Nove: cinque anni di talebani

Scritto da in data Agosto 11, 2026

Cinque anni sono passati dal 15 agosto 2021, quando i talebani tornarono al potere in Afghanistan. Kabul cambiò volto nel giro di poche ore e l’aeroporto diventò il punto terminale di una fuga disperata. Quelle immagini sono scomparse dai notiziari, ma l’emergenza non è mai finita, si è soltanto fatta più silenziosa.

Terremoti, povertà, rimpatri forzati dall’Iran e dal Pakistan e nuove ostilità nella regione hanno aggravato una crisi già devastante. Intanto, divieto dopo divieto, le donne afghane sono state escluse dagli studi, allontanate da gran parte dei luoghi di lavoro e progressivamente cancellate dalla vita pubblica.

Eppure continuano a resistere. Lo fanno aprendo piccole attività, creando reti, cercando spazi di formazione e difendendo la possibilità di produrre un reddito. In un paese costruito per renderle invisibili, anche lavorare è diventato un atto di resistenza.

Alla migliorata stabilitĂ  militare e all’assenza di combattimenti non corrisponde una stabilitĂ  sociale – spiega Alberto Cairo, presidente di Nove Caring Humans, ex direttore della Croce Rossa Internazionale in Afghanistan e residente a Kabul da decenni – LibertĂ  essenziali, come quelle di parola, di espressione, di associazione e partecipazione mancano. Per le donne vigono poi divieti speciali, allo studio e, in parte, al lavoro.

Costrette al silenzio e ad essere invisibili, limitate nei movimenti, sono di fatto cancellate dalla vita pubblica, con enormi ripercussioni sul Paese intero”.

Cinque anni dopo, la crisi non è finita

La diminuzione degli aiuti internazionali rischia oggi di interrompere progetti giĂ  avviati, disperdere competenze costruite in anni di lavoro e rendere ancora piĂą profondo il sistema di esclusione imposto alle donne.

La situazione è resa ancora più controversa dal dialogo avviato dall’Europa con le autorità de facto. Il 23 giugno 2026 rappresentanti della Commissione europea, di 15 Stati membri e delle autorità talebane si sono incontrati a Bruxelles per un confronto tecnico sui rimpatri e sui servizi consolari.

Un incontro che ha provocato le proteste di parlamentari e organizzazioni per i diritti umani, preoccupati dal rischio di una progressiva normalizzazione del regime. L’Unione europea ha precisato che il confronto non rappresenta un riconoscimento politico dei talebani.

«Dopo cinque anni di crisi, non si tratta soltanto di rispondere all’emergenza, ma di preservare le possibilità di ripresa e impedire che gli effetti dei divieti diventino irreversibili.

Ogni donna che riesce ancora a formarsi, lavorare e produrre reddito mantiene aperta una possibilità di ricostruzione per l’intero Paese», racconta Arianna Briganti, vicepresidente di NOVE Caring Humans.

@carolinarapezzi

Senza fondi si perde ciò che è già stato costruito

Nel 2025 il Piano di risposta umanitaria per l’Afghanistan ha ricevuto appena il 42 per cento delle risorse richieste. Più della metà dei fondi necessari non è mai arrivata. OCHA – Financial Tracking Service

Le sanzioni finanziarie, l’isolamento e la fragilità del sistema bancario continuano inoltre a rendere difficili e costosi i trasferimenti di denaro. La disoccupazione, l’aumento delle imposte e il crollo del potere d’acquisto riducono ulteriormente la capacità delle famiglie di sopravvivere.

Dopo la presa di Kabul, NOVE Caring Humans partecipò all’evacuazione coordinata dal governo italiano con la propria Operazione Fazzoletti Rossi. Attraverso un sistema di comunicazione e geolocalizzazione, l’organizzazione aiutò centinaia di persone a raggiungere i varchi dell’aeroporto, organizzando anche un ponte aereo attraverso il Kuwait per mettere in salvo collaboratrici, collaboratori e altre persone a rischio.

In Italia sono stati successivamente attivati percorsi per accompagnare le persone rifugiate nell’inserimento sociale e professionale, nella ricostruzione della vita quotidiana e nel raggiungimento dell’autonomia.

Ma NOVE ha scelto anche di restare in Afghanistan, per non abbandonare il proprio team e le comunitĂ  sostenute nel corso degli anni.

Restare mentre il paese crollava

Di fronte al collasso economico, l’organizzazione ha attivato una risposta d’emergenza su più fronti: distribuzione di cibo, legna e stufe per affrontare l’inverno, assistenza sanitaria e sostegno alle spese essenziali.

