5 marzo 2026 – Notiziario Mondo

Scritto da in data Marzo 5, 2026

  • Medio Oriente al sesto giorno di guerra, in Libano sfollamenti di massa.
  • Gaza e Cisgiordania: continuano morti, raid e arresti .
  • La Spagna dice no alle minacce di Trump.
  • Venezuela: Washington valuta un’incriminazione contro la presidente ad interim Delcy Rodríguez.
  • Sud Sudan: operatori di Medici Senza Frontiere dispersi.
  • Lo Sri Lanka recupera 87 corpi dalla nave da guerra iraniana affondata al largo delle sue coste da un sottomarino statunitense.
  • Elezioni in Nepal: la vecchia guardia contro la Generazione Z.

 Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli con in collegamento la ricercatrice e storica italo iraniana Fatameh Sara Gaboardi Maleki Minoo

Medioriente

La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran entra nel suo sesto giorno e il conflitto continua ad allargarsi, colpendo non solo obiettivi militari ma anche aree civili e infrastrutture in diversi paesi della regione.

Secondo il comando centrale statunitense, il CENTCOM, dall’inizio delle operazioni sono stati colpiti quasi 2.000 obiettivi in Iran.

Solo nelle ultime ventiquattro ore, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, l’IRGC, afferma di aver registrato 104 attacchi in 19 province, con bombardamenti che avrebbero colpito basi militari ma anche quartieri residenziali, veicoli civili e persino strutture mediche.

Tra gli episodi segnalati dalle autorità iraniane: un missile Tomahawk avrebbe colpito una casa nella contea di Oshnavieh, uccidendo un’intera famiglia; un altro attacco avrebbe distrutto un’auto privata nella contea di Salman causando cinque morti; mentre nel quartiere Qasemiyeh di Urmia un’esplosione avrebbe ucciso una coppia di anziani.

 Altri bombardamenti sono stati segnalati in abitazioni e in una sala per matrimoni nella contea di Kangavar.

Il bilancio ufficiale diffuso dalla Fondazione dei Martiri e dei Veterani, citata dai media statali iraniani, parla di 926 morti, un numero che – precisano le autorità – riguarda soltanto i corpi già identificati e preparati per la sepoltura.

Polemiche dopo il bombardamento di una scuola femminile a Minab, nel sud dell’Iran, colpita durante i raid legati alla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran.

Secondo fonti iraniane verificate da media internazionali, sarebbero morte decine di persone, molte delle quali bambine, anche se il bilancio non è stato verificato in modo indipendente.

Il segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth, cercando di evitare la domanda, ha dichiarato che gli Stati Uniti stanno indagando sull’episodio, ribadendo che le forze americane non prendono di mira civili.

L’attacco ha riacceso le critiche internazionali sulla conduzione della guerra e sul numero crescente di vittime civili.

Israele afferma di aver colpito Qom, prendendo di mira un edificio collegato all’Assemblea degli Esperti, l’organo che ha il compito di nominare la Guida Suprema iraniana.

Alcune fonti occidentali sostengono che l’attacco avrebbe interrotto una votazione per scegliere il successore dell’ayatollah Ali Khamenei, ucciso nei primi giorni del conflitto. Teheran però nega e parla di operazioni di guerra psicologica.

E proprio sul futuro della leadership iraniana arrivano nuove minacce.

Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha dichiarato che chiunque venga nominato nuovo leader supremo sarà un bersaglio da eliminare, accusando il regime iraniano di voler distruggere Israele e minacciare gli Stati Uniti.

Nel frattempo il funerale di Khamenei, previsto a Teheran con tre giorni di lutto pubblico, è stato rinviato, secondo l’agenzia iraniana Tasnim.

Sul terreno militare il conflitto si sta estendendo anche oltre i confini iraniani. Gli Stati Uniti hanno annunciato il rafforzamento della presenza militare nella regione.

L’Iran rispetta l’integrità territoriale degli stati del Medio Oriente, ma gli Stati Uniti e Israele non gli hanno lasciato altra scelta che difendersi, ha dichiarato ieri il presidente iraniano Masoud Pezeshkian in un messaggio ai leader del Medio Oriente.

