20 marzo 2026 – Notiziario Africa
Scritto da Elena Pasquini in data Marzo 20, 2026
- Un continente in guerra: la mappa dei conflitti africani
- La guerra del Sudan minaccia di travolgere il Ciad
- In Nigeria, dove cresce la violenza di matrisce islamista
- Coppa d’Africa, il ricorso del Marocco toglie il titolo al Senegal
Nel mondo moderno esiste una solidarietà e un’interdipendenza …. che rendono impossibile per qualsiasi nazione isolarsi completamente dagli sconvolgimenti economici e politici del resto del mondo, soprattutto quando tali sconvolgimenti sembrano diffondersi anziché diminuire. Non può esserci stabilità o pace, né all’interno delle nazioni né tra le nazioni, se non in presenza di leggi e norme morali condivise da tutti. L’anarchia internazionale distrugge ogni fondamento per la pace. Mette a repentaglio la sicurezza, immediata o futura, di ogni nazione, grande o piccola….
Lo diceva nel 1937, a Chicago, Franklin Delano Roosevelt, presidente degli Stati Uniti, negli anni in cui il mondo stava scivolando verso la Seconda guerra mondiale. Un discorso che, a rileggerlo oggi, sembra scritto per il nostro presente, un tempo in cui il diritto internazionale viene calpestato, si corre di nuovo ad armarsi, l’anarchia sembra dominare le dinamiche globali.
La guerra è un contagio, dichiarata o non dichiarata che sia. Può travolgere stati e popoli lontani dal teatro originario delle ostilità
Proseguiva allora Roosevelt.
È così che dobbiamo leggere le cronache dell’Africa, attraversata come non mai da guerre e conflitti armati, che non sono guerre isolate, né guerre locali, ma sempre legate a ciò che accade altrove e altrove sempre destinate a far sentire i loro effetti.
Andremo in Ciad, che rischia di finire travolto dalla guerra del vicino Sudan, e poi in Nigeria, dove la violenza di matrice islamista continua a fare vittime, una violenza regionale che non conosce frontiere.
Qui in Mali, con il ritratto dell’imam in esilio Mahmoud Dicko, il cui ritorno atteso accende speranze di dialogo con l’insurrezione jihadista e timori di radicalizzazione.
Volteremo pagina, invece, raccontandovi di un conflitto di natura completamente diversa: quello per la Coppa d’Africa, tolta al Senegal dalla giustizia sportiva e assegnata al Marocco. Un conflitto sportivo diventato politico. E infine la musica: rap senegalese che ci chiede di non restare in silenzio e prendere posizione.
Prima, però, faremo il giro del continente per contare una dopo l’altra le guerre e i conflitti armati che lo stanno attraversando. Guerre e conflitti che si consumano nell’indifferenza del mondo, che si diffondono e si allargano come un’epidemia, come un virus, ma che rischiano di diventare abitudine, normalità.
Oggi, 20 marzo 2026.
La polveriera Africa
Ad osservare la mappa del mondo, l’Africa, silenziosa, non vista, non raccontata, è il continente della guerra perpetua, soprattutto della guerra che avanza. Prima di andare in Ciad, in Nigeria, nelle storie di oggi, vogliamo rendere chiara la scala e chiarissimo a cosa ci stiamo abituando: a fare dei conflitti armati nel mondo, e in Africa in particolare, la normalità.
Perché il 44 percento delle guerre che hanno fatto più di 1000 morti è in Africa. Nell’Africa subsahariana, 36 paesi su 44, dal 2018 al 2023, sono stati coinvolti in guerre oltre confine, scrive l’International Rescue Committee nella sua analisi annuale sulle emergenze che rischiano di segnare questo 2026, che sono in larga parte africane, anche se riguardano tutti noi. Erano sette all’inizio degli anni Duemila.
Nel tempo del disordine mondiale, l’Africa è un continente che si sgretola.
