13 marzo 2026 – Notiziario Africa
Scritto da Elena Pasquini in data Marzo 13, 2026
- Le voci delle donne in Sudan, dove lo stupro è arma di guerra
- In Congo, da vittime di violenza a donne che lottano per la giustizia.
- Etiopia, dove le donne migranti sopravvissute creano reti di aiuto
- E poi, costruttrici di pace, musiciste e artiste, le donne che cambiano l’Africa.
Le donne in ascolto adesso, tutte, in un modo o nell’altro, condividono con me almeno un segreto, persino più d’uno. Qualcuna non l’ha forse neppure svelato ancora a se stessa.
Una molestia subita, una violenza scampata o di cui sono state testimoni. Tutte conoscono quella tensione che, improvvisa, irrigidisce il corpo allo sfiorar di una mano o soltanto per via di uno sguardo che ti mette in allerta. Molte sanno cos’è la paura.
Tutte hanno fatto esperienza del camminare un passo dietro agli uomini, anche se non per legge. Tutte sanno che per lavorare si devono mettere in conto ostacoli, che a volte sono muri, ostacoli più alti di quelli degli uomini.
Tutte sanno, anche, ciò di cui le donne sono capaci, conoscono il potere di non fermarsi davanti a quegli ostacoli e inventare nuove strade per oltrepassarli.
Le donne di cui voglio parlarvi oggi, invece, non hanno quasi mai un nome, non ne conosciamo la storia, non ne abbiamo quasi mai visto il volto, non sembrano assomigliarci. Sono numeri nelle statistiche.
Le loro storie raramente le riconosciamo come nostre. Molto raramente poi giunge fino a qui l’eco delle loro fatiche, del coraggio di fronte a quegli ostacoli, di come li hanno oltrepassati.
È a loro che dedichiamo il nostro notiziario, alle donne invisibili con cui condividiamo, invece, lo stesso corpo e di cui possiamo comprendere paura, dolore e fatica. Alle donne che superano ostacoli, e a quelle che vi piantano intorno semi di pace. A quelle che è vero non ci assomigliano, perché sono come noi.
Sono Mariam, Leonie, Ibtisam o Riziki, e tante altre. Oggi non sono numeri o statistiche, almeno qui. Le chiameremo per nome, anche quando non è il loro vero nome, anche quando si devono nascondere. Le ascolteremo in Sudan, in Etiopia, in Repubblica democratica del Congo e in molti altri luoghi.
Le sentiremo, infine, cantare.
Oggi, 13 marzo 2026.
Sudan
Accanto ai nomi delle donne sudanesi c’è quasi sempre un asterisco o una piccola nota in fondo che ci dice che quelli non sono i loro veri nomi.
A volte, nei rapporti delle organizzazioni per i diritti umani, sono solo donne senza nome. Per non esporle ancora, per proteggerle da altra violenza e dallo stigma che uno stupro si porta con sé. Possiamo, però, ascoltarle, una per una.
Mariam non si chiama così, ma è una donna con l’unica colpa di aver cercato di fuggire da Gezira. A un check point uomini armati hanno fermato la sua auto: “Hanno detto che volevano perquisirci. Due di loro si sono consultati, poi mi hanno chiamata”, ha raccontato ad Al Jazeera.
“Mi hanno portata in un posto… Era una stanza vuota con un materasso. Mi hanno detto di sdraiarmi, e poi mi hanno violentata”.
Hanno chiamato solo lei.
“C’è una ragazza in questa casa?”, hanno chiesto gli uomini che invece hanno bussato alla porta di Um Kulthum, anche questo non è il suo nome, ma anche lei è una donna che condivide con noi lo stesso corpo.
È una studentessa, vuole fare il medico, e di El Fasher, la capitale del Darfur settentrionale caduta nelle mani dei paramilitari delle Rapid Support Forces, che dal 2023 combattono una guerra fratricida contro l’Esercito sudanese.
“Eravamo quattro ragazze, insieme alla figlia della nostra vicina. Poi le RSF ci hanno violentate in gruppo e in modo brutale”, racconta.
