18 giugno 2026 – Notiziario Mondo

Scritto da in data Giugno 18, 2026

  • Usa e Iran, firmano l’accordo ad interim. Gaza, la guerra senza fine.
  • Unione Europea: via libera alle nuove regole sui rimpatri.
  • India, le blatte che sfidano il potere.
  • Turchia: arrestato responsabile comunicazione dell’Isis K afghano.
  • Sudafrica, scossone nella coalizione di governo.
  • Seul, la città più camminabile al mondo.

Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli 

USA e Iran

Gli Stati Uniti e l’Iran hanno firmato ufficialmente il memorandum d’intesa che mette fine, almeno per ora, al conflitto che negli ultimi mesi ha sconvolto il Medio Oriente e minacciato di trasformarsi in una guerra regionale.

L’accordo è stato siglato direttamente dai presidenti Donald Trump e Masoud Pezeshkian con una firma elettronica, rendendo superflua la cerimonia prevista in Svizzera tra il vicepresidente americano JD Vance e il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf. Si apre ora una finestra negoziale di sessanta giorni durante la quale le due parti cercheranno di trasformare il memorandum in un accordo permanente.

Il cuore dell’intesa riguarda il programma nucleare iraniano. Teheran ribadisce l’impegno a non sviluppare armi atomiche e accetta di eliminare le proprie scorte di uranio arricchito attraverso un processo di diluizione sotto la supervisione dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Per Washington si tratta della concessione più importante ottenuta al tavolo negoziale.

In cambio, gli Stati Uniti si impegnano ad allentare progressivamente le sanzioni, autorizzare nuovamente le esportazioni petrolifere iraniane e lavorare allo sblocco dei fondi iraniani congelati all’estero.

Un altro punto centrale riguarda lo Stretto di Hormuz. L’Iran si impegna a riaprire immediatamente il passaggio alle navi commerciali, mentre gli Stati Uniti inizieranno a smantellare il blocco navale imposto durante la guerra.

Una notizia che ha avuto effetti immediati sui mercati: il prezzo del petrolio Brent è sceso dopo l’annuncio dell’accordo, segnale della fiducia degli investitori nella riapertura della principale arteria energetica mondiale, da cui transita circa il venti per cento del petrolio globale.

Sul tavolo c’è poi il progetto di un gigantesco fondo da 300 miliardi di dollari destinato alla ricostruzione e allo sviluppo dell’Iran. Il finanziamento dovrebbe arrivare da partner regionali e investitori privati, mentre Washington insiste sul fatto che non verranno utilizzati fondi pubblici americani.

Il memorandum include inoltre l’impegno a cessare le operazioni militari su tutti i fronti, compreso quello libanese, e ad avviare un percorso di normalizzazione regionale. Resta però aperta la questione del ritiro delle forze israeliane dal sud del Libano, punto sul quale continuano a emergere interpretazioni divergenti tra Teheran, Hezbollah, Israele e Stati Uniti.

E se il tono generale è quello della diplomazia, Donald Trump non ha rinunciato alle minacce. Dopo la firma ha dichiarato di augurarsi che l’accordo porti pace e stabilità nella regione, ma ha anche avvertito che gli Stati Uniti sono pronti a tornare all’azione militare se l’Iran dovesse violare gli impegni assunti.

Dopo mesi di bombardamenti, attacchi contro basi militari, crisi energetica e timori di una guerra totale, il Medio Oriente si trova davanti a una possibilità concreta di de-escalation.

Ma i prossimi sessanta giorni diranno se questo memorandum sarà l’inizio di una pace duratura o soltanto una tregua tra due avversari che continuano a diffidare profondamente l’uno dell’altro.

Libano

Mentre l’attenzione internazionale è concentrata sui negoziati tra Stati Uniti e Iran, nel sud del Libano la guerra continua quasi nell’indifferenza generale.

