20 maggio 2026 – Notiziario Mondo
Scritto da Barbara Schiavulli in data Maggio 20, 2026
- Spari sulla Global Sumud Flotilla, sequestrati tutti gli attivisti da Israele.
- Trump frena sull’Iran, il Golfo media.
- Sudan, Mali, Nigeria: l’Africa delle guerre dimenticate.
- Croazia, stop all’ambasciatore israeliano.
- Putin a Pechino, tra Trump e Xi.
- San Diego, odio armato davanti alla moschea.
- Libia, alla Corte penale l’“angelo della morte” di Mitiga.
- Thailandia, stretta sui visti turistici.
- Argentina: Milei contro i media mentre cresce il malcontento.
Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli
Palestina e Israele
A Gaza nelle ultime ventiquattro ore almeno tre palestinesi sono stati uccisi — due in nuovi attacchi e uno per le ferite riportate nei bombardamenti precedenti — mentre altre tre persone sono rimaste ferite.
Ma i numeri complessivi raccontano una devastazione ormai quasi impossibile da immaginare: secondo il ministero della Salute di Gaza, dal 7 ottobre 2023 sono state uccise almeno 72.772 persone e oltre 172 mila ferite.
E persino durante quella che avrebbe dovuto essere una tregua, la violenza non si è fermata. Dal giorno successivo all’entrata in vigore del cessate il fuoco, l’11 ottobre, Israele avrebbe ucciso almeno 880 palestinesi e ferito più di 2.600 persone. Nel frattempo continuano a essere recuperati corpi da sotto le macerie: almeno 776 solo negli ultimi mesi. È come se la guerra continuasse a uccidere anche dopo il silenzio delle bombe.
E il mare, ancora una volta, diventa frontiera e prigione. Le forze navali israeliane hanno intercettato e abbordato in acque internazionali la Global Sumud Flotilla, fermando tutti i 430 attivisti internazionali diretti verso Gaza con aiuti medici e personale sanitario. —
Israele nega di aver sparato contro le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla. Il portavoce del ministero degli Esteri israeliano afferma che “in nessun momento sono stati sparati colpi di arma da fuoco” e che sarebbero stati utilizzati soltanto “mezzi non letali” contro le imbarcazioni, come avvertimento dopo ripetuti richiami. Ma chi ci crede…
Tra i sequestrati anche la dottoressa Margaret Connolly, medico irlandese e sorella della neoeletta presidente dell’Irlanda Catherine Connolly. Prima della partenza aveva registrato un messaggio dicendo di sentirsi “moralmente obbligata, come madre, come medico e come essere umano” ad aiutare Gaza.
Sul piano penale, si tratta di tentato omicidio, art.56 e 575 del codice penale, sequestro di persone, articolo 605, danneggiamento e pericolo di naufragio articolo 428 e 449, lesioni e violenza privata, articolo 582, 583 e 610, pirateria, articolo 1135 del codice navale. E a questo proposito cosa dice il governo italiano dei fermati italiani e delle barche con bandiera italiana?
Nel porto di Gaza — o meglio, in quello che resta del porto distrutto dagli attacchi israeliani — decine di palestinesi si sono riuniti per esprimere solidarietà agli attivisti fermati. La flottiglia trasportava cento medici e forniture sanitarie destinate a un sistema sanitario ormai collassato.
Nel frattempo la guerra si estende anche alla Cisgiordania occupata. Nella notte le forze israeliane hanno fatto irruzione nel campo profughi di Al-Far’a, vicino Tubas, arrestando diversi palestinesi. E mentre i raid continuano, aumentano anche gli attacchi dei coloni israeliani.
Nelle ultime ore sono stati segnalati incendi dolosi vicino Ramallah e nell’area di Masafer Yatta, a sud di Hebron. Secondo l’agenzia palestinese WAFA, l’esercito israeliano avrebbe impedito ai residenti palestinesi di raggiungere i terreni agricoli in fiamme, sparando munizioni vere contro chi tentava di spegnere gli incendi, mentre i coloni bloccavano ambulanze e camion dei pompieri.
E in questo clima sempre più disumano, circolano anche video che mostrano coloni israeliani aggredire animali nei villaggi palestinesi. L’ultimo filmato diffuso mostra un uomo lanciare un blocco di cemento contro due gatti nel villaggio di Atara. Pochi giorni prima un altro colono era stato ripreso mentre colpiva ripetutamente un cane da guardia con una spranga. Immagini apparentemente marginali, ma che raccontano quanto la brutalità stia diventando quotidiana.