Anche Ibtisam viveva a El Fasher. È una delle vittime le cui voci sono state raccolte da Amnesty International. Uomini armati l’hanno fermata mentre cercava di andarsene con i suoi figli:
“Uno mi ha costretta ad andare con loro, mi ha tagliato la jalabiya [un abito tradizionale] e mi ha violentata. Quando se ne sono andati, mia figlia di 14 anni è venuta da me. Ho scoperto che i suoi vestiti erano insanguinati ed erano tagliati a pezzi. I suoi capelli sulla nuca erano pieni di polvere”.
Sua figlia è rimasta in silenzio per ore, scrive Amnesty International, finché non l’ha vista piangere:
“È venuta da me e mi ha detto: ‘Mamma, hanno violentato anche me, ma non dirlo a nessuno’. Dopo lo stupro, mia figlia si è ammalata gravemente… Quando siamo arrivate a Tawila, la sua salute è peggiorata ed è morta in clinica”.
È una violenza sistematica, quella delle RSF in Darfur, una violenza usata come arma di guerra verso il popolo Masalit, secondo Arnold Tsunga, avvocato ed ex direttore per l’Africa della Commissione internazionale dei giuristi (ICJ), come riferisce Al Jazeera. Violenza “per allontanare con la forza le persone dalla loro terra e punire gli uomini Masalit che hanno cercato di difenderla”.
Le donne in Sudan sono state stuprate, fatte prigioniere, usate come schiave, schiave del sesso e schiave costrette al lavoro forzato per i combattenti, merci vendute nei mercati come gli animali per diventare schiave in altri Paesi.
La Strategic Initiative for Women in the Horn of Africa ha documentato 1294 casi di violenza, anche se la scala potrebbe essere certamente più vasta. Numeri che sono donne come Mariam, Um Kulthum e Ibtisam.
Un orrore sistematico, anche quello che raccontano le testimonianze raccolte dalla Women’s Refugee Commission.
In quest’orrore però ci sono le storie di chi prova a tenere in piedi un mondo che la guerra ha fatto in piccoli pezzi, come Ikhlas, attivista per i diritti delle donne, scappata da Khartoum, che ha iniziato a lavorare come volontaria per affrontare psicologicamente e mentalmente quello che stava vivendo:
“Aiutare gli altri mi ha aiutata enormemente”, racconta.
Aiuta le donne sfollate che vivono nei campi, con una ONG, in tanti modi diversi, dal sostegno psicologico a quello materiale. Aiuta i loro figli, che sono come i suoi, che non possono andare a scuola:
“Tutti i bambini della comunità stavano soffrendo, non solo i miei”.
Ha guidato una campagna perché le scuole riaprissero. E ha aiutato i bambini a creare un gruppo musicale e artistico.
“Le donne sudanesi devono acquisire controllo sulle proprie vite e il potere di prendere decisioni. Le molestie e gli abusi, che sono molto comuni, possono essere contrastati quando le donne sono più forti, più autonome e hanno accesso a opportunità di lavoro dignitose e adeguate”, spiega.
Donne vittime, e donne piene di responsabilità, che hanno perso i mariti, i padri o che li hanno dovuti lasciare.
Di loro, Ikhlas dice: “Voglio assicurarmi che le voci delle donne sudanesi vengano ascoltate: quelle che subiscono molestie, quelle che hanno opportunità di lavoro limitate e quelle i cui figli hanno perso anni di scuola”.
Repubblica democratica del Congo
Ad oltre 2600 chilometri di distanza dal Darfur, alle voci delle donne sudanesi fanno eco quelle delle donne congolesi. Le montagne, le foreste, i laghi, in questo pezzo di Africa subsahariana, prendono il posto della terra arida e semidesertica del Sudan, ma ciò che accade qui ai corpi delle donne è esattamente la stessa cosa. Stupro, come arma di guerra.
