19 giugno 2026 – Notiziario Africa
Scritto da Elena Pasquini in data Giugno 19, 2026
- Sudafrica, 50 anni dopo Soweto: la sfida dei giovani
- Niger, assalto all’aeroporto di Niamey
- Mondiale: l’Africa scrive nuove pagine di storia
- L’addio ad Abdullah Ibrahim, leggenda del jazz e delle lotte anti-apartheid
Non esiste un percorso facile verso la libertà, e molti di noi dovranno attraversare più e più volte la valle dell’ombra della morte prima di raggiungere le vette dei nostri desideri.
È il 1953, Nelson Mandela alla conferenza dell’African National Congress, usa le parole dell’ex primo ministro indiano Jawaharlal Nehru. Parole che verranno lette perché a Mandela, allora, venne vietato d’intervenire.
Nella lunga lotta per la libertà, più volte il Sudafrica ha dovuto attraversare la valle dell’ombra della morte.
Cinquant’anni fa centinaia di studenti furono uccisi a Soweto, ghetto di Johannesburg. Protestavano contro l’imposizione nelle scuole della lingua afrikaans.
Nell’anniversario della rivolta di Soweto, che ha rappresentato un momento chiave nella battaglia contro l’apartheid, torniamo in Sudafrica per raccontarvi dell’eredità di quella pagina di storia e dei suoi giovani di oggi in una democrazia ancora incompiuta. E vi racconteremo anche la storia di Vesta Smith, attivista dimenticata in un angolo di quella township.
Poi, però, andremo in Sahel, tra Mali e Niger, Niger colpito da un nuovo attacco di matrice islamista, ma torneremo a parlare anche di cambiamento climatico, fotografato drammaticamente da un nuovo rapporto dell’Organizzazione meteorologica mondiale.
Quindi, volteremo pagina, con l’Africa alla Coppa del Mondo. Infine, la musica con un addio. Ci ha lasciato Abdullah Ibrahim, leggenda del jazz e simbolo della lotta contro l’apartheid.
Oggi, 19 giugno 2026.
Soweto Uprising
“4 morti, 11 feriti negli scontri giovanili”, recita il titolo. “Scontri tra polizia e manifestanti”.
È la prima pagina del 16 giugno 1976 del quotidiano sudafricano The World. C’è una foto. Un ragazzo tiene tra le braccia il corpo senza vita di un bambino, con la bocca insanguinata. È stato ucciso dalla polizia. Si chiama Hector Pieterson e ha solo dodici anni. Accanto, sua sorella. Ha ancora indosso la divisa scolastica.
A cinquant’anni di distanza, il settimanale sudafricano Mail & Guardian ripubblica quella prima pagina, mentre le nuove generazioni fanno i conti con una democrazia ancora incompiuta.
I morti, in quella che passerà alla storia come la Soweto Uprising, non saranno quattro. Il bilancio ufficiale parlerà di 23 vittime, nella rivolta degli studenti, quei diecimila giovani scesi in piazza per protestare contro la decisione del governo segregazionista di usare la lingua afrikaans nelle scuole, la lingua della minoranza bianca, la lingua dell’oppressore, che ha privato la popolazione nera del Sudafrica dei suoi diritti e della sua libertà.
Secondo uno studio del 1980, invece, le vittime sarebbero state oltre 500.
La repressione, che si estenderà ad altre townships, genererà un’ondata di indignazione internazionale. Nel 1977, le Nazioni Unite adotteranno la risoluzione che imporrà l’embargo sulle armi al governo segregazionista.
Ciò che accadde a Soweto, scrive Danielle Schaafsma su The Daily Maverick, “non fu il prodotto di un impeto di rabbia spontaneo, bensì di mesi di resistenza organizzata”. A cinquant’anni di distanza, “i fattori che determinano la disuguaglianza nella vita dei giovani sudafricani rimangono ostinatamente gli stessi”, scrive ancora.
Giovani che fanno i conti con la disoccupazione – che raggiunge il 60,9 per cento tra i 15 e i 34 anni -, la povertà, la violenza di genere e razziale, le difficilissime condizioni di vita nelle aree rurali, che fanno fatica ad accedere all’istruzione e assistenza sanitaria.
