18 settembre 2026 – Notiziario Africa
Scritto da Elena Pasquini in data Settembre 18, 2026
- Marocco, giovani e disillusione alla vigilia del voto
- Usa-Sudafrica: nuove restrizioni sui visti
- Africa, acqua sempre più scarsa e imprevedibile
- Donne africane, clima e conservazione: nuove soluzioni
Questo e molto altro nel Notiziario Africa di Radio Bullets a cura di Elena L. Pasquini
Ogni generazione deve scoprire la propria missione, compierla o tradirla
scriveva Frantz Fanon nel 1961, ne I dannati della terra, testo chiave del pensiero anticoloniale.
Ogni generazione ha di fronte a sé una sfida. Quella dei giovani marocchini, che sono scesi in piazza lo scorso anno e che continuano a mobilitarsi ai margini della politica istituzionale, è oggi tentare di cambiare un Paese dove la ricchezza non si distribuisce equamente, dove la disoccupazione è altissima e dove la politica non riesce a rispondere ai bisogni della popolazione.
È a loro, ai giovani, che proprio quella politica ora guarda, per vincerne la disillusione e convincerli a votare.
Il 23 settembre il Marocco è chiamato alle urne ed è da qui che iniziamo oggi. Poi, però, andremo in Sudafrica perché Marco Rubio, Segretario di stato americano, ha annunciato restrizioni ai visti. Il motivo? Discriminazione dei bianchi, che c’è chi arriva a chiamare genocidio. Anche se in ballo ci sta molto altro, ci sono le relazioni economiche tra Washington e Pretoria. Parleremo quindi di clima e di conservazione, con il rapporto sull Stato delle acque nel mondo dell’Organizzazione meteorologica mondiale e con le soluzioni che arrivano dalle donne africane. Infine la musica, con la corsa di tre Paesi per diventare sede africana della Recording Academy che organizza i Grammy Awards. Qundi, l’invito ad ascoltare un nuovo album che guarda al sole.
Oggi 18 settembre 2026
Marocco
La vita è sempre più costosa, i servizi pubblici non reiscono a rispondere ai bisogni della popolazione e una diffusa disillusione, in particolare tra i giovani, rischia di fare dell’astensione la vera vincitrice della prossima tornata elettorale che chiama il Paese alle urne il 23 settembre.
I partiti che si contendono 395 seggi della Camera dei Rappresentanti, sono 27, e fanno appello ad oltre 15,8 milioni di elettori.
“Al di là della competizione tra i partiti, le elezioni sollevano una questione più profonda: se i cittadini credono che il sistema politico sia in grado di rispondere ai problemi che caratterizzano la loro vita quotidiana”, scrive Al Jazeera.
Ad analizzare i dati anagrafici degli iscritti alle liste elettorali, circa il 29 percento ha 60 anni ed oltre, mentre solo il 4 percento è compreso tra i 18 e 24 anni, spiega la testata qatariota, anche se rappresentano circa il 12 percento della popolazione.
Giovani che vogliono risposte e che affrontano una grave crisi occupazionale, con un tasso di disoccupazione che il Fondo monetario internazionale ha stimato del 37,3 percento per chi ha tra i 15 e i 24 anni.
Secondo un sondaggio pubblicato a marzo da Afrobarometer, solo un terzo dei giovani tra i 18 e i 35 crede ancora nella politica, negli organi rappresentativi e nel sistema dei partiti. Per loro la politica è questione molto concreta, deve rispondere a bisogni pressanti. E quei bisogni fino ad ora sono rimasti insoddisfatti.
Un elettorato anziano, o meglio liste elettorali che non rispecchiano la composizione demografica della popolazione, e una fascia giovanile che vuole risposte: in questo quadro, conterà moltissimo in quanti andranno davvero a votare, soprattutto quanti in quella fascia d’età dove la disillusione potrebbe prevalere.
