30 settembre 2026 – Notiziario Mondo
Scritto da Barbara Schiavulli in data Settembre 30, 2026
- Per la prima volta il Marocco ha una donna alla guida del governo.
- Iran e Stati Uniti, si tratta su Hormuz. Il conto arriva nelle case.
- Nigeria, andare nei campi e non tornare.
- Vietnam, accuse di terrorismo e denunce di rapimento.
- Spagna, Maricarmen potrà tornare a casa.
- Uganda, dal telegiornale al trono.
- Introduzione: Buonanotte Baghdad
Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets. A cura di Barbara Schiavulli
Marocco
Per la prima volta, il Marocco ha una donna alla guida del governo. Re Mohammed VI ha nominato Fatima Ezzahra El Mansouri: cinquant’anni, avvocata, sindaca di Marrakech e ministra dell’Urbanistica e dell’Abitazione nel governo uscente. Un passaggio storico, in un Paese dove quella carica era sempre stata occupata da uomini.
Il suo Partito Autenticità e Modernità ha conquistato 97 seggi su 395 alle legislative del 23 settembre. È arrivato primo, ma non può governare da solo: adesso serve una coalizione. Nelle prime dichiarazioni dopo la nomina, Mansouri ha annunciato consultazioni interne e poi colloqui con le altre forze politiche. La squadra di governo, dunque, è ancora da costruire.
E attenzione al contesto: il re conserva poteri molto ampi, soprattutto sulla difesa e sulla politica estera. Inoltre, alle urne è andato circa il 38 per cento degli elettori, contro il 50 per cento di cinque anni fa. Recuperare fiducia sarà parte del lavoro.
Sul tavolo ci sono il costo della vita, gli stipendi, l’occupazione. E i miliardi destinati ai Mondiali del 2030, che il Marocco ospiterà insieme a Spagna e Portogallo, dopo le proteste dei giovani dello scorso anno.
Una donna al vertice rompe una barriera, ed è importante. Ma per chi fatica ad arrivare a fine mese, la svolta dovrà vedersi anche fuori dal palazzo. Gli stadi porteranno il mondo a guardare il Marocco. Il nuovo governo dovrà dimostrare di guardare anche chi ci vive.
Palestina e Israele
A Gaza si continua a morire. Martedì un attacco israeliano ha colpito un appartamento nel quartiere al-Nasr, a Gaza City: due morti e cinque feriti, secondo l’ospedale al-Shifa. Tra le vittime Izz al-Din al-Bik, comandante di Hamas, la cui uccisione è stata annunciata da Israele. L’Associated Press riferisce di quattro morti nei raid della giornata.
E in Cisgiordania occupata, la storia di una famiglia racconta cosa significhi non poter più tornare a casa. A Jalud, i Tubasi dovevano rientrare nelle abitazioni dalle quali erano stati allontanati dai coloni.
L’esercito israeliano li accompagnava. Ma oltre cento coloni hanno attaccato, incendiando le case e lanciando pietre anche contro gli agenti. Tre sono rimasti feriti. Il rientro è fallito. Netanyahu ha condannato l’assalto; l’esercito ha annunciato due arresti. La famiglia, però, è rimasta fuori.
È questo il punto: una condanna ufficiale non restituisce una casa. E nemmeno la possibilità di abitarci senza paura.
Secondo l’ultimo rapporto dell’OCHA, l’ufficio umanitario delle Nazioni Unite, tra il 15 e il 21 settembre le demolizioni israeliane hanno sfollato 147 palestinesi, tra cui 73 bambini. Più del triplo della media settimanale di quest’anno.
Il Comitato internazionale della Croce Rossa avverte che violenze, restrizioni agli spostamenti ed espansione degli insediamenti stanno rendendo insostenibile la vita quotidiana. Quotidiana: andare a scuola, lavorare, raggiungere un medico.
Infine, una giornalista torna libera. Naqaa Hamed, palestinese-americana, è stata rilasciata lunedì su cauzione dopo tredici giorni di detenzione.