La lista dei paesi in guerra e di quelli che rischiano l’escalation è lunga, ma per una volta vale la pena nominarli tutti, uno per uno – anche quelli dei quali l’Occidente non ricorda neppure il nome o l’esatta ubicazione geografica – e immaginare i milioni di persone colpite, di civili.
È nel silenzio che la guerra avanza.
E dobbiamo nominare anche quelli che non fanno alcuna notizia, di cui accettiamo come normale, per esempio, che abbiano frontiere insicure, alle quali non ci si può neppure avvicinare. Quasi tutti i paesi africani, anche quelli ufficialmente in pace, non hanno confini, ma terre di nessuno, aree da cui la violenza può entrare e uscire a piacimento. E accettiamo come normale che ogni tanto risorgano movimenti defunti che all’improvviso imbracciano di nuovo il fucile, senza chiederci perché.
Eccoli, dunque, uno per uno, i Paesi senza pace e senza racconto, a cui si nega la dignità di fare notizia.
C’è il Sudan, con la sua mattanza che rischia di trascinarsi dietro il Ciad e l’intera regione del Corno d’Africa. La Somalia, nella morsa dell’interminabile guerra con Al Shabaab, terrorismo che arriva sino in Kenya. L’Etiopia, lacerata da conflitti interni, che sembra prossima a una nuova guerra su larga scala, con l’Eritrea. Neppure l’Egitto ha le frontiere sicure a sud, neppure Gibuti si può dire davvero in pace. Il Sudan del Sud è di nuovo nella guerra civile. L’Uganda, con gli scontri al suo confine, e l’incertezza interna.
E poi insurrezioni di matrice islamista in Mali, Niger, Burkina Faso, Repubblica Centrafricana, Nigeria. E il rischio di spillover della violenza jihadista in Benin, Ghana, Togo, Costa d’Avorio.
Il conflitto trentennale nella Repubblica Democratica del Congo e l’insicurezza del suo piccolo vicino, il Burundi. Violenza che si insinua anche ai confini della Tanzania. La guerra separatista in Camerun. Il Mozambico, mai davvero pacificato.
La Libia frammentata, in mano alle milizie armate, e il Maghreb, con l’Algeria sempre a rischio terrorismo e con le frontiere sempre in guerra, porose alla violenza. Il Sahara occidentale, dove mai c’è mai stata giustizia per il popolo sahrawi senza terra, che tiene accese le tensioni tra Marocco e Algeria, fino al confine con la Mauritania.
Scontri armati anche nella Repubblica del Congo, a Mindouli. L’enclave di Cabinda, in Angola, che ogni tanto torna a farsi sentire. Tensioni ai confini tra Guinea Conakry, Liberia e Sierra Leone per antiche rivendicazioni.
Per tacere delle tensioni interne che rischiano sempre di mutarsi in guerra.
Una lista lunga, quella dei conflitti armati africani. Ce ne sarebbe un’altra da compilare, ancor più vitale, quella che prima o poi dovremmo aver il coraggio di fare: la lista, lunga, di tutti gli attori non africani che giocano la propria partita nelle guerre del continente, nel sangue dell’Africa.. Perché non è l’Africa, come non lo è mai nessun luogo al mondo, votata per sua unica scelta alla guerra. La guerra è sempre una storia di tutti. E ora andiamo in Ciad.
Ciad
C’è solo un wadi, il letto di un fiume stagionale, a separare Tine da Tina, la pace dalla guerra. Da una parte c’è il Ciad, dall’altra il Sudan. Il fiume, che corre per centinaia di chilometri verso la Libia, segna il confine e divide due città con lo stesso nome. Tiné in francese, El-Tina in arabo, Tuna nella lingua Zaghawa. Tina, in Sudan.
Un letto arido, il wadi, troppo poco profondo, troppo sottile, per tenere a bada la violenza delle armi che non conosce ostacoli, che piove dal cielo. A Tine, in Ciad, un drone ha ucciso tra le 15 e le 17 persone. Erano riunite per un funerale, racconta Le Monde. Una fonte militare, sentita dall’Agence France Presse, sostiene si sia trattato di un drone delle Forze di Supporto Rapido, i paramilitari che dalla primavera del 2023 combattono contro le Forze armate sudanesi. Le RSF negano: è stato l’esercito sudanese, dicono.
