23 ottobre 2026 – Notiziario Africa
Scritto da Elena Pasquini in data Ottobre 23, 2026
- Sud Sudan, almeno 153 morti nel raid con droni su un mercato
- In Tunisia, condannata a quattro anni l’oppositrice Olfa Hamdi
- Ghana, basta esportare materie prime: ora si punta alla lavorazione locale
- La Formula 1 in Ruanda, tra diritti umani negati, guerra e il rischio di sportwashing
Questo e molto altro nel notiziario Africa di Radio Bullets a cura di Elena L. Pasquini
Siamo intrappolati in una rete ineluttabile di interdipendenza, legati in un’unica trama del destino. Ciò che colpisce direttamente uno, colpisce indirettamente tutti.
Così scriveva Martin Luther King dal carcere di Birmingham nel 1963, imprigionato per aver partecipato alle manifestazioni contro la segregazione razziale.
Usiamo le sue parole, oggi, per introdurre un notiziario che si apre con un massacro in un piccolo pezzo d’Africa il cui nome non dice niente a nessuno alle nostre latitudini. Eppure, la regione di Abyei, dove 153 persone sono state uccise da un attacco di droni, è legata indissolubilmente al resto del mondo e, davanti a quei morti, nessuno di noi può voltarsi dall’altra parte.
Una terra travolta dalla guerra, da almeno la metà degli anni Cinquanta, legata al conflitto in corso in Sudan. Quelle armi, quei droni, però, arrivano da fuori, sono tecnologie sviluppate altrove, che vengono testate in quel grande laboratorio che è diventato il Sudan e dove i civili sono le cavie di una macabra corsa allo sviluppo tecnologico.
Anche di questo vi raccontiamo, per poi tornare in Tunisia, dove ancora un oppositore è stato condannato al carcere. Quindi, nel Ghana che vuole vietare le esportazioni di minerali strategici grezzi e lavorarli in casa; e in Ruanda, dove si correrà la Formula 1 tra riscatto, ombre di guerra e repressione dei diritti umani.
Infine la musica, con un nuovo singolo di Etuk Ubong che ci chiede di mettercela tutta per fare di questa Terra un posto migliore.
Oggi, 23 ottobre 2026.
Sudan e Sud Sudan
Abyei è una regione dove corre la frontiera tra il Sudan e il Sud Sudan. Una terra da sempre contesa, i cui confini sono stati tracciati da un accordo di pace. Eppure la pace, qui non c’è mai stata, nessuno sa cosa significhi. Lunedì un attacco con droni contro un mercato ha ucciso almeno 153 persone. L’attacco sarebbe arrivato dal Sudan, il Paese che è diventato un vero laboratorio nella guerra aerea condotta con questi velivoli piccoli, poco costosi e letali.
Un alto ufficiale sudanese ha rivelato all’agenzia di stampa Associated Press che si sarebbe trattato di un attacco ad autocisterne di carburante dirette dal Sud Sudan in Sudan per rifornire le Forze di supporto rapido, i paramilitari che dal 2023 combattono contro l’esercito una guerra fratricida. Ad essere divorati dalle fiamme, però, sono stati i civili, le donne, i bambini. Altre fonti, sentite da Reuters, sostengono che l’obiettivo fossero dei depositi di carburante nei pressi del mercato.
Nella regione c’è una missione di peacekeeping delle Nazioni Unite, Forza di sicurezza provvisoria per Abyei, perché questa zona di confine ha una lunga storia di violenze, di spinte separatiste, di contese per la sua ricchezza di acque e di petrolio, fin dalla Prima guerra civile sudanese, combattuta tra il 1955 e il 1972. E poi seguita da tante altre ondate di conflitti armati, qui, dove ancora oggi continuano a fronteggiarsi le fazioni che si sono combattute nelle guerre civili sudanesi.
Un protocollo per la risoluzione di uno di quei conflitti ad Abyei, nel 2005, aveva concesso alla regione, che dovrebbe essere smilitarizzata, uno status amministrativo speciale in attesa di un referendum con cui gli abitanti della regione avrebbero dovuto decidere se unirsi al Nord o al Sud. Tutto è fermo, invece, tranne la morte.
