24 luglio 2026 – Notiziario Africa
Scritto da Elena Pasquini in data Luglio 24, 2026
- Nigeria, nuove stragi e rapimenti nel Nord mentre l’insicurezza si espande
- Nell’Est del Congo il terrore dell’M23 travolge i civili e ostacola anche la lotta all’Ebola
- Zimbabwe e Namibia salvano i semi indigeni per difendere il futuro del cibo
- Al largo del Benin riemerge una barriera corallina creduta perduta da sessant’anni
Questo e molto altro nel Notiziario Africa di Radio Bullets a cura di Elena L. Pasquini
Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso … La morte di qualsiasi uomo mi diminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E perciò non chiedere mai per chi suona la campana: essa suona per te.
È così, con le parole di un poeta e religioso inglese, John Donne, vissuto a cavallo del Cinque e del Seicento, che dovremmo ascoltare le notizie con cui oggi apriamo il nostro notiziario Africa. Dalla Nigeria e dalle Repubblica democratica del Congo, arrivano, ancora una volta, lunghi elenchi di vittime, di guerre che sembrano non appartenerci. Il Nord della Nigeria è attraversato da bande armate, il Congo, all’Est è occupato. Entrambi i conflitti sono ormai decennali, e sembrano incoercibili. Ascoltando, oggi, teniamo a mente che dietro ogni numero c’è una vita e un pezzo di umanità, e questa umanità siamo anche noi.
Ma l’Africa non è solo guerra, è anche un pezzo di mondo che lotta, inventa, crea, e si salva. È così che cambieremo pagina, per portarvi nelle banche di semi dove i contadini di Zimbabwe e Namibia salvano varietà antiche, capaci di sopravvivere al cambiamento climatico. Poi, andremo a largo del Benin, perché un gruppo di ricercatori ha dato strenua caccia ad un lembo di barriera corallina che si credeva ‘disperso’ o forse ‘morto’. Quindi, calcio d’inizio alla Coppa d’Africa femminile, con un appello e una battaglia, quella per avere più allenatrici. Infine, come sempre, la musica che vi conduce in Umbria e a Milano per un programma di concerti imperdibili.
Oggi, 24 luglio 2026.
Nigeria
Alla violenza in Nigeria non sembra esserci argine. Bande, gruppi armati, di cui poco o nulla si sa, e che si aggiungono alla galassia di movimenti di matrice islamista, all’insurrezione di Boko Haram. Continuano ad attaccare villaggi, uccidere, rapire. L’ondata di morte e sofferenza che attraversa il Nord e il centro del Paese non si arresta. E si nutre ed alimenta nella fragilità economica, nella competizione per risorse sempre più scarse, in ferite mai sanate.
Non si sa chi sono, gli uomini che hanno ucciso più di 20 persone nello Stato di Zamfara, nel nord-ovest della Nigeria, al confine con il Niger, mercoledì. “Oggi, tra le 15:00 e le 16:00, un gran numero di banditi ha invaso le nostre comunità, prendendo di mira tutte le persone che incontravano”, ha dichiarato mercoledì all’AFP Nasiru Lauwali, rappresentante del distretto di Sauna nella zona di governo locale di Talata Mafara. Sempre a Zamfara, almeno 40 persone, quasi tutti donne e bambini, sono state rapire nel fine settimana, in un attacco che ha colpito 11 villaggi. I banditi apparterrebbero ad un gruppo guidato da Kachalla Sa’idu, che già la scorsa settimana aveva tentato di sequestrare gli abitanti del villaggio di Garagi. “Durante l’attacco, [la popolazione] ha ucciso uno degli aggressori e gli hanno rubato l’arma. Per rappresaglia il capo del gruppo armato ha deciso di attaccare”, racconta Radio France Internationale, riportando le parole di un residente.
I banditi attaccano i villaggi, compiono razzie, rapiscono per chiedere riscatti. “Nel 2024, gli attentatori hanno incassato più di 1,6 milioni di dollari in riscatti, secondo SBM Intelligence”, come riporta Al Jazeera. I gruppi armati, scrive il Global Centre for Resposibility to protect, “utilizzano sempre più spesso i rapimenti per finanziare altri crimini e controllare i villaggi” in una regione, quella Nord-Occidentale, che è ricca di minerali.
Lo fanno quasi impunemente, in zone del Paese molto difficili da controllare da parte delle forze dell’ordine.