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha dichiarato che nuove forze stanno arrivando in Medio Oriente e ha parlato di una campagna militare che, parole sue, “sta vincendo in modo devastante e senza misericordia”.

Secondo Washington, un sottomarino americano avrebbe affondato una nave da guerra iraniana nell’Oceano Indiano, al largo dello Sri Lanka. Circa trenta persone sarebbero sopravvissute, mentre 140 risultano disperse.

Parallelamente, secondo CNN, la CIA starebbe valutando un piano per armare gruppi curdi iraniani, nel tentativo di fomentare una rivolta interna contro il governo di Teheran.

L’Iran intanto continua a rispondere. Le Guardie Rivoluzionarie affermano di aver lanciato una nuova ondata di 40 missili contro obiettivi nella regione. Attacchi con droni e missili sono stati segnalati in diversi Paesi del Golfo:

  • in Oman, dove droni iraniani sono stati intercettati vicino al porto di Salalah;
  • in Bahrain, dove video diffusi online mostrerebbero un’esplosione vicino a una base americana;
  • negli Emirati Arabi Uniti, dove un drone avrebbe colpito il consolato statunitense a Dubai causando un piccolo incendio;
  • in Qatar, dove un missile avrebbe colpito la base americana di Al-Udeid.

In Kuwait, invece, una bambina di 11 anni è morta quando frammenti di un missile intercettato sono caduti su una casa.

La guerra sta coinvolgendo anche lo spazio aereo della NATO. La Turchia ha dichiarato che un missile balistico lanciato dall’Iran è stato abbattuto dalle difese dell’alleanza nel Mediterraneo orientale dopo aver attraversato lo spazio aereo di Iraq e Siria.

Ma secondo un funzionario turco che ha parlato con l’Afp in condizione di anonimato, La Turchia “non era l’obiettivo” di un missile lanciato dall’Iran, diretto verso lo spazio aereo turco e distrutto dai sistemi di difesa aerea della Nato.

Secondo il Washington Post, un attacco con droni avrebbe colpito anche il complesso dell’ambasciata statunitense a Riyadh, in Arabia Saudita, inclusa la stazione della CIA, anche se questo dettaglio non è stato confermato ufficialmente dalle autorità.

Teheran sostiene inoltre di aver danneggiato sistemi di difesa antimissile statunitensi THAAD negli Emirati Arabi Uniti e infrastrutture radar americane in Qatar. Queste affermazioni non sono state verificate in modo indipendente.

Intanto missili iraniani avrebbero colpito anche l’area metropolitana di Tel Aviv, danneggiando edifici residenziali nella regione di Gush Dan e nella città di Bnei Brak.

Sul piano diplomatico, Qatar ed Emirati Arabi Uniti negano di aver partecipato agli attacchi contro l’Iran, dichiarando di agire solo per autodifesa dopo aver subito centinaia di attacchi durante il conflitto.

Sul fronte politico, il presidente statunitense Donald Trump ha ridimensionato l’ipotesi che Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, possa guidare il paese, sostenendo che il futuro leader iraniano dovrebbe emergere dall’interno del Paese ed essere “popolare tra la popolazione”.

Trump ha inoltre rivendicato la decisione di entrare in guerra, affermando che l’attacco è stato una scelta americana: secondo il presidente, l’Iran avrebbe colpito per primo se Washington non avesse agito.

Il conflitto sta già producendo effetti economici globali. Il traffico nello Stretto di Hormuz, attraverso cui passa circa un quinto del petrolio mondiale, si è quasi fermato: da circa 80 petroliere al giorno si è scesi a tre secondo i dati di Kpler citati dal New York Times.

Il prezzo del petrolio Brent ha raggiunto gli 84 dollari al barile, con un aumento di oltre il 15% dall’inizio della guerra.

Sul piano il primo ministro canadese Mark Carney, invece, pur mantenendo il sostegno a Washington e Tel Aviv, ha criticato il fatto che gli attacchi siano stati condotti senza passare dalle Nazioni Unite, definendo il conflitto un ulteriore segnale della crisi dell’ordine internazionale.

E proprio questo è forse il punto centrale: non si tratta più soltanto di uno scontro tra Israele e Iran, ma di una guerra che coinvolge direttamente gli Stati Uniti, colpisce diversi Paesi del Golfo, mette in allarme la NATO e si sta  trasformando rapidamente in un conflitto regionale con conseguenze globali.

