17 giugno 2026 – Notiziario Mondo
Scritto da Barbara Schiavulli in data Giugno 17, 2026
- Iran, Libano e il prezzo della pace.
- Bolivia: espulsa delegazione per i diritti umani.
- Siria: sabotato cavo sottomarino delle telecomunicazioni.
- Polonia: ucciso artista critico di Putin.
- Albania, il resort dei Trump scatena le proteste.
- Nepal, tra Cina, India e nuove ambizioni.
Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli
Usa contro Iran
La bozza di accordo tra Iran e Stati Uniti, che dovrebbe essere firmata venerdì a Ginevra, si arricchisce di nuovi dettagli e di una posta economica senza precedenti: un fondo privato da 300 miliardi di dollari destinato a rilanciare gli investimenti in Iran dopo la guerra e a incentivare entrambe le parti a trasformare la tregua in un accordo definitivo.
Secondo fonti vicine ai negoziati, oltre metà della cifra sarebbe già stata promessa da aziende e investitori provenienti dagli Stati Uniti, dai Paesi del Golfo, dall’Asia, dall’Africa e dal Sud America.
Il fondo, denominato “Reconstruction and Development Fund”, dovrebbe finanziare progetti nei settori dell’energia, dei trasporti, della logistica e dell’industria. Non si tratterebbe di risarcimenti di guerra né di fondi pubblici, ma di investimenti privati che diventerebbero operativi solo dopo la firma di un accordo definitivo.
Sul piano politico, Teheran continua a sottolineare che il Libano è uno degli elementi centrali del memorandum. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, sostiene che il testo imponga la fine delle ostilità su tutti i fronti, compreso quello libanese, e che gli Stati Uniti siano chiamati a garantire il rispetto degli impegni da parte di Israele.
L’intesa prevede inoltre la ripresa delle esportazioni petrolifere iraniane e apre la strada alla discussione sullo sblocco degli asset congelati e sull’alleggerimento delle sanzioni.
Le questioni più controverse, a partire dal programma nucleare iraniano, saranno invece affrontate nei sessanta giorni successivi alla firma.
Da Beirut, il presidente Joseph Aoun ha accolto l’annuncio con cautela, mentre il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha ribadito che la fine della guerra in Libano è una componente essenziale dell’accordo.
A sorpresa, Donald Trump ha criticato apertamente Israele per la gestione del conflitto contro Hezbollah, accusandolo di aver prolungato eccessivamente la guerra e di aver provocato troppe vittime civili.
Resta però una grande assente: Gaza. Secondo fonti iraniane, il dossier palestinese richiederà un negoziato separato. Mentre si discute di investimenti miliardari, ricostruzione e nuovi equilibri regionali, la guerra che ha sconvolto la Striscia continua infatti a restare fuori dall’accordo.
L’accordo preliminare tra Iran e Stati Uniti per mettere fine alla guerra e riaprire i negoziati sul nucleare sta spaccando l’opinione pubblica iraniana. Sui social network si alternano sollievo, speranza, rabbia e sfiducia.
Molti cittadini accolgono con favore la fine dei combattimenti e sperano che la revoca delle sanzioni possa ridurre inflazione e costo della vita.
Altri si chiedono perché il governo non abbia scelto la strada del negoziato anni fa, evitando una guerra costosa e anni di crisi economica.
Anche gli oppositori della Repubblica Islamica criticano l’intesa, accusando Donald Trump di aver abbandonato la prospettiva di un cambiamento politico a Teheran.
Sul fronte opposto, i settori più radicali del regime respingono qualsiasi compromesso con Washington e temono che l’Iran finisca per rinunciare alle proprie capacità nucleari.
La tregua sembra dunque aver fermato le bombe, ma non le profonde divisioni che attraversano la società iraniana.
Libano
Mentre Stati Uniti e Iran celebrano il memorandum d’intesa che dovrebbe porre fine alle ostilità regionali, sul terreno libanese la realtà racconta una storia diversa.
Nelle prime quarantotto ore dall’annuncio dell’accordo, l’esercito israeliano ha continuato a colpire il sud del Libano con droni, artiglieria e operazioni terrestri, provocando almeno tre vittime civili e diversi feriti.
Secondo l’emittente pubblica israeliana KAN, l’esercito si starebbe preparando a una presenza prolungata in Libano anche dopo la firma dell’accordo prevista venerdì in Svizzera.
