Iran: la morsa del dollaro e l’enigma dell’orgoglio persiano

Scritto da in data Agosto 25, 2026

Gli Stati Uniti allargano le sanzioni contro l’Iran e minacciano di espellere dal sistema del dollaro chi continuerà a commerciare con Teheran. Ma tra il crollo del rial, l’inflazione e una guerra che dura da quasi sei mesi, a pagare il prezzo più immediato sono le famiglie. E l’idea che la sofferenza economica conduca automaticamente alla caduta del regime continua a scontrarsi con una società molto più complessa di come viene raccontata.

In una guerra economica non si sentono le sirene e non si vede il fumo salire sopra i palazzi. Il danno entra dal prezzo del pane, dall’affitto, da una medicina introvabile, da uno stipendio che a fine mese vale ancora meno.

È questo il fronte invisibile della nuova offensiva statunitense contro l’Iran, un paese di oltre 92 milioni di persone già schiacciato da decenni di sanzioni, dalla corruzione e dalla cattiva gestione interna, e ora anche da quasi sei mesi di guerra e dal blocco navale americano.

Washington l’ha chiamata “Economic D-Day”: un nome militare per ricordare che anche il dollaro può diventare un’arma.

Il “D-Day economico” che per ora è anche un ultimatum

Il 24 agosto il dipartimento del Tesoro ha lanciato l’Operation Economic Outcast. L’OFAC (Ufficio per il controllo dei beni stranieri, un’agenzia del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti) ha colpito quasi sessanta persone, società e navi legate, secondo Washington, alle reti petrolifere iraniane, agli approvvigionamenti nucleari e missilistici e alle operazioni informatiche, estendendo inoltre il possibile ricorso alle sanzioni ad asset digitali, tecnologia, oro, aviazione e trasporto marittimo.

Dietro la retorica dell’assalto finale c’è però una distinzione essenziale: gli Stati Uniti hanno ampliato gli strumenti con cui potranno punire imprese, banche e intermediari stranieri, ma non hanno ancora imposto la parte più dirompente delle sanzioni secondarie.

Come ha rilevato Reuters, il segretario al Tesoro Scott Bessent non ha indicato quali paesi saranno colpiti né quando scatteranno le penalità e ha spiegato che verrà concesso del tempo per interrompere le attività contestate. Nell’elenco, inoltre, non compaiono le grandi banche cinesi sospettate di facilitare il commercio del petrolio iraniano.

Non è ancora la chiusura simultanea di ogni porta, ma è un ultimatum: smettete di fare affari con Teheran o rischiate di perdere l’accesso al sistema finanziario statunitense. Per una banca internazionale, la sola possibilità di essere esclusa dal dollaro può bastare a interrompere rapporti formalmente consentiti.

Come funziona la morsa del dollaro

Le sanzioni primarie vietano in larga misura a cittadini e imprese statunitensi di commerciare con l’Iran. Quelle secondarie permettono a Washington di colpire anche un soggetto non americano per le sue relazioni con Teheran, ponendolo davanti a una scelta brutale: il mercato iraniano o quello americano.

Una società può non essere inserita in alcuna lista e vedersi comunque negare un bonifico, un importatore può rinunciare a un carico per paura di un legame remoto con un soggetto sanzionato. La norma colpisce un nome, il timore si allarga a migliaia di operazioni.

L’OFAC ha anche sospeso a tempo indeterminato cinque licenze generali che autorizzavano alcune rimesse personali, attività educative, scambi accademici, conferenze e iniziative sportive. Le operazioni già avviate potranno essere concluse soltanto fino all’8 settembre. Anche il denaro inviato a una famiglia o un corso universitario sono diventati terreno di guerra.

Il rial crolla, il conto arriva nelle case

Il 24 agosto il rial ha toccato sul mercato informale il nuovo minimo di 2,02 milioni per un dollaro, contro un tasso ufficiale di circa 1,5 milioni. È però il cambio parallelo a determinare quanto costano molti beni importati e quanto vale uno stipendio in moneta locale. Ogni caduta si trasferisce sui medicinali, sui ricambi e sul cibo.