In una dichiarazione rilasciata martedì, il portavoce del segretario generale delle Nazioni Unite, Stéphane Dujarric, ha detto che “l’UNISFA (la missione dell’Onu) ha raddoppiato i pattugliamenti nelle aree colpite per contribuire a scoraggiare ulteriori violenze e sta collaborando con i leader delle comunità per incoraggiare la moderazione e prevenire rappresaglie”.
Secondo Khartoum, il Sud Sudan si sarebbe schierato con le RSF, anche se Giuba nega. Dall’altra parte del confine ci sta il Kordofan, dove infuriano i combattimenti.
Combattimenti alimentati da una complessa catena di rifornimenti e supporto militare che legano questo pezzo, questa piccola regione di 10 mila chilometri quadrati, alla Penisola arabica e al resto del mondo
Sudan, il dominio dei droni
L’attacco a Abyei dimostra, ancora una volta, come la guerra sia ormai dominata dall’uso dei droni, in tutti i teatri, dalla Repubblica Democratica del Congo, all’Etiopia, all’Ucraina, al Medio Oriente. Il Sudan, però, è diventato un vero laboratorio per questi velivoli comandati a distanza, grazie soprattutto agli Emirati, secondo quanto racconta su War on The Rocks, Yasir Zaidan, ricercatore che studia in particolare l’influenza dei Paesi mediorientali nel Corno d’Africa.
“Le RSF – scrive Zaidan, che nel 2023 ha dovuto lasciare la sua città Khartoum, per tornarvi solamente nel 2026 – hanno iniziato a utilizzare droni a raggio limitato durante il primo mese di guerra a Khartoum. Le Forze Armate sudanesi, con l’aiuto dell’Ucraina, hanno seguito l’esempio, trasformando i droni civili in droni armati, che si sono dimostrati molto efficaci nella guerra urbana”. Dai droni a raggio limitato, si è passati molto presto a quelli a lungo raggio.
Nel 2025, le RSF riescono ad attaccare Port Sudan, la città sul Mar Rosso che ormai è la capitale di fatto del Paese. La distanza da Khartoum, conquistata dalle RSF pochi mesi prima, è enorme. Secondo quanto scrive Zaidan, come sia stato possibile è ancora oggetto di indagine. Si pensa si sia trattato di droni cinesi con un raggio di 250 chilometri.
Nei primi sei mesi del 2026, secondo le Nazioni Unite, l’80 per cento dei civili morti in Sudan sono stati uccisi da attacchi di droni, in quella che Zaidan definisce una “guerra per procura a livello regionale”.
In questo teatro, spiega il ricercatore sudanese, si sta scatenando una vera e propria corsa tecnologica per la supremazia aerea, dove vengono testati nuovi droni, con tecnologie turche, cinesi, una sorta di laboratorio che conduce le parti in guerra a impiegare armi sempre più letali.
Ma sono soprattutto gli Emirati a fare la parte del leone. “Gli Emirati Arabi Uniti, partner chiave per la sicurezza di Stati Uniti e Unione Europea, stanno prolungando la guerra in Sudan e destabilizzando l’intera regione fornendo tecnologia avanzata per droni alle Forze di Supporto Rapido, una milizia non statale responsabile di genocidio e gravi crimini di guerra”, scrive Zaidan.
Le RSF possiederebbero sistemi di droni avanzati cinesi acquistati via Emirati Arabi Uniti. Fonti dell’ONU confermerebbero il sostegno degli Emirati alle RSF, così come indagini giornalistiche. “Il New York Times ha addirittura riportato che personale emiratino dirigeva questi droni cinesi da basi in Ciad, vicino al confine con il Sudan”, scrive Zaidan. Secondo il quale questa proliferazione è una minaccia agli equilibri di tutta la regione, con le RSF che potrebbero trasferire la tecnologia dei sistemi di droni avanzati oltre confine.