Fonti della sicurezza israeliana affermano che le forze armate sono pronte a rimanere nel Paese “per lungo tempo” se il governo lo riterrà necessario e che stanno valutando tutti gli scenari possibili.
Nel frattempo gli attacchi continuano. A Mifdoun sono stati registrati tre raid consecutivi mentre gli abitanti controllavano i danni dei bombardamenti precedenti.
Altri attacchi hanno colpito le zone di Hadatha, Hariss, Yater, Kfar Tibnit e Mansouri. Droni israeliani sono stati segnalati anche sopra Beirut e la periferia sud della capitale.
Hezbollah sostiene di aver respinto un’avanzata israeliana nei pressi di Kfar Tibnit, mentre fonti locali riferiscono di nuove incursioni e demolizioni lungo la linea di confine.
Da parte sua, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che la fine della guerra in Libano e il ritiro israeliano dal territorio libanese rappresentano una parte integrante dell’accordo con Washington.
Secondo il ministero della Salute libanese, dall’inizio dell’offensiva israeliana del 2 marzo almeno 3.826 persone sono state uccise e oltre 11.800 ferite. Israele riferisce invece che negli ultimi tre giorni 45 soldati sono rimasti feriti nei combattimenti contro Hezbollah.
Numeri e dichiarazioni che mostrano tutta la fragilità dell’intesa: la diplomazia parla di pace, ma lungo il confine tra Israele e Libano la guerra continua a scrivere la propria agenda.
Palestina e Israele
A Gaza il bilancio continua a crescere giorno dopo giorno. Nelle ultime ventiquattro ore almeno cinque palestinesi sono stati uccisi e altri otto feriti nei bombardamenti israeliani.
Dall’inizio della guerra, il 7 ottobre 2023, il numero delle vittime registrate ha superato quota 73 mila, mentre i feriti sono oltre 173 mila.
Eppure tutto questo avviene durante quella che dovrebbe essere una tregua. Dall’11 ottobre, primo giorno completo del cessate il fuoco, quasi mille palestinesi sono stati uccisi e oltre tremila feriti. Altri 784 corpi sono stati recuperati dalle macerie.
Martedì due persone sono morte in un attacco israeliano a nord del campo profughi di Nuseirat, nel centro della Striscia. Intanto continua a rilento l’evacuazione dei malati attraverso il valico di Rafah: sono usciti da Gaza 97 palestinesi, tra cui 35 pazienti.
Secondo le autorità di Gaza, Israele ha autorizzato solo il 35 per cento delle partenze previste dall’accordo di cessate il fuoco.
Sul fronte dei detenuti, l’Alta Corte israeliana ha respinto il ricorso per la liberazione del dottor Hussam Abu Safiya, il pediatra e direttore dell’ospedale Kamal Adwan arrestato durante l’assedio del nord di Gaza.
Continuerà a essere detenuto senza incriminazione nel carcere di Nafha, in isolamento e, secondo i suoi legali, senza cure mediche adeguate.
E mentre la guerra continua a Gaza, cresce la violenza dei coloni in Cisgiordania. Un palestinese di 92 anni è stato cosparso di benzina attraverso una finestra di una moschea durante un attacco a Deir Dibwan, vicino Ramallah.
Veicoli, terreni agricoli e proprietà sono stati incendiati. Secondo le Nazioni Unite, dall’inizio dell’anno si sono verificati oltre mille attacchi di coloni contro comunità palestinesi.
Nuova tensione in Cisgiordania occupata. Il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha annunciato che Israele assumerà il controllo amministrativo della Tomba dei Patriarchi a Hebron, luogo sacro per ebrei, cristiani e musulmani, noto a questi ultimi come Moschea di Ibrahim.
Secondo Smotrich, il sito non sarà più gestito dalle autorità palestinesi locali. La decisione è stata duramente condannata dall’Autorità Nazionale Palestinese, che la considera un ulteriore passo verso l’annessione dei territori occupati.
La Tomba dei Patriarchi si trova nel cuore di Hebron, città occupata da Israele dal 1967, dove decine di migliaia di palestinesi convivono con una piccola ma influente comunità di coloni israeliani.
ISRAELE: La Corte Suprema israeliana ha respinto il ricorso presentato dal dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan di Gaza, confermando la sua detenzione in isolamento.