“L’attivismo giovanile si è evoluto da pilastro fondamentale della lotta contro l’apartheid a movimento critico che contesta le carenze della democrazia, della governance e dell’equità socioeconomica”, prosegue la testata sudafricana, citando una ricerca pubblicata sulla rivista Conflict Trends.
Il Mail & Guardian ha realizzato un’edizione speciale per ricordare la generazione del 1976 e la loro lotta contro “un sistema spietato”, una generazione da cui quella di oggi può, e deve, trarre ispirazione: “Nel giugno del 2026, i giovani sudafricani vivono in uno stato democratico grazie al coraggio della generazione del 1976 che osò sfidare la potenza dell’apparato statale dell’apartheid, con la sua polizia e il suo esercito pesantemente armati”, scrive Lucas Ledwaba, il direttore e l’editore di Mukurukuru Media e autore di A Desire to Return to the Ruins, analisi della riforma agraria e della restituzione delle terre nel Sudafrica post-apartheid.
“Eppure, il frutto della democrazia, così invitante e pieno di promesse nella sua fase iniziale, si sta rivelando spinoso, alquanto aspro, amaro e sgradevole per l’attuale generazione di giovani”, aggiunge. Una generazione pesantemente sottorappresentata a livello politico, ma che, secondo Ledwaba, è tempo che capisca di “non essere il futuro, ma il presente, con il potere e la responsabilità di plasmare il futuro”.
Il Sudafrica, scrive, “ha bisogno di loro nei comuni resi disfunzionali dai compagni più anziani; nelle istituzioni statali e pubbliche sull’orlo del collasso a causa della corruzione, dell’incompetenza e dell’indifferenza; e nelle comunità devastate dall’abuso di sostanze, dalla povertà e dalla conseguente degenerazione morale”.
Sudafrica dove i giovani sono chiamati a prendere in mano un presente segnato da ondate nuove xenofobe questa volta nei confronti degli stranieri, come abbiamo raccontato in precedenti edizioni del nostro notiziario.
Cinquant’anni dopo, la strada perché la democrazia sudafricana sia davvero compiuta, è ancora lunga.
La storia di Vesta Smith
Noordgesig è all’estremo nord di Soweto, la chiamano Bulte, colline, perché le fanno corona dei rilievi, che non sono altro che cumuli di scarti minerari. Noordgesig, durante il regime dell’apartheid era riservata ai meticci, ghetto per i mezzo sangue.
Vesta Smith vi fu trasferita forzatamente nel 1941, con sua madre. E vi restò sino alla fine della sua vita, nel 2013.
“Vesta Smith è stata un’attivista sociale che ha dedicato la sua vita alla lotta contro l’apartheid, alla giustizia sociale, al non razzismo e alla parità di genere”, scrive su The Conversation Africa, Maria Suriano, docente del dipartimento di storia dell’Università del Witwatersrand, a Johannesburg, che di Ma Vesta ha scritto una biografia.
Eppure, il suo nome è stato a lungo dimenticato. Dietro le proteste studentesche che hanno aperto la strada al crollo dell’apartheid ci sono anche donne come Vesta, il cui attivismo, spiega Suriano, è l’attivismo della politica quotidiana, dei piccoli “atti di resistenza”.
“Questo ci invita a riconsiderare la narrazione dominante della lotta di liberazione, a lungo incentrata su figure maschili di spicco e sulle strategie di partito”, scrive Suriano.
Il suo impegno politico si è svolto in gran parte al di fuori della politica formale. Si fondava sulla costruzione di reti di cura e solidarietà intergenerazionali e non razziali. Ha nascosto studenti in casa sua mentre fuggivano dalla polizia di sicurezza e ha sostenuto le famiglie dei prigionieri politici. Ha pagato il prezzo con quattro mesi di prigione”, prosegue.
Durante la rivolta del 1976, Ma Vesta era tra le attiviste più anziane, fu guida, sostegno pratico ai giovani studenti, descritta come figura fondamentale nella loro formazione politica. Ma Vesta, spiega Suriano, era una “costruttrice di ponti”, una costruttrice di reti, tra attivisti con visioni diverse, di diverse generazioni e provenienti da quartieri diversi, lei che tesseva i rapporti tra le comunità nere e gli avvocati, ma anche con i liberali bianchi, tra le diverse anime del movimento, laiche, religiose.