Martedì sera, le forze di sicurezza avrebbero ucciso tre banditi nello Stato di Kwara e liberato un uomo tenuto in ostaggio. All’inizio di luglio, ricorda Radio France Internationale, “l’esercito ha annunciato di aver ucciso 300 persone identificate come membri di bande specializzate in sequestri e furti di bestiame”.
Il presidente Bola Ahmed Tinubu sta tentando una riforma delle forze di polizia, per istituire un corpo federale. Intanto a Kwara arriverà l’esercito. Il battaglione avrà sede a Omu Aran, racconta la testata nigeriana The Punch. “Questo sviluppo si verifica in un contesto di rinnovate preoccupazioni per il peggioramento dell’insicurezza in alcune zone di Kwara”, spiega The Punch.
Lo Stato di Kwara, spiegasR2P, è in una posizione geografica particolare, una sorta di ponte verso il Sud-Ovest, da cui l’insicurezza rischia di diffondersi ancora verso Sud.
Lo Stato di Kwara è in quella parte del Paese chiamata Middle Belt, dove negli ultimi decenni è aumentato anche la violenza tra pastori e agricoltori. La causa, dice il GCR2P, va cercata nella crescita demografica e nell’espansione agricola, che ha ridotto la disponibilità di pascoli. “I cambiamenti climatici e la desertificazione Nel nord hanno spinto i pastori verso le tradizionali aree agricole, intensificando la competizione per l’uso della terra, in particolare nella regione del Middle Belt, dove queste tensioni spesso si sovrappongono a divisioni etniche e religiose”, scrive il Centro. L’insurrezione di Boko Haram nel nord-est, prosegue, “ha ulteriormente aggravato queste problematiche, spingendo i pastori verso il Middle Belt”.
Repubblica democratica del Congo
Mentre i morti dell’epidemia di Ebola nella Repubblica democratica del Congo, superano la soglia dei mille e il Paese fatica contenere la diffusione del virus, l’Est resta nella morsa di un’occupazione violenta e brutale. Nuovi appelli e rapporti che arrivano tanto dalle Nazioni Unite, quanto da centri di ricerca, in questi giorni, fotografano l’orrore quotidiano che abita le terre orientali. Uno stato di insicurezza permanente che, avverte l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), “a compromettere le operazioni umanitarie nella provincia orientale del Nord Kivu … compresi gli sforzi per contrastare l’epidemia di Ebola”.
Tra il 13 e il 19 luglio, almeno 30 persone sarebbero state uccise vicino alla città di Beni, in una serie di attacchi che hanno costretto gli abitanti ad abbandonare le proprie case. L’OCHA riferisce anche che sono almeno sei le organizzazioni umanitarie, incluse alcune impegnate nella lotta contro l’Ebola, che hanno deciso di interrompere gli spostamenti verso diverse località del territorio di Beni.
Nell’area di Beni, dove sono attive le Forze Democratiche Alleate, una milizia di matrice jihadista, gli episodi di violenza sono calati, anche se il gruppo continua ad espandere la sua area operativa, riporta il centro di ricerca congolese Ebuteli. Il gruppo armato più letale, secondo il Kivu Security Tracker (KST), che monitora gli episodi di violenza nell’Est, è tornato ad essere, invece, il Movimento M23, che da gennaio dello scorso hanno ha lanciato una pesante offensiva, arrivando ad occupare le capitali del Nord e del Sud Kivu, Goma e Bukavu. Solo a giungo, l’M23 ha ucciso almeno 114 civili e ne ha rapiti 17, una violenza, spiega Ebuteli, dovuta a nuove offensive nei distretti di Masisi e Rutshuru. La violenza sarebbe rappresaglia contro chi è accusato di collaborare con il nemico. “Si tratta del bilancio più pesante del mese in esame e del più alto attribuito alla ribellione dal dicembre 2025, quando prese il controllo di Uvira, uccidendo oltre 150 civili”, scrive ancora il think tank congolese. Violenza che si diffonde in modo capillare anche nel Sud Kivu, dove proliferano un gran numero di milizie locali e dove, spiegano i ricercatori, è molto difficile capire chi ha commesso le atrocità documentate.