Libano

Mentre la guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran si allarga, anche il Libano sta scivolando sempre più dentro il conflitto. Secondo il Ministero della Salute libanese, almeno 72 persone sono state uccise e 335 ferite negli attacchi israeliani dall’inizio della settimana.

La situazione umanitaria si sta deteriorando rapidamente. L’esercito israeliano ha infatti emesso un ordine di evacuazione di massa per tutti i residenti a sud del fiume Litani, invitandoli a spostarsi verso nord.

Secondo le autorità locali e i media libanesi, gli ordini di evacuazione hanno già riguardato 105 villaggi e almeno 58.000 persone hanno lasciato le proprie case da lunedì, trasformando nuovamente il sud del Libano in una regione di sfollati e convogli in fuga.

Sul terreno, gli attacchi continuano senza sosta. Nelle ultime 24 ore sono stati registrati più di 160 bombardamenti israeliani, che hanno colpito diverse aree del Paese, tra cui le città costiere di Tiro e Sidone.

A Sidone un attacco ha colpito il quartier generale di sette piani del gruppo Jamaa Islamiya, mentre altri bombardamenti hanno colpito aree residenziali. Il Centro per le operazioni di emergenza sanitaria ha riferito che gli attacchi nelle zone di Aramoun e Saadiyat hanno provocato almeno sei morti e otto feriti.

Un altro raid israeliano ha colpito un edificio vicino all’ospedale Bahman, nella periferia sud di Beirut, causando gravi danni alla struttura sanitaria, mentre un bombardamento su una casa a Baalbek, nella valle della Bekaa, ha provocato otto morti e dodici feriti.

La tensione politica nel Paese si sta trasformando rapidamente in confronto armato diretto. Il primo ministro libanese Nawaf Salam ha dichiarato illegali le operazioni militari di Hezbollah contro Israele e ha chiesto al gruppo sciita di deporre le armi.

La risposta di Hezbollah è arrivata poche ore dopo: il movimento ha dichiarato di essere pronto a una “guerra aperta” con Israele.

Il dirigente Mohamoud Komati ha affermato che, secondo Hezbollah, Israele non avrebbe mai realmente rispettato il cessate il fuoco precedente e che l’attuale escalation rappresenta semplicemente la prosecuzione di un conflitto mai davvero terminato.

Nel frattempo, sul terreno si registrano movimenti militari significativi. Secondo l’agenzia statale libanese National News Agency, l’esercito libanese ha ritirato diverse postazioni lungo il confine meridionale il 3 marzo, mentre le truppe israeliane avanzavano più in profondità nel territorio libanese.

Le posizioni evacuate si trovano in diverse località del distretto di Bint Jbeil, tra cui Aita al-Shaab, Qouzah, Dibil, Ramieh, Ain Ibl e Rmeish. L’esercito libanese si è ridislocato più a nord, mentre Israele ha dichiarato di voler occupare posizioni strategiche dominate per proteggere le comunità israeliane vicino alla frontiera.

Anche i soccorritori stanno pagando un prezzo altissimo. Il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha dichiarato che tre paramedici sono stati uccisi e sei feriti nel distretto di Tiro mentre cercavano di soccorrere persone colpite da precedenti esplosioni.

Secondo l’OMS, l’attacco potrebbe essere stato un “double-tap strike”, una tecnica in cui un secondo bombardamento colpisce lo stesso luogo poco dopo il primo, quando soccorritori e civili sono arrivati per prestare aiuto.

Con il Libano che si svuota di civili nel sud, Hezbollah che parla apertamente di guerra e Israele che continua le operazioni militari, il fronte nord del conflitto rischia ora di trasformarsi nel secondo grande teatro di guerra della regione, mentre il Medio Oriente scivola sempre più verso uno scontro regionale su larga scala.

Palestina e Israele

Mentre l’attenzione internazionale si concentra sempre più sul confronto diretto tra Iran, Israele e Stati Uniti, a Gaza si continua a morire quasi nel silenzio generale.

