11 marzo 2026 – Notiziario Mondo

Scritto da in data Marzo 11, 2026

  • Usa e Israele contro l’Iran: il dodicesimo giorno.
  • Israele amplia l’offensiva in Libano: evacuazioni e nuovi bombardamenti.
  • Gaza: Amnesty, donne e ragazze sull’orlo del collasso sanitario.
  • Nigeria: nuovi attacchi jihadisti nel nord-est. L’Europa riscopre il nucleare mentre cresce la crisi energetica.
  • Regno Unito: introdotta una definizione ufficiale di islamofobia.
  • Australia: Sette calciatrici iraniane ottengono asilo. Cile:
  • Oggi si insedia José Antonio Kast, il presidente che difende la dittatura

Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli

Guerra all’Iran

Undicesimo giorno di guerra tra Iran da una parte e Stati Uniti e Israele dall’altra.
E il messaggio che arriva da Washington è chiarissimo.

Il segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth ha dichiarato durante una conferenza stampa che “oggi sarà il giorno più intenso di bombardamenti dentro l’Iran”.

Parole che arrivano mentre l’aviazione israeliana parla apertamente di “una nuova ondata di attacchi” su diversi obiettivi militari.

La guerra quindi non rallenta. Anzi, entra in una fase ancora più dura.

Secondo il ministero della Salute iraniano gli attacchi hanno ormai colpito oltre 200 città del paese.

Uno degli attacchi più gravi è avvenuto lunedì sera nella capitale Teheran.

Un complesso residenziale vicino a Resalat Square, in una zona molto popolata della città, è stato colpito da bombardamenti statunitensi e israeliani.

Secondo l’agenzia iraniana Tasnim almeno 40 persone sono morte.
I soccorritori hanno lavorato per ore tra le macerie degli appartamenti crollati.

Nella provincia occidentale di Lorestan un altro attacco avrebbe ucciso tre studenti, mentre nel centro del paese, nella città di Arak, un drone ha colpito un edificio residenziale uccidendo cinque persone.

Le autorità iraniane parlano ormai di oltre 1.300 morti e più di 17.000 feriti dall’inizio della guerra.

Tra le vittime almeno 193 bambini. La più piccola, secondo il governo iraniano, aveva otto mesi.

Gli attacchi non hanno colpito soltanto infrastrutture militari.

Nella città storica di Isfahan le esplosioni hanno danneggiato il palazzo Chehel Sotoun, un padiglione del XVII secolo appartenente al complesso dei Giardini Persiani, patrimonio mondiale UNESCO.

Le immagini diffuse dai media iraniani mostrano finestre distrutte e parti dell’edificio danneggiate.

L’esercito israeliano ha dichiarato che l’obiettivo erano centri di comando e basi di droni, ma le esplosioni sono avvenute anche vicino alla storica piazza Naqsh-e Jahan.

Anche l’Iran continua a rispondere. Ha arrestato decine di persone, tra cui un cittadino straniero, con l’accusa di aver svolto attività di spionaggio per i “nemici” del Paese, ha dichiarato ieri il Ministero dell’Intelligence, nel contesto della guerra in corso con gli Stati Uniti e Israele.

Un missile iraniano ha colpito la città israeliana di Yehud, nel centro del paese, uccidendo due persone.

Secondo il ministero della Salute israeliano, dall’inizio della guerra oltre 2.300 persone sono state ricoverate in ospedale.

Un attacco iraniano ha colpito anche Manama, capitale del Bahrain, dove una persona è morta e otto sono rimaste ferite dopo l’impatto su un edificio residenziale.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato in un’intervista alla CBS che la guerra contro l’Iran è “molto completa, praticamente vinta”.

Trump sostiene che l’Iran avrebbe ormai perso gran parte della sua capacità militare, affermando che il paese non avrebbe più una marina né una vera aviazione operativa.

Nella stessa intervista però ha corretto il tiro dicendo che “abbiamo già vinto in molti modi, ma non abbastanza”.

