29 aprile 2026 – Notiziario Mondo

Scritto da in data Aprile 29, 2026

  • Iran, Palestina e Libano, tregue apparenti.
  • Gli Emirati Arabi escono dall’Opec.
  • Pakistan–Afghanistan, tregua già finita.
  • Cina: Guerra tecnologica, stop a Meta.
  • Nigeria, bambini nel mirino.
  • L’Iraq ha un nuovo premier.
  • Grano rubato, tensione tra Ucraina e Israele.
  • Venezuela: la presidente porrà fine all’amnistia, centinaia di detenuti politici ancora in carcere.

Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli 

Iran e cessate il fuoco

Sul fronte Iran–Stati Uniti, la guerra si combatte anche a colpi di narrazioni.

Il presidente Donald Trump sostiene che Teheran sia in uno “stato di collasso” e che avrebbe chiesto a Washington di riaprire lo Stretto di Hormuz. Parole che arrivano dopo settimane di tensione, un blocco navale americano sui porti iraniani e una tregua fragile di due settimane che ha fermato le operazioni militari, ma non il conflitto.

Trump dice di aver cancellato un viaggio diplomatico a Islamabad perché, subito dopo, sarebbe arrivata una proposta “migliore” da parte iraniana. E insiste: la leadership di Teheran sarebbe in disordine dopo i raid congiunti Stati Uniti–Israele.

Ma dall’altra parte, la versione è opposta: nessuna richiesta, nessuna trattativa reale, prima si toglie il blocco, poi si parla.

Ed è qui che si inserisce la lettura europea. Il cancelliere Friedrich Merz accusa apertamente l’Iran di aver “umiliato” gli Stati Uniti, trascinandoli a colloqui senza esito. Non negoziazione, dice, ma strategia per guadagnare tempo.

Nel mezzo c’è il vero nodo: Hormuz. Il segretario di Stato Marco Rubio lo definisce un punto non negoziabile: Washington non accetterà che sia l’Iran a controllare chi passa e chi no.

Perché lì passa il petrolio, e quindi il potere.

E mentre la diplomazia si blocca, i dati raccontano altro: secondo NBC News, gli attacchi iraniani contro basi americane hanno causato oltre 5 miliardi di dollari di danni, colpendo più di cento obiettivi in sette Paesi.

Non è una crisi contenuta. È un’escalation.

Intanto, nel Golfo, la pressione si sposta anche all’interno: il Bahrain condanna decine di persone per presunti legami con l’Iran e revoca la cittadinanza a 69 individui.

Gli Emirati Arabi Uniti escono dall’OPEC. Dal primo maggio, niente più coordinamento sulla produzione di petrolio. Una decisione unilaterale, senza nemmeno consultare l’Arabia Saudita. È un terremoto geopolitico.

Perché l’OPEC non è solo un cartello energetico, è uno strumento di potere collettivo. Gli Emirati scelgono di muoversi da soli. Perché si sentono poco protetti dagli alleati arabi. Perché chiedono più sostegno a Stati Uniti e Israele.

E sullo sfondo, ancora una volta, c’è Trump, che da mesi accusa l’OPEC di gonfiare i prezzi e lega la protezione militare americana ai costi del petrolio. E così la sicurezza si paga, si paga in barili.

Iran

In Iran, anche l’economia paga il prezzo delle restrizioni.

Il blocco di Internet ha colpito duramente le esportazioni di zafferano, uno dei prodotti simbolo del Paese. L’Iran copre fino al 90% della produzione mondiale, ma molti esportatori non riescono più a comunicare con i clienti né a spedire la merce nei tempi previsti.

Il risultato è doppio: perdite economiche e spazio aperto ai concorrenti.

Secondo fonti del settore, Paesi come l’Afghanistan stanno approfittando della situazione per vendere zafferano iraniano con il proprio marchio sui mercati internazionali.

Un esempio concreto di come le restrizioni digitali non restino online e a arrivino dritte nell’economia reale.

