9 aprile 2021- Notiziario

Scritto da in data Aprile 9, 2021

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  • Stati Uniti: Biden tenta di affrontare l’epidemia di violenza armata, mentre una famiglia viene ammazzata (copertina).
  • Myanmar: giornalisti a processo per aver raccontato il colpo di Stato.
  • Caraibi: allerta vulcano, ordine di evacuazione.
  • Dopo la crisi di palazzo, la Giordania celebrerà il centenario in sordina.
  • Si riaccende la violenza nell’Irlanda del Nord.
  • Amnesty International: Israele ha palesemente violato l’obbligo di vaccinare i palestinesi.
  • L’omicidio di una sposa rapita in Kirghizistan scatena proteste e la richiesta delle dimissioni del ministro degli Interni.

Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets, a cura di Barbara Schiavulli. Musiche di Walter Sguazzin
Foto di copertina: Photo by Max Kleinen on Unsplash

Bahrein

Gli eurodeputati hanno chiesto il rilascio dell’attivista e difensore dei diritti umani Abdulhadi al-Khawaja, a dieci anni dal suo arresto da parte delle autorità del Bahrein. «La giornata segna un cupo anniversario per i difensori dei diritti umani e per tutti coloro che promuovono le libertà fondamentali in Bahrein. Dieci anni fa, Abdulhadi al-Khawaja è stato condannato all’ergastolo. Nessun paese può giustificare la restrizione della libertà di espressione e riunione, e l’incarcerazione di difensori che promuovono i diritti umani universali», hanno messo nero su bianco gli eurodeputati Maria Arena e Hannah Neumann, rispettivamente presidente della sottocommissione per i diritti umani del Parlamento Europeo e presidente della delegazione Pe per le relazioni con la penisola arabica.

Iran

L’Iran ha lasciato andare la petroliera sudcoreana Hankuk Chemi e il suo capitano, sequestrati all’inizio di gennaio nelle acque del Golfo Persico: lo ha reso noto il ministero degli Esteri sudcoreano in un comunicato. La nave era stata sequestrata e il suo equipaggio fermato, in risposta al blocco da parte di Seul di beni iraniani per 7 miliardi di dollari nell’ambito delle sanzioni Usa. Teheran aveva già rilasciato i 20 marinai dell’equipaggio il 2 febbraio, ma aveva trattenuto il capitano. Il capitano è stato liberato e la petroliera è «partita oggi sana e salva», ha annunciato il ministero.

Turchia

Non si placa la bufera sul “sofagate” al palazzo presidenziale di Ankara, e diventa uno scontro diplomatico tra l’Italia e la Turchia con tanto di convocazione dell’ambasciatore italiano. In serata è stato il premier Mario Draghi a usare parole durissime contro il leader turco. «Non condivido assolutamente Erdogan, credo che non sia stato un comportamento appropriato. Mi è dispiaciuto moltissimo per l’umiliazione che la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha dovuto subire», ha premesso il presidente del Consiglio, per poi aggiungere: «Con questi dittatori, chiamiamoli per quello che sono», ha sottolineato Draghi, «di cui però si ha bisogno, uno deve essere franco nell’esprimere la propria diversità di vedute e di visioni della società; e deve essere anche pronto a cooperare per assicurare gli interessi del proprio paese. Bisogna trovare il giusto equilibrio». Affermazioni che hanno infuriato i turchi. L’ambasciatore italiano ad Ankara, Massimo Gaiani, è stato convocato nella tarda serata di ieri al ministero degli Esteri di Ankara, dove il capo della diplomazia turca Cavusoglu gli ha espresso tutto il suo disappunto.

Libano

Un anno e mezzo dopo l’imposizione di fatto, da parte del cartello delle banche libanesi, del controllo dei capitali nel contesto della peggiore crisi economica del paese degli ultimi 30 anni e del default finanziario, gli istituti di credito hanno avviato una massiccia campagna di licenziamenti dei propri quadri medio-bassi. Lo denuncia il sindacato degli impiegati di banca del Libano, che chiede alle autorità di intervenire perché «si metta fine» alla campagna di «licenziamenti illegittimi» avviata dall’autunno scorso da parte di tutti gli istituti di credito libanesi.

