12 settembre 2025 – Notiziario Africa

Scritto da in data Settembre 12, 2025

“La nostra comune umanità trascende gli oceani e tutti i confini nazionali.

Ci unisce per unire le forze in una causa comune contro la tirannia, per agire insieme in difesa della nostra stessa umanità.

Che non venga mai chiesto a nessuno di noi: cosa abbiamo fatto quando abbiamo saputo che un altro era oppresso!”, diceva Nelson Mandela nel 1991.

Comune umanità, quella che continua ad essere rinnegata nell’incessante scia di morte che attraversa la Repubblica democratica del Congo.

Ennesima strage, quella che vi raccontiamo oggi.

Andremo poi in Sudafrica, dove questa comune umanità è calpestata al punto da fare degli esseri umani merce di scambio, come in buona parte del resto del mondo.

Cambieremo scenario per andare in Etiopia, che inaugura con uno sforzo che ha unito il Paese la più grande diga dell’Africa che alimenta però forti tensioni con i popoli “fratelli” del Sudan e dell’Egitto.

Quindi, in Sud Sudan per raccontarvi una storia di donne che in nome dell’umanità comune cuciono le ferite della guerra.

E infine a Roma, dove si tiene oggi una manifestazione della diaspora a sostegno dei Paesi dell’Alleanza degli Stati del Sahel.

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Repubblica democratica del Congo

Nord Kivu, nell’Est della Repubblica democratica del Congo.

Gli abitanti del villaggio di Ntoyo, si sono raccolti per una cerimonia funebre.

Si piange la morte di una persona cara. È in quel momento di dolore che li coglie all’improvviso la violenza delle Forze Democratiche Alleate, la ADF, gruppo armato legato allo Stato Islamico.

L’attacco è stato rivendicato, i militanti affermano di aver ucciso quasi 100 persone. Almeno 61, secondo fonti locali.

“La maggior parte di loro è stata uccisa a colpi di machete”, ha detto Macaire Sivikunula, un amministratore locale, all’agenzia di stampa Reuters.

Alcuni sarebbero stati uccisi con colpi di arma da fuoco.

Ma il bilancio potrebbe aumentare perché risultano ancora molti i dispersi in quello che è considerato uno degli attacchi più letali nella regione, per mano della milizia di origine ugandese nata negli anni ’90 con l’obiettivo di rovesciare il governo e che nel 2017, con la leadership di Musa Seka Baluku, giurò fedeltà all’Isis.

Negli ultimi mesi ha intensificato le sue operazioni. A fine luglio hanno colpito una chiesa cattolica, uccidendo oltre 40 persone e rapendone almeno 12.

Il mese successivo, ancora morti, saccheggi, case e veicoli dati alle fiamme. In 52 hanno perso la vita.

“Non sono abbastanza forti da mantenere il controllo del territorio, ma sono abbastanza forti da sopravvivere”, ha detto ad Al Jazeera Stig Jarle Hansen, esperto di al-Qaeda e ISIL in Africa. Per sfuggire alle autorità della RDC e dell’Uganda, si spostano velocemente, entrano nei villaggi “effettuare attacchi per reclutare reclute e stabilire il loro predominio”, ha aggiunto Hansen. “Prendono i bambini dopo questi attacchi con vittime di massa, attraverso il reclutamento forzato.”

Se nella zona di Lubero, nella porzione più settentrionale del Nord Kivu, è l’ADF a non dar tregua al Congo, più a Sud, dove a scontrarsi contro l’esercito e le milizie locali è il gruppo armato M23 sostenuto dal Ruanda, gli accordi di pace che avrebbero dovuto condurre alla fine delle violenze restano ancora soltanto sulla carta.

Con una certezza, che tutte le parti coinvolte nel conflitto hanno commesso crimini e abusi, dalle esecuzioni sommarie alla violenza sessuale, come ha dichiarato la scorsa settimana la  missione conoscitiva dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani.

“Le atrocità descritte in questo rapporto sono orribili”, ha affermato Volker Turk, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani.

I risultati a cui sono giunti gli investigatori dell’ONU, “sottolineano la gravità e la natura diffusa delle violazioni e degli abusi commessi da tutte le parti in conflitto, compresi atti che possono costituire crimini di guerra e crimini contro l’umanità”, secondo quanto si legge nel rapporto.

Sudafrica

Rapiti in Malawi, costretti a un viaggio doloroso dentro a container diretti in Sudafrica, obbligati poi ai lavori forzati.

È stata questa la sorte di 91 persone, di cui 37 bambini, scoperti a lavorare in condizioni spaventose in una fabbrica che produceva imbottiture per coperte.

Sono sette cittadini cinesi i colpevoli di tratta di esseri umani, rapimento, violazione delle leggi sul lavoro: 158 capi d’accusa, 20 anni di carcere ciascuno.

