14 luglio 2025 – Notiziario Mondo

Scritto da in data Luglio 14, 2025

  • Gaza: Lo chiamano “errore tecnico”, Israele continua ad uccidere decine di persone, questa volta in fila per l’acqua.
  • Bruxelles e Giacarta, intesa storica tra i venti di guerra commerciale.
  • UE–USA, tregua fragile sui dazi. Ungheria: il monastero che combatte i libri divorati dal tempo (e dai coleotteri).
  • Nigeria: è morto l’ex presidente Muhammadu Buhari.
  • Siria: oltre 30 morti a Sweida negli scontri tra drusi e tribù sunnite

Introduzione al notiziario:  la verità non si sanziona si difende
Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli

Israele e Palestina

■ OSTAGGI/CESSATE IL FUOCO: Fonti a conoscenza dei colloqui di tregua hanno descritto i prossimi giorni come “critici” per il destino di un accordo di cessate il fuoco/presa di ostaggi , aggiungendo che lo scambio pubblico di accuse tra Hamas e Israele mentre proseguono i colloqui in Qatar potrebbe indicare che entrambe le parti stanno tentando di avere influenza nei negoziati.

Il primo ministro Netanyahu ha convocato i ministri di estrema destra Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir per discutere della loro opposizione a un accordo di cessate il fuoco.

In un video pubblicato sul suo account X, Netanyahu ha affermato che i sondaggi che mostrano come la maggioranza degli israeliani sia favorevole a un accordo con ostaggi rispetto al proseguimento della guerra “sono artificiosi”, sostenendo che i sondaggisti non chiedono agli intervistati se sostengono un accordo con ostaggi che lasci ad Hamas il controllo di Gaza.

Netanyahu ha dichiarato a Mark Levin di Fox News che gli sforzi per liberare gli ostaggi sono l’unica ragione per cui la guerra non è finita e che Israele sta facendo tutto il possibile “per non far loro del male “.

■ GAZA: Il Ministero della Salute guidato da Hamas ha affermato che 139 palestinesi sono stati uccisi e 425 persone sono rimaste ferite in attacchi israeliani nelle ultime 24 ore.

Il Ministero ha affermato che almeno 30 delle vittime sono state uccise mentre cercavano aiuti umanitari. Secondo il Ministero, 58.026 persone sono state uccise a Gaza dall’inizio della guerra.

L’ospedale Al-Awda, nella Striscia di Gaza centrale, ha ricevuto 10 corpi dopo un attacco israeliano su un punto di raccolta dell’acqua a Nuseirat, tra cui sei bambini , ha riferito all’AP il personale dell’ospedale.

Un testimone residente nella zona ha riferito che domenica mattina circa 43 bambini e 14 adulti erano in fila per fare rifornimento d’acqua al momento dell’attacco. Le IDF hanno affermato di aver preso di mira un militante, ma che un errore tecnico ha fatto cadere le munizioni “a decine di metri dall’obiettivo”, aggiungendo che l’incidente è in fase di accertamento.

Il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha riferito di aver ricevuto sabato 132 pazienti con “ferite correlate alle armi” presso il suo ospedale da campo di Rafah, in seguito a un ” incidente con molte vittime collegato ai siti di distribuzione di cibo “.

È difficile trovare le parole davanti a bambini uccisi mentre facevano la fila per l’acqua. E ancor più difficile accettare che venga definito un “errore tecnico”.

In una guerra dove le fontane diventano bersagli, dove le tende diventano trincee e gli ospedali obiettivi militari, è ormai chiaro: non esiste più un luogo sicuro a Gaza.

I numeri si moltiplicano, le condoglianze si ripetono, ma ogni singola vita — soprattutto quella dei bambini — è un atto d’accusa contro l’intera comunità internazionale.

Perché continuare a chiamare tutto questo “danni collaterali” significa normalizzare l’orrore. E davanti all’orrore, restare neutrali, lo ripeteremo fino allo sfinimento, è già una scelta.

CISGIORDANIA: Centinaia di palestinesi in lutto hanno reso omaggio domenica ai giovani uccisi dai coloni israeliani illegali nella città di Sinjil, nella Cisgiordania occupata, a nord-est di Ramallah, riporta Anadolu.