Trump ha inoltre minacciato nuove operazioni militari, parlando della possibilità di colpire nuove aree e nuovi gruppi di persone in Iran.

Restano intanto forti polemiche sull’attacco alla scuola femminile di Minab, dove secondo le autorità iraniane sono morte oltre 170 persone, in gran parte studentesse.

Trump ha negato che la responsabilità sia americana.

Ma un’analisi del New York Times sui frammenti del missile fotografati sul luogo dell’attacco indica che potrebbero essere compatibili con un missile da crociera Tomahawk di produzione statunitense.

Non è però possibile confermare con certezza dove i frammenti siano stati recuperati.

L’Iran, intanto, chiude la porta ai negoziati.

Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha dichiarato alla PBS che non esiste spazio per negoziare con gli Stati Uniti.

Una posizione confermata anche dallo speaker del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, che ha detto:

“Non cerchiamo un cessate il fuoco. L’aggressore deve essere colpito per imparare la lezione”.

Secondo diversi dirigenti iraniani, il paese è pronto a sostenere una guerra lunga.

Intanto cresce la tensione regionale.

La Turchia afferma che un missile balistico lanciato dall’Iran sarebbe stato intercettato nel suo spazio aereo da sistemi NATO.

Teheran però nega di aver lanciato il missile.

Gli Emirati Arabi Uniti hanno dichiarato alle Nazioni Unite che non parteciperanno ad attacchi contro l’Iran dal loro territorio, anche se Washington sostiene di avere accesso alle basi della regione.

C’è anche un’altra conseguenza della guerra.

La società di osservazione satellitare Planet Labs ha deciso di limitare la diffusione delle immagini ad alta risoluzione sull’Iran e sulle basi militari nel Golfo.

Le immagini continueranno a essere raccolte, ma verranno rese pubbliche solo dopo 14 giorni, rallentando molto la possibilità per analisti indipendenti e giornalisti di verificare i danni dei bombardamenti.

Nel Golfo cresce anche la confusione sulle operazioni navali nello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi energetici più importanti al mondo.

Il segretario all’Energia degli Stati Uniti Chris Wright aveva scritto sui social che la US Navy aveva scortato una petroliera attraverso lo stretto per garantire la continuità delle forniture globali di energia.

Il messaggio però è stato cancellato poco dopo.

La Casa Bianca ha smentito l’operazione e un funzionario statunitense ha confermato a Reuters che nessuna nave è stata scortata finora dalle forze americane.

Anche l’Iran ha respinto la dichiarazione, avvertendo che qualsiasi movimento militare nello stretto potrebbe essere preso di mira.

Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più sensibili della guerra, perché da lì passa circa il 20 per cento del petrolio mondiale.

Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha affermato che 16 imbarcazioni considerate “posa mine” sono state “eliminate” nei pressi di Hormuz.

Libano

Intanto il fronte libanese rischia di trasformarsi nel secondo grande teatro della guerra regionale.

Nella notte tra lunedì e martedì l’aviazione israeliana ha lanciato una nuova ondata di bombardamenti nel sud del Libano e nella valle della Bekaa, a est di Beirut.

L’esercito israeliano ha ordinato agli abitanti delle città costiere di Tiro e Sidone di evacuare verso nord, parlando di attacchi “imminenti” contro infrastrutture di Hezbollah.

Secondo i media libanesi i raid hanno colpito diversi centri abitati tra cui Almajadel, Chaqra, Srifa, Majdal, Kafr Sasir, Ansariya, oltre ad aree vicino Bint Jbeil e Ainatha.

La televisione pubblica israeliana KAN riferisce che l’esercito starebbe anche valutando un’espansione significativa della zona cuscinetto nel sud del Libano, spingendo le truppe più in profondità nel territorio.

Secondo il ministero della Salute libanese, dall’inizio dell’offensiva israeliana almeno 486 persone sono state uccise e oltre 1.300 ferite.

