16 gennaio 2021 – Notiziario Africa

Scritto da in data Gennaio 16, 2021

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  • Uganda: atteso per oggi l’esito ufficiale del voto (copertina).
  • Repubblica Centrafricana: scontri e altissima tensione postelettorale.
  • Etiopia: l’UE sospende il sostegno al bilancio etiope.
  • Rd Congo: nuova strage di civili nell’est.
  • Algeria: bomba artigianale, cinque vittime.

Questo e molto altro nel notiziario Africa di Radio Bullets, a cura di Giusy Baioni. Musiche di Walter Sguazzin

UGANDA

Sono ore di attesa in Uganda. Il paese è sospeso in attesa dei risultati ufficiali provvisori delle elezioni presidenziali tenutesi giovedì, che dovrebbero essere annunciati oggi pomeriggio.

In corsa il presidente uscente Joweri Museveni, per il sesto mandato, e lo sfidante Bobi Wine, che già denuncia frodi. In una conferenza stampa tenuta ieri mattina, ha affermato di essere certo della sua vittoria. Robert Kyangulanyi, divenuto noto come cantante e da anni impegnatosi in politica, ha parlato dal giardino di casa sua mentre l’abitazione era circondata da agenti di polizia. «Chiedo a tutti gli ugandesi di rifiutare il ricatto. Sicuramente abbiamo vinto queste elezioni e le abbiamo vinte di gran lunga», ha affermato.

Nel tardo pomeriggio di ieri l’avversario ha tenuto una seconda conferenza stampa in cui ha detto di essere sotto assedio in casa sua. Di fronte a una ventina di giornalisti, la maggior parte dei quali in giubbotti antiproiettile, ha detto «La  mia vita è in pericolo», dichiarando anche che il suo telefono e quelli di alcuni suoi parenti erano stati disconnessi. Il portavoce della polizia metropolitana di Kampala ha dichiarato: «Abbiamo semplicemente incrementato il nostro dispiegamento nel quartiere per la sua sicurezza. Non siamo lì per arrestarlo e non è in arresto».

Wine è stato più volte fermato e arrestato durante la campagna elettorale, segnata da scontri e morti fra i suoi sostenitori e le forze dell’ordine. Il candidato ha inoltre denunciato numerose irregolarità nelle operazioni di voto: schede già compilate in alcuni centri o l’arresto di molti osservatori del suo partito la mattina delle elezioni. Osservatori che, secondo Bobi Wine, sono stati rilasciati dopo la chiusura dei seggi elettorali.

Il voto, giovedì, si è svolto nella calma e con un’alta affluenza ai seggi. Secondo i dati parziali dello spoglio in corso, diffusi ieri, Museveni sarebbe in testa. Con il 37% dei voti scrutinati, Museveni risulta al 62,2%, mentre Wine al 30,6%. Wine ha affermato ieri durante la conferenza stampa di avere prove video delle frodi elettorali: «Stiamo mettendo sul tavolo ogni opzione legale, costituzionale e non violenta», ha detto Wine a Reuters. «Sarò felice di condividere i video di tutte le frodi e le irregolarità non appena Internet sarà ripristinato».

Da mercoledì, infatti, le comunicazioni Internet sono state sospese in tutto il paese. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea non hanno schierato squadre di osservatori per queste elezioni, sebbene l’Unione Africana e la Comunità dell’Africa Orientale (EAC) lo abbiano fatto: nessuno di loro ha però risposto alle richieste di commento su possibili irregolarità. Intanto, più di una dozzina di organizzazioni non governative dell’Africa orientale hanno chiesto il rilascio di 26 osservatori elettorali ugandesi arrestati giovedì con l’accusa di creare un centro di conteggio parallelo illegale. Gli arrestati erano membri della società civile che svolgevano il «legittimo dovere di raccogliere informazioni» in un momento in cui le autorità avevano interrotto molte forme di comunicazione.

Museveni guida l’Uganda, 45 milioni di abitanti, da 34 anni.