Secondo il Ministero della Salute palestinese, nelle ultime 24 ore almeno una persona è stata uccisa e tre sono rimaste ferite negli attacchi israeliani nella Striscia.

Il bilancio complessivo della guerra, iniziata il 7 ottobre 2023, ha ormai raggiunto 72.117 palestinesi uccisi e 171.801 feriti.

Ma anche il cosiddetto cessate il fuoco non ha fermato la violenza. Dal 11 ottobre, primo giorno pieno della tregua annunciata, almeno 633 palestinesi sono stati uccisi e 1.703 feriti negli attacchi israeliani, mentre 753 corpi sono stati recuperati sotto le macerie, secondo i dati ufficiali palestinesi.

Numeri che raccontano una realtà ormai strutturale della guerra: le vittime continuano a crescere anche quando ufficialmente si parla di tregua, e molte delle persone morte vengono ritrovate settimane o mesi dopo, quando si riesce finalmente a scavare tra i detriti.

Parallelamente si intensifica anche la pressione militare israeliana nella Cisgiordania occupata.

Secondo l’agenzia palestinese WAFA, durante la notte le forze israeliane hanno condotto raid in diverse città, tra cui Salfit, Jenin, Tubas, Tammun, Hebron e Nablus, arrestando almeno 35 palestinesi.

A Salfit i soldati hanno fatto irruzione in decine di abitazioni, perquisendo le case e arrestando diversi giovani.

A Faqqua, vicino Jenin, l’esercito israeliano ha occupato nove abitazioni civili trasformandole in postazioni militari, una pratica denunciata più volte dalle organizzazioni per i diritti umani.

La pressione non arriva solo dall’esercito. Il capo della Commissione per la Resistenza al Muro e agli Insediamenti, Moayad Shaaban, ha dichiarato che nel solo mese di febbraio si sono registrati 1.965 attacchi da parte dell’esercito israeliano e dei coloni.

Gli episodi includono aggressioni fisiche, confisca di terreni, sradicamento di ulivi e demolizioni di case, una dinamica che negli ultimi anni ha accelerato la trasformazione territoriale della Cisgiordania.

Intanto a Gerusalemme Est resta chiusa per il quinto giorno consecutivo la moschea di Al-Aqsa, il terzo luogo santo dell’Islam.

Secondo WAFA, le autorità israeliane hanno impedito l’accesso ai fedeli citando uno stato di emergenza, aumentando ulteriormente la tensione in una città che spesso diventa epicentro delle crisi regionali.

In un Medio Oriente che si avvicina sempre più a una guerra regionale, Gaza e la Cisgiordania restano quindi due fronti permanenti del conflitto, dove la violenza quotidiana continua a produrre vittime, arresti e nuove fratture politiche, spesso lontano dai riflettori internazionali.

Sud Sudan

In Sud Sudan, almeno 26 operatori di Medici Senza Frontiere risultano dispersi a un mese dagli attacchi contro due strutture sanitarie nello Stato di Jonglei, secondo quanto riferito dall’organizzazione all’Associated Press.

Il 3 febbraio un ospedale a Lankien è stato bombardato dalle forze governative, mentre una clinica a Pieri è stata assaltata da uomini armati. Gli attacchi hanno costretto personale sanitario e civili a fuggire mentre proseguivano combattimenti e raid aerei.

Gli scontri tra governo e gruppi di opposizione hanno già provocato circa 280.000 sfollati dallo scorso dicembre, e MSF denuncia che le sue strutture sono state colpite almeno dieci volte nell’ultimo anno, mettendo a rischio l’assistenza sanitaria nel Paese.

Repubblica Democrati del Congo

Almeno 200 persone sono morte dopo una frana provocata dalle forti piogge nella miniera di coltan di Rubaya, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, secondo il ministero delle Miniere.

Tra le vittime ci sarebbero circa 70 bambini, mentre molti feriti sono stati trasferiti negli ospedali della città di Goma.

La miniera, che produce circa il 15 per cento del coltan mondiale, è controllata dal gruppo ribelle M23 dal 2024.

Si tratta del secondo disastro nel sito in poco più di un mese, dopo una frana simile che a gennaio aveva già causato oltre 200 morti.