A emettere la sentenza un tribunale di Johannesburg, dopo sei anni, da quando un operaio riuscì a fuggire e avvertire le autorità.

‘Schiavi’ che lavoravano senza sosta, sette giorni su sette, in condizioni insicure e con salari da fame.

“Un uomo ha testimoniato che ai lavoratori non era permesso lasciare i locali della fabbrica, sottoposti a severa sorveglianza, nemmeno per acquistare cibo, che ha descritto come sporco e inadatto agli esseri umani”, racconta la BBC.

“La tratta di esseri umani è diventata una piaga nel nostro Paese, siamo diventati una destinazione… per la tratta di esseri umani [per] vari motivi, tra cui la permeabilità dei nostri confini”, ha affermato il portavoce della National Proscution Authority, Phindi Mjonondwane, in una dichiarazione alla BBC.

Sudafrica, un paese che è destinazione, transito, ma anche punto di partenza per l’orribile commercio di donne, uomini e bambini.

Commercio transnazionale dai numeri impressionati.

Tswelopele Makoe, ricercatrice al Desmond Tutu Centre for Religion and Social Justice, attivista per la giustizia sociale e di genere e redattrice presso il Global South Media Network, sul Sunday Independent ha raccontato solo un altro dei casi più recenti.

Un mese fa, 200 sudafricani rimasero “bloccati in Thailandia, dopo essere stati attirati in una sofisticata rete di traffico di esseri umani con la falsa promessa di un impiego in Myanmar…. Sono tra le migliaia di persone in tutto il mondo intrappolate in una intricata rete di sfruttamento” gestita organizzazioni criminali, scrive Makoe.

“Si tratta di un’emergenza nazionale. Non solo per la portata del crimine o la brutalità…, ma per ciò che rivela sulla vulnerabilità dei sudafricani nell’economia globale e sulle lacune sistemiche che continuano a penalizzarli”, aggiunge.

Si tratta, però, in questo caso, di vittime che cercavano migliori condizioni di vita, giovani, “anglofoni, istruiti, esperti di tecnologia e con spirito imprenditoriale”.

Rispondevano ad annunci che promettevano loro stipendi da favola, case, spese di viaggio.

“La tratta non è un fenomeno isolato in questo caso o nel Sud-est asiatico. Si tratta di un’industria in espansione e altamente organizzata che sfrutta la precarietà economica dei giovani, in particolare nel Sud del mondo”, spiega Makoe, che riferisce i dati dello Human Sciences Research Council.

Sarebbero oltre 250 mila i sudafricani che sono stai vittime di tratta solo nel 2023. Un dato sottostimato perché non tutti i casi vengono denunciati.

E sarebbero 155.000 quanti vivono condizioni di schiavitù, tante le donne e i bambini vittime della tratta a scopo di sfruttamento sessuale.

La nuova frontiera per i trafficanti sono i social media, scrive in un altro contributo. “Queste pericolose organizzazioni si nascondono in bella vista, dietro la maschera di innocenti “Mi piace”, condivisioni e messaggi diretti amichevoli”, scrive Makoe.

“Le organizzazioni dedite alla tratta di esseri umani operano a un livello molto più avanzato. Sebbene siano numerose le vittime rapite dalle strade o rapite dalle loro case, sono molte di più quelle costrette a unirsi volontariamente a queste organizzazioni, alla disperata ricerca di una via d’uscita dalla povertà e di una vita migliore”.

Etiopia

È la più grande diga dell’Africa, sul Nilo Azzurro, in Etiopia.

È la Grand Ethiopian Renaissance Dam, GERD, inaugurata ufficialmente martedì.

“La più grande conquista nella storia della razza nera”, l’ha definita il Primo Ministro Abiy Ahmed.

Ci sono voluti 14 anni, lo sforzo di un’intera nazione che vede nella diga il simbolo della rinascita e 11 milioni di metri cubi di cemento per costruire un muro lungo 1,78 km, alto 145 m, che ha creato un enorme bacino idrico, il Lago Nigat, che vuole dire “alba”.

La diga dovrebbe generare, a pieno regime, 5100 MW di energia, oltre il doppio della produzione di energia attuale, in un paese dove metà della popolazione non ha accesso all’energia, energia che potrebbe però essere anche venduta ai paesi vicini.

Quello che ha generato, intanto, sono le fortissime tensioni con il Sudan e con l’Egitto, i Paesi a valle che delle acque del Nilo hanno disperato bisogno.

Nell’Etiopia attraversata da continue tensioni e lacerata da guerra fratricide, la diga è stato un rarissimo momento di unità.