REPUBBLICA CENTRAFRICANA

A oltre due settimane dal voto, resta tesissima la situazione nella Repubblica Centrafricana.

Dopo l’offensiva dei gruppi ribelli nella capitale Bangui, avvenuta mercoledì mattina da parte della coalizione dei gruppi ribelli, PCC, i partiti politici e la società civile hanno ribadito i loro appelli al dialogo. La società civile giudica inammissibile l’offensiva del PCC e chiede che si avvii un dialogo inter-centrafricano.

La vita intanto riprende lentamente il suo corso nella capitale centrafricana, dopo che gli aggressori sono stati respinti dalle forze armate (Faca) e dalle loro forze alleate. Secondo quanto riferito, una trentina di ribelli sarebbero rimasti uccisi e cinque catturati, secondo il governo. La missione delle Nazioni Unite deplora anche la perdita di un peacekeeper ruandese. Oggi in molti si interrogano sui mezzi e sulla strategia di questi ribelli che sono scesi nella capitale, passando per la boscaglia, evitando così gli assi che scendono su Bangui e che sono controllati dall’esercito centrafricano, sostenuto da russi, soldati ruandesi e Minusca.

Gli scontri delle ultime settimane hanno provocato molti spostamenti di popolazioni, movimenti stimati in decine di migliaia di persone dall’UNHCR. Le ONG hanno difficoltà a fornire assistenza alle popolazioni. Anche MSF lancia l’allarme. Le aree in cui opera abitualmente la ONG sono oggi di difficile accesso. «Ci sono luoghi in cui non è ancora possibile per Medici Senza Frontiere andare», spiega Sylvain Groulx, capo delle operazioni di MSF. «Stiamo parlando di posti come Mbaïki, Boali, Damara, dove potevamo andare prima dell’inizio della crisi, ma ora si tratta di aree così militarizzate e di difficile accesso che non riusciamo a rafforzare i bisogni sanitari in quelle aree. Le linee del fronte diventano molto difficili da attraversare per andare in altre aree esterne dove ci sono molti sfollati».

Intanto, giovedì 14 gennaio, il ministero delle Comunicazioni del Ciad ha diffuso un comunicato in cui spiega che «a  seguito degli scontri del 13 gennaio, le autorità centrafricane hanno trasmesso in televisione e sui loro siti web ufficiali notizie che denunciavano la presenza di combattenti ciadiani tra gli aggressori, suggerendo il coinvolgimento del Ciad nei disordini». Accuse respinte dal portavoce del governo ciadiano.

ETIOPIA

L’Unione Europea ha sospeso il sostegno al bilancio per l’Etiopia, del valore di 88 milioni di euro, fino a quando le agenzie umanitarie non avranno accesso alle persone bisognose di aiuto nella regione settentrionale del Tigray.

In un post sul blog pubblicato venerdì, il principale diplomatico dell’UE Josep Borrell ha affermato che il primo ministro etiope Abiy Ahmed ora deve essere all’altezza del premio Nobel per la pace che gli è stato assegnato nel 2019, facendo tutto il necessario per porre fine al conflitto nel Tigray. «Siamo pronti ad aiutare, ma a meno che non vi sia accesso per gli operatori di aiuti umanitari, l’UE non può erogare il previsto sostegno al bilancio del governo etiope», ha detto Borrell.

L’ufficio di Abiy Ahmed per ora non ha commentato.

Borrell ha affermato che il conflitto del Tigray è diventato molto più di un’operazione di ordine interno ed è ora una minaccia diretta alla stabilità dell’intera regione. «Riceviamo rapporti di violenze mirate all’etnia, uccisioni, saccheggi di massa, stupri, rimpatri forzati di rifugiati e possibili crimini di guerra», ha detto. «Inoltre ci sono effetti di ricaduta regionale del conflitto, con per esempio le truppe eritree coinvolte nelle operazioni militari nel Tigray e con le truppe etiopi che vengono ritirate dalla Somalia», ha aggiunto Borrell. Le agenzie stampa da novembre non sono in grado di verificare in modo indipendente gli eventi nel Tigray poiché il governo continua a limitare l’accesso dei giornalisti.