Una delle vittime, il ventitreenne Saif al-Din Kamel Abdul Karim Muslat, cittadino statunitense, è stato picchiato a morte da coloni illegali. L’altro, il ventitreenne Mohammed al-Shalabi, è morto dopo essere stata colpita al petto.

Il Ministero della Salute palestinese ha confermato entrambe le uccisioni venerdì.

“Saif è tornato per la festa islamica dell’Eid, e quando i coloni abusivi hanno iniziato a stabilire un avamposto vicino al villaggio, si è unito alla gente del posto per respingerli. Lo hanno picchiato a morte”, ha raccontato ad Anadolu suo zio, Abdel Jalil Hijaz.

Secondo i dati palestinesi, nella Cisgiordania occupata ci sono circa 770.000 coloni illegali distribuiti in 180 insediamenti illegali e 256 avamposti illegali.

Chi sono i coloni israeliani?

■ ISRAELE: Il leader dell’opposizione Yair Lapid ha criticato duramente il piano proposto dal governo per costruire una “città umanitaria” a Rafah, affermando che con i 15 miliardi di shekel che “costeranno, sarà possibile ridurre le dimensioni delle aule scolastiche dei nostri bambini, abbassare i prezzi del carburante e dei trasporti pubblici, sovvenzionare asili nido e scuole materne”.

Lapid ha accusato Netanyahu di ” aver lasciato che Smotrich e Ben Gvir si abbandonassero a deliri estremisti solo per preservare la sua coalizione. Invece di rubare i soldi della classe media, porre fine alla guerra e restituire gli ostaggi”.

Iran

L’Iran è disposto a riprendere i negoziati sul suo programma nucleare con gli Stati Uniti — ma a una condizione precisa: nessun altro attacco.

A dichiararlo è stato il ministro degli Esteri Abbas Araghchi durante un incontro con diplomatici stranieri a Teheran, come riportato dai media statali.

Dopo i recenti bombardamenti israeliani contro siti nucleari e militari iraniani e il raid aereo statunitense del 22 giugno, Araghchi ha chiesto garanzie ferme che “azioni di questo tipo non si ripetano”.

A seguito degli attacchi, l’Iran ha sospeso la cooperazione con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), costringendo gli ispettori a lasciare il Paese.

Teheran ora valuta ogni richiesta “caso per caso”, secondo gli interessi nazionali e tenendo conto di quello che definisce un “rischio reale” per la sicurezza, anche a causa delle munizioni inesplose nei siti colpiti.

Araghchi ha ribadito il diritto dell’Iran ad arricchire uranio sul proprio suolo — una linea rossa per il presidente americano Donald Trump, che si oppone fermamente a ogni attività iraniana vicina alla soglia militare.

Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha dichiarato in un’intervista che i raid statunitensi hanno danneggiato talmente tanto le infrastrutture nucleari da impedirne ancora l’accesso per una valutazione completa.

Israele giustifica l’attacco affermando che l’Iran era a un passo dal possedere l’arma nucleare. Tuttavia, secondo l’intelligence americana e l’AIEA, l’ultimo programma organizzato per la costruzione di una bomba risale al 2003.

Negli ultimi mesi, però, Teheran aveva arricchito uranio fino al 60%, un passo tecnico breve dal livello del 90% necessario per un ordigno atomico.

In questa fase, parlare di negoziati è come sedersi su una polveriera: ogni parola, ogni bomba, ogni ispezione negata alimenta la diffidenza. L’Iran chiede garanzie, gli Stati Uniti pretendono trasparenza, Israele alza la voce e agisce con la forza.

Ma la questione va oltre l’uranio: riguarda il diritto alla sicurezza, alla sovranità, alla fiducia reciproca in una regione dove la diplomazia si misura a missili.

Se il dialogo non è preceduto da un cessate il fuoco — fisico e politico — sarà solo un’illusione. Perché un negoziato senza fiducia, è solo il preludio a un altro attacco.

Siria

Almeno 30 persone sono state uccise e circa 100 ferite nella città siriana di Sweida, nel sud del Paese, che abbiamo visitato alcuni mesi fa, in violenti scontri tra gruppi armati locali di fede drusa e tribù sunnite beduine.

Lo riferisce il ministero dell’Interno siriano, che ha annunciato l’invio di convogli militari per ristabilire l’ordine.