Secondo il politologo Abderrahim El Allam, che le elezioni siano partecipate è il vero interrogativo. L’astensione, sostiene El Allam in un’intervista sul marocchino Telquel, potrebbe indicare “meno un disinteresse per la politica, quando piuttosto una crisi di fiducia nei partiti e nel sistema rappresentativo”. Per i partiti marocchini, è il tempo, dice, di reinventarsi.
Il voto sarà una cartina di tornasole per capire se l’opinione pubblica marocchina sente davvero che la crescita economica del Paese, quella raccontata dalle statistiche – +4,9 percento nel 2025 – e dei grandi investimenti, significa maggior benessere diffuso. La cronaca lascia immaginare che non sarà così.
“I giovani elettori affermano di essere stati scoraggiati dall’impressione che le elezioni modifichino gli equilibri tra partiti con scarse differenze ideologiche senza produrre cambiamenti politici significativi. “Continuiamo a vedere le stesse facce tornare con promesse in cui molti giovani elettori non credono più”, ha detto lo studente universitario Mohamed Azzaoui, che ha affermato di non avere intenzione di votare, come racconta l’agenzia di stampa Reuters.
Per tutti i partiti, al centro della campagna elettorale, c’è, ovviamente, l’economia. Tutti, promettono occupazione, tutti di difendere le famiglie dal caro-prezzi. È così che stanno cercando di attirare la generazione protagonista lo scorso hanno di proteste violente, che spiegano gli analisti, come riporta ancora Reuters, “dimostrano la difficoltà dei partiti di coinvolgere i giovani elettori”.
Stati Uniti e Sudafrica
Chi sono i sudafricani che non potranno entrare negli Stati Uniti, l’amministrazione Trump non l’ha reso noto, ma le parole di Marco Rubio, Segretario di Stato, segnano un ulteriore inasprimento nelle relazioni tra Washington e Pretoria.
“Oggi annuncio una nuova politica di restrizione dei visti ai sensi della Sezione 212(a)(3)(C) dell’Immigration and Nationality Act, rivolta ai cittadini stranieri responsabili o complici dell’emanazione o dell’attuazione di leggi o politiche che consentono l’espropriazione di terreni senza indennizzo, la discriminazione basata sulla razza e/o l’incitamento alla violenza imminente contro i membri di gruppi etnici o razziali minoritari in Sudafrica. Gli Stati Uniti non permetteranno che tale comportamento resti impunito”, ha comunicato martedì Rubio.
Le accuse sono quelle che l’amministrazione Trump ripete oramai allo sfinimento, con la speranza che a forza di dirle si mutino in fatti, che in Sudafrica sarebbe in atto un genocidio bianco, che colpirebbe in particolare gli afrikaner, i discendenti dei coloni arrivati in Sudafrica nel XVII secolo. Quella minoranza che ha privato la maggioranza nera di ogni diritto durante il regime dell’apartheid e che ancora tiene in mano buona parte delle ricchezze del Paese.
Rubio non ha identificato alcun funzionario che sarebbe stato preso di mira dalle restrizioni di viaggio, sebbene un gruppo di pressione per i bianchi di minoranza in Sudafrica avesse precedentemente chiesto agli Stati Uniti di sanzionare i funzionari del partito African National Congress, il partito del presidente sudafricano Cyril Ramaphosa e il più grande del Parlamento sudafricano”, scrive l’Associated Press.
Al centro delle accuse dell’Amministrazione Trump, in particolare, una legge sudafricana “che consente l’espropriazione di terreni privati inutilizzati senza indennizzo in determinate circostanze”, spiega l’AP. Legge nata con l’intento, come ha dichiarato il ministro degli Esteri sudafricano Ronald Lamola, di riequilibrare le ingiustizie dell’apartheid e quelle radicate dal dominio coloniale.
Stati Uniti che hanno, poi, sempre posto l’accento sui crimini violenti di cui sono state vittime alcuni agricoltori bianchi, sebbene la criminalità in Sudafrica sia una piaga che colpisce tutti, davvero tutti, indiscriminatamente.