Intanto, le Nazioni Unite hanno dichiarato giovedì scorso che si sono verificate gravi violazioni del diritto internazionale in due campi profughi, nel Tigray, che ospitano persone fuggite dalla repressione nella vicina Eritrea molto prima di quest’ultimo conflitto. Le immagini satellitari hanno mostrato incendi e nuovi segni di distruzione nei campi di Shimelba e Hitsats, avvenuti la prima settimana di gennaio. L’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, che ha denunciato la mancanza di accesso umanitario ai campi, ha affermato che ci sono state ulteriori incursioni militari negli ultimi 10 giorni. «Si tratta di indicazioni concrete di gravi violazioni del diritto internazionale», ha affermato in un comunicato Filippo Grandi, Alto Commissario Onu per i rifugiati.

Josep Borrell ha anche chiesto un allentamento della tensione tra Etiopia e Sudan: l’Etiopia si dice spazientita per il continuo rafforzamento militare del Sudan in un’area popolata da agricoltori etiopi al confine; il ministero degli Esteri del Sudan ha fatto sapere questa settimana che un aereo militare etiope ha attraversato il confine con una «escalation pericolosa e ingiustificata».

REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO

Quarantasei civili sarebbero stati uccisi in un attacco contro un villaggio nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo. Le forze di sicurezza sono state inviate nel villaggio nel territorio di Irumu per indagare. Anche questo raid, come i precedenti, viene attribuito alle ADF (Allied Democratic Forces): il gruppo armato ha ucciso più di 1.000 civili dall’inizio del 2019, secondo i dati delle Nazioni Unite.

«Dopo essere state allertate sulle ultime violenze, le truppe sono andate al villaggio e stanno recuperando i corpi», ha detto il portavoce dell’esercito locale. Secondo alcune fonti, le vittime sarebbero tutte batwa, ovvero appartenente alla comunità dei pigmei. Molte delle stragi degli ultimi anni perpetrate dalle ADF sono state rivendicate dall’ISIS, ma l’ultimo rapporto del Gruppo di Esperti delle Nazioni Unite appena diffuso, pone molti dubbi su tali rivendicazioni, imprecise e piene di errori, tanto da non poter confermare alcun legame diretto tra i due gruppi. Domenica, aggressori non identificati avevano ucciso almeno sei ranger in un’imboscata nel Parco nazionale dei Virunga, noto in tutto il mondo come il “santuario” dei gorilla di montagna in via di estinzione. Non si tratta del primo assalto ai guardiaparchi. Già numerosi altri hanno perso la vita nella difesa del territorio del parco.

ALGERIA

Cinque persone sono morte e altre tre sono rimaste ferite a causa di una bomba artigianale esplosa giovedì nell’Algeria orientale. Le vittime erano a bordo di un veicolo quando l’esplosione è avvenuta nella provincia di Tebessa, a 570 km dalla capitale Algeri.

La violenza è più rara ora nel paese, da quando è terminata la guerra con gli islamisti che negli anni Novanta ha ucciso 200mila persone. Ma al-Qaida nel Maghreb islamico e piccole bande di islamisti alleati dello Stato islamico restano attive in alcune aree. Da diverse settimane gli attacchi, gli arresti e le scoperte di armi sono in aumento e suggeriscono una recrudescenza del fenomeno jihadista nel paese.

Il 14 gennaio, all’alba, un gruppo di cacciatori della cittadina di Bir El Ater, al confine con la Tunisia, si è diretto verso la sua zona di caccia a bordo di un pick-up. Il loro veicolo salta improvvisamente su una bomba fatta in casa e azionata a distanza. L’esplosione ha provocato la morte di cinque persone e ha provocato scalpore tra la popolazione di questa cittadina che da tempo soffre di terrorismo. Poche ore dopo, a una trentina di chilometri di distanza, l’esercito ha ucciso un terrorista rifugiatosi in una grotta. Le attrezzature trovate in suo possesso − binocolo, mitragliatrice e radio − indicano che fosse responsabile della sorveglianza di questa zona strategica per i gruppi armati.