In seguito a una riunione d’emergenza del Consiglio di Difesa e Sicurezza tenutasi nella notte, il presidente ciadiano Mahamat Idriss Déby ha ordinato all’esercito di “rispondere a qualsiasi attacco proveniente dal Sudan”, come si legge sui social media della presidenza.
Non è la prima volta che Tine è sotto attacco. A febbraio un razzo è costato la vita a 15 soldati e otto civili. Tine è già da tempo una città in guerra perché Tina, dall’altra parte, è uno degli ultimi baluardi in mano all’esercito.
Tine, in Ciad, città di passaggio per chi fugge da Darfur, città dei profughi, della disperazione. Oggi, città anche della paura.
Un tempo era la capitale di un sultanato, prima che arrivassero i francesi a prendersi con la forza una terra non loro. Nel wadi c’era un grande albero d’acacia, l’albero di Haraz. “Sul lato del tronco rivolto a ovest era incisa una scritta in francese e sul lato rivolto a est una scritta in inglese, a indicare la linea di demarcazione tra i due paesi colonizzati. Il Sudan francese (oggi Ciad) e il Sudan anglo-egiziano (l’attuale Sudan) durante l’era coloniale, fino a quando l’albero non cedette alla grave siccità che colpì la regione negli anni ’80”, raccontava anni fa in una bella pagina di memorie Mahmoud Abbaker Suleiman, autore e blogger sudanese.
Allora cedette l’albero, adesso sta cedendo il Ciad.
Qui il confine si snoda seguendo il movimento del fiume, non è tirato giù con il righello come più a nord. Un confine poroso, lungo 1400 chilometri, da cui la guerra del Sudan, dal Darfur quasi completamente controllato dalle RSF, sta esondando, trascinandosi dietro anche il Ciad, Paese poverissimo e già provato dal conflitto che sta devastando il vicino.
“A gennaio 2026, il Ciad ospitava 1.334.595 rifugiati sudanesi, di cui 910.780 arrivati di recente … La maggior parte degli sfollati sono donne e bambini. Tra questi si stimano 306.957 donne in età fertile, 41.787 donne incinte e oltre 55.000 nascite previste nei prossimi 12 mesi”, spiega il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione. Strutture sanitarie sovraffollate, poco personale, farmaci agli sgoccioli, e uno dei tassi “di mortalità materna più alti al mondo, con 860 decessi ogni 100.000 nati vivi. (E) i rischi di violenza di genere, matrimoni precoci e sfruttamento sessuale sono aumentati in modo significativo”, scrive il Fondo.
Tine era una città di passaggio, da un mese il Ciad ha chiuso il confine nel tentativo, che sembra impossibile, di tenere sotto controllo la guerra e vi ha schierato migliaia di soldati.
“Nonostante queste misure, le violazioni del territorio ciadiano sono continuate in varie forme. Questi episodi segnano un punto di svolta cruciale: il conflitto in Sudan non è più semplicemente una crisi di confine con effetti indiretti, ma è diventato una minaccia diretta alla sicurezza del Ciad.
La guerra sta agendo da moltiplicatore delle vulnerabilità esistenti, mettendo alla prova la capacità di N’Djamena di assorbire e contenere gli shock alla sicurezza regionale”, scrive Bourdjolbo Tchoudiba sulle pagine del centro di ricerca Africa Center for Strategic Studies.
Non sono solo incidenti di confine. E il Ciad non è più “pilastro della stabilità regionale”, aggiunge.
A rischiare di farlo franare sembrerebbe esserci anche la scelta di N’Djamena di allinearsi con le RSF e con gli Emirati Arabi Uniti: “Secondo fonti aperte e analisi indipendenti, il governo del presidente Mahamat Idriss Déby Itno ha agevolato il sostegno alle RSF a partire dal 2023”, aggiunge Tchoudiba.
