#ArrestAntiPakjournalists

Scritto da in data Luglio 5, 2019

Un hashtag che chiede l’arresto di giornalisti è diventato nel giro di un lampo uno dei più twittati ieri in Pakistan, acuendo le preoccupazioni per la mancanza di spazio per il dissenso nel Paese. Governo e militari non si possono criticare. E’ sempre stato così, ed è sempre stato pericoloso in Pakistan essere giornalisti. E sembra che può anche andare peggio.

L’hashtag #ArrestAntiPakjournalist solo verso sera è sceso al secondo posto, ma non prima di essere stato condiviso più di 28 mila volte. Molti utenti hanno aggiunto le foto di noti giornalisti e conduttori televisivi, alcuni dei quali criticano regolarmente il partito al governo Tehreek –e- Insaf (Pti) del primo ministro Imran Khan e la potente macchina militare.

https://twitter.com/hashtag/ArrestAntiPakjournalists?src=hash

“Queste persone sono responsabili per il caos, l’anarchia, la manipolazione. Sono il vero nemico dello Stato”, ha commentato uno su Twitter. “Impiccateli tutti #ArrestAntiPakJournalists”, scrive un altro.
“Traditori”, è la parola più gentile che viene usata nel paese della bomba atomica con 200 milioni di abitanti.

Le critiche verso la potente istituzione della sicurenza sono state sempre viste come uno spartiacque per i media, con giornalisti e blogger che lamentano tattiche di intimidazione, come rapimenti, pestaggi perfino morte se si supera il confine.

L’ultima volta che andai in Pakistan ai tempi della morte di Bin Laden, incontrai Syed Salem Shazad, un reporter considerato uno dei massimi esperti pakistani su Al Qaeda. Lui accusava l’esercito di avere infiltrazioni. E questo gli è valso una condanna a morte: neanche 20 giorni dopo la nostra intervista è stato rapito e ritrovato morto con segni di tortura e botte. Naturalmente quello che aveva detto a me, lo scriveva sul suo giornale e questo non piaceva. Era giovane, gentile, competente e non meritava la fine che ha fatto, ma non sarebbe mai restato in silenzio e sapeva bene cosa rischiava.

L’anno scorso la Commissione per la Protezione dei Giornalisti (Cpj) ha detto in un rapporto che l’esercito ha “silenziosamente ma efficacemente imposto restrizioni sul lavoro dei giornalisti”, anche se loro lo negano.

Shahzad Ahmed, del gruppo per i diritti digitali Bytes for All, ha detto che l’hashtag di ieri sembra sia stato lanciato da un account pro PTI e non “è arrivato in modo autentico dall’opinione pubblica”.

“Ci sono gruppi organizzati che diffondo queste tendenze, un fenomeno molto pericoloso nel nostro paese per quanto riguarda la libertà di stampa e di espressione”, ha spiegato all’Afp.

“L’uso responsabile dei social media sta diventando impossibile nel nostro paese, ora si utilizzano molto i social per insultare gli altri, per promuovere notizie false e mancarsi di rispetto, il che è completamente sbagliato”.

Tra le immagini che scorrono su Twitter c’è una mia vecchia conoscenza, ci siamo incontrati quasi ogni volta che sono andata in Pakistan che fosse ad Islamabad o Peshawar: Hamid Mir è uno dei più noti conduttori televisivi del paese anche per essere uno tra i pochi ad aver intervistato Bin Laden, e la sua immagine è tra quelle più condivise.

Mir finì sulle cronache internazionali nel 2014 dopo essere sopravvissuto a ferite multi da arma di fuoco durante un’aggressione che lo ha portato ad incolpare i famigerati servizi di intelligence (Isi).

Proprio due giorni fa, aveva parlato su Twitter della crescente censura dopo che la sua intervista all’ex presidente Asif Ali Zardari, ora leader dell’opposizione, è stata rimossa poco dopo la messa in onda.

“Non viviamo in un paese libero”, ha scritto Mir.

E 24 ore dopo, già gli auguravano la forca.

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