Mercoledì, un gruppo di esperti delle Nazioni Unite ha lanciato un appello perchè finisca di quello che è definito il “regno del terrore dell’M23, caratterizzato da torture sessuali e violenze, alla luce del crescente numero di testimonianze di vittime civili”, riporta l’Alto commissariato per i diritti umani. «Stupri, stupri di gruppo, aggressioni violente e uccisioni di civili sono una caratteristica comune del modus operandi dell’M23», hanno affermato gli esperti. «Sebbene questi crimini non siano esclusivi dell’M23, il numero di persone colpite è impressionante e deve finire».
Secondo quanto riferito dal Segretario generale dell’ONU, António Guterres, nel 2025 sono stati registrati oltre 90.000 casi di violenza sessuale. “Gli esperti hanno avvertito che l’M23 ha instaurato di fatto un sistema di autorità nei territori sotto il suo controllo, in cui arresti e detenzioni arbitrari, torture (incluse torture sessuali), lavori forzati e reclutamento armato forzato vengono utilizzati per esercitare il controllo sulla popolazione civile”, scrive ancora l’OHCHR. Le persone arrestate verrebbero trasferite in luoghi di detenzione non ufficiali, in cui le condizioni di vita sono estreme, cosi come le violenze quotidiane a cui sarebbero sottoposti.
Semi indigeni, clima e sicurezza alimentare
C’è un sapere antico custodito dalle comunità indigene, sapere dei contadini, che è speranza di fronte al clima che cambia, protezione da un futuro di siccità e inondazioni. È ai semi delle colture tradizionali che l’agricoltura africana affida la sua sicurezza alimentare. In diversi Paesi, le banche dei semi comunitarie sono sempre di più in prima linea nella sfida posta dalla crisi climatica.
Nel 2024, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura e il Fondo per l’ambiente globale hanno aiutato lo Zimbabwe, che quell’anno ha vissuto gli effetti devastanti di El Niño, a mettere in piedi una banca comunitaria nel distretto di Chipinge dove conservare i semi di varietà locali che si sono dimostrate adatte a sopportare la siccità.
Legumi, cereali, varietà orticole, alcune delle quali a rischio di estinzione, conferite dagli agricoltori e poi a loro disposizione per le semine future, che sta aiutando numerose famiglie a garantire che ci sia cibo sulle loro tavole.
“La banca dei semi si basa su generazioni di conoscenze agricole relative alla selezione, alla conservazione e all’adattamento delle sementi alle condizioni agroecologiche locali”, ha detto Patrice Talla, coordinatore subregionale della FAO per l’ Africa meridionale, come riporta Radio France Internazionale. “Gli agricoltori contribuiscono con varietà tradizionali che spesso si adattano meglio ai climi e ai terreni locali, nonché con conoscenze sui cicli di semina, sulle tecniche di conservazione e sugli usi delle colture.”
Un sapere prezioso, di fronte a una minaccia sempre più grande: “Ricordo che una volta piantavamo a fine ottobre. Ma ora, le piogge tardive ci costringono a piantare a fine novembre e dicembre”, ha dichiarato a RFI, Angeline Garwe, una delle 1000 agricoltrici che hanno fondato la banca. “È stato devastante vedere le piante appassire a causa della siccità.”
Anche in Nambia si è scelto di percorre la via della conservazione comunitaria dei semi. Nella regione transfrontaliera di Kunene-Cuvelai, cambiamento climatico, e il suo alternarsi violento di siccità e inondazioni mettono a rischio la sicurezza alimentare delle comunità che sono per lo più agro-pastorali. È a queste comunità che verrà data una nuova banca dei semi, istituita presso il Centro di Sviluppo Agricolo di Eengombe, anche questa finanziata dalla FAO e dal GEF, secondo quanto affermato da Mubita Chaka, responsabile forestale del Centro nazionale per le risorse genetiche vegetali presso il Ministero dell’Ambiente e del Turismo, come riporta la testata The Namibian. ”
La banca dei semi si occuperà prima delle esigenze delle persone che vivono in quel territorio, prima di espandersi all’esterno”, ha affermato Chaka. L’obiettivo, ancora una volta è preservare le varietà locali, i semi autoctoni. “Vogliamo assicurarci che questi semi non vadano persi e, per farlo, vogliamo coinvolgere gli agricoltori. Quindi, se per caso doveste perdere alcuni dei vostri semi autoctoni, potrete comunque recuperarli dalla banca dei semi della comunità”, ha aggiunto Chaka.
Oceani
C’è un regno d’incanto e meraviglia, che ha prosperato, è cresciuto, si è popolato d’ogni creatura. Non visto, scampato alla caccia degli uomini, creduto morto. È una barriera corallina, di cui si erano perse le tracce circa sessanta anni fa, a largo, nel mare tra Benin e Togo.
