9 gennaio 2026 – Notiziario Africa

Scritto da in data Gennaio 9, 2026

  • Dal Congo al Burundi, la guerra rischia di allargarsi mentre migliaia di profughi superano i confini.
  • In Sud Sudan, la sicurezza come pretesto per arresti, violenze e coscrizioni forzate
  • Il Benin verso il voto ad un mese dal tentato golpe
  • In Sudafrica, la Cina guida la prima esercitazione militare congiunta dei Brics.

Questo e molto altro nel Notiziario Africa di Radio Bullets a cura di Elena L. Pasquini

L’instabilità in un luogo è instabilità ovunque. Questo ci ricorda che porre fine alla guerra e ai conflitti non è solo responsabilità di coloro che sono direttamente coinvolti nel conflitto, ma è un obbligo condiviso da ogni cittadino del mondo e da ogni nazione.

Ha detto così qualche anno fa, il presidente dello Zambia, Hakainde Hichilema. La violenza armata si diffonde con impressionate facilità e in poco tempo cancella progressi, futuro. Non conosce ostacoli, non consce frontiere.

È dai confini che non tengono lontana la guerra che iniziamo oggi, dal Burundi, piccolo Paese nella regione dei Grandi Laghi dove rischia di esondare la guerra della vicina Repubblica democratica del Congo e che accoglie già centinaia di migliaia di profughi.

Poi, andremo in Sud Sudan dove è in corso una brutale repressione in nome della sicurezza, quindi in Benin, alla vigilia delle elezioni e a poca distanza da un fallito colpo di Stato, e in Sudafrica dove si sta svolgendo la prima esercitazione navale dei Brics. Infine, daremo il nostro addio a Craig, vecchio e saggio elefante.

Oggi, 9 gennaio 2026.

 

Burundi

 

I confini tra la Repubblica democratica del Congo e il Burundi sono disegni su una carta geografica che la guerra non riconosce. Li calpesta chi fugge, 90 mila persone solo nell’ultimo mese. Rischia di travolgerli la violenza armata che dal vicino Congo è pronta a travolgerlo.

Nel campo di Busuma, tende minuscole a perdita d’occhio, piccole, affollate, sporche, senza acqua, non c’è cibo a sufficienza, per i congolesi che sono dovuti scappare dalla guerra nell’Est del Paese, dove continua a combattere l’M23, il gruppo armato sostenuto dal Ruanda, nonostante un accordo di pace tra Kinshasa e Kigali. “[Gli sfollati] stanno già affrontando serie pressioni interne. Il Burundi sta ospitando circa 200 mila rifugiati”, racconta al Jazeera.

“Non so quando toneremo a casa. Prego per la pace. Voglio che [la mia bambina] vada a scuola”, dice una donna, una delle tante, che ripetono sempre la stessa cosa ai microfoni dell’emittente qatariota: vogliamo pace. E invece sono lì, in quei campi, dove la vita è un inferno e dove si muore, di malattia, di colera, di altre, troppe, forme di violenza, e di fame.

La situazione è davvero scioccante. Abbiamo registrato più di 105 morti in vari campi profughi in Burundi, causati da alloggi inadeguati, mancanza di assistenza sanitaria e assenza di assistenza umanitaria strutturata. Alcuni sono stati persino aggrediti da individui armati di frecce e armi bianche “, ha detto Ahadi Bya Masu, presidente del comitato esecutivo dell’Organizzazione dei cittadini per la pace e la coesistenza comunitaria, come riporta Radio Okapi.

Un’emergenza che rischia di farsi ancora più seria se la guerra nella RDC dovesse estendersi oltre confine. All’inizio di dicembre, i ribelli dell’M23 hanno conquistato la città di Uvira, nel Sud Kivu, in Congo, che è a soli 25 km da Bujumbura, la città più grande Paese, il suo centro economico, con circa un milione di abitanti. L’esercito del Burundi, impegnato in Congo a fianco di Kinshasa, ha tentato l’evacuazione, mentre l’M23 ha dichiarato di aver catturato centinaia di soldati burundesi durante l’avanzata.