Libano

In Libano, la tregua tra Israele e Hezbollah continua a essere violata sul terreno.

Secondo il ministero della Salute libanese, gli attacchi israeliani hanno ucciso almeno otto persone nel sud del Paese, tra cui tre soccorritori colpiti mentre erano impegnati in un’operazione di salvataggio a Majdal Zoun. Altri raid hanno causato vittime e decine di feriti in diverse località, tra cui Jebchit e Jwaya, colpendo anche civili, donne e bambini.

Per la prima volta dall’inizio del cessate il fuoco, anche l’esercito libanese denuncia il ferimento di propri soldati durante un pattugliamento.

Intanto Israele ha emesso nuovi ordini di evacuazione per numerosi villaggi nel sud, invitando la popolazione a spostarsi verso Sidone, mentre il presidente libanese Joseph Aoun accusa Tel Aviv di violare il diritto internazionale.

Da parte israeliana, il primo ministro Benjamin Netanyahu ribadisce che le operazioni continueranno finché Hezbollah non sarà smantellato, mentre il ministro della Difesa Israel Katz parla apertamente di distruzione delle infrastrutture del gruppo, “come a Gaza”.

Sul terreno, la guerra non si è mai davvero fermata e la tregua resta sempre più fragile.

Palestina e Israele

Nelle ultime 24 ore, un palestinese ucciso e cinque feriti. Numeri che, presi da soli, sembrano quasi piccoli. Ma è il contesto che cambia tutto.

Dall’inizio della guerra, i morti a Gaza hanno superato quota 72 mila, con oltre 172 mila feriti secondo il ministero della Salute palestinese. E soprattutto, da quando è entrato in vigore il cosiddetto cessate il fuoco, l’11 ottobre, almeno 818 persone sono state uccise e più di 2.300 ferite.

A questi si aggiungono centinaia di corpi recuperati sotto le macerie. È una tregua che continua a produrre vittime.  Poi ci sono le storie, che rendono i numeri impossibili da ignorare.

Adel al-Najjar aveva nove anni. È stato ucciso mentre raccoglieva legna a Khan Younis, a poche centinaia di metri da una linea militare. Un gesto semplice, necessario per sopravvivere.

Un mese prima, nello stesso luogo, era morto suo fratello più piccolo. Stesse condizioni, stessa dinamica.

Due bambini, stessa famiglia, stessa guerra. Dall’inizio della tregua, oltre 200 bambini e quasi 180 donne sono stati uccisi.

E a quel punto, chiamarla tregua diventa sempre più difficile.

Il capo di stato maggiore israeliano, Eyal Zamir, avverte che il conflitto potrebbe riaccendersi su tutti i fronti nel 2026.

Una possibilità concreta, non un’ipotesi remota. E dagli Stati Uniti, il segretario di Stato Marco Rubio lascia aperta la porta: il progetto funziona solo se Hamas viene disarmato.

Condizione che Hamas continua a rifiutare, almeno finché Israele non rispetterà gli impegni della tregua.

Intanto, il sistema sanitario di Gaza è vicino al collasso. Ambulanze ferme per mancanza di carburante e pezzi di ricambio. Veicoli smontati per tenerne in vita altri. Tempi di soccorso triplicati.

Uno dei principali generatori dell’ospedale Nasser si è già fermato, mettendo a rischio sale operatorie e terapie intensive.

Dall’inizio della guerra, oltre 200 ambulanze sono state distrutte o danneggiate. È una crisi che non fa rumore come le bombe, ma che uccide lentamente.

Secondo Medici Senza Frontiere, l’acqua viene usata come arma. Accesso limitato, infrastrutture distrutte, forniture bloccate. Il risultato è un sistema che collassa: malattie, sovraffollamento, condizioni sanitarie sempre più critiche.