Vesta, che dal 1994 continuò a impegnarsi nella politica del quotidiano, “per l’emancipazione femminile e la riduzione della povertà nei quartieri neri”, si legge ancora.
La sua cancellazione dalla storia, secondo Suriano, dipende dal modo in cui la storia è scritta, dalla scarsa attenzione per gli attivisti comunitari, per le donne nere “al di fuori delle strutture di leadership formali” e forse perché Vesta sfidava ogni classificazione razziale che divideva il mondo in neri, bianchi, meticci, indiani.
Niger e Mali
Esplosioni, colpi di arma da fuoco, ieri mattina nei pressi dell’aeroporto di Niamey, in Niger.
Le vittime sarebbero trentacinque, 22 aggressori, 11 soldati e due civili, secondo quanto ha dichiarato il Ministero della Difesa.
“Gli abitanti avevano appena terminato le preghiere del mattino quando esplosioni e spari sono risuonati dall’aeroporto internazionale Diori Hamani, situato nella capitale Niamey”, hanno raccontato alla BBC.
L’attentato è stato rivendicato da Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), gruppo affiliato ad Al-Qaeda,
“Abbiamo finito la preghiera verso le 05:50 (04:50 GMT) e poco dopo abbiamo sentito un forte botto, come se qualcosa fosse esploso, forse uno pneumatico … Solo poco dopo ci siamo resi conto di cosa stava succedendo”, ha detto alla BBC, Lawalli Tsalha.
Nel corso dell’operazione sarebbero state sequestrate anche armi, da lanciarazzi RPG-7 a fucili AK-47, esplosivi, munizioni, riporta sempre la testata britannica.
L’aeroporto, un hub strategico, non solo perché scalo civile, ma anche base aerea militare e sede della forza congiunta, Mali – Niger – Burkina Faso, era già stato colpito a gennaio. Allora, Abdourahamane Tiani, che guida la giunta militare al potere, aveva ringraziato la Russia per il supporto accusando Francia, Benin e Costa d’Avorio di essere dietro quell’attacco.
All’epoca, il gruppo armato dello Stato Islamico aveva dichiarato “di aver “inferto un colpo diretto” alle operazioni di controinsurrezione nel Paese del Sahel”, ricorda Reuters.
Mercoledì, attacchi coordinati avevano già colpito le basi militari Banibangou e Inates, situate nella regione di Tillaberi. Una decina i morti.
Sono ormai oltre dieci anni da quando il Niger combatte l’insurrezione di matrice islamista, che attraversa l’intera regione del Sahel. In Mali, nella guerra che il governo sta conducendo per fermare l’ondata di violenza, che vede combattere insieme i miliziani jihadisti e i separatisti Tuareg, “la situazione si sta evolvendo” scrive Radio France Internationale.
Il 25 aprile, separatisti dell’Esercito di Liberazione del Mali (FLA) e i jihadisti del JNIM, hanno preso il controllo della città di Kidal. “L’esercito e i suoi alleati russi sono fuggiti anche da Tessalit, ma rimangono presenti in altri due campi militari della regione, Aguelhoc e Anefis. Nelle ultime sei settimane, entrambe le parti si sono preparate a futuri scontri, che sembrano inevitabili”, scrive RFI.
Mercoledì, nel corso di un pattugliamento, a una quarantina di chilometri da Aguelhoc, i soldati del Mali e le milizie russe, avrebbero catturato un pastore e sparato una raffica di mitra sulle pecore, uccidendone circa duecento. Il 7 giugno, a Intanherte, una ventina di chilometri a est di Aguelhoc, è accaduto qualcosa di simile, attacchi ai capi di bestiame e abitazioni date alle fiamme. ”La distruzione deliberata del bestiame da parte delle forze maliane e del Corpo d’Armata Russo in Africa priva i civili di risorse vitali con l’obiettivo di costringerli all’esilio “, ha detto Tilla Ag Zeine, Segretaria Generale dell’associazione per i diritti umani CD-DPA, riporta RFI.