Secondo gli ultimi dati del Centro statistico iraniano citati da Al Jazeera, a luglio l’inflazione su base annua sfiorava l’88 per cento.

Dall’inizio della guerra il prezzo del riso è cresciuto di circa il 60 per cento e quello della carne bovina di oltre il 150 per cento, mentre il Fondo monetario internazionale prevede nel 2026 una contrazione del prodotto interno lordo superiore al 5 per cento.

Un salario minimo mensile di circa 166 milioni di rial deve misurarsi con un paniere di sussistenza che già a marzo veniva stimato in 430 milioni per una famiglia media di 3,3 persone.

La classe media non scompare in un giorno. Prima rinuncia ai viaggi, poi ai corsi per i figli e alle visite private, infine smette di sostituire quello che si rompe.

Chi può trasforma i risparmi in dollari o oro; chi non ne ha cerca un secondo lavoro. La povertà è anche l’accorciarsi del futuro, l’impossibilità di fare progetti perché il prezzo di domani non è più immaginabile oggi.

Farmaci esentati sulla carta, pagamenti bloccati nella realtà

Alimenti e medicinali godono formalmente di esenzioni. Sarebbe però scorretto attribuire ogni difficoltà sanitaria direttamente alle sanzioni: guerra, blocco navale, scarsità di valuta, corruzione e inefficienze si sovrappongono, e non esistono dati indipendenti aggiornati che permettano di separarne il peso nell’agosto 2026.

Il meccanismo che ostacola l’accesso alle cure è però documentato da anni. Human Rights Watch ha rilevato che, nonostante le deroghe umanitarie, banche e aziende farmaceutiche hanno spesso rinunciato alle operazioni per timore delle sanzioni americane.

Quando il farmaco è consentito ma nessuno accetta di trasferire il denaro, assicurare il carico o servire da intermediario, l’esenzione rimane una porta disegnata sul muro.

La pressione esterna non cancella le responsabilità iraniane, le sanzioni hanno alimentato un’economia opaca nella quale gli apparati vicini al potere possono arricchirsi grazie allo stesso isolamento che impoverisce la popolazione.

Raccontarne il costo umano non significa assolvere la Repubblica islamica, significa giudicare una misura anche dai suoi effetti, non soltanto dalle intenzioni dichiarate.

La Cina, il petrolio e i limiti della potenza americana

Nel 2025 oltre l’80 per cento del greggio iraniano trasportato via mare è finito in Cina, per una media stimata da Kpler in 1,38 milioni di barili al giorno. Gran parte è stata assorbita dalle raffinerie indipendenti chiamate teapots, con poca esposizione agli Stati Uniti, pagamenti in valuta cinese e carichi spesso ri-etichettati.

Washington può colpire raffinerie, navi, assicuratori e cambiavalute, ma sanzionare una grande banca cinese potrebbe provocare ritorsioni sulle terre rare e sui minerali critici di cui l’industria occidentale ha ancora bisogno, oltre a compromettere l’atteso incontro tra Donald Trump e Xi Jinping.

L’arma del dollaro è potentissima, ma non viene usata nel vuoto e può ferire anche chi la impugna. Gli Emirati Arabi Uniti, che nel 2024 fornivano circa il 30 per cento delle importazioni iraniane, hanno sospeso le transazioni economiche con Teheran.

La Turchia mantiene scambi per 5-6 miliardi di dollari l’anno e quelli con l’Iraq avevano superato i 10 miliardi nel 2025. Ogni nodo che si chiude aumenta il costo delle rotte alternative, ma frontiere terrestri e circuiti informali rendono difficile l’isolamento totale promesso da Washington.

La rabbia contro il regime non è un assegno in bianco all’Occidente

L’errore più ricorrente è trasformare la sofferenza in una formula: più povertà uguale più proteste, più proteste uguale caduta del regime. L’Iran conosce una rabbia profonda contro la Repubblica islamica, la repressione e le restrizioni imposte soprattutto alle donne. Le proteste esplose dal Gran Bazar di Teheran alla fine del 2025 sono nate dal crollo del rial e dal carovita, ma hanno presto investito il sistema politico.

