10 agosto 2026 – Notiziario Mondo
Scritto da Barbara Schiavulli in data Agosto 10, 2026
- Gaza, il piano di pace ostaggio delle condizioni di Israele.
- Hormuz e Mar Rosso, quando le rotte diventano armi.
- Incendi, il mondo brucia.
- Libano, una barriera riapre la paura.
- Ucraina, una guerra combattuta anche da soldati stranieri.
- Cuba, incentivi verdi mentre l’isola resta al buio.
- E infine, anche due buone notizie.
Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli
Palestina e Israele
Sette palestinesi, tra cui una donna e un bambino, sono rimasti feriti dal fuoco israeliano nella Striscia di Gaza, secondo fonti mediche citate dall’agenzia Anadolu.
Sei sono stati ricoverati all’ospedale Nasser dopo che le forze israeliane hanno sparato nelle zone centrale e meridionale di Khan Younis. Carri armati avrebbero colpito anche le tende degli sfollati ad Al-Mawasi. Altri spari e bombardamenti sono stati segnalati a Gaza City, Beit Lahia e nel campo profughi di Bureij.
Il Ministero della Sanità di Gaza afferma che dall’entrata in vigore della tregua, nell’ottobre scorso, il fuoco israeliano ha ucciso 1.257 palestinesi e ne ha feriti 4.131. Il cessate il fuoco, quindi, ha ridotto la guerra ma non ha fermato la violenza.
Ed è in questo contesto che il nuovo piano per Gaza si è bloccato, non tanto su ciò che dovrebbe accadere, quanto sull’ordine in cui dovrebbe accadere.
Benjamin Netanyahu ha dichiarato che Israele non accetta il documento in quindici punti del Board of Peace voluto da Donald Trump e che l’esercito non si ritirerà finché Hamas non avrà consegnato tutte le armi, leggere e pesanti.
Hamas ha invece riaffermato il proprio impegno alla roadmap concordata con i mediatori. Evita la parola “disarmo”, ma afferma di essere disposto a trasferire le armi a un’amministrazione palestinese tecnocratica.
Chiede però che Israele fermi prima gli attacchi, inizi il ritiro, riapra i valichi e consenta il pieno ingresso degli aiuti.
Il piano prevede passaggi graduali, reciproci e verificati: l’adempimento degli obblighi umanitari, un’amministrazione senza Hamas, il trasferimento delle armi, una forza internazionale e il ritiro israeliano.
Netanyahu pretende invece il disarmo completo prima di qualsiasi arretramento. Hamas vuole che Israele rispetti prima gli impegni precedenti. Ognuno chiede all’altro di rinunciare per primo alla propria garanzia.
Pesa anche il contesto politico: Israele voterà il 27 ottobre e Netanyahu è stretto fra Washington e i ministri dell’ultradestra, contrari al ritiro e alla ricostruzione prima della distruzione di Hamas.
Questo non dimostra che il rifiuto sia soltanto elettorale, ma rende qualsiasi concessione più costosa.
Cisgiordania, l’occupazione avanza
Mentre a Gaza si discute del ritiro, nella Cisgiordania occupata Israele consolida la propria presenza. Domenica le prime famiglie israeliane sono entrate a Emek Dotan, il quinto nuovo insediamento nel nord-est in meno di un anno.
Ministri del governo hanno partecipato alla cerimonia, mentre poco prima, secondo Haaretz, l’esercito aveva allontanato una famiglia palestinese dalla propria casa, trasformandola in una postazione temporanea.
Nel fine settimana almeno venti palestinesi sono rimasti feriti durante incursioni di coloni e interventi militari, secondo la Mezzaluna Rossa. Soldati israeliani hanno inoltre descritto un confine sempre più sfumato fra esercito e reparti territoriali formati da coloni riservisti.
Così, mentre il piano di pace resta prigioniero delle condizioni, sul terreno cambiano i confini e si restringe lo spazio palestinese. A Gaza la tregua non protegge ancora pienamente le vite; in Cisgiordania l’occupazione non aspetta i negoziati.
Stati Uniti contro Iran
L’accordo è vicino, ma lo Stretto di Hormuz non sta per riaprire. Iran e Oman sono alle battute finali su nuove rotte: secondo fonti vicine ai colloqui, le navi entrerebbero nel Golfo lungo un corridoio vicino all’Iran e uscirebbero da quello omanita, senza pedaggi nella fase provvisoria.
Ma è un’intesa tecnica, non la soluzione politica della crisi.
Teheran dice che la navigazione riprenderà soltanto se Washington toglierà il blocco ai porti iraniani, le sanzioni e le minacce militari, e discuterà un risarcimento per gli attacchi iniziati a febbraio.