Intanto il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich afferma che la Corte penale internazionale starebbe preparando un mandato di arresto contro di lui. Smotrich parla di “dichiarazione di guerra”, ma non specifica le accuse.
Già lo scorso anno il Wall Street Journal aveva riferito che la procura della Corte stava valutando un mandato legato all’espansione delle colonie israeliane in Cisgiordania. E subito dopo la conferenza stampa, Smotrich ha ordinato la demolizione del villaggio beduino palestinese di Khan al-Ahmar, a est di Gerusalemme. Un gesto che molti leggono come una sfida aperta alla comunità internazionale.
Sul fronte politico, Hamas respinge un documento presentato al Consiglio di Sicurezza dell’ONU da un organismo chiamato “Board of Peace”, vicino al piano promosso da Donald Trump per Gaza. Il rapporto accusa Hamas di ostacolare la ricostruzione e l’attuazione degli accordi.
Ma il movimento islamista definisce il documento “pieno di affermazioni fuorvianti” che ignorano le responsabilità israeliane, soprattutto nel blocco degli aiuti e dei materiali necessari alla ricostruzione. Hamas sostiene di essersi detta pronta più volte a cedere l’amministrazione di Gaza a un comitato nazionale, accusando Israele di aver impedito ogni passaggio concreto.
E mentre la diplomazia si arena, arriva anche un nuovo durissimo monito delle Nazioni Unite. L’Alto Commissario ONU per i diritti umani Volker Türk afferma che Israele deve impedire “atti di genocidio” a Gaza e permettere ai palestinesi sfollati di tornare nelle proprie case. Un nuovo rapporto dell’ONU conclude che le violazioni commesse potrebbero equivalere a crimini di guerra e parla apertamente del rischio di pulizia etnica sia a Gaza che in Cisgiordania.
Parole pesantissime, che arrivano mentre sul terreno continua una guerra che non sembra più avere confini, né limiti.
Ma restiamo in Israele perché cresce il numero di denunce per molestie e aggressioni sessuali all’interno dell’esercito. Secondo i dati presentati alla Knesset, nel 2025 sono stati registrati 2.420 reclami, circa 350 in più rispetto all’anno precedente.
I numeri mostrano però anche un enorme divario tra denunce e procedimenti reali: solo 42 casi hanno portato a incriminazioni formali, mentre oltre 700 episodi si sono conclusi semplicemente con colloqui interni tra superiori e soldati. Più della metà dei casi è stata gestita attraverso misure amministrative, richiami disciplinari o trasferimenti, mentre il 22% risulta ancora irrisolto.
La deputata Merav Ben-Ari dell’opposizione ha definito i dati “estremamente preoccupanti”, chiedendo all’esercito di fare molto di più per proteggere le vittime.
Secondo le statistiche ufficiali, le denunce per abusi sessuali nelle forze armate israeliane sono aumentate costantemente nell’ultimo decennio, passando da meno di 700 nel 2014 a oltre duemila negli ultimi due anni. Un problema sempre più visibile dentro una delle istituzioni centrali della società israeliana.
Libano
In Libano il cessate il fuoco ormai esiste solo sulla carta. Secondo il ministero della Salute libanese, dal 2 marzo più di 3.000 persone sono state uccise negli attacchi israeliani e oltre 9.300 ferite. Solo nelle ultime ventiquattro ore almeno 22 persone sono morte sotto i bombardamenti.
Nella giornata di lunedì, Israele ha lanciato una nuova ondata di raid su larga scala: almeno 31 attacchi aerei, cinque attacchi con droni, colpi di artiglieria e demolizioni controllate hanno colpito più di venticinque località nel sud del paese, tra le aree di Tiro, Nabatieh, Marjayoun, Baalbek e Jezzine. Secondo fonti locali, sarebbero stati utilizzati anche proiettili al fosforo bianco nella zona di Arnoun, nel Libano meridionale.
L’esercito israeliano sostiene di aver colpito venticinque depositi di armi e lanciarazzi di Hezbollah. Ma ancora una volta, nel mezzo, ci sono i civili. Nella notte, all’una del mattino, l’esercito israeliano ha emesso un nuovo ordine di evacuazione forzata per alcune aree vicino a Tiro, chiedendo ai residenti di lasciare immediatamente le proprie case perché vicine a presunte strutture legate a Hezbollah. Tra gli edifici indicati nell’ordine di evacuazione anche una moschea e due farmacie.
