4 marzo 2026 – Notiziario Mondo
Scritto da Barbara Schiavulli in data Marzo 4, 2026
- Medio Oriente in fiamme e ora sotto attacco anche il Libano.
- Anche se nessuno ne parla a Gaza si continua a morire.
- Stati Uniti: Scontro tra Democratici sulla Risoluzione sui Poteri di Guerra. Afghanistan–Pakistan: quinto giorno di scontri al confine.
- Messico: “El Mencho” sepolto in un feretro d’oro.
- Australia: La nazionale femminile dell’Iran non canta l’inno nazionale all’Asian Cup.
- Nepal: Per votare si attraversano le montagne innevate
Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli
Medioriente
Grida di dolore e cori di rabbia hanno accompagnato a Minab i funerali delle bambine morte nel raid che ha colpito la scuola primaria Shajareh Tayyebeh, nel sud dell’Iran. Le autorità locali parlano di 165 vittime, tra studentesse e insegnanti.
L’Alto Commissario ONU per i diritti umani Volker Türk ha chiesto un’indagine “rapida e imparziale”.
Teheran accusa Stati Uniti e Israele, mentre Washington afferma che è in corso un’indagine e nega di prendere di mira deliberatamente scuole. Israele non ha ammesso responsabilità. Secondo media internazionali, l’area ospitava nelle vicinanze strutture legate ai Pasdaran.
Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran entra così nel quinto giorno con un’intensificazione degli attacchi che amplia il fronte e aumenta il numero delle vittime civili e militari.
Anche stanotte sono volati missili, e Gli ultimi attacchi seguono i precedenti attacchi contro un sito nucleare iraniano e gli attacchi di rappresaglia della Repubblica islamica nella regione del Golfo.
Quello che era iniziato come un’operazione mirata pur sempre illegale, contro obiettivi strategici iraniani si sta rapidamente trasformando in una guerra regionale con ripercussioni energetiche, diplomatiche e militari globali.
Teheran sotto attacco: bombardamenti e vittime civili
Secondo quanto riferito dalla Mezzaluna Rossa iraniana, almeno 787 persone sarebbero state uccise dall’inizio della campagna militare congiunta USA-Israele. Oltre 153 contee sarebbero state colpite.
I bombardamenti hanno interessato in particolare Teheran, con distruzioni in aree residenziali e danni a infrastrutture civili. Tra gli obiettivi rivendicati da Israele figurano l’ufficio presidenziale iraniano e il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale.
Almeno 10 strutture sanitarie risultano danneggiate, secondo l’Organizzazione del Consiglio Medico dell’Iran, incluse strutture nella capitale e in altre città.
Trump ha anche affermato che gli attacchi di ieri hanno ucciso gli iraniani che gli Stati Uniti consideravano i futuri leader.
Secondo quanto riportato da Iran International, Mojtaba Hosseini Khamenei, figlio dell’ayatollah Ali Khamenei, sarebbe stato scelto come nuovo Leader Supremo dell’Iran dall’Assemblea degli Esperti.
Il 56enne, considerato una figura influente ma riservata all’interno del sistema di potere iraniano, avrebbe forti legami con le Guardie Rivoluzionarie, che avrebbero sostenuto la sua nomina nel pieno della crisi seguita agli attacchi statunitensi e israeliani che hanno ucciso il padre.
A questo proposito leader supremo, l’ayatollah Ali Khamenei, assassinato, in una delle città più sante del Paese, mentre le conseguenze della sua morte continuano a ripercuotersi sulla regione.
Citando l’agenzia di stampa semi-ufficiale iraniana Fars, l’AFP ha riferito che sarà sepolto a Mashhad, la città nord-orientale dove è nato e dove suo padre è sepolto nel venerato santuario dell’Imam Reza.
Le ritorsioni iraniane: Golfo e basi USA nel mirino
L’Iran ha risposto con attacchi missilistici e droni contro obiettivi militari e diplomatici nella regione.
- Droni avrebbero colpito l’ambasciata USA a Riad, causando danni limitati.
- Gli Emirati Arabi Uniti dichiarano di aver intercettato centinaia di missili e droni.
- Il Qatar afferma di aver abbattuto velivoli iraniani entrati nel proprio spazio aereo.
- Ieri sera colpito il consolato americano a Dubai
La guerra si sta quindi estendendo ben oltre il territorio iraniano.
Hormuz: il punto di rottura globale
Un consigliere delle Guardie Rivoluzionarie iraniane ha dichiarato che lo Stretto di Hormuz è “chiuso”, minacciando attacchi contro navi in transito.