Gli Stati Uniti sostengono invece che rimuoveranno il blocco quando l’Iran avrà riaperto il passaggio e rispettato gli impegni. Non ci sono negoziati diretti, soltanto messaggi attraverso mediatori: entrambi pretendono che sia l’altro a muoversi per primo.
È qui che tutto rischia di incepparsi. Prima della guerra, da Hormuz passava circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiali, con 130-140 navi al giorno.
Ma per armatori e assicuratori è difficile accettare un sistema che darebbe a Teheran il controllo degli ingressi mentre restano sanzioni, rischio di attacchi e incertezza sui pagamenti.
Intanto si incendia anche il Mar Rosso. Gli Houthi rivendicano un attacco con drone alla raffineria saudita di Jazan: Riyadh conferma un incendio, spento senza feriti, ma non la causa.
A Mokha, in Yemen, missili e droni hanno ucciso almeno sette persone e ferito quindici civili, secondo le forze filogovernative, danneggiando anche merci e scorte alimentari.
In questo clima, il nuovo patto di difesa tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan assume un peso concreto. Ankara assicura che non è diretto contro l’Iran; la tempistica, però, segnala una regione che si organizza in blocchi armati.
Hormuz e Mar Rosso sono diventati strumenti di pressione. A pagare sono marinai, civili e famiglie lontane, attraverso energia e cibo più costosi. Un accordo sulle corsie non è ancora pace.
Intanto sul fronte interno iraniano, Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha nominato Mohsen Rezaei segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, dopo le dimissioni di Mohammad Bagher Zolghadr.
Poco prima, la Guida suprema Mojtaba Khamenei lo aveva scelto come proprio rappresentante nello stesso organismo.
Rezaei ha comandato i Guardiani della rivoluzione dal 1981 al 1997 ed è una figura storica dell’apparato militare.
La doppia nomina porta così un veterano dei Pasdaran al centro delle decisioni su guerra, politica estera e Stretto di Hormuz, mentre Teheran e Washington comunicano soltanto attraverso mediatori.
Libano
Nel sud del Libano, truppe israeliane sarebbero entrate nella notte a Zawtar al-Gharbiya, costruendo una barriera di terra all’ingresso del villaggio.
Lo riferiscono l’agenzia statale libanese e il sindaco; AFP ha visto la barriera, mentre l’esercito israeliano dice di non conoscere l’episodio. Il paese è una “zona pilota” dell’accordo di giugno: Israele dovrebbe ritirarsi, l’esercito libanese assumere il controllo e Hezbollah disarmare. Circa cinquanta famiglie erano appena tornate.
Ora la barriera, a cento metri dalla piazza, riapre la paura. Tre soldati libanesi sono inoltre rimasti feriti rimuovendo ordigni inesplosi: la guerra resta anche quando i cannoni tacciono.
Siria
Damasco ha annunciato un memorandum con Mosca che ridefinisce il futuro delle basi russe di Hmeimim e Tartus, incerto dalla caduta di Bashar al-Assad nel 2024. Entro tre mesi, la base aerea e quella navale diventeranno centri congiunti di addestramento e formazione militare.
La Siria riprenderà invece il controllo delle aree civili dell’aeroporto di Hmeimim e del molo commerciale numero quattro di Tartus.
L’accordo, raggiunto dopo diciotto mesi di negoziati, ridisegna ma non cancella la presenza di Mosca nel Mediterraneo orientale.
È un passaggio simbolico: Damasco recupera la gestione di infrastrutture strategiche, mentre la Russia cede il controllo esclusivo delle basi ma conserva un importante avamposto regionale.
Italia – Spagna
Tajani conferma fino al 15 agosto i controlli su aerei e navi dalla Spagna, evocando terrorismo e immigrazione irregolare dopo la crisi di Ceuta.
Ma Ceuta è fuori dallo spazio Schengen; 70mila delle 72mila persone entrate sono già tornate in Marocco e il governo italiano non ha reso pubblici elementi che colleghino quegli arrivi a minacce terroristiche.
Roma controlla i cittadini non europei e ha innescato la risposta speculare di Madrid.
Così una tragedia costata almeno 77 vite diventa un’arma politica dentro l’Europa. La sicurezza richiede prove e cooperazione: sovrapporre migrazione e terrorismo alimenta la paura, colpisce chi viaggia e indebolisce Schengen.
Irlanda
Il presunto boss irlandese Daniel Kinahan è comparso domenica sera davanti alla Corte penale speciale di Dublino, poche ore dopo l’estradizione dagli Emirati Arabi Uniti.