GIBUTI

Scontri sono scoppiati a Gibuti tra le forze di sicurezza e il movimento armato Frud (Fronte per il ripristino dell’unità e della democrazia). Diverse fonti confermano la morte di almeno un gendarme, ci sono anche diversi feriti.

La violenza sarebbe scoppiata intorno alle 21 di giovedì. Fonti locali parlano di pesanti colpi di arma da fuoco per quasi un’ora e di diverse esplosioni. Il Frud avrebbe attaccato contemporaneamente quattro siti nella località di Tadjourah: un campo militare, un ripetitore di telecomunicazioni dove stazionavano i soldati, la stazione di polizia e infine la gendarmeria, di cui il Frud avrebbe preso il controllo per un po’ e rubato le armi.

Secondo fonti vicine al movimento armato, si tratterebbe della risposta «dopo diverse settimane di vessazioni da parte dell’esercito nella regione». Secondo questa fonte, le forze gibutiane sono state notevolmente rafforzate negli ultimi tempi a causa dell’esasperazione della popolazione che avrebbe portato a un aumento dei reclutamenti all’interno di Frud. Non abituata a questo tipo di eventi, la popolazione di Tadjourah è sotto shock.

LIBIA

Il Consiglio di Sicurezza ha dato il via libera alla nomina del nuovo rappresentante Onu in Libia, Jan Kubis. Attualmente rappresentante delle Nazioni Unite in Libano, la candidatura dello slovacco era stata proposta dal segretario generale Antonio Guterres. Se verrà approvato, la missione libica troverà un leader − il posto è vacante da 10 mesi − a seguito della partenza di Ghassan Salamé. Manca solo l’approvazione finale di Antonio Guterres.

Dopo le dimissioni dell’ultimo minuto di Nickolay Mladenov, che lo scorso dicembre era stato designato per l’incarico, il Consiglio ha optato ora per Kubis anche se molti non sembrano convinti dal suo profilo. Jan Kubis, 68 anni slovacco, da due anni a capo della missione Onu in Libano, ha la reputazione di essere franco, diretto, ma anche critico nei confronti dei leader del paese. Tuttavia non parla arabo e non è nemmeno africano, come chiedeva l’Unione Africana. Prima di proporre la sua candidatura per la missione con sede a Tripoli si sono consultate le parti libiche, assicura l’Onu. Sarà assistito nell’incarico da Raisedon Zenenga, dello Zimbabwe.

Coronavirus

L’Unione Africana ha ottenuto 270 milioni di dosi di vaccini anti-Covid da distribuire tra i paesi del continente. 50 milioni di dosi saranno disponibili tra aprile e giugno. Sono state acquistate dall’Unione Africana dai laboratori Pfizer, AstraZeneca e Johnson & Johnson. Questi ordini non sono le uniche fonti di approvvigionamento per l’Africa, che beneficia anche del sistema Covax lanciato dall’OMS e delle misure prese a livello statale. L’Unione Africana ha voluto lanciare un segnale forte: il continente non aspetta la carità globale e intende ottenere rifornimenti come il resto del pianeta dai principali laboratori.

L’Africa non rinuncia all’iniziativa Covax, lanciata sia dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che dai paesi ricchi, per promuovere un equo accesso di tutti i paesi ai vaccini sviluppati nel mondo. Ma l’Unione Africana teme che i volumi disponibili tra febbraio e giugno da Covax saranno appena sufficienti per vaccinare gli operatori sanitari.