Una campagna di pressione sul Sudafrica, “alimentata dalla falsa narrazione di un’oppressione e repressione sistematica della popolazione bianca afrikaner del paese. Le basi di questa campagna derivavano in gran parte dall’agenda di organizzazioni sudafricane come AfriForum e Solidarity”, scrive l’analista J Brook Spector, sul sudafricano The Daily Maverick.
Campagna che va letta, però, allargando lo sguardo. Quando Leo Brent Bozell II, ambasciatore americano a Pretoria, invia le richieste del suo governo a Pretoria – richieste che ora gli Usa dicono non soddisfatte – la lista, come ricorda Brook Spector comprendeva, non solo “proteggere le comunità rurali dalla violenza, condannare la retorica che incita all’odio o glorifica la violenza e garantire che le politiche di espropriazione includano standard di indennizzo chiari ed equi” ma anche due punti di natura prettamente economica: “l’ampliamento della cooperazione in ambito digitale e nel settore dei minerali critici” e “eliminare l’obbligo di cedere la proprietà o il controllo del processo decisionale aziendale come costo per fare impresa”.
Nel braccio di ferro diplomatico tra Sudafrica e Stati Uniti, dunque, la campagna contro il genocidio bianco – che ha condotto anche a una revisione del programma di accoglienza dei rifugiati, ora aperto ai sudafricani bianchi – è sullo stesso tavolo e si confonde con altri dossier, quello dei minerali critici, quello delle relazioni economiche, quello dei dazi e dell’ammissibilità del Sudafrica alle esenzioni dai dazi.
E poi, l’attrito in politica estera: “A fare da sfondo a questo scenario, si è inoltre manifestata una crescente discordia tra le due nazioni su questioni di politica estera. In particolare, si segnalano l’energica azione legale intrapresa dal Sudafrica contro Israele per genocidio presso la Corte penale internazionale, e gli stretti legami del Sudafrica con l’Iran e la Russia, compresi i legami militari. Negli Stati Uniti si riscontra anche la percezione che, sebbene il Sudafrica si dichiari fermamente neutrale nei conflitti regionali, come l’invasione russa dell’Ucraina che ha coinvolto uno dei suoi partner BRICS, dal punto di vista americano ciò non corrisponda alla realtà, a giudicare sia dalle azioni che dai voti espressi nei forum internazionali”, scrive ancora Brook.
Acqua
Il mondo è senz’acqua, l’Africa è assetata. E allo stesso tempo troppe volte sommersa, ferita dalla violenza di quella stessa acqua troppo avara.
Il futuro è tracciato, e rischia di essere segnato da eventi sempre più estremi. Lo raccontano i dati dell’ultimo rapporto dell’Organizzazione meteorologica mondiale sulle Risorse idriche, pubblicato ieri.
L’analisi raccoglie i dati scientifici del ciclo idrologico, sempre più imprevedibile e irregolare, e degli eventi estremi verificatisi nel 2025 e negli ultimi cinque anni.
A studiare il corso dei fiumi, il 2025 in tutto il mondo è stato l’anno con la portata più bassa negli ultimi 35 anni. Anni, uno dopo l’altro, di portate fluviali anomale, riserve idriche diminuite, ghiacciai che si sciolgono.
L’Africa è stata tra le parti del mondo più colpite dagli eventi estremi. “
Tendenze, queste, con gravi implicazioni per le persone e le economie in futuro”, scrivono i ricercatori. Asia e Africa “insieme hanno rappresentato almeno la metà di tutti gli eventi estremi legati all’acqua registrati e oltre l’80% dei decessi associati segnalati negli ultimi cinque anni”.
In Africa, si sono registrate portate superiori alla norma nei bacini del Senegal, del Niger, del Lago Ciad, dell’Orange e del Limpopo, ma nettamente inferiori alla norma nei bacini del Nilo, del Congo e dello Zambesi.