Era stata arrestata mentre rientrava da un servizio sulla violenza dei coloni. Il Comitato per la protezione dei giornalisti aveva chiesto la sua liberazione e contestato le accuse di spionaggio. Secondo l’Associazione dei prigionieri palestinesi, altri 36 giornalisti restano nelle carceri israeliane.
Perché anche poter raccontare quello che succede fa parte della protezione delle persone. Se spariscono i testimoni, non sparisce la violenza. Diventa soltanto più facile ignorarla.
Libano
Nel sud del Libano continuano gli attacchi israeliani, nonostante il cessate il fuoco. E l’accordo mediato dagli Stati Uniti resta bloccato: Israele non si è ritirato completamente, Hezbollah non è stato disarmato.
A Washington, il premier libanese Nawaf Salam ha chiesto a Marco Rubio di passare agli impegni concreti: un calendario per il ritiro israeliano e il controllo del territorio e delle armi affidato allo Stato libanese.
Il nodo è chi debba muoversi per primo. Beirut chiede il ritiro, Israele il disarmo di Hezbollah. E mentre si discute dell’ordine dei passaggi, per chi abita al sud la domanda è molto più semplice: quando smetteranno di bombardare?
Iran e USA
Su Hormuz si continua a trattare, ma un accordo non è confermato. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi parla di negoziati diventati più seri, attraverso mediatori qatarioti e pakistani.
Al centro c’è la riapertura dello stretto. Teheran aveva proposto di procedere entro sette giorni, chiedendo in cambio la fine del blocco americano dei porti, lo sblocco di fondi congelati e deroghe alle sanzioni petrolifere. Trump ha respinto quella proposta, ma i contatti proseguono.
E mentre si negozia, Washington stringe ancora: martedì ha sanzionato altre dieci persone ed entità, accusate di aiutare l’Iran a procurarsi armi e componenti.
Intanto, a Teheran, servono oltre due milioni e mezzo di rial per comprare un dollaro: un nuovo minimo per la valuta iraniana. Marco Rubio parla di un’economia diretta verso un «cataclisma». Per chi vive di stipendio, però, il crollo significa risparmi che perdono valore e maggiore difficoltà a sostenere le spese.
I Pasdaran rispondono rivolgendosi agli americani: il portavoce Hossein Mohebbi li invita a protestare contro la guerra e sostiene che Washington debba ammettere la sconfitta e lasciare la regione. È la posizione delle Guardie rivoluzionarie, non l’esito di un negoziato.
Poi c’è l’inverno: il governo iraniano avverte che i danni agli impianti energetici potrebbero provocare carenze di gas nelle province settentrionali.
Entrambi i governi promettono che sarà l’altro a cedere. Nel frattempo, le famiglie devono capire come arrivare a fine mese. E come scaldarsi.
Yemen
Trecentocinquantasei operazioni militari in ventiquattr’ore, su dieci fronti. È quanto rivendicano le forze governative yemenite, sostenute dall’Arabia Saudita, contro Ansarallah, il movimento conosciuto come Houthi. Il ministero della Difesa dichiara 476 combattenti avversari uccisi o feriti.
Intanto, sull’altra sponda del Mar Rosso, l’Arabia Saudita ha ripreso a caricare petrolio nel porto di Yanbu, dopo la riattivazione dell’oleodotto Est-Ovest, danneggiato da un attacco a settembre. Questa rotta permette di esportare greggio senza attraversare Hormuz. Secondo fonti commerciali citate da Reuters, le spedizioni sono intorno ai due milioni di barili al giorno.
Il petrolio trova una strada alternativa. Per le persone che vivono lungo quei dieci fronti, trovare una via d’uscita è un’altra storia. Nei comunicati si contano operazioni e bersagli. Ma quello che manca è sapere quanto spazio resti per vivere.
Nigeria
Stavano raccogliendo arachidi quando sono arrivati gli uomini armati. In Nigeria, almeno 47 agricoltori sono stati rapiti sabato nell’area di Mariga, nello Stato del Niger.