Un allineamento, sostiene l’analista, che non sarebbe un allineamento ideologico ma “una strategia di sopravvivenza del regime”: da una parte di natura finanziaria, visti gli ingenti investimenti degli Emirati nel Paese; dall’altra sembrerebbe un tentativo di controllo interno, di bilanciamento della comunità Zaghawa, comunità estremamente influente nelle forze di sicurezza del Ciad e le cui milizie starebbero sostenendo le Forze armate sudanesi.
“Seguendo questa logica, indebolire indirettamente le SAF attraverso un allineamento con le Forze di Supporto Rapido (RSF) potrebbe essere visto come un modo per contenere le dinamiche della comunità che altrimenti potrebbero rivoltarsi contro la leadership ciadiana”, scrive Tchoudiba, che spiega come in questo contesto che quel confine sia diventato “un corridoio sempre più attivo per il traffico di armi e i movimenti di gruppi armati, compresi elementi delle RSF, all’interno di un più ampio arco regionale che collega la Libia, la Repubblica Centrafricana e il Sud Sudan”.
Nigeria
Nord-est della Nigeria. Maiduguri per molti anni è stata risparmiata dalla violenza che brucia lo stato di Borno, di cui è la capitale. A dicembre c’è stato un attacco nella moschea Al-Adum, con cinque morti tra i fedeli. E poi, lunedì, 23 morti e oltre 100 feriti per mano dell’insurrezione di matrice islamista. Sembra si tratti di attacchi suicidi, la sera durante l’Iftar, quando si spezza il digiuno del Ramadan. Tre esplosioni coordinate: al mercato, davanti all’ingresso dell’ospedale universitario, di fronte all’ufficio postale. Mercoledì, l’esercito nigeriano avrebbe fermato un altro attacco, uccidendo 80 presunti militanti vicino a una base militare, sempre nello stato di Borno.
“Durante il culmine dell’insurrezione di Boko Haram in Nigeria, quando Maiduguri era un focolaio di conflitto, l’ufficio postale e l’area del mercato del lunedì erano regolarmente presi di mira da attentatori suicidi. Dieci anni fa, proprio in questo mese, 58 persone persero la vita e oltre 140 rimasero ferite in quattro distinti attentati suicidi, alcuni dei quali in entrambe le località, in una delle giornate più sanguinose nella storia della città”, ricorda The Guardian.
Anche se non ci sono, al momento in cui scriviamo, ancora rivendicazioni per gli attacchi, secondo le autorità gli autori sarebbero terroristi legati a Boko Haram, il “Gruppo del popolo della Sunna per la propaganda religiosa e la Jihad”, fondato proprio a Maiduguri nel 2002 dall’imām Muḥammad Yūsuf. Un movimento radicale in cui la sharī‛a doveva essere imposta come strumento di giustizia sociale e che voleva combattere la corruzione e l’ingiustizia, considerate, secondo Yūsuf, frutto dell’Occidente. “L’Occidentalizzazione, l’educazione occidentale, è un sacrilegio”, significa quel nome.
Radicato in una terra dal passato coloniale e violento, Boko Haram si è ramificato, spezzato, avvicinatosi all’Isis, scissosi nel potente Stato Islamico della Provincia dell’Africa Occidentale, causando oltre 40.000 morti e 2 milioni di profughi, in una guerra eterna, scatenata dopo l’uccisione del suo fondatore nel 2009.
Ad aprile, Babagana Zulum, governatore del Borno, aveva lanciato l’allarme sul possibile ritorno dei jihadisti, ricorda il quotidiano britannico. Mercoledì, un attacco notturno e coordinato sarebbe stato sventato dall’esercito nigeriano al confine con il Niger, uccidendo non meno di ottanta persone. “Il portavoce dell’esercito nigeriano Sani Uba ha descritto l’attacco militare come una risposta ‘offensiva-difensiva’”, scrive Deutsche Welle.