“Mentre alcuni… lavoravano direttamente alla diga, milioni di altri etiopi vi erano letteralmente coinvolti. Persone di ogni ceto sociale hanno contribuito alla costruzione della diga attraverso donazioni e l’acquisto di obbligazioni emesse dal governo”, racconta la BBC.

Milioni i dollari raccolti dalla popolazione, milioni quelli che sono arrivati dalla diaspora. “Le generazioni precedenti sognavano di sfruttare il fiume Abbay [Nilo Azzurro], ma i loro sforzi sono stati limitati. Oggi, quella visione è diventata realtà”, ha richiarato Aby Ahmed.

Il prezzo pagato per la sua costruzione sarebbe stato però, altissimo: 15 mila persone potrebbero essere morte per la sua costruzione, come ha dichiarato a The Reporter Magazine Habtamu Itefa Geleta, Ministro per l’acqua e l’energia, che però, sentito da Deutsche Welle, non avrebbe confermato né sementito.

Il progetto venne lanciato ufficialmente nel 2011, sotto la presidenza di Menes Zenwai, che la riteneva una questione di sopravvivenza nazionale, ma l’idea di sfruttare le acque del Nilo risale addirittura ai primi del Novecento.

La voleva l’imperatore Hailé Selassié. “Per quanto generosamente l’Etiopia possa essere disposta a condividere questa immensa ricchezza donata da Dio con i paesi vicini amici”, affermò Selassie nel 1957, come ricorda Al Jazeera, “è dovere primario e sacro dell’Etiopia sviluppare le sue risorse idriche nell’interesse della sua popolazione e della sua economia in rapida espansione”.

Sudan ed Egitto hanno sempre temuto che una diga potesse ridurre la portata del fiume, con preoccupanti ripercussioni sull’acqua destinata all’agricoltura e alle città. La diga costituirebbe una vera e propria “minaccia”.

A nulla sono valsi i colloqui e le trattive che avrebbero dovuto stabilire regole per un uso condiviso. Secondo Ahmed, invece, la diga contribuirebbe a controllare le inondazioni che affliggono periodicamente il Sudan.

Per i paesi a Valle della Nilo, la GERD non rappresenterebbe solo un rischio, ma offrirebbe anche vantaggi, così come potrebbe contribuire a mitigare gli effetti del cambiamento climatico, ciò che alimenta le preoccupazioni di Egitto e Sudan, è però la decisione dell’Etiopia si costruirla senza aver raggiunto accordi con i vicini: “L’Egitto è comprensibilmente preoccupato di creare un precedente per i futuri sviluppi [idrici]”, ha detto Kevin Wheeler, ricercatore associato presso l’Environmental Change Institute dell’Università di Oxford, che collabora con diverse istituzioni nei Paesi del bacino del Nilo .

“Da quando l’Etiopia ha avviato la costruzione del suo primo grande progetto di diga nel 2011, Egitto e Sudan hanno insistito per un accordo giuridicamente vincolante che garantisse il flusso dell’acqua, il coordinamento operativo e le misure di sicurezza, nonché un meccanismo legale per la risoluzione delle controversie”, scrive DW.

Sud Sudan

Pace e riconciliazione, sono le donne a riscrivere la storia nel Sud Sudan, nella regione di Jonglei, a oriente di questo paese che è il più giovane del mondo, ma che dalla sua indipendenza non ha visto altro che guerra e violenza.

Morti, rapimenti, furti di bestiame, conflitti comunitari che “hanno lasciato le comunità povere, senza casa, affamate e prive di servizi sociali essenziali”, secondo Justin Arama, presidente del Consiglio delle Chiese del Sud Sudan.

La storia delle donne del Jonglei, le racconta su Peace Insight, il giornalista Jackson Okata, “Le donne, le ragazze e i bambini sono coloro che hanno subito le conseguenze più gravi di questi conflitti, i cui principali responsabili sono uomini e ragazzi adolescenti”, scrive Okata.

Anche nei tentativi di pacificazione, sono sempre stati gli uomini i protagonisti. Le donne sono rimaste sempre nell’ombra, fino ad oggi.

Con le Community Women Peace Protectors “stanno riscrivendo la storia e sconvolgendo le norme sociali”, racconta.

Sono diventate pacificatrici e negoziatrici non solo “per proteggere i loro figli, ma anche la società. Una società senza donne e bambini non ha futuro. I continui conflitti minacciavano di spazzare via le nostre società se non ci fossimo comportate come donne”, ha detto a Okata, Grace Amet.

Nancy Nyaluak è la leader delle Donne protettrici di pace, e ha raccontato ad Okata che “quando hanno iniziato nel 2018, affinché la loro missione avesse successo, hanno minacciato di lasciare i mariti e di interrompere la gravidanza”.