Tunisia

Un tribunale tunisino ha condannato l’ex primo ministro Youssef Chahed a sei anni di carcere per corruzione, insieme a diversi ex ministri del suo governo. La sentenza riguarda anche l’imprenditore Marouan Mabrouk, tra gli uomini più ricchi del Paese e genero dell’ex dittatore Zine El Abidine Ben Ali, condannato a vent’anni di prigione per riciclaggio, appropriazione indebita e benefici illegali.

Secondo l’agenzia statale TAP, tutti gli imputati dovranno pagare anche una multa di circa 800 milioni di dinari, pari a oltre 270 milioni di dollari.

Il caso riguarda la decisione del governo, nel 2018, di revocare il congelamento dei beni di Mabrouk dopo la rivoluzione del 2011, che aveva rovesciato il regime di Ben Ali e dato inizio alla Primavera araba.

Alcuni degli ex ministri condannati hanno definito la sentenza politicamente motivata, mentre il presidente Kais Saied continua a promettere di recuperare i miliardi sottratti al Paese durante gli anni della dittatura.

Spagna

Si intensifica lo scontro diplomatico tra Stati Uniti e Spagna sulla guerra contro l’Iran, dopo dichiarazioni contrastanti sull’uso delle basi militari spagnole da parte delle forze armate americane.

La Casa Bianca ha sostenuto che Madrid avrebbe accettato di cooperare con le operazioni militari statunitensi, ma il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares ha immediatamente smentito.

“La posizione del governo spagnolo sulla guerra in Medio Oriente e sull’uso delle nostre basi non è cambiata di una virgola,” ha dichiarato alla radio Cadena Ser.

La tensione arriva dopo le minacce del presidente Donald Trump, che aveva parlato di interrompere il commercio con la Spagna dopo il rifiuto del governo di Pedro Sánchez di autorizzare l’uso delle basi di Rota e Morón per attacchi contro l’Iran non coperti dal mandato ONU.

Sánchez ha ribadito la sua posizione in un discorso televisivo, definendo l’escalation militare “una roulette russa con il destino di milioni di persone” e assicurando che la Spagna non sarà complice di una guerra che considera ingiustificabile.

La Commissione europea ha espresso solidarietà a Madrid, ricordando che eventuali misure commerciali contro uno Stato membro riguarderebbero l’intera Unione Europea, mentre cresce la tensione tra Washington e alcuni governi europei sulla gestione del conflitto in Medio Oriente.

Stati Uniti

Il Senato degli Stati Uniti ha respinto una risoluzione bipartisan che chiedeva di fermare la campagna militare contro l’Iran e di riportare al Congresso l’autorizzazione per eventuali azioni di guerra.

La votazione si è conclusa 52 a 47, con la maggior parte dei repubblicani a favore della linea del presidente Donald Trump e quasi tutti i democratici contrari.

I sostenitori della risoluzione sostenevano che la Costituzione attribuisce al Congresso il potere di dichiarare guerra, mentre i repubblicani hanno difeso l’azione di Trump come legittima prerogativa del comandante in capo.

Scosse politiche nelle primarie in Texas. Nel campo democratico il deputato statale James Talarico ha vinto la corsa al Senato battendo Jasmine Crockett, che però denuncia irregolarità dopo il blocco dell’estensione dell’orario di voto deciso dalla Corte Suprema del Texas.

Tra i repubblicani, il senatore John Cornyn e il procuratore generale Ken Paxton andranno al ballottaggio di maggio, mentre alla Camera il deputato Dan Crenshaw è stato sconfitto nelle primarie da Steve Toth, candidato più vicino alla linea di Donald Trump.

Intanto cresce la tensione a Washington: dopo un briefing sull’Iran, diversi senatori hanno espresso forte preoccupazione per l’escalation. Il democratico Chris Murphy ha avvertito che “altri americani moriranno”, mentre altri parlamentari temono che gli Stati Uniti possano arrivare a inviare truppe di terra nel conflitto.

Venezuela

Gli Stati Uniti starebbero preparando una possibile incriminazione contro la presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodríguez, come forma di pressione su Caracas. Lo riporta Reuters, citando quattro fonti informate sui colloqui interni all’amministrazione.