Abu Safiya è detenuto senza incriminazione formale dalla fine del 2024, quando fu arrestato durante le operazioni militari israeliane nel nord della Striscia. Le autorità lo trattengono in base alla cosiddetta Legge sui Combattenti Illegali, che consente la detenzione prolungata senza processo.
L’organizzazione Physicians for Human Rights-Israel ha definito la decisione una “profonda sconfitta morale e giuridica”, sostenendo che il controllo giudiziario sui detenuti palestinesi provenienti da Gaza sia ormai ridotto a una semplice formalità procedurale.
Al vertice del G7 in Francia, Donald Trump è tornato a criticare apertamente il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per la gestione della guerra in Libano.
Riferendosi a un recente bombardamento israeliano su Beirut, Trump lo ha definito “un attacco eccessivo” e ha sostenuto che il protrarsi delle operazioni militari rischia di compromettere il più ampio accordo raggiunto con l’Iran.
Pur ribadendo di avere un ottimo rapporto con Netanyahu, il presidente americano ha affermato che senza il sostegno degli Stati Uniti Israele non esisterebbe come oggi e che nessun altro presidente avrebbe fatto per il Paese ciò che ha fatto lui.
Siria
La Siria denuncia un presunto sabotaggio contro una delle principali infrastrutture di telecomunicazione del Paese. Secondo le autorità statali, il cavo sottomarino Aletar, che collega il porto di Tartous alla città egiziana di Alessandria, è stato danneggiato nel Mediterraneo causando interruzioni dei servizi internet in diverse aree del Paese.
Il cavo, operativo dal 1997 e gestito congiuntamente da operatori siriani, egiziani e libanesi, rappresenta uno dei collegamenti strategici della Siria con la rete globale. Le autorità hanno chiesto assistenza tecnica internazionale e parlano di una campagna sistematica contro le infrastrutture di comunicazione.
Per il momento non sono stati identificati responsabili. Negli ultimi mesi Damasco ha attribuito attacchi simili a gruppi armati tra cui milizie filo-Assad, Stato Islamico e Hezbollah.
Sudan
In Sudan cresce la preoccupazione per la città di El Obeid, capoluogo del Nord Kordofan. Le Forze di Supporto Rapido, le RSF, hanno schierato rinforzi militari senza precedenti attorno alla città e fonti dell’esercito temono un’offensiva su larga scala entro le prossime 72 ore.
El Obeid è un obiettivo strategico fondamentale: ospita l’unico aeroporto dello stato e rappresenta il principale collegamento tra Khartoum e il Darfur. Negli ultimi giorni le RSF hanno distrutto diverse stazioni di carburante e colpito autocisterne con droni, segnali che fanno temere un imminente assedio della città.
Francia
Donald Trump è arrivato al vertice del G7 di Evian-les-Bains, in Francia, rivendicando il ruolo degli Stati Uniti nell’accordo preliminare con l’Iran e presentandolo come un successo diplomatico destinato a ridurre le tensioni in Medio Oriente.
Accanto al presidente francese Emmanuel Macron, Trump ha dichiarato che “grandi cose stanno per accadere” nella regione, indicando il calo del prezzo del petrolio e il rialzo dei mercati finanziari come primi effetti positivi dell’intesa.
Il presidente americano ha poi affermato di aver avuto colloqui positivi sia con il leader ucraino Volodymyr Zelensky sia con quello russo Vladimir Putin, sostenendo che entrambi sarebbero aperti a una soluzione negoziata della guerra.
Il vertice, che si conclude mercoledì, affronterà anche temi economici globali, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e la crescente influenza della Cina nel mercato delle terre rare, materie prime strategiche per l’industria tecnologica mondiale.
Albania
In Albania cresce la contestazione contro il progetto immobiliare sostenuto da Ivanka Trump e Jared Kushner lungo una delle aree costiere più incontaminate del Paese. Il resort di lusso dovrebbe sorgere nella zona di Zvërnec, di fronte all’isola di Sazan, nel Mar Adriatico.
Migliaia di persone sono scese in piazza a Tirana accusando il governo del premier Edi Rama di svendere territori pubblici e aree protette a investitori stranieri.
Ambientalisti e associazioni denunciano il rischio di danni irreversibili per la laguna di Narta, habitat di oltre 250 specie di uccelli e area protetta anche dagli accordi europei.
Il progetto prevede migliaia di camere e nuove infrastrutture. I promotori parlano di sviluppo sostenibile e posti di lavoro, mentre i critici sostengono che si tratti di una vera e propria città turistica destinata a trasformare uno degli ultimi tratti di costa ancora accessibili a tutti gli albanesi.