Il Nord Africa ha visto scendere in modo preoccupante i livelli di stoccaggio idrico, mentre sono cresciute in modo anomalo in alcune aree dell’Africa subsahariana, del Sahel, riserve – ovvero l’acqua dolce sulla superficie e nel sottosuolo, nelle falde acquifere, nel suolo, nei fiumi, nei bacini idrici, nella neve e nel ghiaccio – sono state superiori anche in Africa centrale e meridionale, anche se in alcune zone dell’Africa meridionale, i dati indicano, nel periodo 2022 – 2025, deficit persistenti delle falde acquifere.
Quanto agli eventi estremi, la siccità ha sferzato in modo durissimo il Corno d’Africa, che tra ottobre e dicembre ha vissuto una delle stagioni più secche nella sua storia, colpendo Somalia, Kenya orientale e Etiopia meridionale.
“Il governo somalo ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale a novembre, mentre in Somalia sono stati segnalati oltre 490.000 sfollamenti. Le condizioni di siccità sono persistite anche nel 2026”, si legge nel rapporto.
E poi, le inondazioni che hanno segnato diversi Paesi africani, tra cui Nigeria e Repubblica democratica del Congo. In Congo sono morte almeno 165 persone, ci sono stati 7000 sfollati e oltre 60 mila persone colpite dalla combinazione di inondazioni, esondazione del fiume Ndjili e dalle frane nella capitale Kinshasa.
In Nigeria, a maggio, non sono state soltanto le forti piogge a causare oltre 230 morti, la distruzione di oltre 300 abitazioni e a sommergere circa 2,8 km² di terreni agricoli e aree residenziali. “Gli insediamenti e lo sviluppo edilizio nella precedente pianura alluvionale hanno ulteriormente aumentato l’esposizione al rischio”, scrivono i ricercatori.
Senza dimenticare le 103 vittime sudafricane nel giugno 2025, e le altre centinaia, alla fine dell’anno, sempre in Sudafrica, ma anche in Mozambico, Eswatini e Zimbabwe.
Ciò che accade in Africa, però, non resta in Africa, ma ci riguarda. Ciò che accade qui, ugualmente, riguarda l’Africa. “L’acqua non conosce confini”, ha affermato Celeste Saulo, Segretario Generale dell’OMM, che spiega: “Il bilancio idrico di un bacino fluviale dipende da ciò che accade in un altro Paese. Il ritiro di un ghiacciaio in un Paese rimodella la disponibilità idrica per le popolazioni che vivono centinaia di chilometri più a valle. È proprio per questo che abbiamo bisogno di dati condivisi, standard condivisi e sistemi di allerta precoce condivisi: la funzione esatta che l’OMM è chiamata a svolgere”.
Donne, ambiente
La terra inaridita fatica a dare frutto, il clima impazzito nega l’acqua e poi la muta in violenza improvvisa che travolge tutto. E poi, c’è l’uomo che continua a braccare gli animali, che invece li travolge in una guerra aperta con la fauna selvatica, già sottoposta, anche lei, alla pressione di un tempo imprevedibile e violento.
Di fronte a ciò che si mostra come un’Apocalisse, le donne non indietreggiano, anzi. Guardano in faccia le sfide del presente, cercano soluzioni, creano, inventano.
Ad Addis Abeba, la scorsa settimana, giovani donne, giovani femministe si sono incontrate per la quarta edizione dell’African Feminist Climate Justice Academy, organizzata da Femnet, network femminista panafricano.
“Le donne e le ragazze in tutta l’Africa non sono semplicemente vittime dei cambiamenti climatici. Sono contadine che si adattano ai mutamenti meteorologici, organizzatrici di comunità che proteggono i mezzi di sussistenza, attiviste che chiedono giustizia e giovani leader che sviluppano soluzioni radicate a livello locale. Le loro esperienze di vita offrono una conoscenza che le politiche climatiche non possono permettersi di ignorare”, scrive Dianarose Odhiambo, su Femnet.