La Nigeria trema, però, anche dall’altra parte del Paese, nel Nord-ovest, in quel triangolo dove converge la sua frontiera con Benin e Niger, e dove si sta intensificando la violenza islamista. “Nell’ultimo anno, Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), affiliata ad al-Qaeda, e lo Stato Islamico della Provincia del Sahel (ISSP) hanno esteso le loro campagne … I dati di ACLED indicano che questa espansione è entrata in una nuova fase, caratterizzata dal radicamento delle forze e dalla trasformazione delle regioni di confine in focolai di violenza”, spiega Héni Nsaibia, analista di ACLED, organizzazione che studia e mappa i conflitti nel mondo.
Tra il 2024 e il 2025, secondo ACLED, la violenza nella regione di confine è aumentata dell’86 percento, e le vittime del 262 percento. Attacchi sempre più frequenti e letali in un’area dove le dinamiche interne a ciascun Paese “formano, però, un’area di conflitto interconnessa”.
Mali
Vestito di bianco, Mahmoud Dicko parla dal suo esilio in Algeria. E ancora una volta gli occhi del Mali dolente, ferito dalla violenza, tornano a guardare lui. La scorsa settimana ha parlato la scorsa settimana alla sua gente e al suo Paese dall’esilio in Algeria. Esorta, urge, “a porre fine alla violenza jihadista che sta dilagando nei paesi del Sahel”, e insiste che “dobbiamo trovare una soluzione per l’intera sottoregione”, racconta Africa News.
Mahmoud Dicko è un imam, uno degli uomini più influenti del Mali, un tempo presidente dell’Alto Consiglio Islamico del Mali. Fu lui, ricorda Africa News, a “ispirare il movimento che portò alla caduta dell’ultimo presidente eletto in Mali, Ibrahim Boubacar Keïta”. Poi il colpo di Stato e la giunta militare oggi al potere, guidata da Assimi Goïta, con cui l’imam ruppe quasi subito. È sempre il suo nome che torna nelle cronache, la sua voce, ogni volta che il Mali è attraversato da ondate di incertezza, insicurezza e violenza.
“Alcuni commentatori lo hanno paragonato al defunto ayatollah iraniano Ruhollah Khomeini”, scriveva Reuters nel 2020, quando Dicko infiammava la folla in protesta gridando: “Questa grande nazione del Mali, costruttrice di imperi e regni, non è un popolo sottomesso… È un popolo fiero!”.
A febbraio, alla Conferenza africana per la promozione della pace, a Nouakchott in Mauritania, Dicko aveva rilanciato l’idea di un dialogo tra lo Stato maliano e i gruppi jihadisti. Per gli analisti potrebbe essere ancora l’uomo della mediazione.
Il suo ritorno a Bamako è atteso da molti, temuto da altri. Sarebbe dovuto rientrare in patria lo scorso anno, ma le tensioni tra Mali e Algeria non lo hanno reso possibile. Per la Coalition des Forces pour la République (CFR) è lui l’uomo che potrebbe guidare la transizione costituzionale.
Altri, invece, lo guardano con sospetto. Temono che venga messa in discussione la laicità dello Stato e criticano la sua apertura al dialogo con i ribelli, accusandolo “di legittimare gli estremisti invocando il dialogo con i leader jihadisti e di aver mobilitato proteste di piazza che hanno contribuito a indebolire i governi eletti prima dei colpi di Stato. Altri temono che la sua immensa autorità religiosa possa minare le istituzioni laiche, anche se egli rifiuta la jihad armata”, scrive Africa Is a Country.
“I gruppi jihadisti hanno sempre ascoltato con attenzione Dicko perché compete con loro per lo stesso pubblico: la comunità religiosa del Mali …. Per i gruppi jihadisti, l’Islam è uno strumento per conquistare territori e imporre l’obbedienza; per Dicko è una fonte di autorità etica all’interno di una società pluralista”, scrive ancora Mohammed Sanda.