È accusato di aver diretto un’organizzazione criminale tra il 2015 e il 2017 e resterà in custodia almeno fino al 5 ottobre. Arrestato a Dubai in aprile, Kinahan è indicato dalle autorità statunitensi come uno dei vertici di un cartello coinvolto nel traffico internazionale di droga e armi, riciclaggio e omicidi: accuse che ha sempre negato.
Il gruppo è legato alla faida con il clan Hutch, costata diciotto vite secondo Washington. L’estradizione rappresenta una svolta: Dubai non appare più un rifugio sicuro per i vertici del cartello.
Ucraina e Russia
La guerra in Ucraina assorbe sempre più uomini da altri Paesi. Zelensky sostiene che la Corea del Nord potrebbe inviare in Russia altri 30-50 mila soldati, oltre ai circa 14 mila già schierati secondo Kiev.
L’intelligence ucraina segnala inoltre l’arrivo nella regione russa di Voronezh di un reparto nordcoreano dotato di missili balistici. Mosca e Pyongyang non hanno confermato le nuove cifre.
Intanto il Perù riferisce che 459 suoi cittadini hanno partecipato al conflitto: undici sono morti e 114 risultano dispersi. Lima indaga su reti che avrebbero attirato persone con false offerte di lavoro, per poi mandarle al fronte.
La guerra si allarga anche reclutando i più vulnerabili.
Stati Uniti
Il superyacht Launchpad di Mark Zuckerberg è al centro di una polemica in Alaska.
Una piccola barca rimasta senza carburante vicino a Farragut Bay è stata soccorsa dalla nave da crociera Wilderness Legacy, nonostante lo yacht fosse più vicino, secondo i dati di navigazione.
Un passeggero ha riferito che il comandante parlò di ripetuti mancati riscontri dal Launchpad. Ma la Guardia costiera ha precisato che l’imbarcazione non era in pericolo immediato e aveva diffuso una richiesta generale di assistenza.
Il portavoce di Zuckerberg, che non era a bordo, sostiene che l’equipaggio usasse un altro canale radio e abbia visto il messaggio quando il soccorso era già iniziato. Tutti sono rientrati in sicurezza: non è provato un rifiuto deliberato.
Cuba
Il governo cubano ha varato incentivi per privati e imprese che investono nelle rinnovabili, mentre l’isola vive una delle peggiori crisi elettriche degli ultimi anni.
Le nuove norme eliminano i dazi sull’importazione di pannelli solari e altri impianti e ampliano la vendita alla rete di energia da sole, vento e biomasse.
Ma il divario resta enorme: sabato l’Unione elettrica prevedeva 1.050 megawatt disponibili contro una domanda di 3.300, con blackout simultanei sul 69 per cento del Paese.
Per milioni di cubani significa poche ore di corrente, cibo che si deteriora e servizi essenziali in affanno. Gli incentivi guardano al futuro; l’emergenza è adesso.
Colombia
L’ex presidente colombiano Gustavo Petro accusa un settore del governo statunitense di aver impedito, per ragioni politiche, la cattura o l’uccisione dei maggiori capi del narcotraffico durante il suo mandato.
Su X, Petro afferma di aver autorizzato 25 bombardamenti contro obiettivi indicati dall’intelligence militare, ma che i comandanti riuscivano sempre a fuggire pochi istanti prima.
Ha scritto di non essere orgoglioso di quei raid, anche per il rischio di uccidere minori.
Inizialmente sospettò una fuga di notizie nell’esercito; ora attribuisce la responsabilità all’intelligence statunitense, che avrebbe voluto indebolire il suo governo progressista.
Non ha presentato prove pubbliche e non risulta, finora, una risposta ufficiale di Washington.
Ecuador
La procura ecuadoriana ha chiesto di processare sette persone come presunti responsabili indiretti dell’assassinio di Fernando Villavicencio.
Tra loro, l’ex ministro dell’Interno José Serrano e Wilmer “Pipo” Chavarría, capo della potente banda Los Lobos, detenuto in Spagna.
Villavicencio, giornalista ed ex deputato noto per le sue inchieste anticorruzione, fu ucciso a Quito il 9 agosto 2023, all’uscita da un comizio, undici giorni prima delle presidenziali.
Cinque persone sono già state condannate per l’esecuzione dell’attentato; ora la procura sostiene di aver ricostruito la rete politica e criminale che lo avrebbe pianificato e finanziato.
Sarà un giudice a decidere se aprire il processo. Resta una domanda: quanto profondamente il narcotraffico è entrato nelle istituzioni?
Myanmar
Il governo sostenuto dai militari del Myanmar ha respinto la richiesta dell’Asean di liberare senza condizioni Aung San Suu Kyi.
L’ex leader, 81 anni, è detenuta dal golpe del 2021 e vive agli arresti domiciliari in un luogo segreto di Naypyidaw, dopo condanne considerate politiche da sostenitori e organizzazioni per i diritti umani.