Numeri che potrebbero aumentare nelle prossime ore mentre i soccorritori continuano a cercare sopravvissuti tra le macerie.

E cresce anche il numero degli sfollati.

L’agenzia ONU per i rifugiati UNHCR parla di oltre 667.000 persone registrate come sfollate in Libano.

Solo nelle ultime 24 ore si sono aggiunte 100.000 persone, secondo la rappresentante dell’agenzia nel paese, Karolina Lindholm Billing.

Un ritmo di fuga più rapido persino rispetto al 2024, quando i combattimenti tra Israele e Hezbollah avevano costretto oltre 1,2 milioni di libanesi ad abbandonare le proprie case.

Tra le vittime dei bombardamenti c’è anche padre Pierre Al-Rai, sacerdote del villaggio cristiano di Qlayaa, nel sud del Libano.

Il parroco è stato ucciso insieme a un altro civile in un attacco israeliano.

Secondo le autorità locali il sacerdote aveva invitato i residenti a non abbandonare il villaggio, sostenendo che la comunità portava solo “pace, amore e preghiera” e che nell’area non erano presenti combattenti di Hezbollah.

Il sindaco della città ha accusato Israele della morte del religioso.

In Libano Hezbollah si starebbe preparando a una possibile invasione israeliana, tornando alle sue tattiche originarie di guerriglia nel sud del paese.

Secondo fonti citate da Reuters, i combattenti operano ora in piccole unità, limitando l’uso di telefoni e sistemi di comunicazione per evitare intercettazioni israeliane e razionando armi come i missili anticarro.

Nel frattempo il governo libanese starebbe cercando una via politica per fermare la guerra.

Secondo Axios, Beirut avrebbe proposto negoziati diretti con Israele, con la mediazione degli Stati Uniti.

L’idea sarebbe quella di avviare colloqui immediati a livello ministeriale a Cipro per discutere la fine del conflitto.

Ma Washington e Tel Aviv si mostrano scettiche.

Gli Stati Uniti chiedono al Libano azioni concrete per disarmare Hezbollah.

Secondo quanto riportato da Axios, l’inviato americano Tom Barrack avrebbe detto ai funzionari libanesi in modo molto diretto:

“Basta con le sciocchezze”.

In Libano non c’è mai stata pace

Palestina e Israele

A Gaza si continua a morire, anche se ufficialmente dovrebbe esserci un cessate il fuoco.

Nelle ultime 24 ore due corpi palestinesi sono arrivati negli ospedali della Striscia: una persona uccisa in nuovi attacchi israeliani e un’altra recuperata sotto le macerie.

Almeno due persone sono rimaste ferite in bombardamenti israeliani.

Secondo il ministero della Salute di Gaza, il bilancio complessivo dall’inizio della guerra il 7 ottobre 2023 ha raggiunto 72.134 morti e oltre 171.800 feriti.

E anche dopo l’annuncio del cessate il fuoco, la violenza non si è fermata:
dal 11 ottobre, primo giorno della tregua, almeno 649 palestinesi sono stati uccisi e 1.730 feriti, mentre 756 corpi sono stati recuperati dalle macerie.

A Gaza sono donne e ragazze a pagare uno dei prezzi più alti della guerra.

In un nuovo rapporto Amnesty International denuncia che il conflitto ha devastato sanità, accesso al cibo, rifugi e servizi essenziali, lasciando le donne in condizioni sempre più precarie.

Secondo l’organizzazione, quasi il 60 per cento delle strutture sanitarie non è più funzionante, mentre i reparti maternità operano oltre il 150 per cento della capacità.

Medici raccontano di donne costrette a partorire senza cure adeguate, spesso in rifugi sovraffollati e senza condizioni igieniche minime.

Amnesty segnala anche gravi carenze di farmaci essenziali, compresi quelli necessari per il parto, le infezioni e le emorragie post-partum.