“La caduta di Uvira ha inferto un duro colpo alle forze armate congolesi e burundesi e potrebbe incoraggiare le truppe dell’M23 e del Ruanda dispiegate nella RDC orientale, così come i gruppi ribelli burundesi nel Sud Kivu – in particolare RED-Tabara – a organizzare attacchi oltre confine in Burundi. Il governo ha continuato ad accusare il Ruanda del deterioramento della situazione della sicurezza”, scrive l’International Crisis Group. Anche se tre settimane fa l’M23 si è ritirato da Uvira, la situazione continua ad essere tesa e i combattimenti non cessano. Vani, ancora una volta, tutti i tentativi di raggiungere un cessate il fuoco.

 

Sud Sudan

 

Arresti arbitrari di ragazzi, donne, giovani uomini. Maltrattamenti, torture, stupri, coscrizione forzata. Il pretesto, è la lotta al crimine. Gli autori della violenza, le forze di sicurezza del Sud Sudan, secondo Human Rights Watch. “Invocando la necessità di reprimere le gang nella capitale, le forze di sicurezza hanno arbitrariamente detenuto, estorto e arruolato forzatamente decine di ragazzi e giovani uomini e violentato giovani donne”, ha affermato  Nyagoah Tut Pur , ricercatrice per il Sud Sudan dell’organizzazione per i diritti umani.

Tra l’agosto e il novembre dello scorso anno, HRW ha ascoltato 37 persone, tra cui alcune vittime, bambini, e familiari di chi è stato colpito dai rastrellamenti nella capitale Juba.

L’ondata di repressione sarebbe stata scatenata da un video che mostrava lo  stupro di gruppo di una sedicenne da parte di membri di una gang. Doveva essere un’operazione di sette giorni, a luglio le autorità avevano dichiarato di aver arrestato seicento persone, ma in realtà alla fine dell’anno non era ancora terminata, in questo Paese dove la miseria, la disoccupazione, e un conflitto armato che rischia di diventare guerra aperta, hanno fatto aumentare il numero delle gang e gli episodi di violenza giovanile.

“Le persone intervistate hanno affermato che le forze di sicurezza, sia in uniforme che in abiti civili e armate di pistole o bastoni, hanno preso di mira ragazzi e giovani uomini che si radunavano o camminavano in gruppo e svolgevano le loro attività quotidiane …  Le donne arrestate a fine giugno, quando le forze di sicurezza hanno fatto irruzione in un hotel in cui c’era un folto gruppo di giovani, hanno raccontato che loro e altre donne sono state violentate nella stazione di polizia di Buluk da diversi agenti … I detenuti sono stati trattenuti in affollate strutture di polizia e militari. Alcuni hanno dichiarato di aver ricevuto a malapena cibo e acqua”, scrive HRW.

Le storie che raccontano le vittime comprendono ogni genere di abuso, inclusa la richiesta di denaro ai parenti degli arrestati e l’invio di ragazzi nei campi militari dell’Alto Nilo, dove dall’inizio dell’anno i combattimenti si sono fatti più intensi, il governo e le milizie che lo sostengono, contro l’armata Nuer nota come Esercito Bianco e l’Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese all’Opposizione (SPLA-IO). “I comandanti dicevano ‘abbiamo combattuto molte guerre, ora tocca a voi, dopotutto siete criminali e bande, questo è quello che volete fare’. Ogni volta ci mettevano in prima linea”, racconta un testimone.

Il portavoce della polizia, riferisce HRW; ha respinto le accuse di coscrizione forzata.

 

Benin

 

A poco più di un mese dal tentato colpo di Stato, il Benin, domenica, andrà alle urne per eleggere i membri dell’Assemblea Nazionale e delle amministrazioni locali. È la prima tornata elettorale in attesa del voto di aprile quando i beninesi saranno chiamati a scegliere il presidente in questo Paese dell’Africa occidentale che deve cercare di mantenere un equilibrio tra le turbolenze della regione. Tornata elettorale che si apre, però, con l’ombra degli arresti a diversi esponenti dell’opposizione accusati di essere coinvolti nel tentativo di rovesciare Patrice Talon.