Gli uomini dell’M23, il gruppo armato che ha occupato l’Est della Repubblica Democratica del Congo all’inizio dello scorso anno, nell’ultima fiammata di un conflitto armato che va avanti da trent’anni, hanno fatto irruzione nella casa di Patience: stuprata, poi rapita, portata in un campo e poi stuprata ancora, per tre giorni.
Come Justine, anche lei rapita e violentata, incapace di camminare. Entrambe si sono ammalate.
Solange dice che lo stupro era un’“abitudine”.
Beatrice, invece, era incinta quando ha subito violenza in un’altra regione del Paese, sempre all’Est, in Ituri, per mano dei miliziani del Codeco, uno delle centinaia di gruppi armati che combattono nella regione dei Grandi Laghi.
Le loro storie le ha raccolte l’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch.
Alle donne come Patience, Justine, Beatrice, Solange, un’altra donna ha dedicato tutta la sua vita. Lei è Julienne Lusenge. A novembre, a Roma, ha ricevuto l’UN SDG Action Awards Changemaker per il suo incessante lavoro. È un’attivista, tra le 100 persone più influenti del mondo nella lista della rivista Time nel 2024.
Era una giornalista a vent’anni, quando nel suo Paese scoppiò la guerra, trent’anni fa. Lavorava per una radio e raccontava quel fronte, andando nelle zone di guerra, raccogliendo le voci delle vittime di violenza.
Voci di donne, vittime di stupro, di abusi. Raccontava e denunciava. È lì, nel Congo in fiamme, che Julienne decide di mettersi al fianco di quelle donne, di aiutarle a rialzarsi.
Nel 2000, a Bunia, è tra le fondatrici di Sofepadi, un’organizzazione che ha aiutato migliaia di donne vittime di violenza e aiutato ad assicurare alla giustizia centinaia dei loro carnefici.
“Ci siamo impegnate a svolgere le nostre attività e ad assistere le vittime di violenza sessuale e di guerra quando era ancora un argomento tabù. Le donne si rivolgevano a noi per denunciare la violenza sessuale di cui erano vittime”, ha detto alcuni anni fa a Ginevra, al Summit per i diritti umani.
Sofepadi fornisce assistenza medica, psicologica, socioeconomica e legale alle donne. La sua è anche una battaglia per la giustizia, iniziata di fronte al più atroce degli orrori:
“Una bambina di tre anni è stata violentata da quattro adulti ed è morta sul colpo. Abbiamo deciso di portare il caso in tribunale”, ricorda.
Ora, le “vittime partecipano alla lotta e seguono i loro casi in tribunale. Alcune di loro si formano in ambito legale, diventano paralegali, collaborano con gruppi di solidarietà, accompagnano e partecipano alle udienze, diffondendo al contempo la consapevolezza.
Alcune imparano mestieri, altre svolgono attività generatrici di reddito, offrendo così servizi alla comunità”, spiega.
“Chi si rivolge a noi come vittima di violenza ne diventa una sopravvissuta e finisce per diventare agente di cambiamento per il suo villaggio”, aggiunge.
Julienne ha messo in gioco tutto, la sua vita, quelle delle persone che ama. È stata minacciata, la sua casa distrutta, ha dovuto cambiare città, ha vissuto in clandestinità. Alla domanda qual è la ragione per andare avanti, risponde:
“Le sopravvissute che guariscono… Le ragazze sopravvissute che tornano a scuola riescono a diplomarsi… La RDC non è la capitale delle donne violentate – dice Julienne –, è la capitale delle donne coraggiose che lottano, mostrano solidarietà per difendere i loro diritti, per difendere la causa della pace.”
Etiopia
Nell’estate dello scorso anno, un’imbarcazione è naufragata a largo delle coste dello Yemen. Portava con sé un carico di dolore, paura e speranza, speranza in una vita migliore, altrove dall’Etiopia che dal 2020 passa di guerra in guerra, di crisi in crisi. I morti, allora, sono stati oltre settanta, decine i dispersi.
Tra le vittime 14 donne, su quella rotta orientale che sta diventando sempre di più una rotta della migrazione femminile.