Giordania

La Giordania segnerà cento anni di sopravvivenza domenica prossima, ma la peggiore crisi di palazzo degli ultimi decenni e la pandemia di coronavirus minacciano di oscurare qualsiasi celebrazione. «Nessuno avrebbe scommesso un dinaro sulla sopravvivenza dello stato, creato nel deserto e quasi privo di risorse naturali», ha detto Jalal al-Husseini, ricercatore presso l’istituto francese di studi mediorientali IFPO ad Amman. L’11 aprile 1921 Abdullah divenne sovrano del neo-creato Emirato della Transgiordania. Il territorio accordatogli dal potere coloniale della Gran Bretagna, con poco petrolio e gravemente carente di acqua, da allora ha visto ripetute guerre ai suoi confini, provocando tre ondate di rifugiati, riuscendo comunque a sopravvivere. Ma solo una settimana fa sono scoppiati problemi a palazzo, quando l’ex erede al trono è stato improvvisamente confinato nel suo palazzo, accusato di complotto per «minare la sicurezza» del regno. Qualche giorno dopo, sotto pressioni familiari, il principe Hamzah ha firmato una dichiarazione in cui promette fedeltà al suo fratellastro, il re Abdullah II, che lo aveva privato del titolo di principe ereditario nel 2004. Ma anche prima della crisi di palazzo, i piani per le celebrazioni del centenario sarebbero stati smorzati a causa del Covid-19. «Le condizioni economiche e sociali, la situazione sanitaria e la vita quotidiana sono molto difficili, quindi non c’è molto entusiasmo per sottolineare questo come dovremmo», ha detto Oraib al-Rantawi, capo del Centro di studi politici Al-Quds.

Israele e Palestina

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha promesso di premere per una soluzione a due stati nel conflitto israelo-palestinese, mentre ripristinava gli aiuti ai palestinesi. In una telefonata con il re della Giordania Abdullah II, alleato di lunga data degli Stati Uniti che ha recentemente affrontato il dissenso all’interno della famiglia reale, Biden «ha affermato che gli Stati Uniti sostengono una soluzione a due stati al conflitto israelo-palestinese», ha riferito una dichiarazione della Casa Bianca.

Amnesty International ha accusato Israele di violare “flagrantemente” i suoi obblighi come potenza occupante non fornendo vaccini Covid-19 a cinque milioni di palestinesi che vivono nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza, definendolo un segno di «discriminazione istituzionalizzata». Il rapporto annuale globale dell’organizzazione per i diritti umani, pubblicato mercoledì, afferma che la pandemia di coronavirus ha rivelato politiche che hanno «perpetuato disuguaglianza, discriminazione e oppressione e aperto la strada alla devastazione causata dal Covid-19 a livello globale, in Medio Oriente e Nord Africa», come anche in Israele e nei Territori palestinesi. «In una chiara illustrazione dell’estensione della discriminazione istituzionalizzata in Israele e nei Territori palestinesi occupati, le autorità israeliane non sono riuscite a fornire vaccinazioni a cinque milioni di palestinesi nella Cisgiordania occupata e a Gaza, quando la campagna di vaccinazione è iniziata nel dicembre 2020», afferma il rapporto. «Questa mossa ha violato in modo flagrante gli obblighi di Israele come potenza occupante ai sensi del diritto internazionale». Israele, che ha lanciato la sua campagna di vaccinazione a dicembre, è diventato il paese leader al mondo per essere riuscito a vaccinare i suoi cittadini somministrando almeno una dose del vaccino Covid-19 a circa il 60% della sua popolazione. Ma per i palestinesi che vivono nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza, l’inoculazione del vaccino è rimasta molto indietro. Secondo un recente rapporto di Medici Senza Frontiere, «hai 60 volte più probabilità di essere vaccinato in Israele che in Palestina». Gli ultimi dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) mostrano che ci sono più di 282.000 casi confermati di coronavirus con più di 2.970 morti tra i palestinesi in Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est.

