Iran – Afghanistan: la grande deportazione
Scritto da Radio Bullets in data Luglio 23, 2025
Dalla fine della guerra tra Iran e Israele, il 24 giugno, oltre 410.000 afghani sono stati espulsi dall’Iran. Nel solo 2025, il numero supera già 1,5 milioni, secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. E la Croce Rossa prevede che un 1 milione potrebbe essere rimpatriato entro la fine dell’anno.
L’Iran, che da decenni ospita rifugiati afghani, ha ora accelerato drasticamente le deportazioni, giustificandole con motivi economici e di sicurezza, e avviando la costruzione di un muro lungo il confine orientale con Afghanistan e Pakistan.
La vita nell’ombra
Molti afghani vivono nell’illegalità e nel timore costante di essere arrestati o espulsi. Ahmad (non è il suo vero nome), 27 anni, lavora come custode in un edificio di Teheran, riceve l’equivalente di 80 dollari al mese, ma non può nemmeno aprire un conto a suo nome. “Non esco quasi mai. Ho paura di essere rimandato indietro,” racconta. Una vita sospesa.
Le autorità iraniane hanno vietato l’assunzione di migranti irregolari per “proteggere il lavoro locale”. Dopo l’inizio del conflitto con Israele, le espulsioni giornaliere hanno superato le 29.000 al giorno.
Accuse, propaganda e violazioni
Le espulsioni di massa sono state denunciate da quattro relatori speciali delle Nazioni Unite. “L’Afghanistan non è un Paese sicuro. Rimandare indietro donne, bambini e minoranze è una violazione del diritto internazionale,” ha dichiarato la relatrice ONU Mai Sato.
Il governo iraniano accusa i migranti di rappresentare un rischio per la sicurezza, sostenendo che alcuni siano stati reclutati dal Mossad. Ma, come sottolineano anche parlamentari ultraconservatori, non esistono prove che giustifichino espulsioni su larga scala.
Una crisi economica usata come giustificazione
Ufficialmente, 6,1 milioni di afghani vivono in Iran, ma solo 780.000 hanno status di rifugiato. L’impatto economico è rilevante: l’Iran sovvenziona pane, elettricità e carburante anche per i migranti, ma le difficoltà interne alimentano il risentimento popolare.
Sui social si moltiplicano hashtag xenofobi, mentre i media locali enfatizzano presunti crimini commessi da afghani, senza offrire dati ufficiali. Alcuni rimpatriati raccontano di violenze, umiliazioni e arresti arbitrari, anche tra persone con documenti in regola.
Esistenze negate
I migranti afghani in Iran sono esclusi dalla cittadinanza, non possono acquistare case o auto, né registrare un’utenza telefonica. Possono frequentare poche città e le loro richieste di permesso di lavoro vengono spesso respinte o rinviate.
Zahra Aazim, 22 anni, nata in Iran da genitori afghani, racconta la sua frustrazione: “Viviamo qui da oltre 40 anni, ma non ho diritto nemmeno alla patente. Dopo la guerra sono iniziate le minacce, gli insulti, gli arresti arbitrari”.
Il fratello di Zahra è stato arrestato in un bar e accusato di spionaggio, poi rilasciato. “Ci sono video di violenze ovunque. Ho amici che non pensano più di andarsene, ma di farla finita”.
Capri espiatori del malessere iraniano
“La rabbia che sento intorno a me è forte,” dice Zahra. “Quando non puoi prendertela con chi sta in alto, finisci per sfogarti su chi sta più in basso.”
E conclude: “Non chiedo privilegi. Solo rispetto. E il rispetto non ha nazionalità”.
Le espulsioni di massa dall’Iran raccontano molto più delle politiche migratorie: sono lo specchio di una strategia di distrazione nazionale. In un paese provato da sanzioni, crisi economica e una guerra devastante con Israele, il governo canalizza rabbia e frustrazione popolare contro i più vulnerabili: i migranti afghani.
Le accuse di spionaggio, le “confessioni” televisive, la costruzione del muro e le cifre sparate senza verifica compongono una narrazione che trasforma vittime in minacce.
È una dinamica nota, già vista in altri paesi: quando il potere traballa, si cercano capri espiatori. Il prezzo, però, lo pagano persone reali: bambini strappati alle scuole, donne umiliate alla frontiera, uomini espulsi senza i propri risparmi.
Tutto questo in spregio al diritto internazionale, e senza garanzie.
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