23 marzo 2026 – Notiziario Mondo
Scritto da Barbara Schiavulli in data Marzo 23, 2026
- Libano: verso un’invasione? Ordine di intensificare le demolizioni nel Sud.
- Usa all’Iran: ultimatum per lo stretto di Hormouz.
- Siria: in piazza contro le limitazioni alla vendita di alcolici.
- Palestina: i coloni israeliani contro villaggi palestinesi. A Gaza, torturato un bambino per far confessare il padre.
- Stati Uniti – aeroporti nel caos e scontro politico.
- Repubblica Ceca: piazza contro il governo Babiš.
- Malesia: caldo estremo e allerta sanitaria.
- Cina – apertura economica tra tensioni globali
Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets, con Barbara Schiavulli in collegamento da Beirut.
Guerra all’Iran
Oltre 140 feriti, tra cui un bambino di 12 anni e una bambina di 5 in condizioni gravi: è questo il bilancio dell’attacco missilistico iraniano che nella notte tra sabato e domenica ha colpito il sud di Israele, in un momento in cui i sistemi di difesa, che negli ultimi mesi avevano rappresentato una sorta di scudo quasi impenetrabile, non sono riusciti a intercettare i razzi.
È stato dichiarato un evento di massa, le scuole sono state chiuse e le restrizioni si sono estese rapidamente a tutto il sud del Paese, mentre la popolazione tornava a fare i conti con qualcosa che ormai non è più episodico, ma sempre più strutturale: la guerra che entra nelle città, nei quartieri, nelle vite quotidiane.
E infatti nelle ore successive gli attacchi sono continuati, raggiungendo anche l’area di Tel Aviv con missili – alcuni a grappolo – che hanno colpito almeno sei diversi punti, causando nuovi feriti e confermando che il fronte si sta ampliando, sia geograficamente sia nella sua intensità.
In questo scenario già estremamente instabile si inserisce la dichiarazione del presidente americano Donald Trump, che ha dato all’Iran 48 ore di tempo per riaprire completamente lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più strategici al mondo, da cui transita una quota significativa del petrolio globale.
La minaccia è stata esplicita: in caso contrario, gli Stati Uniti colpiranno le centrali energetiche iraniane, “a partire dalla più grande”, trasformando di fatto una crisi regionale in un possibile conflitto su scala globale.
La risposta iraniana non si è fatta attendere e ha seguito lo stesso registro: se Washington dovesse attaccare, Teheran è pronta a chiudere completamente lo Stretto e a colpire le aziende legate agli interessi americani, mentre il rappresentante iraniano all’agenzia marittima dell’ONU ha precisato che, almeno per ora, il passaggio resta aperto, ma non per le navi riconducibili ai cosiddetti “nemici”.
Una coalizione internazionale guidata dalla NATO si sta preparando a intervenire per riaprire lo Stretto di Hormuz, dopo il blocco imposto dall’Iran, con un gruppo di 22 Paesi che include, oltre ai membri dell’Alleanza, anche Giappone, Corea del Sud, Australia e diversi Stati del Golfo.
Il segretario generale Mark Rutte ha spiegato che sono in corso valutazioni operative su tempi, modalità e risorse, lasciando intendere che un’azione coordinata potrebbe essere imminente.
È in questo spazio, tra minaccia e deterrenza, che si gioca qualcosa che va ben oltre il Medio Oriente, perché qui non si parla soltanto di guerra, ma di energia, commercio globale ed equilibrio economico.
Israele contro il Libano
Nel frattempo, al nord di Israele, lungo il confine con il Libano, un uomo di circa 60 anni, Ofer Moskovitz, è stato ucciso da un missile anticarro che ha colpito il suo veicolo all’interno di un kibbutz situato a poche centinaia di metri dal confine.
L’esercito israeliano sta ancora indagando sulla dinamica, inclusa la possibilità di fuoco amico, ma quello che resta sono le parole che lo stesso Moskovitz aveva pronunciato pochi giorni prima, descrivendo la sua vita come una “roulette russa” e mettendo in discussione la narrativa secondo cui Hezbollah sarebbe stato sconfitto, raccontando di aver visto la loro bandiera subito dopo il crollo del cessate il fuoco.