La violenza è esplosa nel quartiere di Maqwas e nei villaggi a nord e ovest della città, secondo l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani.

A scatenare il conflitto sarebbe stata una serie di rapimenti, tra cui quello di un mercante druso avvenuto venerdì lungo l’autostrada Damasco-Sweida.

Non è il primo episodio: già ad aprile si erano verificati scontri tra milizie sunnite e residenti drusi a Jaramana, nei sobborghi della capitale. Ma è la prima volta che le violenze raggiungono il cuore di Sweida, città simbolo della comunità drusa siriana.

Da quando i ribelli islamisti hanno rovesciato il regime di Bashar al-Assad lo scorso dicembre, minoranze come i drusi, gli alawiti e i cristiani temono per la propria sicurezza.

In marzo, centinaia di alawiti erano stati massacrati in rappresaglia a un attacco attribuito a lealisti di Assad, in quello che è stato definito il peggior episodio settario degli ultimi anni.

Sweida si trova a soli 38 chilometri dal confine con la Giordania, ma la sua posizione relativamente isolata non l’ha protetta dalla nuova ondata di violenze.

La Siria post-Assad è tutt’altro che pacificata. Se la fine della guerra civile, durata 14 anni, ha segnato la caduta del vecchio regime, ha anche lasciato un vuoto di potere colmato da milizie, vendette trasversali e tensioni settarie mai sopite.

La comunità drusa, già emarginata durante l’epoca Assad, si ritrova oggi esposta a ritorsioni e lotte locali in un Paese dove lo Stato centrale è frammentato e le istituzioni sono deboli.

La promessa di un nuovo ordine si sta trasformando nell’incubo del caos etnico-confessionale.

Siria: minoranze preoccupate

Sudan

In Sudan, il colera si sta diffondendo a ritmi vertiginosi, complice il collasso quasi totale del sistema sanitario dopo oltre due anni di guerra.

Secondo i dati più recenti, sono stati registrati oltre 84.000 casi e più di 2.100 morti in 17 stati, con un’accelerazione dei contagi tra sfollati e rifugiati provenienti dal Sud Sudan.

L’allarme arriva in un contesto drammatico: assenza di acqua potabile, servizi igienico-sanitari azzerati, ospedali chiusi, corpi in decomposizione nelle strade e fame crescente.

Le condizioni più gravi si registrano in Darfur, dove i combattimenti continuano e l’accesso umanitario è bloccato dalle milizie delle Rapid Support Forces (RSF).

La città di Nyala è uno degli epicentri della crisi: qui, Medici Senza Frontiere ha allestito un nuovo centro per il trattamento del colera, ma le cifre ufficiali sono probabilmente sottostimate per via delle restrizioni alla circolazione e alla raccolta dati.

Gli attivisti denunciano l’inerzia delle autorità sanitarie, l’assenza di campagne di disinfezione e la mancanza di acqua potabile. A Umbada, alle porte di Khartoum, si spende più per due taniche d’acqua che per il cibo, e le latrine scarse o distrutte costringono alla defecazione all’aperto, vicino alle fonti idriche.

Le piogge imminenti — avverte il Centro Meteorologico Nazionale — potrebbero esacerbare la situazione, con allagamenti improvvisi e nuovi focolai.

Haitham Jumaa, sopravvissuto al colera a Kosti, racconta di essere arrivato in ospedale sfinito e disidratato. Il centro era al collasso, pazienti curati nel cortile, nessun antibiotico disponibile, solo soluzioni saline.

“Molti muoiono perché arrivano tardi — dai villaggi, senza trasporti, senza nulla.”

Secondo l’Ufficio ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), oltre 33 milioni di persone sono a rischio, tra cui quasi 6 milioni di bambini sotto i cinque anni. I casi si stanno estendendo a Ciad e Sud Sudan, con un possibile effetto domino nella regione.

Il conflitto iniziato il 15 aprile 2023 tra esercito e RSF ha causato milioni di sfollati, carestia, collasso dei servizi essenziali e un’esplosione di epidemie. L’ONU lo definisce “il peggior disastro umanitario al mondo”. Eppure, il mondo resta distratto, assente, muto.

