercio.
Il campo, in una zona dell’Uganda che è stata attraversata dalla guerra con l’LRA, e ospita chi è fuggito dal conflitto del Sud Sudan, le loro famiglie, i figli, bambini nati qui, cresciuti lontano dal loro Paese. Qual è l’eredità di questo drammatico passato di guerra?
L’Uganda vive ovviamente l’eredità di quella bruttissima guerra, dell’LRA, famosa soprattutto per i bambini soldato. È una tragica pagina della storia dell’Africa. E oggi questa terra ospita le vittime, le ferite delle guerre in Sud Sudan e che sono soprattutto donne con i figli, con anziani.
A differenza di tanti campi profughi, forse hanno una possibilità di vivere in maniera un po’ più dignitosa con la costruzione di case, quindi non di tende. Case semplici, le case tipiche africane, mattoni di fango e terra, tetto in lamiera o con le canne. C’è ovviamente un retaggio della guerra, famiglie spezzate. E però c’è la voglia da parte di questi bambini e giovani di studiare, di avere una speranza diversa.
La guerra, la violenza armata, si riaffacciano lì dove non sono stati intrapresi percorsi di pacificazione, dove non si è lavorato per curare e sanare le ferite che le persone si portano dietro, anche se magari in forme diverse rispetto al passato. Come si può contribuire a costruire la pace, ogni giorno, in un contesto come quello del campo di Nyumanzi?
Nyumanzi è un luogo dove arrivano persone con le ferite, la devastazione, e anche persone che magari sono nate qui e hanno la possibilità di tornare in Sud Sudan, tornano e vedono le situazioni causate dalla guerra. È uno di quei luoghi dove c’è bisogno di pace, che è futuro, pace che è speranza, pace che è serenità, pace che è prospettiva.
Come si costruisce? Si costruisce anche grazie al lavoro che fa Sant’Egidio con la School of Peace, dove i bambini, gli studenti imparano certi valori, il rispetto, il rispetto dell’altro, l’inclusione, cosa vuol dire la diversità, cosa vuol dire accettare l’altro, anche rispetto alla religione. Costruire anche ponti di pace.
È questo Summer Camp che noi stiamo facendo, dove è molto bello e molto importante il rapporto tra giovani italiani e giovani ugandesi che lavorano insieme e danno un messaggio fortissimo a questi ragazzi sudsudanesi. Ecco, rappresenta proprio che cos’è un ponte di pace, un ponte di speranza, un ponte che supera i confini, che supera le guerre, supera le barriere.
Una delle attività che abbiamo fatto è stata quella di parlare di Floribert Bwana Chui, beato congolese di Goma, qui al confine con l’Uganda, che nel 2006 venne ucciso perché era un funzionario della dogana, alla frontiera, e non accettò di essere corrotto — che qui è tipico — e quindi venne ucciso.
È diventato martire l’anno scorso ed era un membro di Sant’Egidio. Parlare di questo in Africa, ai bambini e giovani africani è un grande esempio di come si può essere diversi da quello che è il percorso comune, che se diventi un funzionario poi facilmente vieni corrotto.
Qual è il messaggio che portate con voi in Italia?
I bambini ugandesi, i bambini sudsudanesi che stanno qui al campo e vengono alla School of Peace ci dicono che uno dei loro sogni da grandi sarebbe essere come voi, intesi voi di Sant’Egidio, sì, italiani, che ugandesi che vengono a fare qualcosa di buono.
Una bambina oggi ci ha detto: vorrei diventare una maestra e aprire una scuola per far studiare i bambini poveri come avete fatto voi con me.
Questo è molto bello e secondo me esprime anche il valore dell’educazione, cioè un’educazione che non è solo matematica o la lingua, fondamentale per uscire anche dalla situazione in cui si trovano i rifugiati, ma è anche quello di educare alla pace, al vivere insieme e anche avere un’attenzione per gli altri, al bene comune e anche il sognare di cambiare il mondo.
Qui, il link per sostenere la missione dei giovani in Uganda:
https://www.santegidio.org/pageID/30600/langID/it/tags/241/UGANDA.html
Poesia, Sudafrica
La poesia letta, declamata, che è parola, teatro, performance, musica. C’è il pubblico in sala ed è sul palco che si stabilisce chi è l’artista migliore, il testo più potente, il più coinvolgente. A Cape Town, in Sudafrica, gli artisti emergenti che fanno slam, spoken poetry, hanno uno spazio, SlamCiTy, dove possono competere, sfidarsi, in nome dell’arte, e trasformare la poesia nella professione di una vita.
Lo ha fondato la poetessa, produttrice culturale, attivista Zizipho Bam, insieme a Thapelo Tharaga. È una competizione fatta di appuntamenti che vanno avanti tutto l’anno, al Theatre Arts di Observatory, ma è anche un workshop che aiuta gli artisti a crescere professionalmente.
L’obiettivo è creare una comunità poetica dove competere significa crescere, confrontarsi, dove i poeti emergenti possano trovare la propria voce e incontrare il loro pubblico.
