“Non sono morta”

Scritto da in data Gennaio 14, 2021

Jeanne Pouchain non riesce a non pensare al giorno in cui ha scoperto di essere morta. È stato quando ha letto una lettera ufficiale della Corte d’Appello della vicina Lione, in Francia, che chiedeva ai suoi parenti di pagare i soldi che avrebbe dovuto nell’ambito di un caso precedente.

Il precedente

Nel 2004, si legge su The Guardian, un tribunale del lavoro aveva ordinato a Pouchain di pagare 14 mila euro di danni a un ex dipendente che era stato licenziato quando la ditta di Pouchain aveva perso un importante contratto. Essendo la denuncia contro la società e non contro di lei, la sentenza non venne eseguita. Nel 2009 il dipendente ha nuovamente citato in giudizio l’azienda. L’anno successivo l’ex dipendente ha informato il tribunale del lavoro che le lettere alla sua ex capo non avevano ricevuto risposta e che era morta e la Corte d’Appello, credendo che la donna fosse morta, ha ordinato a suo figlio e al marito di pagare i danni. Pouchain (che crede che l’ex dipendente abbia detto che era morta per estorcere il denaro ai suoi familiari) è stata cancellata dai registri ufficiali il che ha invalidato la sua carta d’identità, la patente di guida, un conto bancario, l’assicurazione sanitaria e altri documenti ufficiali necessari per dimostrare la propria esistenza.

Viva per chi la circonda ma non per lo Stato

«Il mio problema è che sono stato dichiarata morta» ha spiegato la donna, ex capa di un’impresa di pulizie del comune rurale di Saint-Joseph, nella Francia orientale. «Sono viva per mio marito, per mio figlio, per i miei cari, per le persone intorno a me ma per il sistema giudiziario sono morta», ha ribadito la donna di 58 anni. Nessuno è ancora riuscito a capire come si sia verificato il letale errore. E soprattutto come farla resuscitare.
La sentenza secondo cui Pouchain è morta è stata emessa nel 2017 e da allora la donna ha fatto di tutto per capovolgerla, ma la burocrazia ha ucciso tutti i suoi sforzi. E per quanto viva e vegeta, la sua vita è compromessa: non ha più un numero di previdenza sociale, non può guidare per paura di essere fermata per essere controllata, ha perfino paura di fare la spesa perché potrebbero esserle richiesti i documenti.

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«Mi sento come se stessi vivendo un incubo». I suoi avvocati hanno chiesto a un tribunale di concedere un’udienza in modo che possano presentare il loro caso per dimostrare che la loro cliente non è morta. «La cosa più importante è dimostrare che sono viva. Dimostrare che esisto», ha detto Pouchain. «Voglio che lo Stato restituisca la mia identità».

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