Per quattro giorni, donne provenienti da tutta l’Africa si sono confrontate sulle politiche che stanno disegnando il futuro del continente, sulle risorse destinate al clima e sulle risposte possibili alle sfide poste da un presente che è già emergenza. “Giovani femministe di diversi paesi hanno trovato un terreno comune in contesti differenti e hanno scoperto una rete continentale di persone da cui imparare, a cui rivolgersi e con cui schierarsi. Questa solidarietà è importante perché la giustizia climatica femminista, in definitiva, riguarda il cambiamento del modo in cui comprendiamo sia la crisi che le soluzioni”, prosegue Odhaiambo.
Donne che già sono in prima linea, non solo nella lotta al cambiamento climatico ma anche nella conservazione ambientale, nella battaglia titanica contro la perdita di biodiversità. Holly Budge, fondatrice della Settimana mondiale delle donne ranger, sulla testata britannica The Independent, racconta come le donne stanno ridefinendo la protezione della fauna selvatica: “La fauna selvatica africana è sottoposta a pressioni crescenti: la perdita di habitat, i cambiamenti climatici, i conflitti tra uomo e animali selvatici e il bracconaggio continuano a minacciare ecosistemi già sotto stress. Il numero di ranger è esiguo, e gli esperti stimano che il mondo abbia bisogno di altri 1,5 milioni di persone per raggiungere gli obiettivi globali di biodiversità entro il 2030. I metodi di conservazione tradizionali da soli non sono più sufficienti”, scrive Budge.
Sono le donne a combinare “la conoscenza del territorio con la tecnologia”, come fanno Ruth Katumbi Mathitu e Muna Kalutu in Kenya, che pilotano i droni nel Kasigau Corridor, un corridoio che unisce i parchi nazionali di Tsavo Est e Tsavo Ovest, per monitorare la fauna, capire se vi sono attività illegali o emergenze. “Per le donne coinvolte”, scrive Budge, “questo cambiamento va ben oltre la tecnologia …. Per Florence Mwakio, aggiunge, diventare pilota di droni le ha significato “capire che non esiste un lavoro che una donna non possa fare”. Accade lo stesso in Zambia, dove la raccolta dei dati viene utilizzata da Ruth Chitindi per controllare il conflitto tra animali selvatici, elefanti, leoni, e l’uomo.
Sono le donne, che conoscono palmo a palmo gli spazi vasti e remoti di una natura sempre più fragile, a sperimentare, innovare e tentare nuove strade per proteggere l’ambiente, gli animali – che siano felini, pachidermi, grandi cetacei – e gli esseri umani che in quell’ambiente vivono.
Musica
Il primo passo dei Grammy Awards fuori dagli Stati Uniti dalla loro fondazione nel 1959 potrebbe essere in Africa. La gara per ospitare il quartier generale della sede africana della Recording Academy, l’organizzazione di artisti, produttori e professionisti dell’industria discografica che assegna i premi, è aperta ed è all’ultimo sangue. I
n lizza Kenya, Sudafrica e Nigeria, ma il Kenya sembra aver compiuto un balzo in avanti per quella che viene letta come una grande opportunità per aumentare la visibilità degli artisti africani sulla scena internazionale. “Venerdì 11 settembre, i funzionari dell’organizzazione dei Grammy Awards hanno annunciato a Nairobi che sono stati raggiunti diversi traguardi chiave del progetto, pur non avendo ancora designato il Paese ospitante”, scrive la testata africana Benin TV Web.
Il mese prossimo, artisti kenyoti visiteranno gli Stati Uniti, per uno scambio che lascia a Nairobi, che ha investito 3,9 miliardi di dollari per diventare l’hub musicale internazionale del continente, l’impressione di aver quasi centrato l’obiettivo.