E poi ci sono le storie individuali: un detenuto sordo picchiato perché non sentiva gli ordini, un medico arrestato e detenuto senza accuse mentre la sua salute peggiora, centinaia di feti morti nel grembo materno.

Iraq

In Iraq si sblocca, almeno sulla carta, uno stallo politico durato mesi.

Il Coordination Framework, il blocco sciita che controlla la maggioranza del Parlamento, ha indicato come candidato premier l’imprenditore Ali al-Zaidi, cercando una figura di compromesso dopo le forti resistenze sul ritorno dell’ex primo ministro Nouri al-Maliki.

Un nome che non convinceva molti: dagli Stati Uniti ad altri leader sciiti, fino a parte dei partiti sunniti. Lo stesso Donald Trump aveva minacciato di ritirare il sostegno americano in caso di sua nomina.

Al-Zaidi arriva dal mondo degli affari e dei media, ma non senza ombre: la banca a lui legata è stata vietata dalla Banca centrale irachena per operazioni in dollari sospettate di riciclaggio e trasferimenti verso l’Iran.

Ora la sfida è politica: formare un governo e ottenere i due terzi del Parlamento.

Un passaggio tutt’altro che scontato, in un Paese dove gli equilibri si reggono su compromessi fragili — e pressioni internazionali sempre presenti.

Repubblica Democratica del Congo

Nella Repubblica Democratica del Congo, il controllo delle risorse passa sempre più dalle armi.

Il governo ha annunciato la creazione di una forza paramilitare per proteggere le miniere, finanziata da Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti. Un progetto da 100 milioni di dollari che prevede fino a 3.000 uomini dispiegati entro fine anno nella regione del Katanga, cuore della produzione di rame e cobalto.

Parliamo di materiali strategici per batterie e transizione energetica globale.

L’obiettivo è arrivare a 20 mila unità entro il 2028, in un Paese che è già il primo produttore mondiale di cobalto.

Dietro la sicurezza, però, c’è una partita geopolitica: Washington ha firmato un accordo per garantirsi accesso preferenziale alle risorse minerarie congolesi.

E mentre non è chiaro se i fondi siano pubblici o privati, una cosa è evidente:

la corsa alle materie prime si sta militarizzando.

Nigeria

In Nigeria, un nuovo rapimento di massa riporta al centro una crisi che non si ferma.

Uomini armati hanno assaltato un orfanotrofio non registrato a Lokoja, nello Stato di Kogi, portando via almeno 23 bambini insieme alla moglie del responsabile della struttura. Le forze di sicurezza sono riuscite a liberarne 15, ma otto risultano ancora dispersi.

Nessun gruppo ha rivendicato l’attacco.

I sequestri a scopo di riscatto sono diventati sempre più frequenti nel Paese, soprattutto nelle aree dove la presenza dello Stato è debole. Negli ultimi mesi, proprio questa regione è stata colpita da una serie di incursioni violente, spesso contro scuole e minori.

Un modello che si ripete. E che racconta un problema strutturale: quando la sicurezza manca, i più vulnerabili diventano il bersaglio più facile.

Somalia

Al largo della Somalia torna la pirateria, e lo fa con una rapidità che preoccupa.

Un cargo battente bandiera di Saint Kitts è stato sequestrato da nove uomini armati vicino alla costa di Garacad. A bordo, un equipaggio di 15 persone, tra cittadini indiani e siriani, mentre la nave — carica di cemento — veniva dirottata verso la costa somala.

È il secondo dirottamento in meno di una settimana. Un segnale chiaro: qualcosa si sta riattivando.

Secondo le autorità marittime, il fenomeno è legato anche al contesto globale. Le rotte commerciali sono sotto pressione — dallo Stretto di Hormuz al Mar Rosso — e le missioni antipirateria si sono ridotte, con molte risorse navali spostate su altri fronti.

Quando la sicurezza si sposta, gli spazi vuoti si riempiono. E in mare, come sulla terra, qualcuno è sempre pronto a sfruttarli.