Questo non significa che gli iraniani considerino l’impoverimento imposto dall’esterno una liberazione: un sondaggio di GAMAAN, condotto online nel giugno 2026 su oltre 31 mila residenti alfabetizzati, restituisce una società divisa: tra chi ha dichiarato di aver protestato a gennaio, il 71 per cento citava l’insoddisfazione verso la Repubblica islamica, il 62 per cento inflazione e corruzione, soltanto il 10 per cento l’appoggio di Trump.

Il 42 per cento definiva l’azione militare statunitense e israeliana un’aggressione, il 40 per cento un intervento umanitario. Una rilevazione via VPN in un contesto repressivo non fotografa perfettamente il paese, ma ne mostra la complessità.

Uno studio su Foreign Policy Analysis, basato su quasi due milioni di messaggi, ha osservato che le sanzioni generali possono produrre un effetto di “rally around the flag”, migliorando temporaneamente il sentimento verso il governo perfino tra gli oppositori moderati, quelle mirate hanno mostrato un effetto più contenuto.

I social media non rappresentano tutta la società, ma indicano un paradosso: una pressione presentata come sostegno al popolo può offrire al potere la narrazione dell’assedio e dividere le opposizioni.

L’orgoglio di un paese non è fedeltà al suo governo

Parlare di “orgoglio persiano” rischia di ridurre un paese plurale — persiano, azero, curdo, arabo, baloch, turkmeno — a un’identità unica. Esiste però un sentimento nazionale che attraversa anche chi detesta la Repubblica islamica: il futuro dell’Iran non deve essere deciso né dai religiosi che lo governano con la repressione né dalle potenze straniere che pensano di piegarlo impoverendone la popolazione.

È possibile volere la fine di un regime e rifiutare una punizione collettiva, è possibile chiedere libertà e diritti e, nello stesso tempo, non accettare che il prezzo venga pagato da una madre davanti al bancone di una farmacia o da un insegnante il cui salario non basta più per comprare il cibo.

La dignità nazionale non coincide con la fedeltà al potere, così come criticare le sanzioni non significa sostenere Teheran.

Non è solo necessario chiedersi se l’offensiva riuscirà a togliere denaro ai Guardiani della rivoluzione, ma quanto ne sottrarrà alle famiglie prima di arrivare a loro. Non è se l’economia iraniana possa resistere, ma quale società resterà dopo mesi o anni di resistenza forzata.

Nel tentativo di stringere il nodo intorno al potere, Washington rischia di togliere ossigeno a un intero paese e di consegnare a quello stesso potere l’argomento più antico ed efficace: siamo assediati, dunque ogni dissenso è un tradimento.

Per gli occidentali – ci spiega una fonte che preferisce rimanere anonima –  comprendere la resilienza dell’Iran richiede di superare le mere metriche finanziarie e considerare l’eredità storica di una cultura millenaria. Esiste un concetto di onore nazionale (Gheirat) che induce a fare fronte comune dinanzi a quella che viene avvertita come un’umiliazione orchestrata da potenze straniere.

Di fronte a un assedio economico dichiarato, la reazione spontanea non si risolve nell’arrendevolezza, ma in una tenace resistenza psicologica e sociale. La società iraniana aspira a una maggiore apertura verso il mondo e al miglioramento delle proprie condizioni di vita, ma rifiuta categoricamente che questo passaggio avvenga sotto la minaccia dell’asfissia economica imposta dall’esterno.

In Iran il futuro non si decide soltanto tra il dollaro e il rial, tra Washington e Teheran, tra sanzioni e resa, si decide nello spazio stretto e ostinato in cui una popolazione prova a sopravvivere a due pressioni contemporaneamente: quella di un sistema che le nega libertà e quella di un mondo che pretende di liberarla rendendole la vita ancora più difficile.

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