Se ne era avuta notizia negli anni Sessanta quando dei pescatori tirarono su dei coralli, ma la scienza, allora, non diede peso a quegli indizi e relegò quella scoperta ad una piccola nota in un rapporto. Quel rapporto finì, molto tempo dopo, nelle mani di Gérard Zinzindohoué, un ricercatore del Benin, con un grande intuito che ha deciso di seguire quel fragile indizio e andare a cercarla.
Un piccolo miracolo è avvenuto nelle acque che lambiscono l’Africa. Il team guidato da Zinzindohoué ha trovato quella barriera corallina dimenticata, sana. “Almeno otto tipi di corallo e otto specie di pesci hanno formato un fiorente ecosistema in questo sito a lungo dimenticato”, racconta Inside Climate News. “Sono stato guidato dalla speranza. La speranza che a volte esistano specie o ecosistemi che in qualche modo sfidano il tempo, o che cercano di resistergli”, ha affermato lo scienziato, che è responsabile del progetto “Riscoperta ed esplorazione delle barriere coralline in Benin”.
La scoperta è di grande importanza perché le barriere coralline sono ecosistemi fragilissimi e sottoposti a forti pressioni. Dalla metà del secolo scorso ad oggi la metà è andata perduta per le pratiche dissennate dell’uomo, per la pesca, per via del fenomeno dello sbiancamento, quando il corallo sotto stress, a causa per esempio del riscaldamento delle acque, espelle una preziosa alga che vive nei suoi tessuti e che trasforma la luce in cibo. Il corallo allora muore.
Non è stato facile per Zinzindohoué portare avanti il suo progetto, ha dovuto lottare per trovare risorse, poi procurarsi l’attrezzatura, una nave. Non è riuscito ad avere tutto quanto forse necessario, ma ha chiesto aiuto ai pescatori del luogo con i loro pescherecci, ha fatto di una piroga un’imbarcazione per la ricerca.
Quello che riporta in superficie è davvero un regno dimenticato, un luogo vivo, pieno di pesce, un giardino rigoglioso a oltre 53 metri di profondità.
Secondo Zinzindohoué potrebbe non essere un caso isolato perché sappiamo ancora poco dei nostri mari. “A nostra conoscenza, questa è la prima segnalazione confermata di un ecosistema corallino mesofotico vivente sulla piattaforma continentale del Golfo di Guinea. Tuttavia, credo che ciò che abbiamo scoperto probabilmente non sia un’eccezione … Se siamo riusciti a ritrovare questa barriera corallina dopo 60 anni, quante altre sono ancora non documentate o semplicemente dimenticate?”, ha detto il ricercatore come scrive il New York Post.
Gli scienziati, adesso, prosegue Inside Climate News, promettono di battersi perché la barriera corallina appena scoperta venga protetta.
Coppa d’Africa Femminile
Domenica, il calcio d’inizio. Al via in Marocco la Coppa d’Africa femminile, dopo il rinvio di primavera. Sedici squadre a contendesti il più importante titolo del continente. Atlete in campo per alzare un trofeo, ma anche per far sentire la propria voce: il torneo diventa il palcoscenico da cui chiedere l’impegno dei governi per liberare i bambini africani da una malattia prevenibile con un vaccino, la poliomelite. Ad accendere i riflettori sulla competizione, però, anche le donne allenatrici che dicono: “Siamo troppo poche”.
Si parte con il match tra Algeria e Senegal, per arrivare alla finale del 16 agosto. La Coppa vale anche per la qualificazione alla Coppa del Mondo femminile del 2027. Andranno in Brasile, le quattro squadre semifinaliste.
La Nigeria, che detiene il titolo e ha vinto ben dieci edizioni, non intende mollarlo. Solo il Sudafrica, campione nel 2022, il Marocco e lo Zambia, con la capitana Barbra Banda, calciatrice dell’anno nel 2024 secondo la BBC, sembrano poter minacciare le Super Falcons.