In Sudan, il colera non è solo una malattia: è la sintesi brutale del collasso morale e istituzionale del nostro tempo. In un Paese dove le bombe hanno ridotto in macerie ospedali e acquedotti, è l’acqua a diventare nemica. L’acqua che dovrebbe salvare, oggi uccide.

Nigeria

È morto a 82 anni a Londra Muhammadu Buhari, figura centrale della politica nigeriana per oltre quattro decenni, prima come dittatore militare negli anni ’80, poi come presidente democraticamente eletto dal 2015 al 2023.

La notizia è stata data dal suo portavoce: l’ex leader si trovava nella capitale britannica per cure mediche.

Il presidente in carica Bola Tinubu lo ha ricordato come “patriota, soldato e statista”, inviando il vice per rimpatriare il corpo.

Ma il lutto nazionale non è unanime. Per molti, Buhari lascia un Paese più diviso e disilluso.

Nel 1983 prese il potere con un colpo di stato, imponendo un governo autoritario che durò meno di due anni. Tornò nel 2015 come simbolo del cambiamento, il primo oppositore a vincere un’elezione presidenziale in Nigeria. Prometteva di combattere corruzione e insicurezza.

Ma a fine mandato, l’entusiasmo si era trasformato in frustrazione: la violenza di Boko Haram non era stata debellata, la crisi economica mordeva e la corruzione era più forte di prima.

I suoi lunghi ricoveri all’estero, le politiche economiche discutibili e le restrizioni ai social media lo hanno reso sempre più distante dalla popolazione.

Buhari annunciò la sconfitta di Boko Haram nel 2016, ma gli attacchi continuarono. L’episodio forse più tragico fu il bombardamento accidentale di un campo profughi da parte dell’esercito nigeriano nel 2017: oltre 100 morti, tra cui operatori umanitari.

Nel nord-est, la crisi umanitaria svelata dopo la ritirata dei jihadisti fu negata dalle autorità e usata per screditare le ONG.

Come dittatore, aveva espulso 700.000 migranti, mandato soldati a frustare i cittadini per strada e imposto leggi che permettevano la detenzione senza processo. Tornato in democrazia, diceva di essere cambiato.

Ma molti ricordavano le sue vecchie dichiarazioni, come quando parlava di voler imporre la sharia in tutto il Paese.

La morte di Buhari chiude il capitolo di una figura che ha segnato nel bene e nel male la Nigeria contemporanea. Uomo rigido, austero, militare prima che politico, ha incarnato sia la speranza che l’amarezza di una nazione in bilico tra autoritarismo e democrazia, tra islamismo e laicità, tra sviluppo e crisi perenne.

Come ha scritto il politologo Afolabi Adekaiyaoja, “la reazione tiepida alla sua morte riflette non solo la sua incapacità di unire il Paese, ma anche quanto sia difficile farlo”.

Buhari ha promesso molto e mantenuto poco. E oggi la Nigeria resta, ancora una volta, orfana di una guida credibile.

Ungheria

In Ungheria, il tempo non basta più a minacciare la memoria: sono i coleotteri ora a divorare la storia.

Nel cuore della Pannonhalma Archabbey, una delle abbazie benedettine più antiche d’Europa e sito UNESCO, decine di migliaia di volumi secolari vengono rimossi dagli scaffali per salvarli da un’infestazione senza precedenti del drugstore beetle — un minuscolo insetto attratto dalla colla e dall’amido delle rilegature antiche.

Circa 100.000 libri — tra i 400.000 custoditi nell’abbazia fondata nel 996 — vengono sigillati in sacchi ermetici e privati di ossigeno per sei settimane in ambienti saturi di azoto.

L’obiettivo: soffocare gli insetti senza danneggiare i volumi. Ogni libro verrà poi ispezionato e pulito manualmente; quelli più danneggiati, restaurati.

La biblioteca ospita il più antico catalogo librario d’Ungheria, 19 codici medievali, una Bibbia del XIII secolo e centinaia di manoscritti precedenti all’invenzione della stampa.

È sopravvissuta a invasioni, guerre, incendi. Ma ora rischia di soccombere al riscaldamento globale.

Secondo Zsófia Edit Hajdu, restauratrice capo del progetto, l’aumento delle temperature sta accelerando i cicli vitali degli insetti, favorendo le infestazioni. In passato il nemico era la muffa, oggi è la fauna entomologica.