Loro, che mediano, cercano il bestiame rubato e  cercano i bambini rapiti per riportarli a casa. “Dovevamo far sapere ai nostri uomini che ne avevamo abbastanza e che tutto ciò che volevamo era la pace, perché il peso psicologico e sociale era pesante”, ha detto Nyaluak.

I risultati non si sono fatti attendere. Sono state le donne delle comunità Dinka e Murle, nel 2019, a raggiungere un accordo per mettere fine ai combattimenti tra le comunità, a prendere posizione contro il furto di bestiame e il rapimento dei bambini.

Sono state le donne a raggiungere di nuovo la pace nel 2021, una pace che ha condotto alla liberazione di 58 persone rapite, tra donne e bambini. Sono riuscite persino ad essere incluse nei tribunali comunali.

Roma

Sul manifesto che annuncia la mobilitazione ci sono i volti di Patrice Lumumba, di Thomas Sankara, di Muammar Gheddafi, di Nelson Mandela.

Simboli di un’Africa che si voleva libera dal colonialismo. “Saremo in piazza per dire no e per lottare contro ogni forma di imperialismo in Africa, da ovunque arrivi, per sostenere i dirigenti dell’Alleanza degli Stati del Sahel, Niger, Mali e Burkina Faso per gli sforzi che stanno mettendo in campo per liberare i propri Oaesi”.

John Mpaliza è un attivista, che insieme a tanti altri cittadini africani e afrodiscendenti sarà a Roma, oggi e domani. Insieme a tante organizzazioni della diaspora.

Un’assemblea pubblica, oggi, alle 20, al Circolo Gap di San Lorenzo.

Un presidio, domani alle 15 a Piazza dell’Immacolata per dire no a ogni forma di colonialismo sfruttamento delle risorse dell’Africa da parte dell’Occidente e non solo, per una “liberazione dell’Africa, ‘a 360 gradi’. Liberazione culturale, economica, ma nella gestione della sicurezza”.

“Vogliamo un’Africa libera e realmente indipendente, unita e sovrana, spero non sovranista, capace di decidere del proprio futuro e delle proprie ricchezze. Un continente che valorizzi le sue culture e costruisca modelli di sviluppo alternativi al capitalismo sfrenato imposto dall’esterno. Un’africa che provi a tornare sulle proprie radici facendo tesoro dell’esperienza bella o brutta di questi decenni, o forse, meglio dire secoli”.

Saranno in piazza, oggi, anche per gridare il loro dissenso, per denunciare tutti quei dirigenti africani che Mapliza definisce “marionette degli imperialisti”.

“Che preferiscono affamare il proprio popolo ammassando soldi, miliardi sui conti cifrati nei paesi o meglio nei paradisi fiscali. Oppure quei dirigenti che anziché ricercare l’unità dell’Africa preferiscono accettare soldi e protezione per fare da proxy in guerre di procura. Un esempio più è emblematico il Ruanda, che da decenni occupa, massacra e sfrutta insieme ai suoi mandanti, l’est della Repubblica Democratica del Congo. Gli esempi sarebbero comunque tantissimi”.

Un sostengo forte quello della diaspora ai paesi dell’AES, guidati da giunte militari salite al potere con una serie di colpi di stato, nonostante le molte voci che denunciano il persistere di violazioni delle libertà individuali.

Regimi autoritari, dalla prospettiva degli osservatori occidentali. Osservatori che, secondo Mapliza, applicano troppo spesso la politica dei “due pesi e due misure”.

“In quanto attivista per i diritti umani non posso che essere contro ogni violazione dei diritti dei singoli o dei paesi, da qualunque parte arrivi la violazione. Da secoli assistiamo a decisioni e politiche di due pesi e due misure violazione del diritto internazionale.

Per molti osservatori e attori occidentali, a volte ciò che viene considerato reato per gli africani non lo è per gli occidentali. Non voglio assolutamente difendere gli anti valori oppure i dirigenti che per ragioni più o meno personali preferiscono opprimere le proprie popolazioni oppure i paesi e popolazioni deboli. Ed in questo penso che l’Occidente temo non possa in qualche modo dare lezioni a nessuno.

Basti guardare cosa sta succedendo a Gaza per quanto riguarda la AES. I dirigenti, questi dirigenti fanno fronte a una campagna internazionale portata avanti da chi non li vuole lottare per emancipare i propri paesi.

Serve, secondo me, tempo per portare a compimento ed iniziare a vedere i frutti di un processo rivoluzionario come quello che stanno mettendo avanti i paesi della AES. Diamo tempo al tempo, sosteniamo questi dirigenti, denunciamo ciò che non va, ma sosteniamo gli sforzi che stanno facendo.

Spero quindi che ci saranno tante persone di buona volontà che credono in questi valori e che credono in queste lotte”.

Foto in copertina: Atlas Green – Unsplash

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