E mentre la popolazione continua a spostarsi da un villaggio all’altro, Hezbollah rivendica una nuova escalation militare: quattordici operazioni contro le forze israeliane in un solo giorno, tra droni, razzi e attacchi contro postazioni militari e sistemi Iron Dome nel nord di Israele. Il gruppo sciita afferma di rispondere alle continue violazioni israeliane del cessate il fuoco e agli attacchi contro i civili libanesi.
Il risultato è un confine sempre più vicino a una guerra totale. E un Libano già stremato economicamente che continua a pagare il prezzo più alto.
Stati Uniti contro Iran
Donald Trump annuncia e poi congela. L’attacco contro l’Iran previsto per martedì, secondo quanto dichiarato dallo stesso presidente americano, è stato rinviato dopo una richiesta diretta dei leader di Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Secondo Trump, i paesi del Golfo avrebbero chiesto tempo perché “sono in corso negoziati seri” e perché credono ancora possibile un accordo capace di evitare una guerra regionale.
Trump ha spiegato di aver ordinato al segretario alla Difesa Pete Hegseth e ai vertici militari americani di sospendere l’operazione, pur mantenendo le forze armate pronte a colpire “con un assalto su larga scala” in qualsiasi momento se i colloqui dovessero fallire.
Ma mentre Washington parla di diplomazia, dal Golfo arrivano smentite imbarazzate. Il Wall Street Journal riferisce che diversi funzionari dei paesi citati da Trump avrebbero dichiarato di non essere a conoscenza di un piano di attacco imminente così concreto come quello descritto dal presidente americano. E questo racconta molto del clima: una diplomazia opaca, fatta di messaggi pubblici, minacce militari e trattative parallele.
Trump insiste sul fatto che l’obiettivo resta lo stesso: impedire all’Iran di ottenere armi nucleari. Teheran, però, continua a ripetere ufficialmente di non voler sviluppare un arsenale atomico, posizione che sostiene da oltre vent’anni.
E infatti, mentre gli Stati Uniti mostrano il bastone, l’Iran prova a sedersi al tavolo senza apparire debole. Il presidente Masoud Pezeshkian ha dichiarato che “dialogo non significa resa” e che la Repubblica islamica negozierà “con dignità e senza rinunciare ai diritti del popolo iraniano”. Un messaggio rivolto tanto a Washington quanto alla politica interna iraniana, dove qualsiasi segnale di cedimento potrebbe diventare esplosivo.
Ma contemporaneamente arrivano anche le minacce. Il portavoce dell’esercito iraniano Mohammad Akraminia avverte che, se gli Stati Uniti dovessero riprendere gli attacchi, Teheran aprirebbe “nuovi fronti” contro Washington, utilizzando “nuove attrezzature e nuovi metodi”. Tradotto: la guerra potrebbe allargarsi ancora, ben oltre il territorio iraniano.
Nel frattempo continua il lavoro diplomatico regionale. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha parlato con il collega saudita Faisal bin Farhan, mentre emergono dettagli della nuova proposta iraniana inviata agli Stati Uniti attraverso mediatori pakistani.
Teheran chiede il riconoscimento del diritto all’arricchimento dell’uranio per fini civili, la fine delle ostilità in tutta la regione — compresi Libano e altri fronti collegati — la revoca del blocco navale americano, lo sblocco dei beni iraniani congelati, la rimozione delle sanzioni e persino compensazioni economiche per i danni subiti durante l’ultima guerra.
Sul tavolo anche una richiesta delicatissima: il ritiro delle forze americane dalle aree attorno all’Iran. Richieste che, almeno per ora, sembrano molto distanti dalle condizioni poste da Washington.
E intanto il Medio Oriente continua a militarizzarsi. Reuters rivela che il Pakistan ha inviato in Arabia Saudita circa ottomila soldati, jet da combattimento JF-17, droni e sistemi antiaerei cinesi HQ-9 nell’ambito di un patto di difesa reciproca firmato l’anno scorso. Una presenza definita “combat-capable”, cioè pronta al combattimento, nel caso in cui Riyadh dovesse essere coinvolta direttamente nel conflitto.
Sul fronte energetico, gli Stati Uniti hanno prorogato per la terza volta una deroga che consente ad alcuni paesi considerati vulnerabili di acquistare petrolio russo rimasto bloccato in mare dopo la crisi regionale. Una decisione che mostra quanto il conflitto stia già producendo effetti globali sui mercati energetici.
Negli Emirati Arabi Uniti, intanto, torna operativa l’unità 3 della centrale nucleare di Barakah dopo il blackout provocato domenica da un attacco con droni. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica parla di un passo importante per la sicurezza nucleare e ricorda che i siti nucleari “non dovrebbero mai essere bersaglio di attività militari”. Un richiamo che suona quasi disperato, visto il livello raggiunto dallo scontro regionale.
