31 luglio 2026 – Notiziario Africa
Scritto da Elena Pasquini in data Luglio 31, 2026
- Mar Rosso, la coalizione saudita che scuote il Corno d’Africa
- Mali, soldati uccisi e accuse di crimini di guerra
- Il super El Niño minaccia il futuro climatico del continente
- In Uganda la memoria degli anzian sulle terre ancestrali
La tecnologia può sembrare in grado di superare le distanze… ma la terra su cui viviamo rimane enormemente importante e le scelte dei leader saranno sempre, in una certa misura, plasmate dai fiumi, dalle montagne, dai deserti e dai mari
Così scrive il giornalista britannico Tim Marshall nel suo best seller, Prisoners of Geography.
La geografia ancora, sempre, al centro degli equilibri in questo nostro pianeta, dove ancora il controllo di uno stretto, di un tratto mare, di una pista di terra, cambiano le sorti dei popoli. Oggi, iniziamo con una notizia che arriva da uno sei punti più strategici del Pianeta, lo stretto di Bab el-Mandeb, che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden, dunque all’Oceano Indiano. L’Arabia Saudita vuole creare una coalizione per proteggerlo e questa militarizzazione potrebbe avere importanti conseguenze per la regione del Corno d’Africa. Poi, andremo in Mali, dove lungo le vie che collegano la regione del fiume Niger al Nord, un’imboscata ai soldati maliani è diventata teatro ancora una volta di possibili crimini di guerra. Torneremo quindi a parlare di clima, con l’allarme lanciato dalla Banca di sviluppo africana per le conseguenze del super Niño che potrebbe determinare sfollamenti di massa. Torneremo sempre alla geografia, quella che cercano di annotare in registri fondiari i giovani del nord dell’Uganda per tenere sotto controllo i conflitti legati alla guerra. Quindi, una mostra che rilegge la tradizione delle maschere africane e la musica, che arriva dal Sudafrica.
Oggi, 31 luglio 2026
Mar Rosso
La notizia che l’Arabia Saudita sta cercando di mettere insieme una coalizione internazionale per proteggere il traffico del Mar Rosso arriva da un lancio di Reuters. L’agenzia cita due fonti, che sostengono che Riyad stia discutendo con decine di Paesi, potrebbero essere circa 50, spinta dalla minaccia che gli Houthi yemeniti pongono alle sue navi. Nessun dettaglio, però, e nessuna risposta da parte del Centro saudita per la comunicazione internazionale a cui Reuters ha chiesto un commento.
Questo è il poco che si sa, ma il poco è già molto e coinvolge direttamente l’Africa e gli equilibri precari della Regione del Corno. Il Mar Rosso è un altro fronte della guerra che si combatte in Medio Oriente e che si sta ulteriormente allargando.
Le conseguenze di una militarizzazione dello stretto di Bab el-Mandeb, solo 29 km di larghezza dove Yemen e Gibuti si guardano, peseranno sui Paesi che si affacciano su quel mare e su quelli che cercano di affacciarvisi, come l’Etiopia. Oltre ad incidere sui prezzi dell’energia.
Nel momento in cui scriviamo, la composizione dell’alleanza non è ancora stata resa nota, ma potrebbe esserlo a breve. Tra gli invitati a partecipare, secondo quanto riporta Al Jazeera, gli Stati Uniti, il Pakistan, l’Egitto, la Turchia, Gibuti, la Somalia, il Sudan, nonché una serie di Paesi europei, tra cui Germania, Francia e Italia.
Egitto, Gibuti e Sudan avrebbero già accettato di aderire, secondo fonti statunitensi, come riporta Al-Monitor.
Il Mar Rosso è una via commerciale cruciale, vi passa il 30 percento del traffico globale e vi sono state dirottate parte delle navi che trasportano greggio dai Paesi del Golfo. Nel 2024, ricorda Al Jazeera, 4,1 miliardi di barili di petrolio greggio e prodotti petroliferi raffinati sono transitati attraverso lo stretto. Gli Houthi vorrebbero imporre un pedaggio.
La formazione di una coalizione renderebbe il Corno d’Africa ancora più strategico e sono diversi gli aspetti che dovranno essere tenuti sotto osservazione. Un aumento della presenza militare renderebbe ancora più rilevante il ruolo giocato da Gibuti, che è già un importante hub militare, ma potrebbe coinvolgere nell’escalation anche i Paesi rivieraschi, ed esporli tutti, ancora di più, alle tensioni internazionali, aumentando il rischio di attacchi a infrastrutture portuali e navi commerciali. Un deterioramento ulteriore della sicurezza marittima potrebbe avere un impatto economico pesante, anche solo per l’incremento dei costi assicurativi. L’Etiopia, per esempio, dipende quasi interamente dal porto di Gibuti. La coalizione saudita potrebbe, inoltre, spingere a nuovi equilibri, ridefinizione di alleanze, riallineamenti tra i Paesi africani, ma anche esacerbare tensioni.