Grecia

Ad Atene, un uomo di 89 anni è stato arrestato dopo aver aperto il fuoco in due diversi edifici pubblici, ferendo almeno quattro persone.

Il primo attacco è avvenuto in un ufficio della sicurezza sociale, dove è rimasto ferito un dipendente. L’uomo si è poi spostato in un tribunale nel centro della città, sparando all’interno dell’edificio.

Secondo le prime ricostruzioni, avrebbe colpito il pavimento, ma i proiettili di rimbalzo hanno ferito almeno tre impiegate.

Il sospetto è stato fermato poco dopo nei pressi di Patrasso, a oltre 200 chilometri di distanza.

Il movente non è ancora chiaro, anche se avrebbe lasciato documenti per spiegare le sue azioni.

Un episodio raro per la Grecia, dove il possesso di armi è fortemente regolato — e proprio per questo, ogni caso come questo solleva interrogativi profondi.

Unione Europea

Il Parlamento europeo compie un passo politico importante sul tema della violenza di genere.

Con 447 voti a favore, è stata approvata una risoluzione che chiede una legislazione europea sullo stupro basata sull’assenza di consenso.

L’obiettivo è chiaro: superare definizioni legate solo alla violenza fisica e riconoscere che senza consenso, c’è violenza.

Gli eurodeputati chiedono ora alla Commissione di intervenire con una normativa che integri la direttiva già approvata nel 2024 contro la violenza sulle donne, allineandosi ai principi della Convenzione di Istanbul.

Il voto è stato accolto da un applauso in Aula. Un segnale politico forte. Ma come spesso accade, il passaggio decisivo sarà quello dalle parole alle leggi — e dalla legge alla sua applicazione reale.

Ucraina e Israele

Lo scontro tra Ucraina e Israele si fa sempre più diretto, e al centro c’è il grano.

Il presidente Volodymyr Zelenskyy accusa apertamente Israele di permettere l’ingresso di carichi provenienti dai territori ucraini occupati dalla Russia, definendoli “grano rubato”. Secondo Kiev, tutto ciò che viene prodotto nelle aree occupate — incluse le regioni annesse da Mosca e la Crimea — è da considerarsi illegale.

L’ultimo caso riguarda una nave diretta verso un porto israeliano, mentre altre spedizioni simili sarebbero già arrivate nei mesi scorsi.

Kiev ha convocato l’ambasciatore israeliano e presentato una protesta formale, sostenendo di aver fornito prove dettagliate.

Israele respinge le accuse. Il ministro degli Esteri Gideon Saar afferma che non esistono evidenze verificabili e invita l’Ucraina a utilizzare canali legali invece di quella che definisce “diplomazia via social”.

Nel mezzo, l’Unione Europea osserva e valuta possibili sanzioni, mentre la Russia si chiama fuori, lasciando che la disputa si consumi tra Kiev e Tel Aviv.

Ma il punto è più ampio.

Perché quando le risorse diventano strumenti di guerra, anche il commercio smette di essere neutrale.

E il grano, in questo caso, diventa un altro campo di battaglia.

Ucraina e Russia

In Russia, un attacco con droni ha colpito una raffineria a Tuapse, sul Mar Nero, provocando un vasto incendio e lo stato di emergenza.

Il presidente Vladimir Putin ha parlato di possibili conseguenze ambientali gravi, denunciando l’aumento degli attacchi contro infrastrutture civili.

Mosca accusa Kiev, che rivendica l’operazione come parte della strategia per colpire il potenziale economico russo.

Un fronte che si allarga e che ora tocca anche l’ambiente.

Stati Uniti

Nel pieno delle tensioni tra Stati Uniti ed Europa sulla guerra in Iran, Re Carlo III sceglie Washington per ribadire un messaggio chiaro: l’alleanza tra Regno Unito e Stati Uniti resta solida.