All’interno dell’Iran, invece, la guerra sta diventando anche repressione. La magistratura iraniana ha confiscato i beni di 129 persone accusate di collaborare con Stati Uniti e Israele, senza però presentare prove pubbliche. Secondo il capo della polizia Ahmadreza Radan, dall’inizio della guerra sarebbero state arrestate oltre 6.500 persone con accuse di tradimento e spionaggio.
E Amnesty International denuncia che l’Iran è oggi il principale motore dell’aumento globale delle esecuzioni capitali. Solo nel 2026 sarebbero già state eseguite almeno 202 condanne a morte. Tra gli ultimi giustiziati anche l’ingegnere aerospaziale Erfan Shakourzadeh, accusato di collaborare con intelligence americane e israeliane.
Infine, un rapporto di Al-Monitor rivela che circa metà degli attacchi con droni contro gli Stati del Golfo dall’inizio della guerra sarebbero partiti dall’Iraq, lanciati da milizie sciite sostenute dall’Iran. Un messaggio chiaro di Teheran: la rete delle sue milizie alleate, i cosiddetti proxy, continua a essere uno strumento di pressione regionale potentissimo.
E così, mentre Trump parla di tregua e diplomazia, il Medio Oriente continua a riempirsi di armi, truppe, droni e paura. Una pace annunciata a colpi di ultimatum.
Siria
A Damasco torna la paura delle autobombe. Un soldato siriano è morto e almeno 23 persone sono rimaste ferite dopo l’esplosione di un’auto imbottita di esplosivo nella zona di Bab al-Sharqi, vicino al ministero della Difesa.
Secondo l’agenzia ufficiale siriana SANA, i militari stavano tentando di disinnescare l’ordigno quando è avvenuta la detonazione. Nessun gruppo ha rivendicato immediatamente l’attacco.
L’esplosione arriva dopo settimane di crescente tensione nella capitale siriana. All’inizio del mese un religioso sciita era stato ucciso da una granata lanciata contro la sua automobile, in un attentato rivendicato dallo Stato Islamico.
Negli ultimi mesi le autorità siriane hanno annunciato diversi arresti di presunti membri di Hezbollah accusati di pianificare attentati e omicidi politici, accuse che il gruppo libanese filo-iraniano respinge.
Intanto, mentre Damasco prova a mostrare stabilità, il presidente siriano Ahmed al-Sharaa ha incontrato il capo dell’intelligence turca Ibrahim Kalin per discutere sicurezza regionale e cooperazione tra Siria e Turchia.
A soldier was martyred and several others were wounded after a car bomb exploded near a Defense Ministry building in the Bab Sharqi area of Damascus, the Defense Ministry’s Media and Communication Directorate told SANA.#Damascus#syria pic.twitter.com/8hnEDeeXll
— SANA English (@SANAEnOfficial) May 19, 2026
Africa
Mentre l’attenzione internazionale resta concentrata su Medio Oriente e Ucraina, in Africa continuano guerre sempre più violente e sempre meno raccontate.
In Sudan il generale Abdel Fattah al-Burhan, capo dell’esercito regolare, starebbe cercando un canale segreto con gli Emirati Arabi Uniti attraverso il Bahrain. Secondo il network Ayin, Burhan avrebbe compiuto una visita non annunciata in Bahrain per tentare una mediazione indiretta con Abu Dhabi, accusata da Khartoum di armare le Rapid Support Forces, le milizie paramilitari che stanno devastando il paese.
Per convincere gli Emirati, il governo sudanese avrebbe persino riaperto alla possibilità di concessioni economiche strategiche sul Mar Rosso e nelle aree agricole di Al-Fashqa.
Intanto emergono nuove accuse contro le RSF. Un’inchiesta Reuters rivela che il comandante Abu Lulu, accusato di aver ucciso almeno quindici prigionieri disarmati durante l’assedio di al-Fashir, sarebbe tornato operativo sul campo dopo un breve periodo di detenzione. Le RSF negano, ma il caso alimenta ancora le accuse di crimini di guerra.
Sul terreno, l’esercito sudanese afferma di aver rotto per la terza volta l’assedio della città di Dilling, nel Sud Kordofan, permettendo l’ingresso di rinforzi e convogli alimentari.
E la violenza attraversa tutto il Sahel. In Mali almeno dieci civili sono stati uccisi da droni dell’esercito mentre si preparavano a una cerimonia di matrimonio collettivo. Secondo fonti locali, i militari avrebbero scambiato il corteo di motociclette per un convoglio jihadista.