Marocco

Il capo della gendarmeria del Fronte Polisario, il movimento per l’indipendenza del Sahara Occidentale, è stato ucciso in un attacco con un drone marocchino nel territorio conteso: lo ha confermato durante la notte un alto funzionario militare del Sahara Occidentale. In precedenza il ministero della Difesa del Sahara Occidentale, in un comunicato pubblicato dall’agenzia di stampa ufficiale Sps, aveva reso noto che «il comandante della gendarmeria nazionale, il martire Addah Al-Bendir, è caduto martedì sul campo di battaglia, dove era in missione militare nella zona liberata di Rouss Irni, a Tifariti», località situata a nord del territorio e sotto il controllo del Fronte Polisario. Tuttavia l’agenzia ha poi rimosso il comunicato dal suo sito in serata, senza fornire spiegazioni.

Sudan

Gli scontri inter-comunitari avvenuti di recente in Sudan, nello Stato del Darfur occidentale, hanno provocato almeno 132 vittime, ha riferito il governatore. Da sabato e per molti giorni i membri stanziali dell’etnia “masalit” e delle comunità arabe nomadi si sono scontrati sia a El Geneina, capitale del Darfur occidentale, sia nei dintorni della città con impiego di armi pesanti. Il governo del Sudan ha dichiarato lo stato di emergenza nella regione. Migliaia sono gli sfollati dalle ultime violenze, alcuni dei quali fuggiti nel confinante Ciad, come riporta l’Onu.

Coronavirus: Canada, un mese di lockdown in Ontario per l’aumento di casi. Corea del Sud, ordinata la chiusura di discoteche e bar karaoke.

Irlanda del Nord

Nonostante gli appelli alla calma di Londra e Dublino, la violenza è esplosa a Belfast, in Irlanda del Nord, da una settimana teatro di scontri che non si vedevano da anni. L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea ha sconvolto un difficile equilibrio politico. Pietre, proiettili e bottiglie molotov sono stati lanciati contro le forze dell’ordine, che hanno dispiegato unità cinofili e reparti antisommossa. Una fonte giornalistica di Afp ha constatato sul posto che segni di tensione e di preparativi, anche ieri dopo sei notti consecutive di scontri, erano visibili già nel pomeriggio, come anche dei giovani visti a raccogliere mattoni in carrelli da supermercato. La pace, dopo gli accordi del Venerdì Santo del 1998 che misero fine a decenni di “troubles” con oltre 3.000 morti, «è solo di superficie», osserva Fiona, residente 56enne di Belfast, secondo la quale il rancore «è profondamente radicato». L’attacco nella zona di Springfield Road segue diverse notti di rivolte da parte di nazionalisti e lealisti filo-britannici, condannati dai governi britannico e irlandese e dai leader politici locali. La separazione della Gran Bretagna dall’UE ha evidenziato lo status contestato dell’Irlanda del Nord, dove alcune persone si identificano come britanniche e vogliono rimanere parte del Regno Unito, mentre altre si considerano irlandesi e cercano l’unità con la vicina Repubblica d’Irlanda, membro dell’UE. I disordini sono scoppiati in gran parte nelle aree lealiste e protestanti, tra le crescenti tensioni sul commercio post-Brexit, le regole di confine e il peggioramento delle relazioni tra le parti nel governo di Belfast in condivisione del potere cattolico-protestante.