Domenica, altre quaranta donne sono state sequestrate a Yargada, nel vicino Zamfara. Secondo l’AFP, ripresa da Al Jazeera, sono almeno 87 le persone scomparse, soprattutto donne. Gli attacchi vengono attribuiti a bande dedite ai sequestri per riscatto.
Separatamente, nel sud-est del Paese, la polizia dello Stato di Abia ha trovato 28 crani umani e altre ossa in accampamenti criminali nelle foreste. Sospetta che appartengano a persone rapite, ma le identità sono ancora da accertare. I sospetti sono fuggiti.
Dietro questi numeri ci sono famiglie che aspettano notizie. E comunità per le quali perfino raccogliere il cibo nei campi significa rischiare di non tornare.
Niger e Somalia
In Niger, oltre cinquanta membri delle forze di sicurezza sono stati uccisi in due attacchi nell’ovest del Paese, secondo fonti della sicurezza citate da Reuters.
Mercoledì l’agguato a un convoglio di gendarmi nell’area di Abala-Filingué; sabato l’attacco a Birni-N’Konni, con oltre trenta soldati morti. Lo Stato islamico del Sahel ha rivendicato entrambe le azioni.
In Somalia, invece, è una lotta per il potere regionale a incendiare Baidoa: l’esercito affronta i combattenti fedeli a Laftagareen, il presidente regionale estromesso a marzo.
Medici Senza Frontiere riferisce tre morti, tra cui un operatore sanitario, e 69 pazienti accolti in ospedale, compresi cinque bambini. Le strade bloccate impediscono ad altri feriti di raggiungere le cure. Controllare una città non significa proteggere chi ci vive.
Uganda
Per anni ha raccontato le notizie in televisione. Adesso la notizia è lui: il giornalista e principe Edward Rukidi Kijanangoma è stato incoronato sovrano del regno tradizionale di Tooro, nell’Uganda occidentale, con il nome di Edward Rukidi Nyabongo. Succede a Oyo, morto di cancro ad agosto, a trentaquattro anni: era diventato re quando ne aveva appena tre.
Ma dietro la cerimonia c’è una successione contestata. Gli anziani del clan reale hanno scelto Nyabongo; la regina madre sostiene invece che Oyo abbia lasciato un figlio, la cui identità non è stata resa pubblica, e che spettasse a lui il trono.
Una precisazione: questi sovrani non governano l’Uganda. Sono custodi della cultura e delle tradizioni, con una forte influenza sulle comunità. Il nuovo re promette unità. La sua prima sfida sarà costruirla dentro una famiglia reale divisa.
Spagna
A ottantasette anni, sfrattata dalla casa di una vita e portata via in barella. La storia di Maricarmen Abascal ha riempito le piazze di Madrid. Ora c’è un accordo per farla rientrare, con un affitto commisurato alla pensione.
Intanto il governo spagnolo ha approvato misure che estendono fino al 2030 la protezione dagli sfratti per le persone vulnerabili. Attenzione: non è un divieto generalizzato di sfrattare. E i decreti devono ancora ottenere la convalida del Parlamento, prevista venerdì.
La mobilitazione continua. Perché Maricarmen potrà riavere le sue chiavi, ma il diritto a una casa non dovrebbe dipendere dalla capacità di diventare un caso nazionale.
Intanto, La guerra in Medio Oriente arriva anche nei bilanci delle famiglie. La Spagna ha approvato un nuovo pacchetto contro il caro energia: gli sconti fiscali sui carburanti saranno di venti centesimi al litro a ottobre, tredici a novembre e sei a dicembre. Previsti anche un limite agli aumenti della tariffa regolata del gas e un prezzo massimo di 19 euro e 55 per la bombola di butano.
L’intervento arriva mentre l’inflazione di settembre sale al 4,9 per cento. Attenzione: frenare i rincari non significa cancellarli. Ma significa riconoscere che il costo di una guerra combattuta lontano non può essere lasciato interamente a chi deve fare il pieno, lavorare e riscaldare casa.