Davanti al Congresso, il sovrano ha parlato di democrazia, sicurezza condivisa e cooperazione globale, sottolineando che — al di là delle divergenze — i due Paesi restano uniti. Un passaggio non scontato, considerando le critiche di Donald Trump alla NATO, agli alleati europei e al loro ruolo nel conflitto con l’Iran.

Nel suo discorso, Carlo ha richiamato anche il sostegno all’Ucraina e messo in guardia dai rischi dell’isolazionismo, in quello che molti leggono come un riferimento implicito alla linea “America First”.

Trump, da parte sua, ha rilanciato parlando di Iran e sostenendo che anche il re condividerebbe la posizione americana sul nucleare — senza però che Carlo lo confermasse.

Negli Stati Uniti, Cole Tomas Allen, 31 anni è stato incriminato per aver tentato di assassinare il presidente Donald Trump durante la cena alla casa bianca dei corrispondenti.

Arrivato a  Washington pochi giorni prima e riuscito a superare un primo controllo di sicurezza all’ingresso dell’hotel dove si teneva l’evento. Secondo le autorità, avrebbe aperto il fuoco ferendo un agente del United States Secret Service.

L’agente, protetto da un giubbotto balistico, ha risposto sparando cinque colpi senza colpirlo. L’uomo è stato arrestato sul posto.

Un episodio che riporta al centro il tema della sicurezza presidenziale in un clima politico già estremamente teso.

Negli Stati Uniti, anche i documenti diventano simboli politici. Il Dipartimento di Stato prepara una serie limitata di passaporti per i 250 anni dell’indipendenza che includeranno l’immagine del presidente Donald Trump — il primo presidente in carica a comparire nel documento.

Saranno tra 25 e 30 mila, disponibili a Washington prima del 4 luglio.

Un’iniziativa celebrativa, ma anche un segnale: negli ultimi mesi, nome e immagine di Trump sono comparsi sempre più spesso su edifici, progetti e simboli ufficiali.

Negli Stati Uniti, incriminato l’ex direttore dell’FBI James Comey con l’accusa di aver minacciato il presidente Donald Trump.

Al centro del caso, un post sui social con i numeri “86 47”, interpretati da Trump come un riferimento all’assassinio. Comey respinge le accuse e parla di persecuzione politica.

È un’indagine che arriva pochi giorni dopo un tentato attacco contro il presidente e si inserisce in un clima sempre più teso, con accuse di uso politico della giustizia.

Cuba

A Cuba, il costo delle sanzioni si misura anche nei numeri più fragili: quelli dei bambini.

Secondo un rapporto del Center for Economic and Policy Research, la mortalità infantile è aumentata del 148% dal 2018, passando da 4 a 9 decessi ogni mille nascite.

Un dato in controtendenza rispetto al resto della regione, dove i numeri restano stabili o in calo.

Il rapporto indica come causa principale l’inasprimento delle sanzioni statunitensi, soprattutto dopo il 2017, e in particolare il blocco sul carburante promosso dall’amministrazione di Donald Trump.

Meno carburante significa meno elettricità, meno trasporti, meno accesso alle cure.

E quando un sistema sanitario perde capacità, i primi a pagarne il prezzo sono sempre i più vulnerabili. In questo caso, i neonati.

Venezuela

In Venezuela, il governo ad interim guidato da Delcy Rodríguez parla di fine dell’amnistia, mentre centinaia di persone restano in carcere per motivi politici.

Secondo l’organizzazione Foro Penal, sono ancora oltre 470 i detenuti classificati come prigionieri politici. Le scarcerazioni, denunciano, si sono rallentate drasticamente nelle ultime settimane.

Il governo sostiene che migliaia di persone abbiano beneficiato delle misure di clemenza, ma si tratta spesso di libertà condizionate difficili da verificare.

Nel frattempo, però, Caracas accelera sull’economia: apertura agli investimenti stranieri, nuove leggi sul settore minerario e il ritorno di grandi compagnie energetiche, mentre anche gli Stati Uniti sembrano riaprire canali di cooperazione.