Sul progetto pesa anche un’inchiesta della procura anticorruzione albanese che ha congelato i conti di una società coinvolta nell’acquisto di terreni nell’area, nell’ambito di un’indagine su presunte irregolarità nei titoli di proprietà.
Regno Unito
Cresce la tensione nelle acque della Manica. Le autorità britanniche stanno indagando sulle segnalazioni secondo cui una nave militare russa avrebbe sparato colpi di avvertimento vicino a uno yacht battente bandiera britannica, a sud dell’Isola di Wight.
Secondo Londra, non ci sono stati feriti né danni e l’imbarcazione ha proseguito la navigazione dopo essere stata raggiunta da una nave della Royal Navy.
L’episodio arriva appena due giorni dopo un’operazione delle forze speciali britanniche contro una petroliera sospettata di far parte della cosiddetta “flotta ombra” russa utilizzata per aggirare le sanzioni internazionali.
Il governo britannico, per ora, definisce l’incidente un caso isolato, ma il clima tra Mosca e Londra resta particolarmente teso.
Ungheria
Svolta politica in Ungheria. Il Parlamento ha approvato una modifica costituzionale che limita a otto anni il mandato di un primo ministro, impedendo di fatto a Viktor Orbán, che ha governato il Paese per un totale di vent’anni, di tornare al potere.
La riforma prevede anche l’abolizione dell’Ufficio per la Protezione della Sovranità, contestato dall’Unione Europea, e apre la strada allo smantellamento delle fondazioni pubbliche attraverso cui Orbán aveva trasferito il controllo di diverse università a figure vicine al suo partito, Fidesz.
La legge passa ora al presidente Tamás Sulyok, che può rinviarla al Parlamento, anche se i deputati avrebbero la possibilità di approvarla nuovamente in via definitiva.
Polonia
Un artista russo noto per le sue opere contro Vladimir Putin è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco vicino alla sua abitazione nella città polacca di Biala Podlaska. La vittima, Robert Kuzovkov, 44 anni, lavorava con lo pseudonimo di Semyon Skrepetsky ed era conosciuta per i ritratti satirici del presidente russo e di altri esponenti del potere di Mosca.
Secondo i magistrati polacchi, un uomo gli si è avvicinato in strada e ha aperto il fuoco, colpendolo più volte a distanza ravvicinata. L’artista è morto sul posto.
Poco dopo sono stati arrestati due cittadini bielorussi nei pressi del consolato della Bielorussia.
Le autorità non hanno attribuito l’omicidio alla Russia, ma il caso riaccende i timori per la sicurezza degli oppositori del Cremlino all’estero, dopo una serie di presunti complotti e assassinii che negli ultimi anni hanno coinvolto dissidenti russi in diversi Paesi europei.
Ucraina e Russia
Nella Crimea occupata dalla Russia scatta un insolito divieto: da oggi motociclette, scooter e quad non potranno circolare tra le otto di sera e le sei del mattino.
Secondo le autorità filorusse, il rumore dei motori è troppo simile a quello dei droni ucraini e rischia di ostacolare il lavoro delle difese aeree.
La misura, definita temporanea, arriva mentre gli attacchi con droni contro la penisola si intensificano, colpendo infrastrutture militari e linee di rifornimento.
Nella regione restano inoltre in vigore limitazioni alla vendita di carburante. Un segnale di quanto la guerra sia ormai entrata nella vita quotidiana della Crimea, annessa illegalmente dalla Russia nel 2014.
Stati Uniti
Negli Stati Uniti cresce la preoccupazione per l’aumento delle morti nei centri di detenzione per migranti gestiti dall’ICE, l’agenzia federale per l’immigrazione.
Dall’inizio del secondo mandato di Donald Trump, almeno 32 persone sono morte in custodia, quasi il triplo rispetto all’anno precedente.
Tra loro c’è José Guadalupe Ramos, 52 anni, cittadino messicano detenuto nel centro di Adelanto, in California. Affetto da diabete e ipertensione, è morto dopo un mese di detenzione.
La famiglia accusa il personale del centro di aver ignorato il peggioramento delle sue condizioni e annuncia un’azione legale per negligenza medica.
Le autorità statunitensi respingono le accuse e sostengono che gli standard sanitari siano adeguati.