Secondo il report, procuratori federali di Miami starebbero valutando accuse di corruzione e riciclaggio legate alla compagnia petrolifera statale PDVSA per attività tra il 2021 e il 2025. Il Dipartimento di Giustizia ha però smentito la notizia, definendola “completamente falsa”, mentre Reuters ha ribadito l’attendibilità della propria inchiesta.

La vicenda si inserisce nella crisi politica venezuelana dopo la cattura negli Stati Uniti dell’ex presidente Nicolás Maduro nel gennaio 2026, che ha portato Rodríguez a guidare il Paese ad interim.

Se confermata, l’eventuale incriminazione rappresenterebbe un ulteriore strumento di pressione giudiziaria e politica di Washington sulla leadership venezuelana.

Sri Lanka

Almeno 80–87 marinai iraniani sono morti dopo che una fregata iraniana è stata affondata da un sottomarino statunitense nell’Oceano Indiano, al largo della costa meridionale dello Sri Lanka.

La nave colpita, la IRIS Dena, stava rientrando da un’esercitazione navale nel Golfo del Bengala quando è stata centrata da un siluro lanciato da un sottomarino americano, operazione poi confermata dal segretario alla Difesa Pete Hegseth.

A bordo c’erano circa 180 membri dell’equipaggio: 32 sono stati salvati, mentre molti risultano ancora dispersi.

La nave è affondata a circa 40 miglia nautiche da Galle, e la marina dello Sri Lanka ha avviato le operazioni di soccorso dopo aver ricevuto una richiesta di emergenza.

L’episodio segna un’ulteriore escalation del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, estendendo lo scontro militare anche all’Oceano Indiano.

Nepal

Il Nepal sta votando oggi in elezioni politiche decisive, le prime dopo le proteste guidate dalla Gen Z che lo scorso settembre hanno costretto alle dimissioni il primo ministro KP Sharma Oli. In campo ci sono 3.406 candidati per i 275 seggi della Camera dei rappresentanti.

Le manifestazioni del 2025, esplose contro corruzione e nepotismo, provocarono 77 morti e oltre 2.000 feriti. Dopo la crisi politica, il presidente Ramchandra Paudel sciolse il Parlamento e nominò Sushila Karki premier ad interim, la prima donna a guidare il governo del Paese.

Il voto è visto come un referendum tra vecchia classe politica e nuove generazioni. Tra i protagonisti c’è Balendra Shah, rapper e ex sindaco di Kathmandu, che si presenta come simbolo del cambiamento e sfida direttamente Oli nel collegio di Jhapa.

In campo anche Gagan Thapa, volto riformista del Nepali Congress, e l’ex leader maoista Pushpa Kamal Dahal, noto come Prachanda.

Sono chiamati alle urne oltre 18 milioni di elettori, tra cui circa un milione di nuovi votanti, molti appartenenti alla Gen Z che aveva guidato le proteste.

Il nuovo governo dovrà affrontare povertà, disoccupazione giovanile e corruzione, ma anche il delicato equilibrio geopolitico tra India, principale partner commerciale, e Cina, sempre più presente con investimenti e prestiti.

Cina

Un’inchiesta pubblicata da The Diplomat rivela che bambini filippini sarebbero stati utilizzati in una campagna di propaganda anti-giapponese legata alla Cina nel 2025.

Secondo l’articolo, la campagna ruotava attorno a un concorso di saggi rivolto agli studenti delle scuole pubbliche nelle Filippine, presentato come un’attività educativa ma in realtà usato per diffondere messaggi politici contro Giappone e Taiwan.

I temi assegnati incoraggiavano gli studenti a descrivere il Giappone come una minaccia regionale e a sostenere posizioni in linea con la narrativa geopolitica di Pechino. L’operazione sarebbe stata promossa attraverso reti di associazioni e organizzazioni locali legate al fronte di influenza cinese nella regione.

L’episodio evidenzia come la competizione geopolitica nell’Indo-Pacifico non si giochi solo sul piano militare o economico, ma anche su quello informativo e culturale, con campagne di influenza che possono coinvolgere persino il sistema educativo e i più giovani.

Analisti avvertono che queste strategie rientrano in una più ampia offensiva di soft power e guerra dell’informazione, mentre le tensioni tra Cina, Giappone e i Paesi del Sud-Est asiatico continuano a crescere.

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