Questi due canali di accesso ai vaccini non sono gli unici, alcuni paesi non esitano a ordinare direttamente: l’Algeria ha acquistato il vaccino russo Sputnik V, il Marocco opta per il prodotto di AstraZeneca e soprattutto quello della cinese Sinopharm, parte del quale sarà prodotto in una fabbrica marocchina. Il Senegal ha appena annunciato di essere in trattativa con Sinopharm per la prima fase del suo programma di vaccinazione. Le 270 milioni di dosi, tuttavia, se somministrate due a persona, coprirebbero solo il 10% dei circa 1,3 miliardi di persone in Africa.

Il continente è attualmente colpito da una seconda ondata molto più mortale della prima e deve andare più veloce. La seconda ondata sta infettando il doppio delle persone al giorno rispetto alla prima ondata. Le infezioni hanno superato i 3,1 milioni con oltre 74.600 decessi da inizio pandemia. Il capo dell’Africa CDC sottolinea che la mancanza di infrastrutture di stoccaggio della catena del freddo impedirebbe ai paesi di acquistare e utilizzare vaccini Pfizer e Moderna, che devono essere tenuti a temperature estremamente basse.

Il Sudafrica ha ritardato l’inizio del nuovo anno scolastico di due settimane, fino al 15 febbraio, al fine di evitare che le scuole diventassero centri di trasmissione del Covid-19, poiché i nuovi casi si aggiravano intorno ai 20.000 al giorno la passata settimana. La scuola è rimasta chiusa per circa un terzo dello scorso anno, quando il Sudafrica era in preda alla prima ondata di infezioni da coronavirus. Le chiusure hanno ampliato un divario educativo già netto tra le scuole d’élite, che hanno facilmente spostato le classi online, e le altre con poca o nessuna capacità di apprendimento digitale.

Sempre in Sudafrica, le compagnie minerarie hanno annunciato che sosterranno il governo nell’introduzione dei vaccini mentre la nazione combatte contro l’ondata di infezioni: lo ha detto venerdì l’ente industriale. Le aziende minerarie affermano di essere in una buona posizione per supportare la risposta Covid-19 grazie a decenni di esperienza nella lotta alla tubercolosi e all’HIV-AIDS tra i lavoratori, compresa la creazione di strutture di trattamento in loco. Il Minerals Council, che rappresenta le imprese minerarie, ha affermato che i suoi membri stanno sviluppando piani per utilizzare l’infrastruttura sanitaria del settore e la capacità di consegna per accelerare il programma di vaccinazione, ma non ha fornito ulteriori dettagli. Leader nella produzione di platino, palladio, cromo e oro, il Sudafrica ha un’industria mineraria ad alta intensità di manodopera, con migliaia di minatori che lavorano in spazi ristretti in profondità nel sottosuolo, con un rischio maggiore di infezioni. Il governo ha chiesto al settore privato, compresi i minatori, di aiutare nel lancio dei vaccini.

Il Gambia ha registrato i suoi primi due casi della variante inglese del coronavirus, hanno riferito giovedì le autorità sanitarie del paese, in quella che sembra essere la prima conferma della sua presenza in Africa. I casi potrebbero ostacolare gli sforzi della piccola ex colonia britannica per contenere l’impennata dei tassi di infezione a livelli quasi record. Finora ha registrato circa 3.890 casi e 126 decessi. Uno dei pazienti era un uomo gambiano di 34 anni che aveva viaggiato dalla Gran Bretagna. L’altra era una donna gambiana di 82 anni. In un rapporto settimanale martedì scorso, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha elencato 50 paesi in cui la variante era stata rilevata in tutto il mondo, nessuno dei quali in Africa.

I funzionari sanitari in Nigeria affermano di essere preoccupati per la vendita di falsi vaccini contro il coronavirus nel paese. C’è stato un forte aumento delle infezioni in Nigeria nelle ultime settimane. Nel paese più popoloso dell’Africa sono previste 100mila dosi di vaccino Pfizer a gennaio e soprattutto 10 milioni di dosi dovranno essere erogate entro la fine di marzo. «Abbiamo ricevuto informazioni secondo le quali in Nigeria circolano vaccini falsi. Chiediamo all’opinione pubblica di essere vigile e ricordiamo che nessun vaccino contro il Covid-19 ha ancora ricevuto la convalida dalla NAFDAC», ha dichiarato la professoressa Mojisola Christianah Adeyeye, capo dell’Agenzia nazionale per il controllo della qualità (NAFDAC), durante una conferenza stampa virtuale.

