La gabbia umanitaria di Gaza
Scritto da Radio Bullets in data Luglio 11, 2025
Uno alla volta, gli sfollati di Gaza verranno instradati attraverso posti di blocco, perquisiti alla ricerca di armi o presunti legami con Hamas, prima di essere ammessi in una cosiddetta “città umanitaria” costruita sulle rovine.
Una volta dentro, non sarà loro permesso uscire, a meno che non decidano di aderire a un “piano di emigrazione” sostenuto da Trump, volto a una deportazione di massa dei palestinesi fuori dalla Striscia.
Il piano, proposto dal ministro della Difesa israeliano Israel Katz, è stato descritto da attivisti e legali per i diritti umani come una pulizia etnica. L’avvocato israeliano Michael Sfard lo ha definito apertamente “un crimine contro l’umanità”.
Una deportazione di massa travestita da assistenza
Il progetto prevede lo spostamento iniziale di 600.000 persone già sfollate da Al-Mawasi a Rafah, per poi estendersi al resto della popolazione. Katz ha presentato la proposta come parte della strategia per sconfiggere Hamas, ma per molti analisti la vera posta in gioco è un’operazione di sfollamento forzato su larga scala.
Secondo alcune fonti, il piano si appoggia a iniziative “umanitarie” come quella della Gaza Humanitarian Foundation (GHF), con siti di distribuzione collocati proprio a Rafah. Ma testimoni raccontano che i civili devono attraversare lande desolate, sotto il controllo militare israeliano, in attesa tra barriere e filo spinato.
Centinaia sono stati uccisi nei pressi dei siti che risultano una trappola mortale.
Una visione distopica: la “Gaza di Trump”
Il progetto si intreccia con la visione di Donald Trump per una “Riviera mediorientale”, dove la popolazione palestinese sarebbe spinta a lasciare la Striscia per fare spazio a un’enclave riqualificata sul modello di Dubai o Las Vegas.
Durante l’ultima visita di Netanyahu alla Casa Bianca, l’idea è riemersa, tra sorrisi, silenzi e una lettera di candidatura al Nobel per la pace consegnata da Netanyahu a Trump.
Una scelta volontaria solo in apparenza
Il primo ministro israeliano insiste sul “trasferimento volontario”, ma le organizzazioni per i diritti umani ribattono: non si può parlare di volontarietà quando la vita nella Striscia è resa invivibile. Offrire una fuga come unica alternativa alla miseria e alla morte è, di fatto, una forma di coercizione.
Il piano di Katz coincide con i negoziati sul cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi.
Spingere Hamas verso il rifiuto potrebbe giustificare, agli occhi dell’opinione pubblica, la continuazione dell’assedio. Intanto, si moltiplicano le indiscrezioni su piani da miliardi per creare aree di transito anche fuori Gaza, già presentati alla Casa Bianca.
Il nodo militare e i rischi di escalation
Le forze armate israeliane, però, sono scettiche: controllare milioni di persone in una zona ristretta aumenterebbe il rischio di nuove stragi e il costo umano e politico per Israele.
Tre brigate sarebbero necessarie per mettere in sicurezza la città-tenda, mentre il caos agli aiuti rischia di degenerare in nuove sparatorie.
L’idea della “città umanitaria” è uno specchio rotto dove si riflettono le ossessioni securitarie, i progetti di ingegneria demografica e l’ipocrisia dell’umanitarismo armato. Sotto la retorica della “libertà di scelta”, si cela un meccanismo di controllo totale, isolamento e svuotamento progressivo del territorio palestinese.
Definire “volontaria” la partenza di chi è affamato, bombardato e abbandonato al filo spinato è un insulto all’intelligenza. Se il piano andrà avanti, non sarà solo la fine della Striscia di Gaza come la conosciamo, ma una pagina buia per il diritto internazionale e la memoria collettiva.
Chiamarlo “progetto” è già una mistificazione. È una strategia di rimozione. E come tale, va chiamata per nome.
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