Parole che oggi suonano meno come una testimonianza e più come un’anticipazione.
Sul fronte libanese, la situazione continua a deteriorarsi rapidamente, con il ministro della Difesa israeliano che ha dichiarato apertamente l’intenzione di demolire ulteriori abitazioni nei villaggi lungo il confine, seguendo lo stesso modello già applicato a Gaza, in aree come Rafah e Beit Hanoun, dove interi quartieri sono stati rasi al suolo.
A questa strategia si aggiunge il colpo al ponte di Qasmiyeh, un’infrastruttura fondamentale che collega il sud del Libano alla città di Tiro e al resto del Paese, un attacco che di fatto isola intere aree e che, secondo il presidente libanese, rientrerebbe in un piano più ampio volto a creare una zona cuscinetto.
Non è soltanto una questione militare, ma una trasformazione del territorio, dove distruggere significa anche separare, interrompere, rendere impossibile la vita quotidiana.
La distruzione sistematica di infrastrutture e strutture vitali nel sud del Libano potrebbe essere il preludio a un’invasione di terra: è l’allarme lanciato dal presidente libanese Joseph Aoun, che ha definito gli attacchi israeliani una pericolosa escalation e una violazione evidente della sovranità del Paese.
Secondo Aoun, colpire ponti e collegamenti lungo il fiume Litani non è solo un’operazione militare, ma una strategia precisa per isolare il sud del Libano, ostacolare gli aiuti umanitari e consolidare una possibile presenza militare sul territorio, configurando di fatto una forma di punizione collettiva in violazione del diritto internazionale.
Il presidente ha quindi chiesto un intervento immediato della comunità internazionale, in particolare delle Nazioni Unite e del Consiglio di Sicurezza, avvertendo che il silenzio rischia di legittimare ulteriori escalation.
Secondo il ministero della Salute libanese, almeno 120 strutture sanitarie e ambulanze sono state colpite e almeno 40 operatori medici sono stati uccisi, mentre medici e soccorritori raccontano al Guardian di attacchi sistematici che renderebbero intere aree di fatto inabitabili.
Israele respinge queste accuse, al solito, sostenendo che Hezbollah utilizzi ambulanze e strutture mediche per scopi militari e ribadendo che le operazioni sono condotte nel rispetto del diritto internazionale.
Due narrazioni opposte che si scontrano, mentre sul terreno resta una sola certezza: quando vengono colpiti gli ospedali, non resta solo la guerra, ma resta l’assenza di cura.
E mentre le dichiarazioni si fanno sempre più dure, i ponti crollano, le case vengono demolite e i confini si trasformano in linee sempre più fragili, la guerra smette di essere qualcosa che si può contenere o delimitare.
Diventa un movimento continuo, che attraversa territori, economie e vite.
E da Beirut, dove il suono dei droni arriva prima ancora della consapevolezza di essere un bersaglio, la domanda resta sospesa, senza risposta:
quanto ancora può espandersi questa guerra, prima che smetta di essere raccontata come inevitabile?
Palestina e Israele
GAZA: Nel centro della Striscia di Gaza, nel campo profughi di Nuseirat, un attacco aereo israeliano ha colpito un veicolo della polizia uccidendo tre persone e ferendone almeno dieci, secondo fonti mediche locali, mentre poche ore prima un altro raid nel nord, nel quartiere di Sheikh Radwan, aveva già causato la morte di un uomo identificato come membro di un gruppo armato legato a Fatah.
L’esercito israeliano ha dichiarato di stare verificando entrambi gli episodi, ma sul terreno la percezione è chiara: dopo una breve fase di relativa riduzione degli attacchi seguita all’escalation tra Stati Uniti, Israele e Iran a fine febbraio, i bombardamenti stanno tornando a intensificarsi.