Ma associazioni per i diritti umani e ricercatori indipendenti denunciano condizioni di detenzione sempre più difficili, mentre prosegue la campagna dell’amministrazione Trump per aumentare arresti ed espulsioni di migranti irregolari.
Nuovo sviluppo nelle indagini su Jeffrey Epstein. La procura del New Mexico ha ordinato a una ventina di aziende, tra cui JPMorgan Chase, Google, PayPal e diverse compagnie aeree statunitensi, di conservare tutta la documentazione relativa a Epstein e ad alcuni suoi collaboratori.
L’iniziativa fa parte della riapertura dell’inchiesta sul ranch Zorro, la vasta proprietà di Epstein nel New Mexico dove diverse donne hanno denunciato di essere state reclutate o abusate quando erano minorenni.
Gli investigatori stanno raccogliendo prove e ricostruendo i rapporti finanziari e logistici legati alle attività del finanziere. Tra le piste al vaglio figurano anche vecchie accuse e segnalazioni mai verificate riguardanti la proprietà.
Messico, mondiali
Non solo calcio ai Mondiali del 2026. Dopo la partita d’esordio contro la Nuova Zelanda a Los Angeles, la nazionale iraniana è stata costretta a lasciare immediatamente gli Stati Uniti e rientrare nel proprio ritiro di Tijuana, in Messico, a causa delle restrizioni sui visti imposte da Washington.
Il commissario tecnico Amir Ghalenoei ha definito l’Iran “la squadra più oppressa del Mondiale”, denunciando ritardi negli spostamenti, controlli aggiuntivi e ostacoli logistici che, secondo lui, penalizzano la preparazione degli atleti.
Il rientro in Messico è stato ulteriormente rallentato quando due membri della delegazione sono stati fermati all’aeroporto di Los Angeles per controlli di sicurezza.
Nonostante le difficoltà, ha dichiarato il tecnico iraniano, la squadra continuerà a dare il massimo in campo.
Haiti
Il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres è arrivato ad Haiti per una visita di solidarietà in uno dei momenti più difficili della storia recente del Paese. Da Port-au-Prince ha lanciato un appello alla comunità internazionale: “Smettete di distogliere lo sguardo da questa crisi”.
Haiti è travolta dalla violenza delle gang armate, che controllano ampie porzioni del territorio. Secondo l’ONU, un milione e mezzo di persone è stato costretto a lasciare la propria casa e oltre cinque milioni soffrono una grave insicurezza alimentare.
Guterres ha avvertito che il piano umanitario delle Nazioni Unite per il 2026 è finanziato per meno di un quarto dei fondi necessari, chiedendo un sostegno urgente per evitare un ulteriore peggioramento della crisi.
Ecuador
Il presidente dell’Ecuador, Daniel Noboa, ha dichiarato un nuovo stato d’eccezione in dieci province e tre cantoni del Paese per far fronte a quella che il governo definisce una grave crisi dell’ordine pubblico.
La misura, che resterà in vigore per sessanta giorni, consente alle Forze armate di affiancare la polizia nelle operazioni contro la criminalità organizzata e prevede la sospensione dell’inviolabilità del domicilio e della corrispondenza, senza introdurre il coprifuoco.
La decisione arriva mentre la violenza continua a colpire il Paese. Nella città di Guayaquil, principale centro economico dell’Ecuador, due corpi carbonizzati e legati a un palo dell’illuminazione pubblica sono stati trovati in un quartiere periferico. La polizia ha aperto un’indagine.
Bolivia
Nuove tensioni in Bolivia, dove le autorità hanno fermato ed espulso una delegazione argentina composta da parlamentari, sindacalisti e attivisti per i diritti umani poco dopo il loro arrivo all’aeroporto di El Alto, vicino a La Paz.
Secondo il governo, il provvedimento sarebbe stato motivato da irregolarità nei documenti di viaggio. La delegazione sostiene invece di essere stata invitata da organizzazioni locali per verificare le denunce di repressione delle proteste da parte delle forze di sicurezza.
La Bolivia attraversa una crisi politica che dura da quasi due mesi. Manifestazioni e blocchi stradali hanno provocato carenze di carburante, medicinali e generi alimentari.
Il presidente Rodrigo Paz ha ampliato i poteri d’emergenza, autorizzando una maggiore presenza militare e la sospensione di alcune garanzie costituzionali, mentre accusa gli oppositori di sabotaggio e narcoterrorismo.