Cambiamento climatico
Almeno 13 milioni di persone in Africa sono state colpite da eventi meteorologici e climatici estremi nel 2025, almeno 3000 le vittime.
La fotografia, drammatica, è dell’Organizzazione meteorologica mondiale, che ieri ha pubblicato un nuovo rapporto sull’impatto del cambiamento climatico nel continente.
Inondazioni, ghiacciai che scompaiono, innalzamento del livello del mare al di sopra della media mondiale, sono tra le più pressanti emergenze che l’Africa deve affrontare.
“Il continente africano si sta riscaldando più velocemente della media globale e il tasso di riscaldamento registrato nel continente dal 1991 è sostanzialmente superiore a quello di qualsiasi altro periodo trentennale precedente”, scrivono i ricercatori.
Dalla fine del XIX secolo, i ghiacciai africani hanno perso oltre il 90% della loro superficie. L’area glaciale del Kilimangiaro è passata da 11,4 km² nel 1900 a meno di 1 km² negli ultimi anni. Tra il 1906 e il 2021/2022, le aree ghiacciate del Monte Kenya e dei Monti Ruwenzori si sono ridotte rispettivamente da 1,64 km² a 0,07 km² e da 6,51 km² a soli 0,38 km².
“Lo scioglimento dei ghiacciai influisce sul livello del mare, sui cicli idrologici regionali e sul verificarsi di pericoli locali come le inondazioni causate dallo straripamento dei laghi glaciali”, sottolinea il rapporto.
Secondo il rapporto, l’innalzamento del livello del mare dal 1999 al 2025 supera la media globale di 3,6 mm all’anno in diverse regioni, e raggiunge circa 4,2 mm all’anno lungo la costa atlantica, 5,2 mm all’anno lungo la costa dell’Oceano Indiano e 5,6 mm all’anno nel Mar Rosso.
Innalzamento delle temperature e l’acidificazione degli oceani stanno minacciando gli ecosistemi marini e le popolazioni che da quegli ecosistemi traggono i loro mezzi di sostentamento.
Temperature che salgono, piogge che diminuiscono. “Le recenti siccità estreme osservate nel Levante orientale del Mediterraneo non hanno precedenti storici nell’ultimo periodo plurisecolare”, si legge ancora nel rapporto.
La siccità ha colpito 8,5 milioni di persone, le inondazioni hanno causato la morte di centinaia di persone, 200 soltanto in Nigeria.
“I segnali di un clima che cambia sono evidenti in tutta l’Africa: dall’aumento delle temperature e dell’innalzamento del livello del mare alle devastanti inondazioni e alla siccità. Questo rapporto mostra non solo la portata dei rischi, ma anche la crescente importanza dei sistemi di allerta precoce, dei servizi climatici e delle azioni coordinate per proteggere vite umane e mezzi di sussistenza”, ha dichiarato il Segretario generale dell’OMM, Celeste Saulo.
Nonostante alcuni progressi, solo il 40 per cento dei Paesi può contare su sistemi di allerta precoce di fronte agli eventi estremi.
Coppa de Mondo
Il cross di Arthur Masuaku, da sei metri, raggiunge Yoane Wissa. Solo davanti alla porta del Portogallo, l’attaccante del Newcastle fa la storia. È il primo goal della Repubblica democratica del Congo alla Coppa del Mondo 2026 e il primo punto dopo 52 anni. Nel 1974, quando si chiamava Zaire, la squadra di Kinshasa perse tutte e tre le partite del girone.
L’esordio, oggi, è di quelli che non verranno dimenticati. Un goal perfetto, Wissa che svetta, la palla che sprofonda dietro Diogo Costa. L’abbraccio della squadra e i giocatori sollevati con le loro maglie azzurre in aria, sono l’istantanea di un torneo che tanto racconta dell’Africa al mondo.
Ad attendere la RDC, la Colombia, il 24 giugno in Messico.