Secondo l’organizzazione, la distruzione del sistema sanitario riproduttivo di Gaza avrebbe portato a un forte aumento di complicazioni materne e neonatali, con neonati prematuri, malnutrizione e malattie respiratorie.

Un quadro che, denuncia Amnesty, mette a rischio la vita e il futuro di un’intera generazione.

Intanto resta fermo anche il processo diplomatico. Secondo Reuters, i negoziati sulla seconda fase del piano statunitense per Gaza sono bloccati, e l’amministrazione Trump cita ora la guerra con l’Iran come motivo del rallentamento.

Ma mentre i negoziati non avanzano, il progetto politico continua ad andare avanti.

Il Jerusalem Post riporta che il cosiddetto “Board of Peace”, il piano promosso da Trump per il dopoguerra a Gaza, ha già pubblicato bandi di gara per diversi progetti, tra cui un campo profughi nella Striscia, una base per truppe internazionali e un quartier generale amministrativo in Israele.

Il budget iniziale sarebbe di 60-70 milioni di dollari, finanziato in parte da partner regionali.

Intanto cresce anche la tensione in Cisgiordania.

Il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir, esponente dell’estrema destra, ha annunciato che i 300.000 residenti dei quartieri ebraici di Gerusalemme potranno richiedere una licenza per armi da fuoco personali.

Ben-Gvir ha invitato apertamente i cittadini a armarsi, sostenendo che “un’arma nelle mani di cittadini responsabili è fondamentale contro terrorismo e criminalità”.

Secondo l’ufficio umanitario delle Nazioni Unite OCHA, dal 7 ottobre 2023 almeno 1.058 palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania e a Gerusalemme Est durante operazioni militari israeliane e attacchi di coloni.

Tra le vittime 231 bambini.

Nigeria

Torna a salire la violenza jihadista nel nord-est della Nigeria.

Secondo quanto riportato da Reuters, militanti di Boko Haram e della Provincia dell’Africa Occidentale dello Stato Islamico, conosciuta come ISWAP, hanno lanciato una serie di attacchi coordinati durante la notte negli stati di Borno e Yobe.

Gli assalti hanno colpito diverse località tra cui Kukawa, Dalwa e la base militare di Goniri.

Il bilancio è di almeno 12 soldati e tre civili uccisi.

Gli insorti hanno incendiato case, distrutto veicoli militari e danneggiato alcune strutture dell’esercito prima che le truppe riuscissero a riprendere il controllo di alcune posizioni.

Il nord-est della Nigeria resta uno degli epicentri dell’insurrezione jihadista in Africa, un conflitto che dura da oltre quindici anni.

Francia

La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran riporta al centro anche la questione energia in Europa.

Durante il Nuclear Energy Summit organizzato dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica a Parigi, il presidente francese Emmanuel Macron e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen hanno difeso il ritorno al nucleare civile.

Macron ha spiegato che il nucleare è fondamentale per garantire sovranità energetica e decarbonizzazione, sottolineando che una forte dipendenza dagli idrocarburi può trasformarsi in uno strumento di pressione geopolitica.

Von der Leyen ha parlato apertamente di “errore strategico” dell’Europa, che negli ultimi decenni ha ridotto il peso del nucleare.

Nel 1990 circa un terzo dell’elettricità europea proveniva dal nucleare.
Oggi la quota è scesa a circa il 15 per cento.

La Commissione europea ha annunciato anche 200 milioni di euro di garanzie finanziarie per sostenere lo sviluppo dei piccoli reattori modulari, una nuova tecnologia nucleare che Bruxelles vorrebbe rendere operativa all’inizio degli anni 2030.

Oggi il presidente Macron terrà una riunione dei capi di Stato e di governo del G7 per discutere delle “conseguenze economiche” della guerra in Iran, tra cui la “situazione energetica” e le “misure per mitigarla”.

Lo ha annunciato in serata l’Eliseo.