Ilona Ásványi, direttrice della biblioteca, ha ricordato con emozione il valore quasi sacrale di ogni libro:

“La Regola di San Benedetto ci impone di trattare ogni bene del monastero come il calice sacro dell’altare. E io sento tutto il peso di questa responsabilità.”

Austria

Nel fine settimana, decine di politici e attivisti di estrema destra si sono riuniti a Vienna per la European Patriots Conference, un summit organizzato sotto lo slogan: Pace, libertà e sicurezza.

A ospitare l’evento, l’ex vice-cancelliere austriaco Hans-Christian Strache, con interventi da tutta Europa e messaggi video da Stati Uniti e Ungheria.

Tra i relatori:

  • Filip Dewinter (Vlaams Belang, Belgio)
  • Irmhild Boßdorf (Alternative für Deutschland)
  • Thierry Baudet (Forum for Democracy, Olanda)
  • Enzo Alias (Réseau Patriotique, Francia)
  • Laszlo Sipos (gruppo ESN al Parlamento Europeo)
  • Joris van den Oetelaer (senatore olandese)
    Con videomessaggi di Steve King, ex deputato repubblicano statunitense, e Laszlo Toroczkai, leader ungherese del partito Our Homeland.

Il filo conduttore della conferenza è stato l’attacco alle cosiddette “élite di sinistra europee”, accusate di aver favorito l’infiltrazione dell’islamismo radicale in Europa.

I partecipanti hanno citato quartieri “governati secondo la sharia”, manifestazioni pro-Palestina con simboli islamisti, e attacchi terroristici come prova di un presunto collasso dell’ordine interno.

Nel mirino, soprattutto, Emmanuel Macron, accusato di ignorare la crisi sociale in Francia e di voler riconoscere lo Stato di Palestina in linea con gli interessi dell’Iran. Accuse respinte da Parigi, che dopo il G7 ha ribadito il rifiuto di azioni militari contro Teheran e la volontà di stabilità nella regione.

Gli organizzatori hanno messo in evidenza l’aumento dell’antisemitismo in Francia, citando dati del CRIF/SPCJ: 1.570 episodi nel 2024, di cui 106 violenti — record del decennio.
Hanno poi rievocato il passato: la Francia che accolse Khomeini nel 1979, permettendogli di guidare la rivoluzione iraniana da un villaggio alle porte di Parigi.

Il discorso finale è stato affidato a Dewinter, che ha invitato l’Europa a “costruire un fronte unito pro-Israele” e a resistere “agli Stati islamisti”.

“Finché Parigi continua questa politica dell’appeasement, il divario con Gerusalemme continuerà ad allargarsi.”

Il congresso di Vienna è l’ennesimo segnale di un’estrema destra europea sempre più trasnazionale, identitaria, filo-israeliana e visceralmente anti-islamica. I

n nome della sicurezza, propone una visione binaria del mondo: amici e nemici, crociati e infedeli, Tel Aviv contro Teheran.

Ma c’è di più: nella denuncia dell’antisemitismo e dell’influenza islamista si mescolano paure reali, letture strumentali e una memoria storica selettiva.

Dietro l’invocazione di “pace e libertà” si cela una campagna ideologica che tende a legittimare politiche securitarie e discriminatorie.

È un discorso che seduce e divide. E che, oggi più che mai, mette alla prova la tenuta democratica dell’Europa.

Europa e Stati Uniti

L’Unione Europea ha rinviato ancora una volta l’imposizione di dazi di ritorsione contro gli Stati Uniti, dopo che il presidente Donald Trump ha minacciato nuove tariffe del 30% sulle importazioni europee a partire dal 1° agosto.

Lo ha annunciato la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, spiegando che il blocco delle contromisure – già sospese a marzo – sarà esteso “fino ai primi di agosto”, per dare spazio a un’eventuale soluzione negoziale.

I dazi europei avrebbero colpito beni statunitensi per un valore di 21 miliardi di euro – una risposta alle tariffe USA su acciaio e alluminio. Ma Bruxelles ha deciso di temporeggiare ancora, pur mantenendo le contromisure “pronte all’uso”.