Mercoledì l’esercito israeliano ha lanciato una nuova serie di attacchi tra le regioni di Nabatieh, Tiro e Bint Jbeil. Artiglieria, droni e raid aerei hanno colpito diverse località provocando feriti e nuovi danni alle infrastrutture civili. Nella zona di Kfar Tebnit, dove sono schierate truppe israeliane, sono stati segnalati anche lanci di razzi contro le forze di occupazione.

Tra le persone colpite c’è il giornalista Hadi Hoteit, ferito lunedì da un attacco con drone. I medici riferiscono che il suo corpo è disseminato di schegge. È sopravvissuto, ma resta ricoverato in ospedale.

Il giorno precedente almeno quattro persone erano state uccise nella provincia di Nabatieh. Tra gli episodi più gravi, un cosiddetto “double tap”: un drone israeliano ha colpito un veicolo a Mayfadoun e, pochi minuti dopo, ha lanciato un secondo attacco sulla stessa area quando soccorritori e residenti si erano avvicinati ai rottami.

Secondo diverse fonti locali, l’esercito israeliano continua inoltre ad ampliare le aree sotto il proprio controllo nel sud del Libano, nonostante gli accordi di cessate il fuoco annunciati nei mesi scorsi.

Intanto Amnesty International accusa Israele di aver trasformato parte del sud del Paese in una zona vietata ai civili. In un rapporto pubblicato, l’organizzazione denuncia che gli ordini di evacuazione e i divieti di ritorno imposti a decine di migliaia di abitanti potrebbero configurare il crimine di guerra di trasferimento forzato della popolazione.

Secondo Amnesty, circa il sei per cento del territorio libanese è stato trasformato in una fascia di esclusione dove i residenti non possono rientrare nelle proprie case, mentre continuano demolizioni e distruzioni di infrastrutture civili.

Una guerra a bassa intensità, ma mai davvero conclusa, che continua a consumarsi lontano dai riflettori.

Palestina e Israele

A Gaza continuano a morire persone anche mentre il mondo parla di accordi, tregue e nuovi equilibri regionali. Nelle ultime ventiquattro ore gli attacchi israeliani hanno ucciso almeno otto palestinesi e ferito altre cinque persone.

Secondo il Ministero della Salute di Gaza, dall’inizio del cessate il fuoco dell’11 ottobre scorso più di mille palestinesi sono stati uccisi e oltre tremila feriti. Il bilancio complessivo della guerra ha ormai superato i 73 mila morti e i 173 mila feriti.

La situazione sanitaria resta drammatica. Il Ministero della Salute avverte che potrebbe essere costretto a sospendere il programma che permette ai malati più gravi di lasciare Gaza per ricevere cure all’estero.

Circa tremila richieste di autorizzazione sono ferme da mesi in attesa del via libera israeliano, mentre pazienti oncologici, bambini e feriti gravi continuano ad aspettare.

In Cisgiordania occupata cresce intanto la tensione. Nella notte coloni israeliani hanno incendiato due moschee nei villaggi a nord di Ramallah, lasciando scritte razziste sui muri. Le autorità palestinesi parlano di un attacco deliberato contro i luoghi di culto e contro la presenza palestinese sul territorio.

Nello stesso giorno Israele ha approvato la costruzione di 576 nuove unità abitative nelle colonie della Cisgiordania e un nuovo progetto edilizio a Hebron senza l’approvazione delle autorità palestinesi, una decisione che modifica uno degli equilibri previsti dagli accordi firmati negli anni Novanta.

Sul fronte diplomatico, secondo fonti israeliane, l’amministrazione Trump starebbe chiedendo all’Autorità Nazionale Palestinese di sospendere le azioni legali internazionali contro Israele in cambio di una normalizzazione dei rapporti con Washington e di un futuro ruolo nella gestione di Gaza.

E mentre un detenuto palestinese è stato liberato dopo ventisei mesi di carcere senza accuse né processo, nuove analisi indicano che Israele starebbe consolidando una presenza militare permanente nel sud della Siria, con basi, strade militari e infrastrutture che potrebbero ridisegnare gli equilibri lungo il confine.