A pochi giorni dall’apertura della competizione, le calciatrici hanno scelto ancora una volta di usare lo spazio del grande campo verde per lanciare un appello ai governi, ma anche alle comunità e alle famiglie, con la campagna “Kick Out Polio”. Le stelle del calcio femminile chiedono che si “tutelino i progressi faticosamente raggiunti e venga garantito che nessun bambino rimanga non vaccinato”, scrive l’Organizzazione mondiale della Sanità, che spiega come l’Africa abbia “compiuto progressi significativi verso l’eradicazione … Nei primi sei mesi del 2026 si è registrata una riduzione del 50% dei casi di poliovirus variante (tipi 1, 2 e 3) rispetto allo stesso periodo del 2025. Tuttavia, le sfide permangono. Conflitti, sfollamenti, difficoltà operative, disinformazione, altre malattie, epidemie, accesso limitato ai servizi sanitari essenziali e risorse in calo continuano a minacciare i progressi”. Le donne, aggiunge l’OMS, sono fondamentali nella lotta alla polio.
Donne in campo, poche invece le allenatrici, solo quattro: Sudafrica, Camerun, Kenya e Zambia.
“Non ci sono molte allenatrici donne alla guida di squadre femminili africane… Questo perché ancora non si fidano delle donne, non danno loro opportunità, il supporto non è lo stesso che viene offerto agli allenatori uomini”, ha dichiarato Jackline Juma, l’allenatrice della nazionale femminile Under 20 del Kenya, a Deutsche Welle , che alla sottorappresentanza femminile tra i tecnici dedica un ampio servizio.
La Federazione sudafricana ha stabilito già da diverso tempo che tutte le squadre femminili siano allenate da donne. “È necessario che ciò accada e le federazioni devono avere il coraggio di nominare allenatrici. Non solo devono nominarle, ma anche sostenerle, altrimenti non avranno successo”, ha detto alla testata tedesca Desiree Ellis, che guida la nazionale del Sudafrica. Secondo Ellis, le federazioni dovrebbero essere obbligate ad offrire maggiori opportunità alle donne.
Anche perché i risultati sono ottimi. Come racconta DW, che riporta le parole di Vicky Huyton, fondatrice del Female Coaching Network, “sebbene solo il 20% delle squadre nazionali femminili abbia allenatrici donne, queste rappresentano il 90% dei vincitori dei principali campionati”.
Musica, l’Africa in Italia
Canto delle radici, è questo brano di Vieux Farka Touré, che dà il nome ad un album del 2022. È il suono tradizionale Songhai, la musica del Mali del Nord, blues del deserto. È un inno d’amore al suo Paese, sempre attraversato dalla violenza che lo divide e lo consuma. La musica di Vieux Farka Touré, figlio di Ali, il “leone del deserto”, padre di quel blues struggente che giunge dal cuore dell’Africa, è in Italia, domani. L’occasione per ascoltarlo è Trasimeno Blues, in Umbria, e l’appuntamento, alle 21,30 è a Castiglione del Lago, alla Rocca medioevale. Occasione per lasciarsi trascinare nella musica della mescolanza dell’’Hendrix del Sahara, dove la tradizione maliana e l’eredità del leggendario padre, incontrano il Rock, il Funk e il Reggae.
HaddinQo è un virtuso del masinqo, il violino monocorde etiope. Artista che è avanguardia della musica etiope, HaddinQo ha duettato con leggende del calibro di Mulatu Astatke, il padre dell’Ethio-jazz, e ha calcato i più prestigiosi palcoscenici del mondo. Sarà a Milano, sabato. Ed è uno soltanto dei nomi che per tre giorni racconteranno la musica del Corno d’Africa, per l’International Horn of Africa Music Festival, prima edizione, al Parco Center. Tre giorni ricchissimi di appuntamenti, non soltanto performance di artisti prestigiosi, ma dialoghi accademici e cultura gastronomica, da domani e fino a domenica. S’inizia oggi pomeriggio, con un incontro dedicato alla “Collezione Checcia”, collezione di incisioni musicali che raccolgono il suono del Corno d’Africa dal 1936 al 1941. Sabato tocca a HaddinQo & Friends, vincitore dell’Afrima 2025 come Best African Jazz Artist, e a Tommy T & Ras Metehat, ex bassista dei Gogol Bordello. Domenica, invece, Milano narra la musica eritrea con il concerto della SINIT band e il krar, la lira a cinque o sei corde, di Mulugheta Ketema.
Con l’invito ad ascoltare, a lasciarvi trascinare dalla musica, vi salutiamo. Vi ringraziamo per essere stati con noi e vi diamo appuntamento a lunedì con le notizie che frantumano il silenzio.
Foto di copertina: Ayoola Salako su Unsplash
Musica: King David/Ponds5
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