Il 7 dicembre, un gruppo di soldati, ha tentato di rimuovere Talon dal potere lamentando, in particolare, proprio l’esclusione dei candidati dell’opposizione dalle elezioni e il deterioramento della sicurezza.

Il giorno successivo, il governo ha annunciato la liberazione di due ufficiali rapiti dai golpisti, affermando che erano stati condotti “nella città di Tchaourou (dipartimento di Borgou), luogo di nascita del leader del principale partito di opposizione Les Démocrates, l’ex presidente Thomas Boni Yayi. Nel frattempo, sono circolate online notizie non confermate secondo cui Pascal Tigri ( il leader dei golpisti) potrebbe essere imparentato con il vicepresidente di Les Démocrates, Alassani Tigri”, ricorda l’International Crisis Group.

A contendersi i seggi, i tre partiti della coalizione del Presidente, i Democratici – esclusi però dalle elezioni locali – il partito di opposizione Forze Cauris per un Benin Emergente. Chi governerà i Paese per i prossimi sette anni si troverà davanti una condizione di persistente insicurezza nelle regioni del Nord del Paese, quella terra fragile che confina con Burkina Faso, Niger, Nigeria, Paesi tutti colpiti dalla violenza di matrice islamista.

Al Nord continuano gli attacchi anche se su piccola scala. Il collegamento tra la violenza armata nei dipartimenti settentrionali con l’insurrezione di matrice jihadista nel Sahel, secondo il ICG, non è però del tutto chiaro, anche perché, spiegano i ricercatori, il governo “ha continuato a limitare drasticamente il flusso di informazioni sull’insicurezza nel Nord”.

All’avvicinarsi del voto, è la voce della società civile a farsi sentire, non in piazza ma con un manifesto, quello firmato da Amnesty International e da 13 organizzazioni che indicano ai nuovi eletti quali dovrebbero essere le priorità in materia di diritti umani. “Lo spazio civico continua a ridursi in Benin, con un’ondata di attacchi ai media indipendenti e persone che continuano ad essere arrestate e detenute arbitrariamente per dissenso.

Nonostante i progressi, le donne e i gruppi emarginati subiscono discriminazioni, mentre gli sgomberi forzati mettono a repentaglio i diritti umani di migliaia di persone. Il diritto a un giusto processo e all’accesso alla giustizia sono alcune delle questioni che le nuove autorità devono affrontare con urgenza”, ha dichiarato Dieudonné Dagbéto, Direttore esecutivo di Amnesty International Benin.

 

Brics

 

“Will for peace”, volontà di pace. Hanno chiamato così quella che invece è un’esercitazione alla guerra. Esercitazione navale in programma oggi nelle acque territoriali del Sudafrica.

È la prima, congiunta, sotto le insegne dei Brics. A guidarla la Cina. Nelle acque di Pretoria ci sono un suo cacciatorpediniere lanciamissili e una nave di rifornimento, impiegate come scorte navali nel Golfo di Aden. C’è anche la Russia, con una corvetta con a bordo un elicottero antisommergibile Ka-27PL e una petroliera di scorta, come racconta, Defence Web.

“L’esercitazione Will for Peace 2026 riunisce le marine dei paesi BRICS Plus per un intenso programma di operazioni congiunte di sicurezza marittima, esercitazioni di interoperabilità e serie di protezione marittima”, si legge nella dichiarazione, firmata dal generale di brigata Nditsheni Singo, scrive ancora il portale sudafricano.

Secondo quanto sostiene Jevans Nyabiage sul South China Morning Post, i media indicherebbero una possibile presenza anche della marina iraniana.

Inizialmente composti da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, i Brics si sono allargati ad includere nuovi membri. “Il blocco si è concentrato principalmente sulla cooperazione economica e, sebbene abbia iniziato a svolgere un ruolo più importante nelle questioni geopolitiche, non si è ancora verificata alcuna cooperazione in materia di difesa nell’ambito del quadro dei Brics”, scrive Nyabiage.