Mali
I soldati, almeno 19, camminano con le mani dietro la testa. Cinque uomini armati sparano a un gruppo di uomini a terra. Altri sono senza vita. Prigionieri picchiati e maltrattati. Tutto filmato e poi messo in rete. La cronaca di un’imboscata, avvenuta il 18 luglio, all’esercito del Mali e ai combattenti russi degli Africa Corps è in 17 video, diffusi su X e su Telegram. Amnesty International ha analizzato 12 filmati e chiede che venga aperta un’inchiesta per crimini di guerra.
L’attacco è stato rivendicato dal Fronte di Liberazione dell’Azawad, i ribelli tuareg, e condotto insieme al JNIM, noto anche come Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, alleati con l’FLA dal 2025. La bandiera bianca del JNIM era chiaramente visibile sui veicoli degli attentatori. “Significative perdite di vite umane e considerevoli danni materiali”. “Vittime umane e gravi danni materiali tra le fila nemiche”, ha detto il JNIM .
L’imboscata a un convoglio militare che viaggiava da Anéfis a Bourem è avvenuta nel villaggio di Tabricha, un minuscolo centro nella regione di Gao, nell’Est del Paese, che sorge però lungo una pista che collega la regione di Gao a Kidal. È una posizione strategica, in un corridoio cruciale del Sahara occidentale. Il territorio di Gao, vicino ai confini di Burkina Faso e Niger, è sempre stato un importante snodo commerciale, lungo il fiume Niger. Le piste che lo attraversano conducono a Nord, verso l’Algeria. Per il controllo di quest’area si scontrano da tempo l’esercito maliano, gruppi separatisti tuareg e organizzazioni jihadiste.
Sono più di dieci anni che il Mali è teatro di un sanguinoso conflitto armato, sui cui crimini sta indagando dal 2013 la Corte penale internazionale, indagini che proseguiranno nonostante Mali, Niger e Burkina Faso – tutti e tre guidati da giunte militari salite al potere con dei colpi di Stato –, si siano ritirati dallo Statuto di Roma.
«Dai filmati visionati da Amnesty International, è evidente che i soldati erano fuori combattimento prima di essere sottoposti a maltrattamenti e uccisi con un’esecuzione sommaria. Qualsiasi persona fuori combattimento, compresi i soldati fatti prigionieri o che si sono arresi, deve essere protetta dal diritto internazionale umanitario. Le prove dei crimini di guerra sono inconfutabili», ha dichiarato Ousmane Diallo, ricercatore senior sul Sahel presso l’ufficio regionale di Amnesty International per l’Africa occidentale e centrale.
Non importa che i prigionieri siano soldati, a qualsiasi persona fuori combattimento deve essere garantita protezione assoluta e incondizionata, ricorda l’organizzazione per i diritti umani.
“È necessaria un’indagine approfondita e indipendente sulle circostanze di questo incidente, comprese le azioni riprese nell’orribile filmato diffuso online, che sembra mostrare membri dell’FLA/JNIM sparare contro i soldati dopo la loro resa, con le mani dietro la testa.
Uccidere, torturare o maltrattare individui fuori combattimento è un crimine di guerra. I gruppi armati devono porre fine a tali violazioni e impedirne il ripetersi”, ha detto Thameen Al-Kheetan, portavoce delle Nazioni Unite per i diritti umani.
Clima
Ciò che attende l’Africa potrebbe essere una catastrofe, se il riscaldamento dell’Oceano Pacifico dovesse continuare a crescere secondo la progressione attuale. È l’effetto del “super” El Niño che potrebbe costare inondazioni, siccità, tempeste e “innescare migrazioni di massa dalle aree più duramente colpite”, secondo quanto ha dichiarato all’agenzia di stampa Reuters Anthony Nyong, massimo esperto di clima della Banca di sviluppo africana. E il danno per il continente potrebbe aggirarsi intorno ai 10–20 miliardi di dollari.
L’Africa potrebbe dover fronteggiare una crisi idrica, in contesti già fragilissimi, e alimentare, ma a rischio ci sono anche il settore bancario e le finanze pubbliche, nel caso in cui gli eventi estremi danneggiassero le infrastrutture.