“Se il progetto andasse a buon fine, il Kenya potrebbe ospitare star della musica mondiale come Beyoncé, Taylor Swift, Adele, Kanye West e altri. Ciò aumenterebbe l’attrattiva del Paese come meta turistica, sbloccando al contempo il potenziale dell’economia creativa”, prosegue Kenyans.
Ruto, alla fine del 2025, aveva annunciato che nel Paese sarebbero stati girati film per la premiazione dei Grammy Awards.
Panos A. Panay, presidente dell’Academy, dopo un incontro con il presidente del Kenya, William Ruto, “ha affermato che espandere la portata globale della musica africana è un processo simile a quello del giardinaggio, in cui tutte le condizioni necessarie devono essere presenti prima del raccolto finale”, riporta l’Associated Press.
Panay “ha detto anche che l’Academy sta anche lavorando per aumentare la rappresentanza africana tra i suoi membri, il che darebbe a più artisti e professionisti del settore voce in capitolo nel processo di votazione dei Grammy”, scrive la testata Kenyans. Grammy che quattro anni fa hanno scelto di dare maggiore visibilità alla musica africana inserendo la categoria Miglior performance di musica africana.
Il processo a cui si riferisce Panay, però, non ha una portata soltanto culturale ma anche diplomatica ed economica. Il Dipartimento di Stato americano e la Recording Academy sono già partner nell’American Music Mentorship Program, un programma di scambio per artisti e professionisti aperto anche all’Africa, e la visita di questi giorni in Kenya della dirigenza dei Grammy in Kenya è avvenuta “nell’ambito della collaborazione tra l’Ambasciata degli Stati Uniti e il Kenya nel settore dell’economia creativa”, spiega AP.
Invito all’ascolto. Ilanga, da LINDA, di Linda Sikhakhane
Ilanga significa “sole” in lingua zulu. È il secondo brano del nuovo album che si chiama semplicemente LINDA. Ricerca di una guida, di una luce, di orientamento per noi, esseri umani tutti con gli occhi fissi al sole, Ilanga porta la firma di Linda Sikhakhane, sassofonista e compositore sudafricano, che collabora con una leggenda del rap, Zuluboy. L’album, il suo quinto, è “la sua opera più intima … un lavoro al contempo introspettivo e collaborativo. Ispirato dalla ricerca del proprio scopo nella vita, LINDA affonda le radici nella cultura, pur essendo animato da un palpabile senso di esplorazione”, scrive Blue Note. “Unendo introspezione e impegno sociale, l’artista, originario di Umlazi e discendente di KwaNongoma, esplora nuovi orizzonti, fondendo sensibilità contemporanee con il linguaggio tradizionale del jazz sudafricano”, prosegue la storica etichetta jazz.
Con la guida del pianista jazz, Nduduzo Makhathini, Sikhakhane agli inizi di settembre ci ha regalato la chiave per percorrere universi intimi e spazi comunitari, attraversare mondi musicali che si muovono dal jazz, all’hip-hop, all’amapiano. “Il sassofonista continua a tracciare percorsi musicali innovativi, interagendo intensamente con la sua comunità, i colleghi artisti e la sua tradizione. Il risultato è una dimostrazione perfetta di come considerare il passato, assorbire il presente e contribuire a definire il futuro”, prosegue Blue Note.
Un album in cui c’è tutta la complessità di un’artista che si definisce “figlio, zio, fratello e membro della comunità del quartiere di Umlazi, con le radici a Nongoma”, racconta in un’intervista a The Sowetan. “La musica è diventata il modo di esprimermi. Non credo di avere una risposta al perché della musica. Sembra che sia qualcosa da cui non posso sfuggire”, ha detto.
Neppure noi possiamo sfuggire dall’ascoltare il suo nuovo lavoro. E con l’invito ad esplorare l’arte di Linda Sikhakhane, vi salutiamo. Grazie per essere stati con noi, Radio Bullets torna lunedì con le notizie dal mondo.
Foto di copertina: Urtak Hoti su Unsplash
Musica: King david/Ponds5
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