In Nigeria uomini armati hanno rapito almeno 39 studenti e sette insegnanti nello stato di Oyo. Un docente è stato ucciso. E mentre proseguono sequestri e violenze, Stati Uniti e Nigeria annunciano nuovi raid aerei contro lo Stato Islamico dell’Africa Occidentale, nel nord-est del paese.
Crisi diverse, ma unite da un filo comune: guerre che divorano civili nel silenzio quasi totale del mondo.
Repubblica Democratica del Congo
Nella Repubblica Democratica del Congo cresce l’allarme per l’epidemia di Ebola. Il ministero della Salute ha annunciato almeno 131 morti e oltre 500 casi sospetti registrati nelle ultime settimane.
Il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità Tedros Adhanom Ghebreyesus si è detto “profondamente preoccupato per la velocità e l’ampiezza dell’epidemia”, mentre l’OMS ha convocato il comitato d’emergenza per valutare nuove raccomandazioni internazionali.
Intanto gli Stati Uniti hanno imposto un divieto temporaneo d’ingresso per le persone che nelle ultime tre settimane siano state in Congo, Uganda o Sud Sudan. Una misura che resterà in vigore per almeno trenta giorni, mentre cresce il timore che il virus possa espandersi ulteriormente nella regione dei Grandi Laghi.
Nigeria
In Nigeria è stato arrestato l’ex ministro dell’Energia Saleh Mamman, condannato pochi giorni fa a 75 anni di carcere per riciclaggio e corruzione legati a fondi pubblici destinati a due progetti idroelettrici statali.
Secondo la commissione anticorruzione nigeriana, Mamman era in fuga dal 7 maggio, giorno della condanna, ed è stato catturato durante la notte nella città di Kaduna. Le autorità sostengono che fosse stato protetto durante la latitanza e hanno arrestato anche due persone accusate di averlo nascosto.
Il caso è considerato raro in Nigeria, dove le condanne contro alti funzionari per corruzione spesso non vengono realmente eseguite o finiscono bloccate tra ricorsi e pressioni politiche.
Libia
Davanti alla Corte penale internazionale dell’Aia è comparso Khaled al-Hishri, accusato di aver diretto uno dei più famigerati centri di detenzione della Libia, la prigione di Mitiga, vicino Tripoli. I procuratori lo descrivono come un torturatore spietato, soprannominato dai detenuti “l’angelo della morte”.
Secondo l’accusa, tra il 2015 e il 2020 migliaia di persone sarebbero state arrestate illegalmente, detenute in condizioni disumane e sottoposte sistematicamente a torture, stupri e violenze sessuali. I procuratori chiedono che vengano confermati 17 capi d’accusa tra crimini di guerra e crimini contro l’umanità, inclusi omicidio, persecuzione e schiavitù.
Al-Hishri, arrestato in Germania nel 2025, respinge tutte le accuse. Se il procedimento andrà avanti, potrebbe diventare il primo grande processo della Corte penale internazionale dedicato ai crimini commessi nella Libia post-Gheddafi.
E sullo sfondo torna anche il ruolo controverso dell’Italia nei rapporti con la Libia. A gennaio 2025 le autorità italiane avevano arrestato un altro sospettato collegato alla prigione di Mitiga su mandato della Corte penale internazionale, salvo poi rilasciarlo rapidamente permettendogli di tornare in Libia, una decisione che aveva provocato forti critiche da parte delle organizzazioni per i diritti umani e imbarazzo internazionale.
Ancora una volta, la gestione dei rapporti con Tripoli si intreccia con accuse di torture, detenzioni arbitrarie e controllo dei migranti nel Mediterraneo.
Spagna
In Spagna prende una piega sempre più oscura la morte di Isak Andic, fondatore del colosso della moda Mango. Il figlio Jonathan Andic è comparso in tribunale vicino Barcellona in manette per essere interrogato nell’ambito dell’inchiesta sulla morte del padre, avvenuta nel dicembre 2024 durante un’escursione in montagna vicino alla città catalana.
Inizialmente la morte di Andic, precipitato da una scogliera per oltre cento metri, era stata considerata un incidente. Ma successivamente la polizia catalana ha aperto un’indagine per possibile omicidio. Jonathan Andic era presente al momento della caduta insieme ad altri familiari.
La famiglia continua a dichiararsi convinta della sua innocenza e sottolinea la piena collaborazione con gli investigatori. L’inchiesta resta sotto segreto istruttorio.