Da Gaza alla Cisgiordania, fino al Libano e alla Siria, il conflitto continua a cambiare forma. Ma non sembra avvicinarsi alla fine.

Turchia

I servizi segreti turchi hanno annunciato la cattura di un presunto dirigente dell’ISIS-K, la branca afghana dello Stato Islamico. L’uomo, identificato come Ahmet Kazanci e conosciuto con i nomi di Abu Ubeyde e Abu Ibrahim, sarebbe stato incaricato di ricostruire la rete di propaganda e reclutamento del gruppo in Turchia.

Secondo le autorità, Kazanci aveva raggiunto anni fa l’area tra Afghanistan e Pakistan, dove si era unito all’ISIS-K ricevendo addestramento militare e lavorando nei campi dell’organizzazione. È stato arrestato nella zona di confine tra i due Paesi e trasferito in Turchia.

L’operazione arriva mentre Ankara continua a intensificare la lotta contro le cellule jihadiste presenti nel Paese. Negli ultimi anni l’ISIS-K è stato collegato a diversi attentati, tra cui l’attacco alla chiesa cattolica di Santa Maria a Istanbul nel 2024 e più recenti azioni armate nella metropoli turca.

Kenya

Nuovo incidente diplomatico tra Taiwan e Cina, questa volta in Kenya. Taipei accusa Nairobi di aver fermato e deportato due membri della propria delegazione che avrebbero dovuto partecipare alla conferenza internazionale sugli oceani in corso a Mombasa.

Secondo il ministero degli Esteri taiwanese, i due delegati sarebbero stati trattenuti per oltre venti ore, con passaporti e telefoni confiscati, prima di essere espulsi dal Paese.

Taipei ha definito l’episodio una grave violazione dei diritti umani e delle norme internazionali, accusando Pechino di aver esercitato pressioni sul governo kenyano.

Nairobi respinge le accuse. Il ministero degli Esteri ha ribadito che il Kenya riconosce il principio dell'”unica Cina” e sostiene che i possessori di passaporto taiwanese non dispongano della documentazione necessaria per entrare nel Paese.

Un episodio che mostra come la competizione diplomatica tra Pechino e Taipei si giochi ormai ben oltre l’Asia.

Sudafrica

La Democratic Alliance, secondo partito della coalizione che governa il Sudafrica, ha chiesto un rimpasto dei propri rappresentanti nell’esecutivo a pochi mesi dalle elezioni amministrative di novembre.

Il nuovo leader del partito, Geordin Hill-Lewis, ha proposto la rimozione dell’ex leader John Steenhuisen dall’incarico di ministro dell’Agricoltura, chiedendo che venga sostituito dall’attuale ministro dell’Ambiente Willie Aucamp.

La richiesta arriva nel quadro di una revisione della presenza della Democratic Alliance nel governo di unità nazionale nato nel 2024, dopo che l’African National Congress ha perso per la prima volta la maggioranza assoluta dalla fine dell’apartheid.

La coalizione riunisce undici partiti ed è attraversata da frequenti tensioni politiche. Le elezioni locali di novembre saranno un test importante per verificare la tenuta dell’alleanza e il peso della Democratic Alliance nell’elettorato sudafricano.

Unione Europea

Il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva la riforma delle procedure di rimpatrio dei cittadini di Paesi terzi presenti irregolarmente nell’Unione Europea. Il testo è passato con 418 voti favorevoli, 218 contrari e 30 astensioni, grazie al sostegno del Partito Popolare Europeo e delle forze conservatrici e di destra.

Le nuove norme prevedono che chi riceve un ordine di rimpatrio debba lasciare immediatamente, o entro un termine stabilito, il territorio dell’Unione. Nei casi previsti dalla legge sarà inoltre possibile trattenere i migranti fino a ventiquattro mesi in attesa dell’espulsione.