La storia di Zizipho Bam inizia a Glenwood, un sobborgo della città di Pietermaritzburg, la capitale del KwaZulu-Natal. “Glenwood era un tempo una piantagione di canna da zucchero e, dopo che il Sudafrica ottenne l’indipendenza e la democrazia, fu destinata alle persone di colore di quella zona. Col tempo, è diventato un crogiolo di culture diverse e noi ci siamo trasferiti proprio in quel periodo.
Anche allora, i giovani non avevano molte opportunità di svago, se non addirittura nessuna”, racconta Zizipho Bam a The Verve, pubblicazione sudafricana dedicata alla creatività e al talento di cui il Paese è ricco. È a Glenwood che Zizipho Bam cerca la sua strada. È ancora una ragazzina, va a scuola, alle medie, quando scopre la passione per la poesia.
Per via della poesia, finiva spesso nei guai, perché le sessioni dopo cui poteva imparare finivano molto tardi e doveva inventare sempre delle scuse a casa per poterle frequentare. “C’era una costante nelle cose che mi mettevano sempre nei guai: era sempre la poesia”, racconta.
La sua antologia, Sunflowers for My Lovers, autoprodotta, diventerà un caso di successo e delle parole, Zizipho Bam farà il suo mestiere, la sua vita. È per questo che fonda SlamCITY, per aiutare i poeti come lei.
Arrivano dalle township, di KwaLanga, di Delft, di Khayelitsha, delle periferie di Città del Capo, e possono partecipare allo Slam quando vogliono, di giorno. Per attirarli hanno messo un palco e inventato un premio, e aperto uno spazio dove il lavoro degli artisti può essere messo in discussione.
È un luogo di confronto, dove il pubblico critica, commenta, dove ci si scambia opinioni, dove si deve rendere conto, argomentare le scelte dei temi trattati, che sono i più vari, da quelli personali a quelli sociali. “Col tempo”, racconta Zizipho Bam, “abbiamo notato che le persone stavano crescendo sul palco. Venivano e parlavano di cose importanti”.
Invito all’ascolto. Bidaya, Hiba Elgizouli
La situazione si fa sempre più confusa
Offriamo pace e amore, eppure stiamo perdendo
Combattiamo la paura, ma ne usciamo ammaccati
Quale libro sacro stiamo seguendo?
Pre-ritornello:
Sento il tuo dolore, il tuo dolore…
Sento il tuo dolore, il tuo dolore…
Sento il tuo dolore, il tuo dolore…
Sento il tuo dolore, il tuo dolore…
Bidaya significa ‘Inizio’ ed è stata scritta nel 2018 da Hiba Elgizouli, artista sudanese. Racconta il Sudan che si avvia alla sua rivoluzione, e una generazione di giovani che vuole combattere per il suo futuro ma è attraversata da sentimenti di paura e impotenza.
Fili colorati, pois, paillettes, sciarpe, abiti che sono un viaggio onirico, creati insieme alle sue sorelle, Sally e Mai, Hiba, Bidaya fa della musica e della narrazione visiva un solo potente strumento, aprendo al racconto inattese prospettive.
Bidaya è stato prodotto grazie a un crowdfunding e in mezzo a un mare di difficoltà.
È stato montato al Cairo “dopo che la madre aveva portato in salvo [la famiglia] in seguito al massacro del 3 giugno. In Egitto, Mai ha faticato in particolare a trovare un editore che rispettasse la sua visione.
“Essere donna, guidare un progetto e avere una voce forte, significa dover dimostrare il proprio valore per farsi capire”, scrive Okay Africa, che all’universo creativo delle sorelle Elgizouli ha dedicato un bellissimo racconto.
Tutto era iniziato con il brano Rival, un anno prima della rivoluzione, che grazie anche a un video surreale, di donne che vestono abiti tradizionali con elementi impensabili, come le bouganville per orecchini, raggiunge un immediato successo.
Anche Rival vede la luce in un momento terribilmente difficile per il Sudan: “Tutti si lamentavano della mancanza di pane e delle code per il carburante”, racconta Sally a Okay Africa. “Ma non ci siamo mai perse d’animo”, aggiunge Hiba.
L’inizio, per loro, è una macchina da presa ricevuta in regalo, creatività che attinge alla tradizione sudanese e a ciò che le sorelle Elgizouli nascondono nei loro armadi, e a tanto coraggio.
«Come famiglia, abbiamo attraversato momenti davvero difficili a causa delle difficoltà economiche e della richiesta di asilo in Egitto», racconta ancora Sally a Okay Africa, «C’era molta turbolenza e in quel periodo abbiamo dovuto trovare soluzioni creative. Forse era il nostro modo di affrontare queste sfide».
Con la musica e i colori di Sally, Mai e Hiba, termina il nostro notiziario. Vi ringraziamo per essere stati con noi e vi aspettiamo lunedì con le notizie dal mondo.
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