Numeri nelle statistiche della disperazione: le donne arrivano dall’altra parte, passano dallo Yemen in guerra all’Arabia Saudita, in cerca di una strada per raggiungere magari l’Europa. Sfruttate, spesso catturate e poi rimpatriate.
A volte è proprio a quel punto che la vita ricomincia, grazie, sempre più spesso, ad altre donne, anch’esse delle sopravvissute.
Kindeya è dentro quelle statistiche, quei numeri di chi vive l’inferno e poi è costretto a tornare. Ha raggiunto l’Arabia Saudita, ha lavorato come domestica per sei mesi, poi è stata catturata, imprigionata e rimandata a casa, racconta l’Associated Press. Anche Neyima Mohammed aveva deciso di lasciare il suo paese, aveva diciotto anni appena, voleva fare un po’ di soldi dopo che il suo negozio di generi alimentari era fallito:
“Dopo aver attraversato il mare, in Yemen, abbiamo avuto un incidente d’auto. Molti dei nostri amici sono rimasti feriti e molti hanno perso la vita. Li abbiamo adagiati sulla strada perché non c’era un cimitero. Gli avvoltoi hanno predato i loro cadaveri”.
Lei e le sue amiche erano passate da un trafficante all’altro dopo essere partite dalla loro città natale di Silte, nell’Etiopia meridionale. Ha anche raccontato di aver incontrato molti ladri che hanno picchiato gli uomini e rubato loro i soldi.
“C’era fame, sete”, ha raccontato ad AfricaNews.
“Quando abbiamo raggiunto il “luogo montano” al confine, dotato di telecamere di sicurezza, i trafficanti ci hanno detto di andare il più velocemente possibile per sfuggire alla polizia saudita. Era molto pericoloso. La zona era altamente degradata a causa dei frequenti missili che la polizia usava per attaccare, far esplodere e distruggere i migranti in pochi secondi. Ci hanno sparato di notte e ho notato una luce rossa provenire dai proiettili.
I corpi erano sparsi a pezzi e il luogo si è riempito di sangue. Dei 30 migranti che viaggiavano con me, 26 sono morti e io ho perso le dita. Solo quattro di noi sono sopravvissuti, con ferite gravi. Non potevo usare mani e dita, quindi, aiutandomi con le dita dei piedi, ho preso il telefono del trafficante e l’ho dato a un’altra donna per chiedere aiuto”, Ayana ha provato due volte ad entrare in Arabia Saudita dallo Yemen, racconta in una testimonianza raccolta da Mixed Migration.
Diciottenne cresciuta ad Hararghe, ad est di Addis Abeba, ha pagato tanti soldi per partire. È passata per la Somalia, destinazione Yemen. Il suo viaggio non è stato un successo, dice:
“Ho perso le dita e ho riportato ferite fisiche sul dorso della mano. Inoltre, la mia famiglia ha pagato molti soldi per i trafficanti e le cure.”
“Le donne e le ragazze etiopi costituiscono ora la crescente maggioranza di coloro che migrano lungo la rotta orientale verso il Medio Oriente. Uno studio recente stima che circa un quarto di milione di etiopi emigrino ogni anno, con donne e ragazze che rappresentano il 46% di coloro che cercano lavoro all’estero.
La maggior parte di questi migranti viene reclutata per lavori domestici, gran parte dei quali si svolgono in condizioni informali, non regolamentate e spesso pericolose”, ha scritto Halifet Ayemohammed Yusuf, docente di Genere e Diritto presso la Wollo University, sull’Addis Standard.
“Eppure, in Etiopia si sta sviluppando una storia di resilienza, guidata da donne migranti e rimpatriate che stanno rimodellando il panorama migratorio e dello sviluppo dal basso.
Molte di queste donne, un tempo soggette a sfruttamento e invisibilità durante il loro impiego in Medio Oriente, sono ora in prima linea in organizzazioni guidate da sopravvissute”, spiega ancora Halifet Ayemohammed Yusuf.
Gruppi che sfidano lo stigma, che aiutano i migranti a reinserirsi in una società dove spesso, con la partenza, i legami familiari si sono irrimediabilmente interrotti.