Kirghizistan

Giovedì centinaia di persone si sono radunate davanti al ministero degli Interni del Kirghizistan, denunciando la presunta inerzia della polizia per l’omicidio di una donna rapita. Aizada Kanatbekova, 27 anni, è stata rapita il 5 aprile. Due giorni dopo è stata trovata strangolata in un’auto in una zona rurale, insieme al suo sospetto assassino morto per ferite da coltello, apparentemente autoinflitte. Un complice è stato arrestato. La rabbia dell’opinione pubblica è cresciuta perché la polizia non era riuscita a trovare il sospettato nonostante il rapimento fosse stato ripreso da una telecamera, con il modello e la targa dell’auto chiaramente visibili. Il rapimento di una sposa è un atto diffuso nell’ex repubblica sovietica, nonostante le promesse ufficiali di reprimerlo. La pratica prevede che un potenziale sposo porti con la forza una giovane donna o ragazza a casa sua prima di farle pressioni affinché accetti il ​​matrimonio scrivendo una lettera di consenso. Giovedì circa 500 persone si sono radunate davanti alla sede del ministero nella capitale, Bishkek, gridando “Vergogna!”. Hanno chiesto le dimissioni del ministro degli Interni e del capo della polizia cittadina, con alcuni striscioni recanti slogan come «Chi risponderà per l’omicidio di Aizada?», «Porre fine al femminicidio» e «Chi pensa ancora che l’omicidio sia una tradizione?». Il primo ministro Ulugbek Maripov si è rivolto alla folla chiedendo alle persone di dare alla polizia il tempo di indagare sul crimine. Diversi manifestanti hanno gridato contro di lui e hanno chiesto anche il suo licenziamento, ha riferito AFP.

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Stati Uniti

Almeno una persona è deceduta e altre quattro sono rimaste ferite nel corso di una sparatoria avvenuta in un’azienda che produce arredamenti per la casa a Bryan, in Texas, a circa 160 chilometri da Houston. La persona sospettata di aver aperto il fuoco è stata arrestata. Si tratterebbe di un dipendente della stessa azienda. Ancora sconosciuto il movente. E ancora, l’ex giocatore della NFL Phillip Adams ha ucciso cinque persone, tra cui un importante medico, sua moglie e i loro due nipoti, prima di uccidersi. Il dottor Robert Lesslie, 70 anni, e sua moglie, Barbara, 69 anni, uccisi nella loro casa a Rock Hill, nella Carolina del Sud, insieme ai loro nipoti Adah Lesslie, 9 e Noah Lesslie, 5, ha detto l’ufficio del coroner della contea di York. Un uomo che lavorava a casa dei Lesslie, James Lewis, 38 anni, di Gaston, è stato trovato ucciso a colpi di arma da fuoco, fuori. Una sesta vittima, Robert Shook, 38 anni, di Cherryville, North Carolina, è stato trasportato in aereo in un ospedale di Charlotte, dove si trova in condizioni critiche, ha detto una cugina, Heather Smith Thompson. Anche in questo caso non è chiaro il movente.

Questi episodi sono avvenuti nel giorno in cui il presidente americano Joe Biden si apprestava ad annunciare un giro di vite sulle armi da fuoco. Il presidente Joe Biden giovedì ha definito la violenza armata degli Stati Uniti una «epidemia» e un «imbarazzo internazionale» durante una cerimonia alla Casa Bianca per rivelare il suo primo tentativo di tenere sotto controllo il problema. «Questa è un’epidemia, per l’amor di Dio, e deve finire», ha detto, definendo le sparatorie «una crisi di salute pubblica». «È un imbarazzo internazionale», ha detto il democratico affiancato dal procuratore generale Merrick Garland e dalla vicepresidente Kamala Harris, ai membri del Congresso e agli attivisti per il controllo delle armi al Rose Garden. «Basta con le preghiere» disse Biden, «è ora di agire». Con il Congresso incapace di concordare nuove e ampie normative, come controlli più severi dei precedenti per gli acquirenti di armi, Biden ha annunciato sei misure esecutive che, a suo avviso, contribuiranno a contenere la crisi.