In Repubblica Democratica del Congo gli studenti sono a casa dal 18 dicembre. Ma per l’Unicef, il governo deve ora dare la priorità alla riapertura degli istituti adottando tutte le misure per proteggere gli studenti. Il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia ritiene che la decisione di chiudere le scuole a livello nazionale dovrebbe essere evitata il più possibile. L’Unicef cita recenti studi condotti nella RDC che riportano un calo delle iscrizioni, soprattutto tra le ragazze, all’inizio dell’anno scolastico 2020-2021.

CAMERUN

Le Nazioni Unite, giovedì, hanno chiesto un’indagine dopo che Reuters ha riferito che i soldati camerunesi hanno aperto il fuoco sui civili in fuga durante un raid del fine settimana, uccidendo almeno nove persone. I testimoni hanno detto di aver visto nove morti, tra cui un bambino e una donna anziana. Nessuno dei morti era un combattente separatista, affermano. Tre testimoni hanno riferito a Reuters che i soldati sono entrati nel villaggio di Mautu nella regione del Sud-Ovest – una delle due regioni anglofone separatiste – e hanno fatto irruzione nelle case sparando ai civili in fuga. L’esercito camerunese nega ogni addebito e sostiene che stava conducendo un raid contro postazioni separatiste quando è finito sotto il fuoco e ha ucciso quelli che ha definito “terroristi”.

Per quattro anni l’esercito si è scontrato con i combattenti separatisti anglofoni, tra le foreste e le fattorie di cacao del Camerun occidentale. Oltre 3.000 persone sono morte nelle violenze, che si sono intensificate dall’inizio di quest’anno.

HIV

La spinta alla ricerca venuta dal coronavirus potrebbe portare a progressi decisivi anche nella lotta all’Aids. È quanto sperano i ricercatori africani, secondo cui il potenziale della tecnologia dell’mRNA potrebbe rivelarsi utile per un vaccino contro l’HIV.

Durante un programma virtuale di borse di studio per giornalismo di ricerca sulla prevenzione dell’HIV, le discussioni si sono concentrate anche sugli ultimi progressi nella ricerca sui vaccini. Spiega Glenda Gray, membro dell’Accademia delle scienze sudafricana: «Dobbiamo provare un metodo inverso. Come abbiamo fatto per Zika, Ebola e Sars covid 2, dobbiamo vedere come possiamo usare l’mRNA nella ricerca di un vaccino contro l’HIV. C’è molto lavoro da fare nella ricerca sul vaccino contro l’HIV».

Memoria

La Repubblica Democratica del Congo commemora domani il 60° anniversario dell’assassinio di Patrice Lumumba, Primo Ministro del Congo nel momento dell’indipendenza e figura carismatica negli anni delle indipendenze. Lumumba, temuto per le sue idee rivoluzionarie, fu arrestato con la complicità di altri congolesi su impulso dei belgi e con l’appoggio della Cia, come è stato ormai dimostrato. Il campo occidentale era convinto che Patrice Lumumba servisse gli interessi del blocco orientale e che la sua presenza a capo dello stato congolese fosse una minaccia. La sua neutralizzazione politica e poi la sua detenzione non bastarono. Fu ucciso e sciolto nell’acido. E proprio in queste settimane si sta mettendo a punto l’ultima macabra restituzione. Ritrovato cinque anni fa dalla figlia del poliziotto belga che aveva sciolto il suo corpo nell’acido, un dente dell’eroe dell’indipendenza congolese verrà restituito ai suoi parenti entro il Giorno dell’Indipendenza, il 30 giugno.

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