“Questo evento da solo ridurrà il PIL dei Paesi maggiormente colpiti in media dell’1-2%”, ha aggiunto. Riducendo le aspettative di crescita che la Banca aveva stimato nel 4,2% per il 2026 e 4,4% per il 2027. Un impatto drammatico per il settore agricolo, che già conta perdite per 330 milioni di dollari, e per la pesca. La Banca di sviluppo africana ritiene che i Paesi più vulnerabili siano Sudan, Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Mali, Burundi e Nigeria.
“Quando arriverà El Niño, ci sarà una migrazione di massa”, ha detto Nyong, come riporta Reuters.
Per rispondere e adattarsi ai cambiamenti climatici, i Paesi in via di sviluppo avranno bisogno di circa 365 miliardi di dollari all’anno, secondo le Nazioni Unite. Le risorse fino ad ora investite, invece, sono molto più basse, dalle 12 alle 14 volte inferiori. Nel 2023, hanno raggiunto solo i 23 miliardi, in calo rispetto ai 28 dell’anno precedente.
Intanto le ondate di calore stanno colpendo con violenza il Nordafrica. In Tunisia, dove le temperature hanno raggiunto i 49 gradi, si stanno vivendo interruzioni quotidiane di elettricità e acqua. L’Associazione dei Giovani Medici ha registrato quasi 150 decessi correlati all’ondata di calore, riporta Radio France Internationale, che racconta di come la compagnia statale tunisina di energia elettrica e gas, la STEG, stia diramando ogni giorno avvisi sulle temperature nel Paese, indicando dove verrà interrotta l’energia per limitare l’impatto sulla rete nazionale, ormai al limite per l’uso dei condizionatori.
In Marocco come in Algeria, da giorni si segnalano continui incendi. In Algeria ne sono scoppiati circa 56 e la protezione civile è riuscita a spegnerne 34, riporta ancora Reuters. Almeno sei le vittime. Oltre 100 persone sono state ricoverate a Seraidi, dove il fuoco ha divorato circa 150 abitazioni.
Uganda
Nel Nord dell’Uganda, al confine con il Sud Sudan, è nella memoria degli anziani del popolo Acholi che i giovani cercano ciò che la guerra ha spazzato via.
Un tempo tutti sapevano a chi apparteneva la terra nell’Acholiland, la memoria era l’archivio fondiario, la proprietà era definita dal paesaggio, c’erano alberi e luoghi naturali a fare da punti di riferimento, non servivano i documenti ufficiali. Ora, invece, dopo l’insurrezione dell’Esercito di Resistenza del Signore che dalla fine degli anni ’80 ha causato lo sfollamento di milioni di persone, decine di migliaia di morti e di persone rapite, definire i confini degli appezzamenti è fonte di continue controversie sulle terre ancestrali. Le famiglie sono state lontane dalle loro terre per tanto tempo, diversi punti di riferimento sono comparsi, in molti tra coloro che ricordavano sono morti. Per preservare quegli antichi confini su una terra che non è solo un bene materiale ma è identità, e per gestire le controversie che sono sempre più numerose, i giovani attingono alla storia vivente del loro popolo, gli anziani ancora in vita.
“I nostri confini sono stati tracciati con le piante, non scritti. Abbiamo usato alberi come il karité e il beyo per delimitare la nostra terra. Questi alberi erano testimoni e i nostri titoli di proprietà naturali, che resistevano per generazioni e ricordavano ai nostri figli dove iniziava e finiva la loro terra”, ha affermato Thomas Nyeko, un anziano della sottocontea di Atiak, racconta Peace Insight.
Per diverso tempo, spiega Peace Insight, organizzazioni internazionali hanno aiutato la popolazione nelle controversie legali legate alla terra, ora, però, quell’aiuto è diventato sempre più raro, il supporto legale si è ridotto o è cessato totalmente.
Per questa ragione, i giovani Acholi stanno raccogliendo le memorie degli anziani, cercando di ricostruire i confini delle loro terre, prima che le tensioni esplodano.
“I nostri antenati ci hanno insegnato che la terra appartiene ai morti, i vivi la custodiscono per tramandarla alle generazioni future. Ecco perché i giovani non possono rimanere spettatori passivi”, ha detto a Peace Insight Philip Odiambo, un giovane ricercatore coinvolto in un progetto sostenuto da Trocaire Uganda. “Gli anziani indicano dove un tempo si incurvavano i sentieri, dove sono sepolti gli antenati, dove si trovano grandi rocce e dove decenni fa furono piantati gli alberi di confine. I giovani volontari poi documentano le testimonianze, disegnano mappe dei confini e identificano la posizione dei punti di riferimento tradizionali”, prosegue la testata dedicata alla risoluzione dei conflitti. È così che nella terra degli Acholi si stanno creando dei veri e propri “registri fondiari culturali”. Un’esperienza, quella dell’Uganda, che mostra il ruolo cruciale delle comunità nella costruzione della pace, attraverso la memoria e il dialogo.