Il 3 agosto ha ricevuto un rappresentante della Croce Rossa: il primo contatto noto con un organismo umanitario indipendente in cinque anni.
Ma l’apertura non ha cambiato la linea del potere, che difende le sentenze e mette in dubbio anche il futuro dell’inviato speciale dell’Asean. Per i detenuti politici del Paese, la riconciliazione resta lontana.
Thailandia
In Thailandia, il padre del quattordicenne che, secondo la polizia, ha compiuto la strage nella scuola Debsirin di Nonthaburi ha chiesto scusa alle famiglie dopo essere stato interrogato.
Venerdì il ragazzo avrebbe ucciso i nonni nella loro casa, poi sei persone a scuola, prima di togliersi la vita.
Quattordici feriti restano ricoverati e sette sono in condizioni critiche: molti hanno tra 12 e 14 anni. La pistola, legalmente registrata, apparteneva al nonno.
Gli investigatori riferiscono che il ragazzo studiava l’uso delle armi online, ma il movente non è ancora accertato. La strage riapre il dibattito sul controllo delle armi; il governo promette regole più severe e nuovi protocolli di sicurezza nelle scuole.
Filippine
Nelle Filippine, la polizia ha mobilitato squadre di soccorso per evacuazioni e salvataggi nelle aree sommerse.
Le piogge torrenziali, alimentate dal monsone di sud-ovest e da diversi cicloni tropicali, hanno provocato inondazioni e frane soprattutto sull’isola di Luzon.
L’ultimo bilancio ufficiale parla di otto morti, un disperso e circa 486mila persone colpite. Uomini e mezzi restano pronti a raggiungere le comunità più isolate, mentre strade allagate e pendii instabili rallentano gli interventi.
Migliaia di persone hanno dovuto lasciare le proprie case. Per molte famiglie non è soltanto una fuga dall’acqua: è il rischio di perdere l’abitazione, il lavoro e quel poco che possiedono.
Incendi
Dal Sud-est asiatico al Nord America, gli incendi divorano foreste e costringono migliaia di persone alla fuga. In Indonesia, aerei e centinaia di soccorritori combattono sul Monte Bromo: 176 ettari del parco nazionale sono bruciati durante una stagione secca aggravata da El Niño.
Negli Stati Uniti, due piloti sono morti nello schianto dell’elicottero impegnato contro il Widemouth 2, nello Utah, che ha già incenerito oltre 46mila ettari.
In Canada, il Bald Range ha superato i 10mila ettari in Columbia Britannica e fatto evacuare circa 18mila persone. Le fiamme hanno generato perfino fulmini: case distrutte, territori perduti e soccorritori che pagano il prezzo più alto.
Cina
Il tifone Dolphin, il più potente a colpire la Cina quest’anno, si è indebolito dopo aver raggiunto domenica la costa dello Zhejiang con venti di 151 chilometri orari.
Ma l’emergenza adesso arriva dall’acqua. Oltre un milione di persone è stato evacuato; Shanghai ha cancellato più di 1.300 voli e registrato le precipitazioni giornaliere più intense da oltre un secolo e mezzo.
Le piogge potrebbero raggiungere i 400 millimetri e continuare fino a mercoledì, aumentando il rischio di frane, esondazioni e allagamenti.
Dolphin è ormai una tempesta tropicale, ma il suo avanzamento nell’interno continua a minacciare case, strade e intere comunità.
Due buone notizie
Una buona notizia arriva dal fronte della tutela ambientale. Il Bezos Earth Fund e l’organizzazione Re:wild hanno lanciato il Phoenix Species Project, un’iniziativa internazionale da 200 milioni di dollari per aiutare cento tra le specie animali e vegetali più minacciate del pianeta.
Il progetto coinvolgerà trenta Paesi e finanzierà interventi concreti: dalla protezione degli habitat alla riproduzione in cattività, fino al contrasto del bracconaggio e delle malattie. L’obiettivo è impedire che specie rare scompaiano e restituire loro la possibilità di vivere e riprodursi in natura.
Sul fronte della salute, è iniziata in Canada la prima sperimentazione sull’uomo di un vaccino a tecnologia mRNA contro il ceppo Bundibugyo del virus Ebola. Si tratta di una variante particolarmente pericolosa, per la quale non esiste ancora un vaccino approvato.
I primi partecipanti hanno ricevuto le dosi nell’ambito di uno studio iniziale, che servirà soprattutto a verificarne la sicurezza.
Ci vorrà tempo per conoscere l’efficacia del vaccino, ma l’avvio della sperimentazione rappresenta un passo importante nella lotta contro l’epidemia in corso nella Repubblica Democratica del Congo.
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