Tunisia
Ancora una condanna, ancora una voce d’opposizione messa a tacere dalla giustizia. La Tunisia di Kais Saied, il presidente che sta facendo scivolare il Paese nel precipizio dell’autoritarismo, come più volte vi abbiamo raccontato, ha condannato a quattro anni di reclusione e circa 26 mila dollari di multa, per alcuni post pubblicati sui social media, Olfa Hamdi, cittadina statunitense con doppia cittadinanza tunisina, leader del partito Terza Repubblica, voce dell’opposizione. È stata ritenuta colpevole da un tribunale militare di aver attentato alla sicurezza dello Stato e di aver incitato i militari alla disobbedienza.
Ultimo episodio di una pervasiva repressione del dissenso, come denunciano da tempo le organizzazioni dei diritti umani.
La scorsa settimana i tunisini sono scesi in piazza in massa, per protestare contro il presidente, per le condizioni di vita in cui versano e per quella stretta violenta su membri dell’opposizione, giornalisti e attivisti.
La manifestazione, guidata dall’Unione Generale dei Lavoratori Tunisini (UGTT), è stata la più grande protesta contro Saied degli ultimi anni, secondo l’agenzia di stampa AFP sarebbero scese in piazza oltre 3 mila persone.
“Niente democrazia senza libertà” e “Niente dignità con la povertà” sono stati gli slogan che hanno accompagnato la marcia pacifica.
“Il silenzio non sarà più accettabile”, ha detto Salah Eddine Salmi, il leader dell’UGTT.
“Sono venuto da Sfax per difendere la mia libertà”, ha dichiarato Yassine Gharseli, un manifestante, all’agenzia di stampa Reuters.
La Tunisia vive una profonda crisi economica, ha vissuto interruzioni di acqua ed elettricità, mancano beni di necessità e medicinali, i prezzi crescono, i salari sono bassi, le condizioni di lavoro peggiorano e le libertà sono sempre più ristrette. Erano in tanti, sabato scorso, giornalisti, politici, sindacalisti, cittadini comuni.
“Quindici anni dopo che le proteste in Tunisia diedero il via alla rivolta araba del 2011 e alla nascita di una fiorente società civile, il 25 luglio 2021 il presidente Kais Saied ha preso il potere, innescando una deriva autoritaria. Da allora, il presidente ha consolidato il suo potere e sostituito la Costituzione del 2014. Ha gravemente minato la separazione dei poteri indebolendo il parlamento ed erodendo l’indipendenza della magistratura. La repressione governativa ha preso di mira l’opposizione politica e le voci indipendenti, con le autorità che hanno intimidito, arrestato arbitrariamente, perseguitato e condannato i critici per aver esercitato i propri diritti umani. A partire dal maggio 2024, Saied e il suo governo hanno sistematicamente represso la società civile, minacciando di far crollare uno degli ultimi pilastri della partecipazione alla vita pubblica del Paese. Nel loro insieme, queste azioni si configurano come un tentativo di soffocare la società civile in Tunisia”, scriveva all’inizio di settembre l’organizzazione umanitaria Human Rights Watch, presentando un rapporto sullo stato dei diritti umani del Paese nordafricano.
Ghana
L’economia del Ghana è destinata a cambiare radicalmente seguendo una strategia su cui altri Paesi si già stanno avventurando. Il presidente John Dramani Mahama ha dichiarato che entro il 2030 il suo Paese non esporterà più materie prime grezze. Vuole lavorarle sul suo territorio. Sono materie prime preziose, come il litio, il ferro, il manganese, la bauxite. Vorrebbe fare lo stesso per l’oro, qui dove è già vietato vendere all’estero rottami metallici e metalli non ferrosi.
“Ho fissato un obiettivo chiaro: entro il 2030, le materie prime grezze non dovranno più lasciare le nostre coste … Le nostre bauxite, il manganese, il ferro, il litio e altri minerali devono sostenere la lavorazione e lo sviluppo industriale qui in patria”, ha detto Mahama a un incontro sull’industria mineraria ad Accra, come racconta African Business.