Caraibi

Le autorità dell’isola caraibica orientale di St. Vincent hanno dichiarato di ritenere che un vulcano attivo stia per eruttare, e hanno ordinato evacuazioni obbligatorie. L’ufficio di gestione delle emergenze dell’isola ha cambiato il livello di allerta in rosso e ha detto che una nave da crociera Royal Caribbean arriverà dopo il tramonto per evacuare coloro che vivono vicino al vulcano La Soufriere. Altri verranno portati in rifugi altrove a St. Vincent fuori dalla zona di pericolo. Circa 16.000 persone vivono nella zona rossa e dovranno essere evacuate, ha detto ad Associated Press Erouscilla Joseph, direttore del Centro di ricerca sismica dell’Università delle Indie occidentali. Gli sforzi di evacuazione potrebbero essere ostacolati dalla pandemia. Il primo ministro Ralph Gonsalves ha affermato in una conferenza stampa che le persone dovranno essere vaccinate se salgono a bordo della nave da crociera o se viene loro concesso un rifugio temporaneo in altre isole vicine.

Ecuador e Perù

Un’impennata di casi coronavirus, che ha portato a nuove misure di blocco e ha esacerbato la stanchezza in Ecuador e Perù, sta lasciando molti elettori indifferenti sui nomi che vedranno nelle urne domenica, quando le due nazioni sudamericane sceglieranno i nuovi presidenti. Nessun candidato, in ciascuna nazione, ha raccolto abbastanza sostegno per essere un chiaro favorito, e dopo un anno di sofferenze collettive e scandali di corruzione gli elettori sembrano sperare in un vincitore che possa tirarli fuori dal caos economico della pandemia con il minimo inciampo possibile.

Gli ecuadoriani affrontano un ballottaggio tra l’uomo d’affari conservatore Guillermo Lasso e Andrés Arauz, un discepolo dell’ex presidente di sinistra Rafael Correa. Il vincitore succederà al presidente Lenin Moreno, un ex alleato di Correa che si è rivoltato contro di lui mentre era in carica e che non cerca la rielezione. I peruviani, nel frattempo, affrontano un campo intricato di 18 candidati dopo anni di disordini politici che hanno visto una serie di presidenti e persino l’intero congresso estromesso per scandali di corruzione. Un ballottaggio a giugno è praticamente assicurato. Il Perù anche il paese tra i più colpiti dal Covid-19, con oltre 1,5 milioni di casi confermati e oltre 53.400 morti.

Myanmar

Si sono tenute le udienze preliminari per tre giornalisti detenuti a Yangon dal 27 febbraio mentre coprivano le proteste del colpo di Stato militare. I giornalisti − Aung Ye Ko, di 7 Day Media; Hein Pyae Zaw di Zee-Gwet o “Owl” Media; il freelance Banyar Oo − sono comparsi in un tribunale della prigione per l’udienza a porte chiuse, ha riferito a VOA Burmese un avvocato che li rappresentava. L’avvocato, Nilar Khine, ha detto di non aver chiesto la libertà su cauzione perché i tribunali hanno respinto le richieste in casi simili. I suoi clienti sono citati in tribunale il 20 aprile. I giornalisti sono tra i circa 60 membri dei media arrestati da quando l’esercito birmano ha preso il controllo nel colpo di Stato del primo febbraio, secondo gli avvocati.

Spesso alle famiglie non viene detto dove si trovano i loro parenti. Se condannati ai sensi della Sezione 505 (a) possono dover scontare fino a due anni di reclusione. Lunedì, lo stesso giorno in cui è nato suo figlio, si è tenuta un’udienza preliminare nel caso di Aung Ko Latt presso un tribunale della prigione di Naypyidaw. Il giornalista è risultato positivo al Covid-19 in carcere.

Lo stato di emergenza imposto per un anno in Birmania dalla giunta militare dopo il colpo di Stato del primo febbraio scorso potrebbe essere prorogato per almeno «sei mesi» e le promesse nuove elezioni nel paese si terranno «entro due anni»: lo ha affermato il portavoce della giunta, Zaw Min Tun, nel corso di un’intervista alla Cnn.

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