La decisione arriva dopo che Trump ha inviato una lettera formale alla Commissione Europea in cui minaccia tariffe punitive se l’UE dovesse rispondere con dazi propri. In un’intervista a Fox News, Trump ha rivendicato i dazi come misura che ha portato “centinaia di miliardi di dollari” all’economia statunitense, pur ammettendo che “molti Paesi ora sono molto arrabbiati”.

I ministri europei del commercio si riuniscono lunedì per decidere quale linea adottare. Il ministro delle Finanze tedesco Lars Klingbeil ha dichiarato che servono “negoziati seri e orientati alla soluzione”, ma ha aggiunto che, in caso di fallimento, l’Europa dovrà rispondere con “contromisure decise” per proteggere imprese e lavoratori.

Dalla Francia, Emmanuel Macron ha lanciato un appello alla Commissione affinché difenda “con fermezza gli interessi europei”.

Intanto, a Washington: L’amministrazione Trump ha avviato una raffica di trattative bilaterali, puntando a “90 accordi in 90 giorni”, come annunciato dal consigliere commerciale Peter Navarro. Finora sono stati delineati solo due accordi: uno con il Regno Unito, l’altro con il Vietnam.

Siamo davanti a una guerra commerciale congelata, ma mai del tutto disinnescata. L’Unione Europea prova a guadagnare tempo, ma le minacce di Trump — in piena campagna presidenziale — rendono fragile ogni possibile intesa.

Nel braccio di ferro transatlantico, la posta in gioco non è solo economica, ma strategica: l’Europa è costretta a scegliere tra la diplomazia e la difesa dei propri interessi commerciali sotto il fuoco incrociato di Washington.

Per ora, la mano resta tesa. Ma se a fine luglio non ci sarà un accordo, agosto potrebbe aprirsi con una nuova escalation di dazi. E con essa, una nuova crepa nell’ordine multilaterale.

Europa e Indonesia

Dopo quasi un decennio di trattative, Unione Europea e Indonesia hanno annunciato un accordo politico per concludere uno storico accordo di libero scambio. A darne notizia è stata la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, affiancata dal presidente indonesiano Prabowo Subianto, in visita a Bruxelles.

Von der Leyen ha dichiarato: “Viviamo tempi turbolenti. Quando l’incertezza economica incontra l’instabilità geopolitica, partner come noi devono avvicinarsi. Oggi facciamo un grande passo avanti.”

L’intesa – definita dalla Commissione “una pietra miliare decisiva” – sarà formalizzata a settembre, con la firma ufficiale prevista tra il commissario UE al Commercio Maroš Šefčovič e il ministro indonesiano dell’economia Airlangga Hartarto.

L’accordo di Partenariato Economico Globale punta a liberalizzare gli scambi commerciali tra le due sponde, aprendo nuovi mercati in settori chiave come agricoltura, automotive, servizi e industria.

Von der Leyen ha sottolineato il “potenziale ancora non sfruttato” delle relazioni economiche tra UE e il più grande mercato del Sud-est asiatico.

L’intesa arriva in un momento critico per il commercio globale. “Stiamo cercando nuovi mercati, mercati aperti”, ha ribadito von der Leyen, in una chiara risposta alle politiche protezionistiche che rischiano di frammentare il commercio mondiale.

Prabowo ha definito l’intesa “una svolta”: “Dopo 10 anni di negoziati, abbiamo concluso l’accordo. Consideriamo l’Europa ancora un attore fondamentale e vogliamo vederla forte.”

Mentre Washington chiude, Bruxelles apre. Il libero scambio diventa un campo di battaglia ideologico e strategico, tra il protezionismo muscolare di Trump e il multilateralismo resiliente dell’Unione Europea.

Ma l’accordo con l’Indonesia non è solo commercio: è anche geopolitica. È la dimostrazione che, mentre i grandi si sfidano a colpi di tariffe, il Sud globale guarda a nuove alleanze. E forse, proprio da Jakarta a Bruxelles, passa oggi un pezzo del futuro ordine economico mondiale.

Russia e Ucraina

In una guerra combattuta anche tra le pieghe dell’intelligence, tra ombre e vendette, l’Ucraina annuncia l’eliminazione di due presunti agenti russi accusati dell’omicidio di un alto ufficiale del controspionaggio di Kyiv.