Isak Andic, nato a Istanbul e trasferitosi in Catalogna negli anni Sessanta, aveva fondato Mango nel 1984 trasformandolo in uno dei grandi rivali internazionali di Zara. Alla sua morte il suo patrimonio personale era stimato da Forbes in circa 4,5 miliardi di dollari.
Croazia
Il presidente croato Zoran Milanović ha rifiutato di approvare il nuovo ambasciatore israeliano a Zagabria, Nissan Amdur, motivando la decisione con “le politiche portate avanti dalle attuali autorità israeliane”. Israele ha risposto annunciando che invierà comunque Amdur come incaricato d’affari, un ruolo che non richiede l’approvazione presidenziale.
Milanović è tra i leader europei più critici verso Israele. Già a febbraio aveva vietato alle forze armate croate ogni cooperazione con l’esercito israeliano, denunciando quelle che ha definito “azioni inaccettabili” e una violazione senza precedenti del diritto umanitario internazionale a Gaza. Un segnale politico forte che mostra come anche in Europa stiano aumentando le fratture diplomatiche sul conflitto.
Europa e Usa
Unione Europea e Stati Uniti compiono un nuovo passo verso il rafforzamento dei rapporti economici transatlantici. Le istituzioni europee hanno raggiunto un accordo preliminare su due regolamenti che attuano parte dell’intesa commerciale firmata tra Bruxelles e Washington nell’agosto 2025.
L’accordo prevede la riduzione o l’eliminazione di alcuni dazi doganali su prodotti industriali americani e maggiori quote d’importazione agevolate per alcuni beni statunitensi, inclusi prodotti agricoli non sensibili e frutti di mare.
Tra le misure c’è anche la proroga della sospensione dei dazi sulle aragoste americane, comprese quelle lavorate industrialmente. Bruxelles presenta l’intesa come un modo per rendere più stabili e prevedibili i rapporti commerciali con Washington, pur mantenendo strumenti di difesa economica in caso di tensioni future.
Russia e non solo
Mentre Vladimir Putin si prepara a incontrare Xi Jinping, la guerra in Ucraina finisce per colpire anche interessi cinesi. Droni russi hanno attaccato due navi civili nel Mar Nero dirette verso i porti ucraini, tra cui un cargo di proprietà cinese, con equipaggio interamente cinese, in navigazione verso Odessa. Un episodio delicato proprio alla vigilia del vertice tra Mosca e Pechino.
Prima della partenza, Putin ha definito il rapporto tra Russia e Cina “a un livello senza precedenti”, parlando di una partnership capace di stabilizzare gli equilibri globali. Negli ultimi quattro anni il commercio tra i due paesi è più che raddoppiato, arrivando a 245 miliardi di dollari.
Intanto Bielorussia e Russia hanno avviato esercitazioni congiunte sulle armi nucleari. Minsk parla di attività pianificate e non rivolte contro paesi terzi, ma Kiev accusa la Bielorussia di trasformarsi in una piattaforma nucleare alle porte della NATO.
E sul terreno la guerra continua: la Russia ha colpito il porto fluviale di Izmail sul Danubio, uno dei principali hub per l’export di grano ucraino, mentre nuovi attacchi su Kharkiv hanno lasciato persone intrappolate sotto le macerie. Anche l’Ucraina ha colpito la regione russa di Kursk, causando vittime e feriti. Una guerra sempre più internazionale, sempre più vicina a linee rosse che nessuno sembra più rispettare.
Stati Uniti
Negli Stati Uniti emergono nuovi dettagli sull’attacco all’Islamic Center di San Diego, una struttura che ospita sia una moschea che una scuola. Tre persone sono state uccise quando due giovani, di 17 e 18 anni secondo gli ultimi aggiornamenti della polizia, hanno aperto il fuoco prima di togliersi la vita a poca distanza dal luogo della strage. Le autorità stanno trattando il caso come un possibile crimine d’odio.
Le vittime si chiamavano Amin Abdullah, Nader Awad e Mansour Kaziha. Abdullah, guardia di sicurezza della moschea e padre di otto figli, avrebbe avuto un ruolo decisivo nel limitare il numero dei morti. “Le sue azioni sono state eroiche, ha salvato delle vite”, ha dichiarato il capo della polizia Scott Wahl. Da oltre dieci anni lavorava nella moschea ed era conosciuto da tutta la comunità.
E c’è un dettaglio inquietante che rende questa tragedia ancora più pesante. Due ore prima della sparatoria, la madre di uno dei ragazzi aveva chiamato la polizia dicendo che il figlio era sparito con le sue armi e la sua automobile, che era vestito in mimetica e che poteva essere in stato suicida.