Regno Unito

Nel Regno Unito il governo ha introdotto una nuova definizione di “ostilità anti-musulmana”, nel tentativo di contrastare l’aumento dei crimini d’odio religiosi.

La misura, annunciata alla Camera dei Comuni dal ministro per le Comunità Steve Reed, non è legalmente vincolante ma servirà come linea guida per istituzioni pubbliche e autorità.

La definizione include violenza, vandalismo, molestie o intimidazioni contro musulmani o persone percepite come tali, ma anche stereotipi e discriminazioni che colpiscono i musulmani nella vita pubblica.

Secondo il governo britannico, avere una definizione chiara aiuterà le autorità a riconoscere meglio e rispondere ai casi di odio religioso, senza limitare la libertà di espressione nel dibattito pubblico.

La decisione arriva dopo un aumento significativo dei crimini d’odio.

Secondo i dati ufficiali della polizia inglese e gallese, gli episodi registrati nell’anno terminato a marzo 2025 hanno raggiunto livelli record.

Gli attacchi contro musulmani sono passati da 2.690 a 3.199 casi.

Complessivamente quasi 4.500 reati sono stati collegati a ostilità verso musulmani o persone percepite come tali.

In termini di incidenza sulla popolazione, la comunità ebraica registra però il tasso più alto di crimini d’odio religiosi, seguita da quella musulmana.

Il piano del governo include anche nuove misure per le università.

Tra queste un canale riservato per segnalazioni interne di estremismo o molestie e una nuova “carta di coesione dei campus” per proteggere il dibattito pubblico.

Il primo ministro Keir Starmer ha avvertito che i conflitti internazionali – compresa la guerra che coinvolge l’Iran – stanno aumentando le tensioni anche all’interno della società britannica.

Secondo il governo, l’obiettivo è rafforzare la coesione sociale e prevenire divisioni tra comunità.

Russia e Ucraina

I negoziati tra Ucraina, Russia e Stati Uniti sono stati rinviati.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy ha spiegato che i colloqui trilaterali, previsti il 10 e 11 marzo in Turchia, sono stati posticipati su richiesta degli Stati Uniti.

Secondo Zelenskyy la decisione sarebbe legata alla crisi in Medio Oriente e alla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran.

Il presidente ucraino ha comunque sottolineato che i contatti con Washington continuano quotidianamente e che una nuova data per l’incontro dovrebbe essere fissata la prossima settimana.

La Turchia, ha aggiunto Zelenskyy dopo un colloquio con Recep Tayyip Erdoğan, resta pronta a ospitare il prossimo round di negoziati.

Stati Uniti

La guerra contro l’Iran sta già costando miliardi agli Stati Uniti.

Secondo il Washington Post, il Pentagono ha utilizzato munizioni per circa 5 miliardi e 600 milioni di dollari nei primi due giorni di operazioni.

Il dato è stato comunicato al Congresso.

Il comando militare statunitense CENTCOM ha dichiarato inoltre di aver colpito più di 5.000 obiettivi in Iran nei primi dieci giorni di guerra.

Secondo il Washington Post l’amministrazione Trump starebbe preparando una richiesta di fondi straordinari al Congresso, che potrebbe arrivare già nei prossimi giorni per sostenere le operazioni militari.

Un segnale che, almeno per ora, Washington non prevede una fine rapida del conflitto.

Intanto negli Stati Uniti torna sotto i riflettori anche il caso Jeffrey Epstein.

Investigatori del Dipartimento di Giustizia del New Mexico, insieme alla polizia locale, hanno perquisito il ranch nel deserto che in passato apparteneva al finanziere.

Secondo diverse vittime è proprio lì che sarebbero avvenuti abusi sessuali su minori.

Il mese scorso il parlamento dello stato ha votato la creazione di una commissione bipartisan per la verità, con l’obiettivo di chiarire definitivamente cosa sia accaduto nella proprietà.