Una strategia simile anche per l’oro nero che in Ghana non è solo il petrolio, ma soprattutto il cacao. Oggi, solo il 30-40 per cento del cacao viene lavorato nel Paese; Mahama spera di arrivare almeno al 50%.
L’Africa, scrive African Business, ospita il 30% delle riserve globali di minerali importanti, come il manganese, di cui rappresenta oltre il 75% della produzione mondiale, minerali cruciali per la transizione ecologica. “Nonostante ciò, molti Paesi africani hanno faticato a sfruttare appieno il valore economico associato ai minerali critici, che vengono per lo più esportati allo stato grezzo per essere lavorati e trasformati all’estero”, si legge ancora. Ricchezze inestimabili da cui il continente ricava pochissimo, meno del 5% del valore aggiunto, secondo Hanan Morsy, vicesegretaria esecutiva e capo economista della Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Africa.
Il Ghana non è il primo Paese a decidere delle restrizioni sulle esportazioni: è già stato fatto dalla Namibia, dallo Zimbabwe e dalla Repubblica Democratica del Congo.
African Business, però, riporta il parere di alcuni analisti che ritengono che questi divieti non contribuiranno necessariamente a raggiungere gli obiettivi prefissati.
Serve, al Ghana, come agli altri Paesi, trasformare tutto l’apparato industriale. “Per poter lavorare i minerali con successo, servono una fornitura di energia stabile, la tecnologia, la forza lavoro e persone in grado di utilizzare la tecnologia”, afferma Tresor Chovu, fondatore e CEO di Temple Fortune Capital, una società d’investimento specializzata nel settore minerario. “E poi servono proprietari locali e persone che abbiano il capitale o partnership con aziende internazionali per realizzare impianti di lavorazione. Dopodiché bisogna organizzare la catena di approvvigionamento.” Inoltre, aggiunge, possono esserci diverse ripercussioni delle econmie interne.
Una scelta alla quale i Paesi africani devono arrivare per gradi e che li porterà necessariamente a scontrarsi con le regole del commercio globale, l’ostilità del resto del mondo e delle grandi multinazionali. La strada per il Ghana, per ora, sembra tutta in salita.
Formula 1
A metà ottobre, l’annuncio storico. La Formula 1 tornerà in Africa dal 2030, dopo quasi quarant’anni. L’ultima volta è stato il 1993. La prima gara si svolgerà in un circuito nuovo di zecca, costruito proprio per il ritorno della più veloce delle competizioni nel continente e sarà a Bugesera, in Ruanda, a circa 40 chilometri a Sud della capitale, Kigali. Un ritorno salutato nel piccolo Paese africano come un riscatto in una terra che trasuda memorie di dolore e persecuzione, ma anche un ritorno pieno di ombre, quelle che neppure lo sport riesce a fugare. Le organizzazioni per i diritti umani lo chiamano sportwashing, il tentativo di nascondere dietro la magnificenza di un grande evento quello che il Ruanda non vuole far vedere: violazioni sistematiche dei diritti umani e il coinvolgimento nella guerra con la vicina Repubblica Democratica del Congo.
Un contratto decennale, quello firmato da Formula 1 e dal Ruanda, un accordo a lungo termine.
“Il circuito sarà progettato per integrarsi armoniosamente con il paesaggio naturale, sfruttando i dislivelli della zona per creare un’esperienza di gara unica e stimolante, offrendo al contempo eccezionali opportunità di osservazione per gli appassionati”, scrive Formula 1. “Il progetto, oltre a riportare la Formula 1 in Africa, è concepito per creare un’eredità duratura, sostenendo il turismo, attirando investimenti, sviluppando i talenti locali e creando nuove opportunità per le comunità e le imprese”, proseguono.
Per i runadesi, il Gran Premio a Bugesera ha il sapore di una vittoria sulla Storia.