La perdita del lavoro e l’indebitamento delle famiglie hanno aumentato il rischio di matrimoni precoci, vendita delle figlie e sfruttamento minorile. Gli interventi sono stati quindi concentrati sulle donne capofamiglia, sulle strutture di accoglienza e protezione per bambine e bambini e sulle azioni capaci di impedire che la povertà produca conseguenze irreparabili.

Un’attenzione particolare è stata riservata alle persone con disabilità, sulle quali, secondo NOVE, hanno pesato anche la cancellazione delle precedenti pensioni di invalidità e l’indebolimento dei servizi di cura e riabilitazione.

Cambiare l’intervento per continuare ad agire

Con la progressiva esclusione delle donne dal lavoro e dalla vita pubblica, NOVE ha dovuto ripensare il proprio intervento. Lo ha fatto partendo dalle competenze, dalle relazioni e dalla conoscenza del territorio maturate nell’hub di Kabul dedicato alla formazione e all’imprenditoria femminile, che prima del 2021 aveva accompagnato al lavoro centinaia di donne.

Da quell’esperienza sono nati nuovi programmi di formazione e di sostegno alle attività economiche gestite da donne.

Le oltre 10 mila licenze commerciali oggi intestate ad afghane, contro le 600-1.000 registrate prima del 2021, sembrerebbero raccontare una crescita.

In realtà nascondono una contraddizione profonda: molte donne hanno aperto microattività dopo essere state licenziate o espulse dalle professioni che esercitavano. L’impresa, per loro, non è sempre una scelta, spesso è ciò che resta quando tutte le altre porte sono state chiuse.

Nel 2025 il tasso di partecipazione femminile alla forza lavoro era appena del 5,1 per cento, contro il 69,8 per cento degli uomini.

Anche le piccole attività guidate da donne devono fare i conti con le limitazioni alla libertà di movimento, la difficoltà di accedere al credito, la mancanza di energia e l’aumento delle imposte.

«La riscossione raggiunge perfino i più piccoli banchi di vendita, riducendo margini economici già minimi», spiega Alberto Cairo, presidente di NOVE Caring Humans.

Dalla singola impresa a un ecosistema femminile

Il Women Business Prize, lanciato da NOVE nel 2025, ha raccolto oltre 140 candidature provenienti da 13 province, comprese domande scritte a mano e inviate dalle aree più remote del Paese. Il progetto ha permesso all’organizzazione di conoscere un tessuto imprenditoriale femminile diversificato e in gran parte invisibile.

Da questo osservatorio sui bisogni, gli ostacoli e le possibilità di sviluppo è nato She Means Business, un percorso di formazione, mentoring e confronto nel quale le imprenditrici possono condividere strumenti, esperienze e soluzioni concrete.

Un’attività isolata rimane fragile. Una rete può invece rafforzare le competenze, facilitare l’accesso ai mercati e aumentare la capacità delle donne di produrre reddito e sostenere le proprie famiglie.

«I modelli devono essere solidi e replicabili, ma la loro applicazione parte sempre dall’analisi dei bisogni locali. Le priorità emergono dal confronto con le comunità e ogni intervento viene adattato al contesto, per produrre risultati e rispondere concretamente alle esigenze delle persone coinvolte», spiega Elena Noacco, cofondatrice di NOVE.

Risposte diverse per territori diversi

A Daikundi, provincia nel cuore dell’Afghanistan, NOVE sta installando, su richiesta delle imprenditrici di un mercato femminile, un impianto fotovoltaico per garantire energia alle attività commerciali.

Nelle province orientali, rurali e più conservatrici, l’organizzazione ha invece lavorato con le famiglie e in particolare con le donne, offrendo formazione nell’allevamento e nella trasformazione e conservazione degli alimenti. Prodotti destinati al consumo familiare, ma anche alla vendita e alla creazione di un reddito.

Sono interventi differenti perché differenti sono i territori, i bisogni e gli spazi di azione ancora disponibili. Il punto di partenza, però, rimane lo stesso: ascoltare le comunità e costruire progetti che possano continuare a esistere anche oltre l’emergenza.

@carolinarapezzi

Difendere le donne significa difendere il futuro dell’Afghanistan

Investire nella formazione, nel lavoro, nella cura e nella protezione non significa rendere l’Afghanistan dipendente dagli aiuti. Significa preservare competenze, reti e opportunità senza le quali nessuna ricostruzione sarà possibile.

In un paese dal quale si tenta di cancellare le donne, ogni attivitĂ  che sopravvive, ogni reddito conquistato e ogni conoscenza trasmessa rappresentano una forma concreta di resistenza.

Continuare a sostenere questi interventi significa impedire che il futuro dell’Afghanistan venga cancellato prima ancora di poter cominciare.

Foto: Carolina Rapezzi

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