Il Servizio di Sicurezza dell’Ucraina (SBU) ha dichiarato di aver rintracciato e ucciso due presunti agenti russi sospettati dell’omicidio del colonnello Ivan Voronych, avvenuto in pieno giorno a Kyiv giovedì scorso.

Secondo l’agenzia, i sospettati – un uomo e una donna – sarebbero stati localizzati nella regione di Kyiv e avrebbero opposto resistenza all’arresto. Un video diffuso mostra i corpi a terra.

Voronych, secondo fonti mediatiche, era coinvolto in operazioni sotto copertura nei territori occupati dalla Russia e avrebbe contribuito a pianificare un’incursione ucraina nella regione russa di Kursk nel 2023.

Le telecamere di sorveglianza hanno ripreso l’agguato: un uomo con delle borse viene colpito da cinque colpi di pistola con silenziatore da un aggressore che gli si avvicina correndo. Il tutto è durato pochi secondi.

Non è il primo episodio del genere. Dal 2022, Mosca ha accusato Kyiv di essere dietro a diversi attentati mirati contro militari russi e figure vicine al Cremlino.

Tra questi, l’uccisione del generale Igor Kirillov, capo delle unità chimiche dell’esercito russo, fatto esplodere con una bomba nascosta in uno scooter. O la morte dell’ex deputato filo-Mosca Illia Kiva, freddato a dicembre 2023 vicino a Mosca.

Nel mirino anche giornalisti e propagandisti, come Darya Dugina, figlia dell’ideologo Alexander Dugin, uccisa nell’agosto 2022 in un attentato con un’auto bomba, e Vladlen Tatarsky, morto nell’esplosione di un caffè a San Pietroburgo nel 2023. I

n quel caso, una donna è stata condannata a 27 anni di carcere per aver consegnato una statuetta esplosiva su ordine – dice – di un contatto ucraino.

Intanto, la guerra sul campo non si ferma: la Russia ha lanciato 60 droni contro l’Ucraina: 20 abbattuti, altri 20 neutralizzati con la guerra elettronica. Quattro civili sono stati uccisi e almeno tredici feriti in attacchi nelle regioni di Donetsk e Kherson.

Perù

In Perù, l’approvazione di una legge di amnistia per militari, poliziotti e membri dei comitati di autodifesa accusati di crimini commessi durante il conflitto armato interno (1980–2000) ha suscitato un’ondata di proteste.

La norma, approvata da una commissione parlamentare, potrebbe cancellare 156 condanne già emesse e bloccare oltre 600 processi in corso per torture, esecuzioni sommarie, violenze sessuali e sparizioni forzate.

L’avvocata Gloria Cano, direttrice dell’Associazione Pro Diritti Umani, ha annunciato il ricorso agli organismi internazionali, tra cui la Commissione e la Corte Interamericana per i Diritti Umani, e alle Nazioni Unite, per chiedere l’annullamento della legge.

Dura la presa di posizione dell’ONU:

“L’impunità non nasconde il crimine, lo amplifica,” ha scritto su X l’Alto Commissario per i Diritti Umani Volker Türk.

Anche Amnesty International ha condannato la norma, parlando di una grave violazione del diritto alla giustizia per migliaia di vittime.

Il disegno di legge — che ora attende la firma della presidente Dina Boluarte, la quale finora non ha commentato — è stato proposto dal deputato Fernando Rospigliosi, esponente del partito di destra Fuerza Popular, legato a Keiko Fujimori, figlia dell’ex presidente Alberto Fujimori, condannato lui stesso per crimini contro l’umanità.

Durante il conflitto, lo Stato ha affrontato i ribelli di sinistra, tra cui Sendero Luminoso, con una repressione brutale che ha causato decine di migliaia di vittime, soprattutto tra civili indigeni delle Ande.

Nel nome della “pacificazione”, il Perù rischia di seppellire la giustizia insieme ai corpi mai ritrovati di chi è scomparso.

Questa legge non è solo una ferita aperta per le vittime. È un tentativo sistematico di riscrivere la storia, di cancellare la memoria, di proteggere i carnefici.

Quando uno Stato garantisce l’impunità per i suoi crimini, non si chiude una pagina oscura: si autorizza a riscriverla ancora, in futuro.

E se Dina Boluarte firmerà questa legge, dovrà scegliere da che parte stare: dalla parte delle vittime… o dei loro assassini.

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