Sempre a Gaza emerge un’altra accusa gravissima: secondo quanto riportato da media palestinesi e da un giornalista locale, un bambino di circa un anno sarebbe stato torturato da soldati israeliani per costringere il padre a confessare durante un interrogatorio nel centro della Striscia.
Le informazioni parlano di ferite compatibili con ustioni e lesioni, documentate da un referto medico, mentre il piccolo sarebbe stato trattenuto per ore prima di essere restituito alla famiglia attraverso la Croce Rossa; il padre resta invece in detenzione.
Non esistono al momento conferme indipendenti su quanto accaduto, mentre l’esercito israeliano non ha commentato il caso.
E ancora, secondo il ministero della Salute di Gaza, centinaia di palestinesi sono stati uccisi dall’inizio di questa nuova fase del conflitto, e almeno 680 persone sono morte nonostante il cessate il fuoco entrato in vigore lo scorso ottobre, violato – denunciano le autorità locali – quasi quotidianamente.
Una tregua che esiste sulla carta, ma che nella realtà continua a sgretolarsi sotto i colpi delle bombe.
CISGIORDANIA: In Cisgiordania occupata, una nuova ondata di violenza dei coloni israeliani ha colpito diversi villaggi palestinesi, con case, auto e campi agricoli dati alle fiamme in una spirale che si è intensificata nelle ultime ore.
Gli attacchi sono scoppiati dopo la morte di un giovane colono di 18 anni, Yehuda Sherman, investito mentre era su un quad: la polizia sta ancora indagando se si sia trattato di un gesto intenzionale o di un incidente, ma questo non ha fermato la reazione.
Secondo il quotidiano Haaretz, gruppi di coloni si sono organizzati su WhatsApp invocando una vera e propria “campagna di vendetta”, e nella sola notte si contano oltre venti attacchi contro villaggi palestinesi, tra cui Jalud e Qaryut.
15 i palestinesi arrestati ieri.
Le Nazioni Unite segnalano che la violenza dei coloni è aumentata significativamente dall’inizio dell’escalation regionale, con almeno sei palestinesi uccisi dal primo marzo, mentre l’esercito israeliano ha confermato l’invio di truppe nelle aree colpite, parlando apertamente di incendi dolosi e disordini causati da civili israeliani.
Un’escalation che, ancora una volta, si consuma lontano dai riflettori principali della guerra, ma che ne rappresenta una delle conseguenze più dirette e quotidiane.
ISRAELE: Donald Trump ha attaccato duramente il presidente israeliano Isaac Herzog, definendolo “un bugiardo, debole e patetico” per non aver concesso la grazia a Benyamin Netanyahu.
Siria
A Damasco, centinaia di persone sono scese in piazza in silenzio per protestare contro le nuove restrizioni sulla vendita di alcol, una decisione che va ben oltre il consumo in sé e che molti vedono come un segnale di un progressivo irrigidimento delle libertà personali sotto le nuove autorità islamiste.
Il provvedimento vieta la vendita nei ristoranti e nei bar della capitale, lasciando la possibilità di acquisto solo in tre quartieri cristiani, una scelta che secondo attivisti e cittadini rischia di accentuare divisioni settarie in una città che storicamente ha convissuto tra identità diverse.
Chi protesta parla apertamente di un “test”, un modo per capire fin dove ci si può spingere nel limitare i diritti individuali, mentre altri sottolineano come, in un Paese segnato da guerra, povertà e milioni di sfollati, le priorità dovrebbero essere ben altre.
Intanto il governo difende la misura come risposta alle richieste della comunità e alla tutela della morale pubblica, ma il timore, sempre più diffuso, è che non si tratti di un caso isolato, bensì dell’inizio di una trasformazione più profonda della società siriana.
Sudan
In Sudan, nello Stato del Darfur orientale, un attacco con drone ha colpito un ospedale uccidendo almeno 64 persone e ferendone decine, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha verificato l’attacco alla struttura di al-Dhaein.
Tra le vittime ci sono anche 13 bambini, un medico e due infermieri, in un conflitto che continua a colpire in modo diretto chi dovrebbe salvare vite.