In Etiopia, sono almeno otto le organizzazioni guidate da donne rimpatriate, come KASMA, fondata da Yenenesh Tilahun, la prima ONG anti-tratta guidata da sopravvissute in Etiopia, che lavora proprio sullo stigma e sull’emancipazione delle donne.
“Il mio percorso è la testimonianza della convinzione che le nostre ferite più profonde possano trasformarsi nei nostri più grandi punti di forza.
Come sopravvissuta alla tratta di esseri umani, abbiamo fondato l’organizzazione benefica KASMA non solo per fornire servizi, ma per costruire un nuovo paradigma, in cui le sopravvissute non siano semplici destinatarie di aiuti, ma artefici delle proprie soluzioni”, scrive sulla sua pagina LinkedIn.
“Non lavoriamo solo per le sopravvissute; siamo sopravvissute. Questa esperienza vissuta è il fondamento della nostra fiducia, della nostra strategia e del nostro impegno incrollabile”.
Costruttrici di pace
“È stato difficile…quando ho iniziato a parlare e qualcuno si è alzato e ha detto “No, non possiamo essere guidati da una donna”. Ed è stato uno shock [sic]. È stata la prima volta che mi sono sentita davvero una donna e sono stata respinta in un processo perché ero…una donna”.
Rose, keniota, è una funzionaria presso un’organizzazione che si occupa di peace-building, una mediatrice di pace. Come lei, sono molte le donne che in ogni parte dell’Africa, dal Sud Sudan al Camerun, al Ghana, costruiscono la pace dal basso, quotidianamente, ogni giorno.
In Malawi e in Kenya, in Uganda, ovunque ci sia una guerra, un conflitto piccolo o grande, locale, comunitario, con una dimensione internazionale, ci sono le donne, donne che ogni giorno sfidano gli stereotipi che le vogliono “solo” donne.
“In tutta l’Africa, le donne mediatrici svolgono un ruolo fondamentale nella costruzione della pace, eppure continuano a subire esclusione ed emarginazione nei processi di pace formali”, scrive Bianca Rochelle Parry, su Peace News, tra gli autori di uno studio pubblicato sull’International Feminist Journal of Politics, che ha raccolto le voci di Rose e di molte altre donne mediatrici di pace.
In Sudan, per esempio, nonostante il ruolo di primo piano che le donne hanno giocato “nella mobilitazione delle comunità durante la rivoluzione del 2018-19”, non sono poi state “incluse al tavolo dei negoziati durante i colloqui di cessate il fuoco di Gedda del 2023”, ricorda Rochelle Parry.
“Per molte donne africane, entrare in spazi di mediazione significa muoversi in contesti apertamente patriarcali …. Le mediatrici con cui abbiamo parlato hanno spesso riferito di essere state messe in discussione, sminuite o respinte a causa del loro genere o della loro età”, aggiunge.
Contestazioni esplicite, donne messe nell’angolo, costrette a dimostrare sempre di valere qualcosa. È questo che raccontano le voci delle donne, mediatrici di pace.
Anche quella di Busisiwe, avvocato e mediatrice sudafricana, anche lei tra le voci ascoltate da Rochelle Parry: “Devi lavorare molto di più per dimostrare di essere effettivamente competente, di non essere minacciosa, di avere la capacità di guidare la stanza e il processo.
Devi essere abbastanza decisa ma non scortese, perché un uomo può essere deciso e scortese e può essere ancora accettabile, ma una donna non può essere decisa e scortese, questo continua a essere inaccettabile…diventi offensiva, sai. Potrebbero esserci battute sgradevoli e dovrai sapere come reagire in modo da stabilire i limiti fin dall’inizio”, racconta.
Una donna deve pensare a tutto, persino a come vestirsi: “Dove ci si aspetta che le donne non indossino pantaloni, se indossi pantaloni e ti ritrovi lì, almeno [devi avere un tessuto] che potrai avvolgere intorno ai pantaloni…È come se dovessi lavorare molto di più per essere presa sul serio perché ti presenti come una donna e quindi, sai, anche il modo in cui indossi i vestiti…[Diventa] una cosa davvero importante”, aggiunge.