Secondo gli investigatori, su una delle armi sarebbero stati trovati messaggi di odio razziale e un biglietto con riferimenti alla supremazia bianca. Un’altra tragedia annunciata dentro un paese che continua a convivere con violenza armata, radicalizzazione e odio religioso diventati ormai parte del paesaggio quotidiano.
Ma mentre l’America discute di sicurezza interna, emergono anche nuovi numeri sulle politiche migratorie dell’amministrazione Trump. Secondo un rapporto della Brookings Institution, oltre 100 mila bambini cittadini americani potrebbero aver avuto almeno un genitore detenuto dall’inizio della nuova campagna di deportazioni di massa. Il dato preciso è impossibile da verificare perché l’amministrazione non monitora ufficialmente le separazioni familiari.
Un’inchiesta di ProPublica, basata su dati ottenuti attraverso azioni legali, sostiene inoltre che almeno undicimila bambini americani abbiano avuto un genitore arrestato nei primi sette mesi del secondo mandato di Trump. E secondo l’analisi, le madri di bambini statunitensi vengono deportate a un ritmo quattro volte superiore rispetto all’amministrazione Biden.
Intanto il Pentagono finisce sotto indagine. L’ispettorato generale del Dipartimento della Difesa ha aperto un’inchiesta sugli attacchi letali condotti dal Comando Sud degli Stati Uniti contro piccole imbarcazioni nei Caraibi e nel Pacifico, nell’ambito dell’operazione antidroga chiamata Southern Spear. Dallo scorso autunno sarebbero state distrutte 59 imbarcazioni e uccise 193 persone. L’indagine dovrà verificare soprattutto la legalità degli attacchi e i criteri con cui sono stati scelti gli obiettivi.
Tre storie diverse, ma forse legate dalla stessa domanda: quanto può spingersi uno Stato quando la sicurezza diventa il centro assoluto della politica?
Cuba
Cuba avverte gli Stati Uniti: un eventuale attacco militare provocherebbe “un bagno di sangue dalle conseguenze incalcolabili”. Lo ha dichiarato il presidente Miguel Díaz-Canel dopo indiscrezioni diffuse da Axios secondo cui L’Avana avrebbe ottenuto oltre trecento droni militari da Russia e Iran e starebbe valutando possibili attacchi contro la base americana di Guantánamo, navi statunitensi e persino la Florida.
Intanto Washington ha annunciato nuove sanzioni contro l’intelligence cubana e nove funzionari del governo, inclusi ministri e alti ufficiali militari. E l’ambasciatore cubano all’ONU ha ricordato che già negli anni Sessanta gli Stati Uniti tentarono di invadere Cuba “e furono sconfitti”. Un linguaggio da Guerra Fredda che torna improvvisamente attuale, mentre il mondo sembra accumulare sempre più fronti aperti.
Venezuela
In Venezuela il presidente del Parlamento Jorge Rodríguez ha annunciato la liberazione di 300 detenuti entro la fine della settimana, definendo la misura un “gesto umanitario” del governo senza chiedere nulla in cambio alla comunità internazionale.
Secondo Rodríguez, tra i beneficiari ci saranno anziani, minorenni, donne incinte o con figli piccoli e detenuti con problemi di salute. Tra i casi confermati anche quello della sedicenne Samantha Hernández e della settantunenne Merys Torres, madre di un ufficiale accusato di complotto contro il governo.
Le autorità venezuelane insistono sul fatto che non si tratti di un’amnistia politica, ma di misure processuali e umanitarie. Le organizzazioni per i diritti umani, però, continuano a parlare di centinaia di prigionieri detenuti per motivi politici e chiedono liberazioni complete e senza condizioni
Argentina
In Argentina Javier Milei torna ad attaccare i media e difende la sua politica economica sostenendo che “non c’è mai stata una distanza così grande tra i dati ufficiali e le notizie raccontate”.
Secondo il presidente ultraliberista, l’inflazione continua a scendere e l’economia è in espansione, tanto che — dice — l’Argentina starebbe andando verso una “ricostruzione meravigliosa”. Ma accusa televisioni e giornali di descrivere il paese come diretto “verso l’inferno”.
Le sue dichiarazioni arrivano però mentre i sondaggi mostrano un calo del consenso, sceso intorno al 35%, e cresce la preoccupazione per salari e occupazione. Gli analisti sottolineano che i settori che oggi trainano la crescita, come energia e miniere, creano pochi posti di lavoro, mentre industria e costruzioni sono in crisi.