Dall’inizio della guerra tra esercito e Rapid Support Forces nell’aprile 2023, oltre 2.000 persone sono state uccise in attacchi contro strutture sanitarie, mentre il Paese sprofonda in una crisi umanitaria sempre più grave, tra milioni di sfollati e condizioni di fame diffuse.
Una guerra che non distrugge solo città, ma anche la possibilità stessa di essere curati.
Spagna
Dalla Spagna arriva un segnale chiaro su quanto questa guerra stia già superando i confini della regione: il primo ministro Pedro Sánchez ha chiesto l’immediata riapertura dello Stretto di Hormuz, avvertendo che un’ulteriore escalation potrebbe innescare una crisi energetica globale di lungo periodo.
Secondo Sánchez, il mondo si trova a un punto di svolta, in cui il rischio non è più solo militare ma economico, perché bloccare o limitare il traffico in uno dei passaggi marittimi più strategici al mondo significa mettere sotto pressione l’intero sistema energetico internazionale.
Dallo stretto passa infatti circa un quinto del petrolio mondiale e una quota significativa del gas naturale liquefatto, e la sua chiusura parziale da parte dell’Iran, in risposta agli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele, sta già producendo effetti sui mercati e sul traffico aereo.
Il messaggio è semplice ma difficile da realizzare: fermare l’escalation, perché il prezzo di questa guerra rischia di non essere pagato solo da chi la combatte, ma da tutto il mondo.
Francia
Il candidato della sinistra unita Emmanuel Grégoire ha vinto l’elezione a sindaco di Parigi col 50,52% dei voti, nove punti sopra la sua rivale Rachida Dati: lo rende noto il Comune della capitale francese, pubblicando i risultati definitivi del secondo turno.
La candidata di centrodestra ha ricevuto il 41,52% delle preferenze, mentre Sophia Chikirou di La France Insoumise si è classificata terza con il 7,96% dei voti.
Slovenia
In Slovenia il primo ministro liberale uscente Robert Golob ha rivendicato la vittoria alle elezioni parlamentari, ma i risultati raccontano un Paese profondamente diviso, con uno scarto minimo rispetto ai conservatori guidati da Janez Janša.
Con oltre il 99% dei voti scrutinati, il partito liberale di Golob si attesta poco sopra il 28%, conquistando 29 seggi contro i 28 dei rivali, in un Parlamento da 90 membri che ora si prepara a negoziati complessi per la formazione del governo.
Una campagna elettorale segnata anche da accuse di interferenze straniere e tensioni politiche crescenti, che riflettono una polarizzazione sempre più evidente anche in Europa.
Golob parla di una vittoria della democrazia e promette di difendere la sovranità del Paese, ma il vero banco di prova sarà la stabilità della prossima coalizione, in un contesto in cui ogni equilibrio appare fragile.
Repubblica Ceca
A Praga, decine di migliaia di persone sono scese in piazza in quella che è stata la più grande manifestazione antigovernativa dal 2019, con circa 200 mila partecipanti riuniti nel parco di Letná, lo stesso luogo simbolo delle proteste che portarono alla fine del comunismo nel 1989.
Nel mirino c’è il nuovo governo guidato dal populista Andrej Babiš, tornato al potere a dicembre alla guida di una coalizione nazionalista che include l’estrema destra e forze euroscettiche, accusata dai manifestanti di spingere il Paese verso una deriva autoritaria.
Gli organizzatori denunciano un progressivo indebolimento delle istituzioni democratiche, dalle posizioni ambigue sulla Russia alla volontà di esercitare maggiore controllo sui media pubblici, mentre tra i temi più contestati ci sono anche i procedimenti giudiziari che coinvolgono lo stesso Babiš e altri esponenti politici, rimasti protetti dall’immunità parlamentare.
In piazza si è parlato apertamente di difesa della democrazia e del rischio che la Repubblica Ceca segua la traiettoria di Paesi come Ungheria e Slovacchia, mentre il movimento promette nuove mobilitazioni.