“La storia di Bugesera è indissolubilmente legata alla persecuzione e allo sfollamento forzato delle famiglie Tutsi. Negli anni ’60, molti Tutsi furono trasferiti con la forza nella regione, dove dovettero affrontare condizioni di vita difficili, infrastrutture limitate e problematiche agricole. Per molti, Bugesera divenne un luogo di esilio all’interno del proprio paese, una destinazione imposta loro a causa della loro identità”, racconta Eugene Eric Murangwa su The New Times. “Il genocidio del 1994 contro i Tutsi ha portato ulteriore devastazione. I memoriali di Nyamata e Ntarama rimangono solenni moniti dell’uccisione sistematica di persone innocenti e della distruzione di famiglie e comunità”, aggiunge.
Fuori da Ruada, però, la scelta della Formula 1 nel Pase guidato con pungo di ferro da Paul Kagame è vista come un’operazione cosmetica.
Per Human Rights Watch, il Gran Premio potrebbe rappresentare un momento importante per l’Africa, che merita maggiore visibilità nel calendario sportivo mondiale, ma la scelta del Ruanda, scrive Lewis Mudge, direttore per l’Africa centrale dell’organizzazione, comporta “anche rischi significativi per i diritti umani”. “La repressione del governo ruandese significa che giornalisti e altri che contestano l’immagine costantemente positiva del paese promossa dal governo potrebbero essere a rischio prima, durante e dopo i weekend di gara”, scrive Mudge. Il governo ruandese, spiega HRW, da tempo prende di mira i media e gli oppositori, ricorre alla tortura, alle sparizioni forzate, alle esecuzioni extragiudiziali. Durante i grandi eventi, “le autorità ruandesi arrestino e detengano sistematicamente senzatetto e venditori ambulanti prima dei grandi eventi. Le persone detenute nella capitale Kigali vengono trattenute in un grande magazzino, etichettato come “centro di transito”, fino a quando i visitatori stranieri non se ne sono andati”.
Human Rights Watch ha scritto a Formula 1 chiedendo come affronterà i rischi di “sportswashing” e di violazioni dei diritti umani legate ai suoi eventi, e chiede che l’accordo impegni, per proteggere i giornalisti nazionali e internazionali che seguono lo sport. E chiede che non vi siano compromessi sui diritti umani.
Invito all’ascolto. Ayaya di Etuk Ubong
“Una canzone sul mondo in cui viviamo. Le cose che vediamo. Le cose che mettiamo in discussione. E quelle che non possiamo più ignorare”.
È così che Etuk Ubong presenta il suo ultimo singolo uscito il 16 ottobre. “Etuk Ubong crea musica con cui puoi correre, sollevare pesi e forse persino esorcizzare gli spiriti maligni”, scrive Okayafrica di questo brano dove l’artista e trombettista nigeriano mette tutta la potenza della sua musica dove l’energia dell’afrobeat incontra il jazz contemporaneo, la musica tradizionale ibibio e l’highlife. Virtuosa, vibrante e viscerale, è quella che Ubong definisce “musica della Terra”.
“La musica è sempre stata il mio modo per avere un impatto positivo sul mondo”, ha raccontato a Music Custodian lo scorso anno Ubong, che nei suoi brani raccoglie la tradizione musicale dell’Akwa Ibom, lo Stato all’estremo Sud-Est della Nigeria, affacciato sul Golfo di Guinea, e la cultura musicale nigeriana, quella Yoruba, quella delle società Ekpe ed Ekpo.
“Attraverso la mia musica, miro a creare uno stimolo alla riflessione, un costante promemoria delle realtà della vita, dei problemi sociali e dell’importanza dell’istruzione … In definitiva, il mio obiettivo è usare la musica come strumento per rendere il mondo un posto migliore”.
Con la musica di Etuk Ubong, da ascoltare all’infinito per darci l’energia e l’ispirarci nel mettere il meglio di noi per rendere questo mondo un posto migliore, vi salutiamo, vi ringraziamo per essere stati con noi, e vi aspettiamo lunedì con le notizie dal mondo.
Musica: Kind David/Pond5
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