Francia
Alla Torre Eiffel, alcune dipendenti sono state allontanate dai loro posti, altre sostituite da uomini.
Perché? Una delegazione religiosa induista del movimento BAPS aveva chiesto di limitare le interazioni con le donne durante la visita del 5 settembre. E qualcuno ha pensato di accontentarla. La protesta del personale ha poi fermato l’apertura del monumento.
Ora il direttore della società di gestione, Patrick Branco Ruivo, lascerà l’incarico a fine anno. L’indagine ha accertato carenze organizzative e un’esclusione definita inaccettabile. Lui nega di aver ordinato di allontanare le lavoratrici, ma riconosce la propria responsabilità nella gestione. BAPS si è scusata per il disagio provocato.
Ecco, chiamarlo disagio è poco. La libertà religiosa merita rispetto. Anche le donne. E sul posto di lavoro non possono diventare invisibili per rendere più confortevole la visita di qualcun altro.
Marine Le Pen difende Jordan Bardella dopo l’inchiesta di Mediapart che gli attribuisce messaggi antisemiti risalenti agli inizi della sua carriera politica. La testata parla di conversazioni scritte contenenti teorie del complotto sugli ebrei e sostiene di averle verificate attraverso mesi d’indagine e testimonianze. Bardella nega categoricamente e annuncia azioni legali. Non posso confermare autonomamente l’autenticità dei messaggi.
Le Pen gli rinnova piena fiducia: sarebbe il suo premier in caso di vittoria alle presidenziali del 2027.
La vicenda tocca il punto più sensibile del Rassemblement National: il tentativo di prendere le distanze dall’eredità antisemita del fondatore Jean-Marie Le Pen. Accuse da accertare, dunque. Ma gridare al complotto contro il partito non risponde alla domanda: quei messaggi sono autentici oppure no?
Ucraina e Russia
n Ucraina la guerra distrugge anche libri, biblioteche e luoghi della cultura. La ministra Tetyana Berezhna denuncia al Times una distruzione sistematica del patrimonio da parte della Russia: secondo i dati che riferisce, tredici milioni di libri sono andati perduti, compresi cinquecentomila destinati agli scolari. Kyiv accusa Mosca di voler cancellare l’identità ucraina.
Perché quando brucia una biblioteca non spariscono soltanto pagine. Si perdono storie, strumenti per studiare, pezzi di memoria collettiva. E ricostruire i muri, da solo, non basta a restituirli.
Stati Uniti
Donald Trump vuole chiamarla «superintelligenza». Ma il nome è la parte più semplice. Dopo l’incontro alla Casa Bianca con i vertici delle grandi aziende tecnologiche, il presidente ha annunciato un accordo che definisce «moralmente vincolante» e sta valutando un comitato di circa dieci persone per sorvegliare il settore. Il comitato, dunque, è ancora una proposta.
L’intesa annunciata dalle aziende prevede valutazioni interne dei rischi e verifiche esterne. Resta però un impegno volontario: non equivale a una nuova legge che imponga obblighi e sanzioni. I dettagli dell’applicazione devono ancora essere chiariti.
Trump insiste sull’autoregolamentazione e sulla corsa tecnologica con la Cina. Durante l’incontro è stata presentata anche America.gov, una piattaforma basata sull’intelligenza artificiale per facilitare l’accesso ai servizi pubblici.
Le promesse riguardano medicina, ricerca e servizi migliori. La domanda riguarda tutti noi: chi risponde quando qualcosa va storto? Perché chiamarla «super» non rende automaticamente più sicuri i sistemi. E una promessa morale, da sola, non spiega chi possa intervenire quando viene infranta.
In Texas, il caro carburante diventa emergenza ufficiale. Il governatore Greg Abbott amplia l’uso del diesel agevolato, normalmente riservato ai mezzi fuori strada, e consente camion più pesanti. Il gasolio costa mediamente 5 dollari e 86 al gallone. Ma la tassa statale sul carburante resta: venti centesimi che i democratici chiedevano di sospendere.