Un segnale forte, che racconta una frattura sempre più evidente tra governo e società civile nel cuore dell’Europa.
Ucraina e Russia
Si è concluso in Florida il secondo giorno di colloqui tra delegazioni ucraine e statunitensi per cercare una via d’uscita alla guerra con la Russia, ma senza la presenza di Mosca, inizialmente prevista e poi esclusa dal formato dei negoziati.
Il presidente Volodymyr Zelensky ha sottolineato come l’attenzione degli Stati Uniti sia oggi fortemente concentrata sul Medio Oriente, ma ha ribadito che la guerra in Ucraina non può essere messa in secondo piano, mentre emergono segnali di possibili nuovi scambi di prigionieri, uno dei pochi canali in cui la diplomazia continua a funzionare.
Sul tavolo resta anche la pressione americana per arrivare a un accordo, che includerebbe elezioni in Ucraina e possibili concessioni territoriali, ipotesi che divide il Paese e riapre il dibattito interno tra chi vede nel voto un passo necessario e chi, invece, sostiene che la pace non possa essere separata dall’esito della guerra.
Un negoziato che prova ad avanzare, ma che resta fragile, incompleto e ancora lontano da una soluzione condivisa.
Stati Uniti
Negli Stati Uniti, l’amministrazione Trump ha annunciato che agenti dell’immigrazione, dell’ICE, saranno inviati negli aeroporti per far fronte alle lunghissime code ai controlli di sicurezza, causate dal blocco dei finanziamenti al Dipartimento per la Sicurezza Interna, fermo da metà febbraio.
La misura, secondo la Casa Bianca, servirà a liberare gli agenti della TSA per i controlli sui passeggeri, ma non li sostituirà direttamente, anche se sindacati e opposizione parlano di una scelta rischiosa, denunciando l’impiego di personale armato e non addestrato in contesti così sensibili.
Nel frattempo, centinaia di addetti alla sicurezza stanno lavorando senza stipendio da settimane, molti si sono dimessi e le file negli aeroporti continuano ad allungarsi, trasformando uno stallo politico in un problema concreto per milioni di viaggiatori.
Una crisi che racconta molto più di un disservizio: racconta cosa succede quando la politica si blocca, e il sistema comincia a cedere.
Cuba
A Cuba la corrente sta tornando lentamente dopo il collasso totale della rete elettrica nazionale avvenuto sabato, il terzo blackout in meno di un mese, che ha lasciato milioni di persone senza luce e servizi essenziali.
Nella capitale L’Avana solo una parte della popolazione è stata riallacciata alla rete, mentre nel resto del Paese si ricorre a sistemi locali per alimentare ospedali e strutture vitali, in un contesto che le autorità definiscono senza precedenti.
La crisi è il risultato di una rete energetica ormai deteriorata, ma anche della carenza di carburante: il governo denuncia l’impatto delle sanzioni statunitensi, mentre il blocco delle forniture dal Venezuela ha ulteriormente aggravato la situazione.
Intanto crescono le proteste per le condizioni di vita sempre più difficili, tra interruzioni quotidiane, mancanza d’acqua e danni agli elettrodomestici, mentre il Paese si trova stretto tra crisi interna e pressioni politiche esterne.
Una quotidianità sospesa, in cui sopravvivere diventa un’abitudine.
Bolivia
In Bolivia oltre 7 milioni e mezzo di persone sono chiamate alle urne per eleggere governatori e sindaci, in un passaggio elettorale che arriva in un momento delicatissimo, segnato dalla fine di un lungo ciclo politico e da una crisi economica tra le più gravi degli ultimi quarant’anni.
Dopo due decenni di dominio della sinistra del Movimento al Socialismo, il panorama appare oggi frammentato, con una moltiplicazione di candidati che ha reso il voto più complesso e meno leggibile per molti elettori, mentre si consolida la figura del presidente di centrodestra Rodrigo Paz, che punta a ridefinire gli equilibri del Paese.