“Con l’intensificarsi della rivalità tra Stati Uniti e Cina negli ultimi anni, Pechino ha promosso i Brics come una piattaforma chiave per il Sud del mondo per sfidare il predominio statunitense sull’ordine globale. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha promesso di imporre sanzioni commerciali se il gruppo adotterà misure per detronizzare il dollaro”, aggiunge.

Secondo Paul Nantulya, esperto dell’Africa Centre for Strategic Studies della National Defence University degli Stati Uniti, “sebbene questa specifica esercitazione segua uno schema di routine per l'[Esercito Popolare di Liberazione], essa rimane parte di una tendenza più ampia di espansione dell’impegno militare cinese che probabilmente continuerà per tutto il 2026″, riporta ancora SCMP

Un’esercitazione che sta, però, accendendo timori e sollevando critiche in Sudafrica, dove secondo gli analisti, esiste il rischio che scelte come questa possono continuare a rendere più tesi di rapporti tra Pretoria e l’Occidente.

 

Ambiente

 

Respirava affannosamente, i suoi denti consumati non erano più buoni per triturare l’erba, faceva fatica ad alzarsi, a trascinare le sue lunghe e pesanti zanne. Alle 3 del mattino, Craig si è spento così, sulla sua terra, ad Amboseli, in Kenya. Craig era un simbolo, finito anche sulle lattine di una birra. Forse l’elefante più fotografato al mondo, gigante dal temperamento calmo e i modi gentili, mai scomposto di fronte agli esseri umani che volevano immortalarlo, racconta chi ha potuto incontrarlo.

La sua morte, la morte di uno dei pochissimi “super tusker”, dalle zanne pesanti più di 45 kg, ha fatto immediatamente il giro del mondo. Non solo perché il mondo gli era affezionato, ma perché la sua vita, durata 54 anni – a dispetto dei cacciatori di avorio, della civiltà che ruba terra e natura ai pachidermi, del clima sempre più caldo – è una lezione su cosa possiamo fare per salvare questi preziosi animali dall’estinzione.

“La vita di Craig è il frutto di decenni di costante protezione in Kenya, dove gli sforzi anti-bracconaggio e la tutela della comunità hanno permesso ad alcune popolazioni di elefanti di stabilizzarsi o crescere dopo le perdite catastrofiche subite alla fine del XX secolo”, scrive Rhett Ayers Butler su Mongabay.

Nel 1979, gli elefanti erano circa 1,3 milioni, oggi le stime parlano di 600-400 mila esemplari, di cui solo qualche decina come Craig. A minacciarli, non c’è solo il bracconaggio, ma la competizione con l’uomo: “Gran parte dell’areale degli elefanti dell’Amboseli ora si estende tra fattorie, strade, recinti e insediamenti in rapida crescita. I corridoi si restringono. L’acqua diventa un problema da risolvere. La perdita di habitat è un nemico più silenzioso dell’avorio, ma è implacabile”, scrive Butler.

Craig è stato un simbolo anche per la sua relazione con le comunità locali, che sono spesso in conflitto con gli elefanti, capaci di distruggere i raccolti o attaccare le mandrie. “Craig era speciale”, ha detto David Njoroge, che si occupa di fauna selvatica, a Down to Heart, che al significato della vita e della morte di Craig, dedica un’ampia analisi.  “Anche fuori dal parco si muoveva lentamente e la gente lo rispettava”, aggiunge.

La sua storia insegna che è possibile proteggere questi animali tanto importanti per gli ecosistemi, e che rappresentano una straordinaria ricchezza genetica. È anche un monito, un “invito all’azione”, come sostiene Cynthia Moss, ricercatrice all’Amboseli Trut for Elephants, perché non possiamo permetterci di perderli.

 

Foto di copertina:  Andrew Kayani su Unsplash

Musica: King David – Pond5

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