Sempre in Texas, un’inchiesta del Texas Tribune identifica Gregory Feathers come l’agente dell’immigrazione che avrebbe ucciso Lorenzo Salgado Araujo, 52 anni, a Houston in luglio. Il governo invoca la legittima difesa; i testimoni la contestano. L’identità emerge anche da un documento diffuso per errore. La trasparenza, a quanto pare, arriva per sbaglio.
A Washington, infine, l’amministrazione Trump chiede alla Corte Suprema di consentire lo stop alle terapie ormonali per le persone transgender nelle carceri federali. I tribunali inferiori hanno bloccato la misura. È una richiesta, non ancora una decisione: in gioco c’è la continuità delle cure di persone affidate allo Stato.
Haiti
Ad Haiti, almeno undici persone sono state uccise nell’Artibonite in una rappresaglia attribuita alla banda Kokorat San Ras. Secondo il sindaco locale, lunedì un reparto dello Sri Lanka della forza multinazionale sostenuta dall’ONU aveva smantellato posti di pedaggio illegali.
Tre membri della banda erano stati uccisi. Ma poche ore dopo i militari sono rientrati alla base. E sono arrivati gli uomini armati: omicidi e case incendiate.
Intanto, martedì il Consiglio di sicurezza ha prorogato di sei mesi il mandato della missione, fino al 31 marzo 2027. Chi protegge gli abitanti quando i soldati se ne vanno? Perché un’operazione non finisce davvero se dopo comincia la vendetta sui civili.
Venezuela
In Venezuela, la presidente ad interim Delcy Rodríguez ha chiesto al Parlamento di modificare la legge contro l’odio, depenalizzando alcune condotte. Parla di riconciliazione democratica. È una richiesta di riforma, non una modifica già approvata.
La norma, introdotta nel 2017, è denunciata dalle organizzazioni per i diritti umani come uno strumento per perseguitare oppositori e giornalisti. Un dettaglio pesa: Rodríguez presiedeva proprio l’Assemblea costituente che la approvò.
Ora le organizzazioni dei giornalisti chiedono di abrogarla, non soltanto ritoccarla. Perché la riconciliazione si misurerà su una libertà molto concreta: poter criticare chi governa senza temere il carcere.
Afghanistan e Pakistan
Nell’Afghanistan orientale, nuovi combattimenti vengono segnalati a Kamdesh, nella provincia del Nuristan, tra talebani e Fronte della libertà afghano, formazione armata d’opposizione.
Secondo le fonti locali citate da Afghanistan International, il Fronte avrebbe conquistato un altro posto di sicurezza. Non posso confermarlo in modo indipendente.
Le due parti rivendicano pesanti perdite inflitte agli avversari, ma i bilanci restano senza verifica. I talebani accusano inoltre il Pakistan di sostenere combattenti infiltrati oltreconfine; Islamabad respinge l’accusa.
Insomma, alle armi si aggiunge la battaglia dei comunicati. E la domanda ancora senza risposta riguarda chi vive nella zona: quali conseguenze stanno avendo questi scontri sulla popolazione?
Vietnam
Il Vietnam annuncia l’arresto di tre uomini, tra cui un cittadino norvegese e uno australiano. Secondo Hanoi, sarebbero entrati illegalmente dalla Cambogia il 18 settembre per compiere attività terroristiche e sabotaggi.
Le autorità li collegano a Viet Tan, organizzazione d’opposizione con sede negli Stati Uniti, che il governo vietnamita considera terroristica.
Ma Viet Tan respinge le accuse e sostiene che gli attivisti siano stati rapiti in Cambogia e trasferiti forzatamente in Vietnam. Una ricostruzione che non posso confermare in modo indipendente.
Il premier australiano Anthony Albanese conferma l’assistenza consolare. Le famiglie chiedono risposte. E un’accusa di terrorismo, per quanto grave, resta un’accusa: non sostituisce le prove né il diritto a un processo equo.
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