Maschere africane
La maschera in Africa è un ponte, un mezzo di comunicazione, è relazione con il mondo spirituale, strumento rituale e simbolico, educativo, è identità e comunità, ed è un’arte viva, non il retaggio di un antico passato. Gli artisti che hanno realizzato e realizzano le maschere africane restano però, troppo spesso, nell’ombra, relegati nello spazio di un anonimo folklore, vittime di un’immagine stereotipata della cultura del continente. Le loro opere sono sapiente mescolanza di passato e presente, come di materiali e tecniche, dove si incontrano legni, tessuti, pittura, ricami, pelle, perline, persino crine di cavallo.
Un museo in Florida, negli Stati Uniti, prova a cambiare la narrazione con una mostra, New African Masquerades, che racconta gli artisti viventi che stanno scrivendo la storia contemporanea di una tradizione antichissima, che è anche arte performativa, danza. L’attenzione si sposta dalle maschere di cui non si conosce l’autore, come è stato a lungo, ai protagonisti della scena artistica attuale.
Al Museum of Fine Arts di St. Petersburg, dal 15 agosto 2026 al 3 gennaio 2027, la mostra è organizzata dal New Orleans Museum of Art, in collaborazione con il Musée des Civilisations noires di Dakar, in Senegal, seconda tappa di un viaggio iniziato lo scorso anno a New Orleans, espone le opere di quattro artisti di maschere tradizionali: il capo Ekpenyong Bassey Nsa (Nigeria), David Sanou (Burkina Faso), Sheku “Goldenfinger” Fofanah (Sierra Leone) e Hervé Youmbi (Camerun). Ne racconta la storia, esplora, spiegano gli organizzatori, “le motivazioni, le scelte artistiche, il mecenatismo e le reti economiche con cui interagiscono, e come adattano i rispettivi generi in risposta alle circostanze attuali e alle tendenze in evoluzione, a livello locale e globale”.
“New African Masquerades“, scrive Art Africa Magazine, “invita il pubblico a riconsiderare le convinzioni consolidate su autorialità, tradizione e arte africana contemporanea” e “promuove anche un modello etico per l’esposizione di artisti africani viventi attraverso una stretta collaborazione e una condivisione della paternità delle opere”.
La mostra ha una particolare rilevanza anche perché cerca di ridefinire l’approccio con cui si racconta l’Africa e si costruiscono relazioni con gli artisti viventi che provengono da territori precedentemente colonizzati. Si scontra, inevitabilmente, con la sfida di decolonizzare il lavoro di curatela.
La mostra arriverà in Africa, questo autunno, a Freetown, Sierra Leone, e poi nel 2027 in Nigeria, a Calabar.
Invito all’ascolto. Abenam, Umgaranto II di K.Keed e Orish.
Abenam è una delle 11 tracce di Umgaranto II, secondo capitolo del progetto di K.Keed e Orish uscito il 24 luglio, un lavoro che attinge alle esperienze di vita reale degli artisti sudafricani, alla vita nelle kasi, le township, periferie ghetto della popolazione nera durante il segregazionismo, che oggi continuano a portare i segni di quella storia di discriminazione. Luoghi ancora di miseria, lotta, ma anche di comunità, amicizia, creatività. Come Gugulethu, a 20 km da Città del Capo, da dove provengono K.Keed e Orish.
“Le esperienze di vita reale hanno reso la musica un processo naturale”, hanno detto i due artisti a SA Hip Hop Mag. “Dovevamo solo attingere alla modalità narrativa e renderla il più divertente possibile senza perdere l’autenticità. Le nostre esperienze sono state la forza trainante della musica.”
Sonorità innovative, l’inclusione di artisti emergenti Xhosa – cultura e lingua ricchissime, secondo gruppo etnico del Sudafrica – e riferimenti alle leggende della cultura sudafricana fanno di quest’album un omaggio ad un Paese complesso e capace di una inestinguibile vitalità creativa.
Abenam è stato il primo singolo pubblicato, che racconta una storia vissuta dagli artisti nel ghetto, inseguiti da un uomo armato. “Trasmette il messaggio di cosa significhi essere giovani e affrontare le difficoltà della vita nel ghetto, e di come queste situazioni plasmino le nostre esperienze”, hanno detto alla rivista sudafricana.
Con l’hip-hop e il rap sudafricano termina oggi il nostro notiziario. Vi ringraziamo per essere stati con noi e vi aspettiamo lunedì con le notizie dal mondo.
Foto di copertina: WorldWind software, Public domain, via Wikimedia Commons
Musica: King David/Ponds5
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