È un doppio binario: liberalizzazione economica da una parte, controllo politico dall’altra.

E mentre l’opposizione resta in esilio e non c’è una data per le elezioni, Washington rafforza anche la sua presenza militare nella regione, con nuove unità dedicate a droni e intelligenza artificiale.

Afghanistan e Pakistan

Tra Pakistan e Afghanistan torna a salire la tensione, e lo fa nel modo più diretto: accuse reciproche di attacchi oltre confine.

Secondo i talebani, colpi di mortaio e razzi pakistani avrebbero ferito decine di persone nella provincia di Kunar, colpendo anche edifici civili, tra cui un’università. Islamabad respinge tutto, parlando di accuse infondate e denunciando a sua volta attacchi sul proprio territorio.

È la rottura più grave della tregua mediata dalla Cina durante l’Eid, appena poche settimane fa.

All’origine, secondo diverse ricostruzioni, ci sarebbe l’uccisione di un bambino vicino al confine, episodio che avrebbe riacceso una tensione mai davvero sopita.

Thailandia

La guerra in Iran sta producendo effetti ben oltre il Medio Oriente, e la Thailandia ne è un esempio concreto.

Stretta tra l’aumento dei prezzi del carburante e la carenza di fertilizzanti, Bangkok sta cercando aiuto non da Washington, ma dai suoi rivali: Russia e Cina.

Il ministro degli Esteri thailandese, Sihasak Phuangketkeow, ha espresso una frustrazione crescente verso gli Stati Uniti, accusati di non aver offerto un sostegno reale nonostante i pesanti contraccolpi economici subiti dal Paese. L’unica risposta dell’amministrazione di Donald Trump sarebbe stata un invito a “comprare petrolio americano”.

Ma per un’economia già sotto pressione, non è una soluzione.

I prezzi del diesel hanno raggiunto livelli record, i fertilizzanti quasi raddoppiati, e le navi thailandesi restano bloccate nello Stretto di Hormuz. Bangkok ha già avviato contatti con Mosca per le forniture e con Pechino per garantire il passaggio sicuro delle proprie imbarcazioni.

quando gli alleati storici non rispondono, si cercano alternative. E questo non è solo un problema economico, è un segnale geopolitico.

Indonesia

In Indonesia, una collisione ferroviaria vicino a Giacarta ha causato almeno 14 morti e oltre 80 feriti.

L’incidente è avvenuto nei pressi della stazione di Bekasi Timur, quando un treno a lunga percorrenza ha colpito un convoglio pendolare fermo.

Tutte le vittime si trovavano su quest’ultimo, mentre i circa 240 passeggeri dell’altro treno sono stati evacuati senza conseguenze.

Il presidente Prabowo Subianto ha ordinato un’indagine e ha visitato i feriti in ospedale.

Ora resta da capire cosa non ha funzionato, perché quando due treni si scontrano, non è mai solo un incidente.

Cina

La rivalità tra Stati Uniti e Cina passa sempre più dall’intelligenza artificiale.

Pechino ha bloccato l’acquisizione da parte di Meta della startup Manus, con base a Singapore ma legata a competenze e capitale umano cinese. Una decisione che segnala un irrigidimento netto: la Cina non vuole che know-how e talenti strategici finiscano sotto controllo americano.

Meta aveva strutturato l’operazione proprio per aggirare le restrizioni, promettendo di uscire dal mercato cinese e interrompere ogni legame locale. Ma non è bastato.

Da Washington, la Casa Bianca parla di difesa della tecnologia americana da interferenze straniere. Da Pechino, invece, il messaggio è opposto: proteggere i propri asset strategici.

Il tutto mentre si avvicina il vertice tra Donald Trump e Xi Jinping.

E a questo punto è chiaro: la vera competizione non è solo commerciale. È una corsa al controllo dell’intelligenza artificiale.

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