Haiti

Ad Haiti la lotta contro le gang sta assumendo contorni sempre più controversi.

Secondo un nuovo rapporto di Human Rights Watch, le forze di sicurezza haitiane avrebbero ucciso almeno 1.243 persone e ferito altre 738 da marzo 2025.

Gli attacchi sono stati condotti utilizzando quadricotteri armati con esplosivi, impiegati nelle operazioni contro le gang nella capitale Port-au-Prince.

Il rapporto afferma che le operazioni sono state realizzate con il supporto della società di sicurezza Vectus Global, un’azienda autorizzata dagli Stati Uniti.

Human Rights Watch denuncia che alcuni attacchi hanno colpito quartieri densamente popolati, provocando vittime civili, tra cui anche bambini.

Un segnale di quanto la crisi di sicurezza ad Haiti stia spingendo le autorità verso strategie militari sempre più aggressive, con il rischio di nuove violazioni dei diritti umani.

Cile

In Cile oggi si insedia il nuovo presidente José Antonio Kast, eletto lo scorso dicembre.

La data non è casuale: cade 36 anni dopo l’11 marzo 1990, il giorno che segnò la fine della dittatura del generale Augusto Pinochet e il ritorno della democrazia nel Paese.

Per la prima volta da allora il Cile sarà guidato da un presidente che difende apertamente il ruolo del regime militare, definendolo un argine contro il socialismo e un momento decisivo per la stabilità economica del paese.

Kast, sostenuto al ballottaggio dal 58 per cento degli elettori, promette un “governo di emergenza” per ristabilire ordine e sicurezza, con un focus su criminalità organizzata e immigrazione irregolare.

Alla cerimonia di insediamento parteciperanno undici capi di Stato e il re di Spagna Filippo VI, mentre ha annunciato la sua assenza il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, dopo le polemiche per l’invito al senatore conservatore Flávio Bolsonaro.

Afghanistan

Gli Stati Uniti tornano ad accusare il governo talebano in Afghanistan.

Il segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato che Washington ha designato l’Afghanistan guidato dai talebani come “stato responsabile di detenzioni ingiuste” di cittadini americani.

Secondo Rubio, Kabul starebbe trattenendo cittadini statunitensi come leva politica per ottenere concessioni o riscatti.

Tra i casi citati da Washington ci sono quelli di Mahmood Habibi e Dennis Coyle, detenuti nel paese.

Rubio ha avvertito che se i cittadini americani non verranno rilasciati, gli Stati Uniti potrebbero limitare l’uso dei passaporti statunitensi per viaggiare in Afghanistan, una misura applicata oggi solo alla Corea del Nord.

Washington chiede inoltre ai talebani di restituire i resti dello scrittore americano Paul Overby, scomparso nel 2014 vicino al confine tra Afghanistan e Pakistan.

Australia

Sette giocatrici della nazionale femminile di calcio dell’Iran hanno ottenuto asilo in Australia dopo aver chiesto protezione durante la Coppa d’Asia femminile disputata nel paese.

Le atlete – tra cui la capitana Zahra Ghanbari, insieme a Fatemeh Pasandideh, Zahra Sarbali, Atefeh Ramezanizadeh e Mona Hamoudi – temevano possibili ritorsioni se fossero tornate in Iran.

Il caso è esploso dopo che la squadra aveva rifiutato di cantare l’inno nazionale prima di una partita del torneo, un gesto interpretato come protesta contro il regime. Alcuni media iraniani avevano definito le giocatrici “traditrici in tempo di guerra”.

Secondo le autorità australiane, le calciatrici sono state portate in un luogo sicuro con la protezione della polizia federale mentre venivano finalizzate le visa umanitarie.

Il governo di Canberra ha dichiarato che l’offerta di protezione resta aperta anche ad altre membri della squadra, mentre cresce la preoccupazione per possibili pressioni o ritorsioni contro le loro famiglie rimaste in Iran.

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