Tra gli aspetti più controversi della riforma c’è l’introduzione dei cosiddetti “centri di rimpatrio” in Paesi terzi, dove potranno essere trasferite le persone destinatarie di un provvedimento di espulsione, con l’esclusione dei minori non accompagnati.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito il voto una “misura storica”, sostenendo che molte delle nuove disposizioni riflettono l’approccio promosso dall’Italia negli ultimi anni, compreso il modello sperimentato con l’accordo siglato con l’Albania.

Critiche sono invece arrivate da organizzazioni per i diritti umani e da parte delle opposizioni, che temono un indebolimento delle tutele per i migranti e i richiedenti asilo.

Belgio

Alla vigilia del vertice dei leader europei, decine di attivisti della Global Sumud Flotilla hanno manifestato davanti al Consiglio Europeo a Bruxelles per denunciare i rapporti tra Unione Europea e Israele e chiedere maggiore pressione per fermare la guerra a Gaza.

Tra i partecipanti c’erano alcuni attivisti arrestati durante le missioni verso Gaza, che denunciano maltrattamenti subiti durante la detenzione israeliana. In piazza anche l’attivista climatica Greta Thunberg, ex funzionari delle Nazioni Unite e centinaia di sostenitori.

Con cartelli che accusavano l’Europa di complicità e chiedevano di non dimenticare la Palestina, i manifestanti hanno sollecitato i leader europei a rivedere le proprie relazioni con Israele.

G7

Il presidente francese Emmanuel Macron ha definito il G7 di Évian un successo, sostenendo che il vertice abbia segnato un riavvicinamento tra Europa e Stati Uniti su alcune delle principali crisi internazionali.

I leader hanno approvato una dichiarazione comune di sostegno all’Ucraina, impegnandosi a rafforzare le sanzioni contro il settore energetico russo. Secondo Parigi, si tratta di un importante punto di convergenza con l’amministrazione Trump, che negli ultimi mesi aveva privilegiato il dialogo diretto con Vladimir Putin.

I Paesi europei hanno accolto positivamente anche l’accordo raggiunto tra Stati Uniti e Iran, nella speranza che possa ridurre le tensioni in Medio Oriente, stabilizzare i mercati energetici e permettere di concentrare nuovamente l’attenzione sulla guerra in Ucraina.

Resta però l’incognita Trump. Se da un lato il presidente americano ha mostrato maggiore disponibilità a collaborare con gli alleati europei, dall’altro la sua diplomazia imprevedibile continua a lasciare aperti interrogativi sulla solidità di questa ritrovata sintonia transatlantica.

Polonia

Le autorità polacche hanno rilasciato due cittadini bielorussi fermati nell’ambito delle indagini sull’omicidio del vignettista russo Semyon Skrepetsky, ucciso a colpi d’arma da fuoco il 15 giugno a Biala Podlaska. Gli investigatori hanno escluso qualsiasi loro coinvolgimento.

Il killer è ancora in fuga. Il premier polacco Donald Tusk ha dichiarato che tutti gli indizi fanno pensare a un assassinio politico, anche se al momento non sono emerse prove definitive.

Finlandia

Il Parlamento finlandese ha approvato una svolta storica nella politica di difesa del Paese, eliminando il divieto che dal 1987 impediva il transito, il possesso e l’eventuale dispiegamento di armi nucleari sul proprio territorio.

La riforma, sostenuta da una maggioranza di due terzi dei deputati, avvicina ulteriormente Helsinki alla strategia di deterrenza della NATO, che la Finlandia ha aderito nel 2023 dopo l’invasione russa dell’Ucraina.

Secondo il ministro della Difesa Antti Häkkänen, la misura rafforza la sicurezza nazionale e quella dell’Alleanza Atlantica. Mosca ha invece reagito duramente, accusando la Finlandia di contribuire a un’escalation delle tensioni in Europa e avvertendo che l’eventuale presenza di armi nucleari vicino al confine russo porterà a contromisure da parte del Cremlino.

Ucraina e Russia

I leader del G7 hanno raggiunto un accordo per rafforzare le sanzioni contro le esportazioni russe di petrolio e gas, con l’obiettivo di ridurre ulteriormente le risorse che finanziano la guerra in Ucraina.