Ricorda un consiglio che le hanno dato: “Se riesci a mettere su un po’ di peso e a presentarti come una mamma africana tra ora e il momento in cui inizieremo il progetto, questo ti aiuterà davvero perché ti darà un po’ di influenza quando avrai messo su un po’ più di peso”.
Donne escluse, eppure spesso elogiate come “naturalmente” adatte alla mediazione. Un riconoscimento che, secondo Rochelle Parry, è però un boomerang perché fa della mediazione non un lavoro, una pratica qualificata, ma “un’estensione del ruolo di cura delle donne”. E dunque non riconosciuto e sottovalutato.
Donne ai margini, che faticano a smontare gli stereotipi, e che pure continuano, ogni giorno, a mediare, a trovare soluzioni innovative, a immaginare nuove strategie. “Eppure – ricorda Rochelle Parry – le donne continuano a intervenire … perché da questo dipende la costruzione della pace nelle loro comunità. La loro perseveranza sfida preconcetti profondamente radicati su chi sia considerato legittimo nei negoziati”.
Cultura e musica
“Sono una donna”, canta Wiyaala, la Leonessa dell’Africa, musicista del Ghana che nel fondere rock, pop e musica tradizionale, affronta spesso con potenza temi come l’identità culturale, l’empowerment femminile, i diritti delle donne.
Ed è lo sguardo delle donne che vi invitiamo, oggi, a guardare l’Africa. E non possiamo farlo senza attingere al lavoro di quelle donne che fanno dell’arte lo strumento per cambiare narrazioni, sfidare stereotipi e costruire nuovi immaginari. Una piccola guida di visioni e musica da portare con voi durante la settimana.
Iniziando dalle donne che custodiscono memoria, e dalla Costa d’Avorio, dove Marie-Hélène Banimbadio Tusiama ha creato Archives Ivoire, un account Instagram che ha raggiunto quasi i 90 mila follower che è un viaggio nella memoria, un racconto della bellezza femminile dagli anni ’80 agli anni 2000. Spezzoni di film, video musicali, serie TV, salvati dall’oblio e che raccontano alle nuove generazioni il passato più recente del Paese.
E poi, c’è il lavoro di Rehema Chachage, artista visiva della Tanzania, narratrice della memoria culturale, che mette al centro del suo universo artistico, “l’esplorazione della memoria familiare matrilineare, sviluppata in collaborazione con la madre e la nonna. Insieme, creano un “archivio performativo” che intreccia memoria, storie, canzoni, rituali e tradizioni orali in un processo aperto e continuo – simile a una trama aperta – in cui il corpo funge sia da luogo che da mezzo per la produzione di conoscenza storica”.
E infine, la fotografia, con le immagini di Aïda Muluneh, etiope e narratrice dell’identità africana. “Attraverso uno stile visivo potente e inconfondibile, Muluneh “ridisegna” l’Africa contemporanea con immagini capaci di parlare all’umanità intera.
Come afferma la critica Jacqueline Ceresoli … : “Le sue fotografie sono finestre visionarie che ci costringono a vedere un’Africa altra: enigmatica, rituale, sublime. Una terra che migra e resta al tempo stesso, abitata da dee senza tempo e senza luogo”, scrive Itinerari nell’Arte.
Vi ringraziamo per essere stati con noi, vi invitiamo come sempre a cercare tutti gli approfondimenti nel testo e a tornare a seguirci lunedì con il notiziario mondo.
E vi lasciamo, però, con la voce di Moonchild Sanelly, con la sua mescolanza di suoni elettronici sudafricani come il kwaito, il gqom e l’amapiano, e hip-hop, jazz, pop e rnb che lei ha chiamato il “future-ghetto sound”. Una storia dura alle spalle, di violenza sessuale, e vita ai bordi delle strade.
Questa è la sua Do My Dance .
Foto di copertina: Yanick Folly su Unsplash
Musica: King David su Pond5
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