Brasile
Nuovi sviluppi giudiziari in Brasile. La Corte Suprema ha condannato Eduardo Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, a quattro anni e due mesi di carcere per aver tentato di influenzare dall’estero il processo che ha portato alla condanna del padre per il tentato colpo di Stato dopo le elezioni del 2022.
Secondo i giudici, Eduardo Bolsonaro avrebbe fatto pressioni sull’amministrazione statunitense affinché minacciasse funzionari brasiliani nel tentativo di fermare il procedimento giudiziario.
L’ex deputato, che vive in Texas dal 2025, respinge le accuse. La sentenza rappresenta un nuovo capitolo dello scontro tra la magistratura brasiliana e l’entourage dell’ex presidente Bolsonaro.
India
L’India ha vietato la vendita senza prescrizione medica degli sciroppi per la tosse, dopo una serie di decessi di bambini collegati a medicinali prodotti nel Paese che hanno sollevato preoccupazioni a livello internazionale.
La decisione entra in vigore immediatamente e arriva dopo che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha collegato alcuni sciroppi fabbricati in India a quasi 300 morti nel mondo.
Tra i casi più gravi, quello del Gambia, dove nel 2022 morirono 70 bambini, e diversi episodi registrati anche in Uzbekistan e Camerun.
Le indagini hanno rilevato in alcuni prodotti la presenza di glicole dietilenico, una sostanza tossica utilizzata a livello industriale e associata a gravi danni renali.
Le autorità indiane sperano che le nuove regole rafforzino la sicurezza e limitino anche l’abuso di questi farmaci.
Filippine
Nelle Filippine cresce l’allarme per una serie di attacchi informatici contro siti governativi. Dopo il Senato e la Camera dei Rappresentanti, è stato violato anche il portale del National Bureau of Investigation, una delle principali agenzie investigative del Paese.
Gli hacker hanno sostituito temporaneamente le pagine ufficiali con messaggi contro la corruzione e il governo.
Tra gli slogan comparsi online, una celebre frase del film V for Vendetta: “Le persone non dovrebbero avere paura del governo. I governi dovrebbero avere paura del popolo”.
Le autorità affermano di aver identificato alcuni sospetti e assicurano che non sono stati sottratti dati sensibili. Intanto polizia e agenzie governative hanno rafforzato le misure di cybersicurezza per prevenire nuovi attacchi.
Nepal
Il nuovo governo del Nepal punta a rilanciare l’economia attirando investimenti stranieri e rafforzando la cooperazione con la Cina. Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri Shishir Khanal durante una visita ufficiale a Pechino, la prima dopo la vittoria elettorale del partito Rastriya Swatantra, nato sull’onda delle proteste guidate dalla Generazione Z contro corruzione e instabilità politica.
Khanal ha spiegato che il Nepal vuole creare posti di lavoro, aumentare le esportazioni e sfruttare il know-how tecnologico cinese, pur mantenendo rapporti equilibrati con India e Stati Uniti.
Tra i dossier aperti c’è anche la scelta del futuro sistema internet del Paese, con trattative in corso sia con Starlink di Elon Musk sia con il colosso cinese Huawei.
Pechino ha ribadito il proprio sostegno a nuovi progetti infrastrutturali, mentre osserva con attenzione il nuovo corso politico di Kathmandu e il suo delicato equilibrio tra le grandi potenze asiatiche.
Cina
Un terremoto di magnitudo 6.3 ha colpito la provincia cinese del Qinghai, nel nord-ovest del Paese, causando almeno una vittima e quattro feriti.
La scossa è stata registrata a una profondità di dieci chilometri ed è stata seguita da numerose repliche.
Oltre trecento soccorritori sono stati mobilitati per cercare eventuali persone intrappolate e assistere la popolazione.
Le autorità hanno evacuato le miniere vicine all’epicentro e inviato tende, coperte, acqua e generi di prima necessità nelle aree colpite, mentre proseguono le verifiche sui danni.
Ti potrebbe interessare anche:
- Global Sumud Flotilla intercettata in Grecia
- Israele: torture in carcere
- Iran, Mohammadi in terapia intensiva
- Gaza Genocidio: 38mila donne uccise
- Addio a Marjane Satrapi, la donna che disegnava l’Iran
E se credi in un giornalismo indipendente, serio e che racconta il mondo recandosi sul posto, puoi darci una mano cliccando su Sostienici