E nonostante il rallentamento dell’inflazione, il costo della vita resta altissimo e il potere d’acquisto degli stipendi continua a diminuire.
Perù
Una scossa di terremoto di magnitudo 5.9 ha colpito la costa centrale del Perù, con epicentro nell’Oceano Pacifico. Il sisma è stato avvertito in diverse città vicine all’area dell’epicentro, ma al momento non risultano vittime né danni gravi.
Le autorità hanno avviato controlli su edifici e infrastrutture. Il Perù si trova lungo la cosiddetta “cintura di fuoco” del Pacifico, una delle aree sismiche più attive al mondo.
Pakistan
In Pakistan un tribunale ha condannato a morte Umar Hayat, 23 anni, per l’omicidio della diciassettenne Sana Yousaf, influencer molto seguita su TikTok e Instagram, uccisa nella sua casa di Islamabad lo scorso anno.
Secondo gli investigatori, il giovane aveva sviluppato un’ossessione unilaterale nei confronti della ragazza dopo alcune interazioni online. Dopo ripetuti rifiuti, avrebbe raggiunto Islamabad armato, riuscendo a entrare nell’abitazione della giovane dove, davanti alla madre e alla zia, l’ha uccisa a colpi di pistola.
Il padre di Sana ha definito la sentenza “un messaggio per tutta la società”. Ma il caso riapre soprattutto il dibattito sulla sicurezza delle donne in Pakistan e sulla violenza contro chi prova ad affermare la propria indipendenza, soprattutto online.
Secondo la Commissione per i diritti umani pakistana, nel 2024 almeno 346 donne sono state uccise in cosiddetti delitti d’onore. Un numero in crescita che racconta una cultura dove, troppo spesso, dire “no” può ancora costare la vita.
Thailandia
La Thailandia cambia le regole per i turisti stranieri. Il governo ha deciso di limitare l’esenzione dai visti introdotta nel 2024, che permetteva ai cittadini di 93 paesi — tra cui Italia, Regno Unito, Stati Uniti e gran parte dell’Europa — di restare fino a 60 giorni senza visto.
Presto, per soggiorni superiori ai 30 giorni, molti viaggiatori dovranno fare richiesta di visto, con regole che varieranno da paese a paese. Bangkok giustifica la decisione parlando di sicurezza nazionale e di un sistema diventato troppo confuso.
Negli ultimi mesi la Thailandia ha registrato diversi arresti di cittadini stranieri legati a traffico di droga, sfruttamento sessuale e lavoro illegale. Ad aprile la polizia aveva anche fatto irruzione in una scuola internazionale non autorizzata a Bangkok arrestando dieci stranieri senza permesso di lavoro.
Una stretta che arriva mentre il paese prova ancora a rilanciare il turismo dopo il crollo causato dalla pandemia.
Cina
Vladimir Putin è arrivato a Pechino per una visita di due giorni che il mondo guarda con estrema attenzione. Ad accoglierlo all’aeroporto c’erano il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, la guardia d’onore e bandiere russe e cinesi agitate da giovani volontari. Una coreografia diplomatica che arriva meno di una settimana dopo la visita di Donald Trump nella capitale cinese.
Mosca insiste che non ci sia alcun collegamento tra i due viaggi, ma il messaggio politico è evidente: la Cina vuole mantenere rapporti stabili con Washington senza rompere l’asse strategico con la Russia.
Putin e Xi Jinping discuteranno di economia, energia e grandi questioni internazionali, nel venticinquesimo anniversario del trattato di amicizia firmato nel 2001. Da quando è iniziata la guerra in Ucraina, la Cina è diventata il principale partner commerciale della Russia, acquistando enormi quantità di petrolio e gas russi e continuando a fornire componenti tecnologici nonostante le sanzioni occidentali.
Putin ha definito i rapporti tra Mosca e Pechino “a un livello senza precedenti”, parlando di una partnership capace di garantire “stabilità e deterrenza” nel mondo. E mentre la Cina cerca di presentarsi come potenza dialogante capace di parlare con tutti — dagli Stati Uniti alla Russia — il vertice di Pechino mostra che il nuovo equilibrio globale passa sempre di più attraverso questo triangolo fragile tra Washington, Mosca e Pechino.
Giappone
Una scossa di terremoto di magnitudo 5.9 ha colpito il sud del Giappone nella mattinata di mercoledì. Secondo lo United States Geological Survey, il sisma è avvenuto a circa 50 chilometri di profondità ed è stato avvertito in diverse aree della prefettura di Kagoshima.
Al momento non risultano danni né feriti e le autorità giapponesi non hanno emesso alcuna allerta tsunami.
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