L’intesa è stata discussa durante il vertice in Francia alla presenza del presidente ucraino Volodymyr Zelensky e del presidente americano Donald Trump.

Regno Unito e Canada hanno inoltre annunciato nuove misure contro la cosiddetta “flotta ombra” utilizzata da Mosca per aggirare le restrizioni internazionali. Zelensky ha ribadito che Vladimir Putin non vuole porre fine alla guerra e che, per fermarlo, è necessario aumentare la pressione economica e diplomatica sul Cremlino

Stati Uniti

Gli Stati Uniti hanno annunciato di aver ucciso una persona durante un’operazione militare contro un’imbarcazione nell’Oceano Pacifico orientale.

Secondo il Comando Sud dell’esercito americano, l’obiettivo era un presunto trafficante legato ai cartelli della droga. Nell’attacco sono sopravvissute altre due persone.

Washington ha diffuso anche un video dell’operazione, che rientra nella campagna militare lanciata contro il narcotraffico marittimo. Dal settembre scorso, gli Stati Uniti hanno condotto oltre sessanta attacchi contro imbarcazioni tra Pacifico e Caraibi, provocando più di duecento morti.

Un’escalation che segna il crescente coinvolgimento diretto delle forze armate americane nella guerra contro i cartelli della droga.

Cuba

Nuove proteste sono scoppiate a Cuba contro i blackout che da mesi paralizzano gran parte dell’isola. Manifestazioni sono state segnalate all’Avana e a Santa Clara, dove centinaia di persone sono scese in strada battendo pentole e padelle e gridando: “Accendete la luce”.

I video diffusi sui social mostrano quartieri immersi nell’oscurità e tensioni con le forze dell’ordine intervenute per disperdere la folla.

La protesta arriva mentre il governo del presidente Miguel Díaz-Canel discute nuove riforme per affrontare una crisi energetica sempre più grave: secondo i dati ufficiali, le centrali elettriche attualmente operative riescono a coprire appena un terzo del fabbisogno energetico del Paese.

India

In India, quello che era nato come un meme sta assumendo i contorni di una vera protesta generazionale. Si chiama Cockroach Janta Party, il “Partito delle Blatte”, un movimento satirico che in poche settimane ha raccolto oltre 22 milioni di follower sui social, superando persino il partito del premier Narendra Modi.

Tutto è iniziato quando alcuni giovani disoccupati sono stati paragonati a “scarafaggi” durante un dibattito pubblico. L’insulto è stato trasformato in simbolo di protesta da migliaia di ragazzi che denunciano disoccupazione, aumento del costo della vita, corruzione e scandali legati agli esami pubblici.

Dopo il successo online, il movimento è sceso in piazza organizzando manifestazioni in diverse città del Paese e chiedendo maggiore trasparenza nel sistema educativo e opportunità di lavoro per i giovani.

La domanda ora è se questa energia riuscirà a trasformarsi in una forza politica reale. Ma una cosa è già chiara: milioni di giovani indiani stanno cercando un modo nuovo per far sentire la propria voce, e hanno scelto di farlo partendo proprio da quello che doveva essere un insulto.

Corea del Sud

Seoul è stata nominata la città più camminabile del mondo per il 2026, superando destinazioni celebri come New York ed Edimburgo. A stabilirlo è la rivista britannica Time Out, che ha basato la classifica su un sondaggio condotto tra circa 24 mila residenti in grandi città di tutto il mondo.

La capitale sudcoreana è stata premiata per la sua struttura urbana compatta, che consente di raggiungere a piedi molte delle principali attrazioni, dai quartieri storici ai mercati tradizionali.

A fare la differenza sono stati anche gli investimenti in infrastrutture pedonali, come il recupero del torrente Cheonggyecheon, i marciapiedi ampi, gli attraversamenti sicuri e una segnaletica efficiente. Seoul è inoltre entrata per la prima volta nella top ten delle migliori città del mondo stilata dalla stessa rivista.

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