Gli analisti parlano apertamente di una fase di transizione, in cui non esistono più egemonie politiche e il sistema si sta riorganizzando, mentre sullo sfondo resta una crisi economica profonda che rischia di pesare più delle urne stesse, rendendo queste elezioni non solo un test politico, ma un passaggio decisivo per il futuro della Bolivia.
Malesia
In Malesia le autorità hanno lanciato un’allerta per temperature eccezionalmente elevate che persistono da giorni in diverse aree del Paese, con picchi che raggiungono tra i 35 e i 40 gradi per più giorni consecutivi.
Il servizio meteorologico ha attivato diversi livelli di allarme, con alcune zone già classificate come ondata di calore vera e propria, mentre in molte altre è stato dichiarato lo stato di attenzione per il caldo prolungato.
Le autorità invitano la popolazione a limitare le attività all’aperto nelle ore più calde e a mantenersi idratata, mentre cresce la preoccupazione per gli effetti sulla salute e per il rischio di incendi.
Un segnale, ancora una volta, di come gli eventi climatici estremi stiano diventando sempre più frequenti e difficili da gestire.
Vietnam
In Vietnam il Partito Comunista ha consolidato il proprio controllo quasi totale sul Parlamento, conquistando circa il 97% dei seggi nell’Assemblea nazionale, in elezioni dove la quasi totalità dei candidati era espressione diretta del partito al potere.
Un risultato in linea con il passato, accompagnato da un’affluenza ufficiale superiore al 99%, in un sistema in cui il Parlamento ha margini molto limitati di autonomia e ratifica di fatto le decisioni già prese dalla leadership.
Nelle prossime settimane l’Assemblea sarà chiamata a confermare i nuovi vertici dello Stato, con To Lam destinato a diventare anche presidente, rafforzando un modello politico sempre più simile a quello cinese, dove il potere si concentra nelle stesse mani.
Un equilibrio interno stabile, almeno in apparenza, ma che si muove in un contesto globale sempre più instabile, tra crisi energetiche e tensioni internazionali che arrivano fino al Sud-est asiatico.
Corea del Nord
In Corea del Nord, Kim Jong Un è stato riconfermato alla guida dello Stato durante la prima sessione dell,’a nuova Assemblea Popolare Suprema, un passaggio formale che rafforza ulteriormente un potere già saldamente nelle sue mani.
L’assemblea, che di fatto ratifica le decisioni del partito, discuterà modifiche alla Costituzione e la linea politica dei prossimi anni, inclusi gli obiettivi economici del piano quinquennale.
Ma l’attenzione è soprattutto su un possibile cambiamento simbolico e politico: la formalizzazione della dottrina dei “due Stati ostili” con la Corea del Sud, che segnerebbe un definitivo abbandono dell’idea di riunificazione pacifica.
Un passaggio che conferma una traiettoria sempre più rigida, in una regione già attraversata da tensioni crescenti.
Cina
La Cina prova a rassicurare il mondo e gli investitori internazionali in un momento di forti tensioni commerciali, con il premier Li Qiang che ha promesso una maggiore apertura dell’economia e pari trattamento per le imprese straniere, nel tentativo di rilanciare la fiducia e attrarre nuovi capitali.
Parlando al China Development Forum di Pechino, Li ha sottolineato la volontà di creare un ambiente favorevole agli investimenti, mentre il governo cerca di contrastare il calo degli investimenti esteri e le crescenti preoccupazioni internazionali legate al surplus commerciale record e alle pratiche industriali cinesi.
Sul tavolo ci sono anche i rapporti con gli Stati Uniti, ancora fragili nonostante una tregua temporanea, mentre Pechino insiste sul fatto di non voler utilizzare la svalutazione della moneta come leva competitiva.
Un messaggio che punta alla stabilità, ma che arriva in un contesto globale sempre più diffidente, dove economia e geopolitica restano strettamente intrecciate
E mentre il mondo si muove tra guerre che si allargano, economie che tremano e diritti che si restringono, noi continuiamo a raccontarlo da qui, da Beirut, dove le notizie non sono solo titoli, ma rumori che arrivano dal cielo, vite che si spostano, persone che resistono.
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