Il ritorno dell’imam, e con esso il ritorno del tema del dialogo, potrebbe essere per molti in Mali il segno di una pace possibile. Un segno di pace anche per i ribelli oppure, aggiunge Africa Is a Country, “un’opportunità strategica (per l’insurrezione islamista) per cooptarlo o per affrontarlo”.
Coppa d’Africa
La Coppa d’Africa è stata alzata due volte. Dal Senegal prima, dal Marocco la seconda. Vittoria a tavolino per il Marocco, tre gol a zero, decretata martedì dalla Corte d’appello della Confederazione Africana di Calcio.
Secondo i giudici a cui il Marocco ha fatto ricorso, il Senegal — che aveva vinto sul campo 1-0 grazie a un gol di Pape Gueye nei tempi supplementari — avrebbe violato un articolo del regolamento abbandonando il campo per 14 minuti in segno di protesta per un rigore potenzialmente decisivo assegnato alla fine dei 90 minuti, dopo un controllo al VAR da parte dell’arbitro Jean-Jacques Ndala. Rigore poi sbagliato dal marocchino Brahim Diaz.
Quel giorno, in quella finale, andò in scena una rissa, con invasione di campo, l’allenatore del Senegal sospeso e multato di 100 mila dollari, l’arresto di 18 tifosi senegalesi e le parole durissime del primo ministro del Senegal, Ousmane Sonko: “Per due Paesi che si considerano amici, come il Marocco e il Senegal, non si sarebbe dovuto arrivare a questo punto”, ricorda Al Jazeera.
Ora la Federazione calcistica del Senegal è decisa a portare la questione al Tribunale arbitrale dello sport di Losanna, in Svizzera. “Questa è una farsa; questa decisione non si basa assolutamente su nulla. Non ha alcun fondamento giuridico”, ha dichiarato Abdoulaye Seydou Sow, segretario generale della Federazione senegalese, all’emittente RTS1. “E da quello che abbiamo visto stamattina all’inizio dell’udienza avevamo già seri dubbi: chiaramente il giudice non era venuto per pronunciarsi sul caso, ma per eseguire degli ordini”.
“Il Senegal respinge categoricamente questo ingiustificato tentativo di espropriazione”, ha dichiarato mercoledì in un comunicato la portavoce del governo senegalese, Marie Rose Khady Fatou Faye, chiedendo “un’indagine internazionale indipendente sulla sospetta corruzione all’interno degli organi direttivi della CAF”.
A due mesi dalla finale disputata a Rabat, una decisione senza precedenti nella storia del calcio africano.
Invito all’ascolto. Le silence des gens biens, Didier Awadi
“La cosa peggiore non è la malvagità delle persone cattive, ma il silenzio delle persone buone.”
“E tu, cosa stai facendo? ”
Sono le parole di Norbert Zongo, giornalista burkinabé, ex direttore del quotidiano L’Indépendant , assassinato nel 1998, che il rapper senegalese Didier Awadi fa cantare in “Le silence des gens biens” traccia del suo album Presidents of Africa. Un album del 2010 che è un grido contro la tutte le nuove forme di colonizzazione, e un grido contro il silenzio. Ci sono le parole Thomas Sankara, Gamal Abdel Nasser, Patrice Lumumba, Léopold Sédar Senghor, Nelson Mandela, Aimé Césaire e Frantz Fanon, nella musica di Awadi.
Sono canti che chiamano alla rivolta e all’impegno. L’Africa, ma anche noi.
Ed è con le voci di chi non tace di fronte all’ingiustizia, che chiudiamo il Nostro Notiziario perché anche il silenzio è un’arma. Quello che Radio Bullets vuole frantumare.
Vi ringraziamo per essere stati con noi, vi aspettiamo lunedì con le notizie dal mondo e vi invitiamo a seguire gli aggiornamenti che arrivano dal Libano, le storie, i volti e le voci raccolti e raccontati dalla nostra direttrice Barbara Schiavulli.
Foto di copertina: “AMISOM & Somali National Army operation to capture Afgoye Corridor Day #5 06” di AMISOM Public Information, Public Domain Dedication (CC0)
Musica: King David su Pond5
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