Dal debutto di Capo Verde al goal di Wissa, il Mondiale dell’Africa è iniziato con un numero di squadre senza precedenti. Marocco, Senegal, Egitto, Costa d’Avorio, Sudafrica, Repubblica Democratica del Congo, Tunisia, Algeria, Ghana e Capo Verde. Dieci nazioni, e un’ombra, quella che ha investito il Sudafrica, che sconfitto dal Messico, non si è guadagnato il supporto di tutto il continente per via dell’ondata xenofoba verso gli stranieri provenienti da altri Paesi africani.
L’Africa che porta a casa i punti di Costa d’Avorio, Marocco, Egitto (nel momento in cui scriviamo). E quelli di Capo Verde che bagna con le lacrime il pareggio con la Spagna, le lacrime del suo portiere, Vozinha. “Ho pianto perché sono cresciuto con i miei nonni e purtroppo non sono qui; sono morti qualche anno fa”, ha detto ai giornalisti. “Erano tutto per me, per la mia vita. Ho pianto anche perché mia madre non è riuscita a venire a causa del visto. A causa dei soldi che dovevamo pagare per il visto, non siamo riusciti a completarlo in tempo. Mi sarebbe piaciuto che fosse qui, ma sono comunque molto felice.”
“Le questioni relative ai visti sono state un tema ricorrente durante i Mondiali, soprattutto negli Stati Uniti. Capo Verde è stato aggiunto all’inizio di quest’anno all’elenco dei paesi i cui cittadini devono versare una cauzione rimborsabile fino a 15.000 dollari (12.931 euro) prima di potervi entrare”, scrive Deutsche Welle.
Visto negato al somalo Omar Artan, che avrebbe fatto anche lui la storia, primo nel suo Paese ad arbitrare una partita mondiale, e che invece è stato respinto, accusato di legami con organizzazioni terroristiche.
Un mondiale che ha parlato d’Africa, però, ancor prima che i giocatori scendessero in campo per via di uno stile inconfondibile. A stregare il mondo, gli abiti sartoriali, il glamour dei suoi atleti. È scesa dall’aereo, la squadra della Costa d’Avorio con la firma della casa di moda locale Ibrahim Fernandez Couture, blazer arancio con un elefante ricamato sulla schiena e bottoni a forma di elefante, su un completo bianco. E poi, i Leopardi della Repubblica democratica del Congo, nero e animalier, con gli abiti di Alvin Junior Mak, omaggio alla cultura dandy dei sapeurs.
Invito all’ascolto. Soweto di Abdullah Ibrahim
Questa è Soweto e lui Abdullah Ibrahim, leggenda del jazz sudafricano che si è spento all’età di 91 anni. Il suo nome è inestricabilmente legato alla lotta contro il regime segregazionista dell’apartheid.
Il suo vero nome era Adolph Johannes Brand. Nato a Città del Capo nel 1934, debutterà a 15 anni, fonderà il primo gruppo jazz nero del Sudafrica con il trombettista Hugh Masekela e pubblicherà oltre 70 dischi, collaborerà con artisti del calibro di Duke Ellington. Con le sue origini etniche miste, Ibrahim, che assunse questo nome dopo la conversione all’Islam nel 1968, incarnò l’anima multietnica del suo paese.
Nel 1974, registra in un’unica Mannenberg, un brano di 14 minuti, improvvisazione collettiva, che divenne “la composizione “più iconica” nella storia del jazz sudafricano”, come scrive Henning Melber, accademico dell’Università di Pretoria, su The Conversation Africa.
“Leggenda già in vita, Ibrahim tornò in Sudafrica dopo aver incontrato Nelson Mandela, da poco rilasciato, in Germania nel 1990, il quale lo invitò a tornare a casa”, scrive Melber, che conclude: “Ibrahim è stato un promotore di espressioni musicali durante l’apartheid, forme di resistenza fondate sulla dignità umana, sul rispetto di sé e sulla fiducia in se stessi, in segno di protesta contro l’oppressione e la discriminazione. Lo ha fatto in silenzio. … Ha contribuito a una nuova cultura durante e dopo l’apartheid”:
Foto di copertina: Honolulu Star-Bulletin Jun 17, 1976 page 57, Public domain, via Wikimedia Commons
Musica: King David – Ponds5
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