Lo stretto è il passaggio strategico di circa un quinto del petrolio mondiale. Secondo fonti del settore assicurativo e marittimo, diverse compagnie avrebbero sospeso la copertura per le navi nel Golfo, con aumento immediato dei costi di trasporto.
Se confermata e mantenuta, la chiusura di Hormuz rappresenterebbe il punto di non ritorno economico della crisi. Ieri sera Il presidente statunitense Donald Trump ha ordinato che la marina americana scorti le petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, mentre Washington offrirà anche garanzie finanziarie e assicurazioni per il commercio marittimo nella regione.
La misura arriva dopo l’aumento dei rischi per la navigazione e il forte rialzo dei prezzi del petrolio seguito all’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran.
Trump: “La grande ondata deve ancora arrivare”
Il presidente Donald Trump ha dichiarato che la guerra potrebbe durare “quattro o cinque settimane o più” e non ha escluso un’invasione terrestre “se necessaria”.
Ha affermato che gli Stati Uniti agiranno “fino a neutralizzare completamente le capacità convenzionali e nucleari dell’Iran”.
Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha escluso un “nation building”, insistendo che “questa non sarà l’Iraq”.
Il Segretario di Stato Marco Rubio ha sostenuto che Washington fosse consapevole di un’imminente azione israeliana e abbia deciso di colpire per prima per evitare un attacco contro forze americane.
Oltre 50.000 soldati, 200 caccia e due portaerei partecipano all’operazione militare congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Il comandante del CENTCOM, generale Brad Cooper, ha parlato del più grande dispiegamento militare americano in Medio Oriente da una generazione.
Secondo Washington, sono stati colpiti quasi 2.000 obiettivi con oltre 2.000 munizioni. Teheran ha risposto lanciando più di 500 missili balistici e oltre 2.000 droni contro Israele e Paesi del Golfo.
Durante gli attacchi, sei militari statunitensi sono rimasti uccisi in un raid iraniano in Kuwait.
Le operazioni militari contro l’Iran avrebbero già causato perdite per quasi 2 miliardi di dollari alle forze armate statunitensi, secondo stime basate su dati open source. Tra i danni principali c’è un radar di allerta precoce da 1,1 miliardi di dollari colpito alla base di Al Udeid in Qatar.
Tre caccia F-15E sono stati inoltre abbattuti per errore dalla difesa aerea kuwaitiana. Altri attacchi iraniani avrebbero danneggiato infrastrutture militari e sistemi radar in Bahrain, Emirati Arabi Uniti e Iraq.
Teheran ha colpito almeno sette siti militari statunitensi nella regione dall’inizio dell’escalation.
Il fronte libanese si riaccende
In Libano si allarga il fronte della guerra.
Almeno 40 persone sono state uccise e 246 ferite negli attacchi israeliani da lunedì, secondo il Ministero della Salute libanese. Oltre 30 mila persone sono fuggite dalle proprie case e si trovano nei rifugi, mentre molte altre dormono in auto o restano bloccate nel traffico, senza un luogo sicuro dove andare.
Israele ha intensificato i bombardamenti colpendo quartieri residenziali nella periferia sud di Beirut, nel sud del Paese e nella valle della Beqa’a.
È stata colpita anche la sede dell’emittente Al Manar, vicina a Hezbollah. L’esercito israeliano ha emesso nuovi ordini di evacuazione per almeno 18 città e villaggi.
Nel frattempo, truppe israeliane sarebbero entrate nel Libano meridionale. L’UNIFIL conferma movimenti oltre confine. Il governo libanese ha ordinato a Hezbollah di disarmarsi e limitarsi all’attività politica, ma il gruppo sciita respinge la decisione.
L’esercito israeliano ha anche dato un ultimatum di 24 ore ai “rappresentanti del regime iraniano” ancora presenti in Libano: lasciare il Paese o essere colpiti.
Il portavoce militare Avichay Adraee ha dichiarato che, scaduto il termine, “non ci sarà luogo sicuro”. L’annuncio arriva dopo l’uccisione a Teheran di un comandante della Forza Quds e mentre proseguono raid israeliani in Libano, con decine di vittime. La tensione regionale continua a salire.
Il rischio è quello di un secondo fronte stabile mentre la guerra con l’Iran continua a espandersi.
Divisioni internazionali
Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha condannato l’operazione definendola una violazione del diritto internazionale e ha negato l’uso delle basi militari spagnole per attacchi contro l’Iran.
Emirati Arabi Uniti e Qatar starebbero cercando una via diplomatica per ridurre la durata del conflitto.
Il presidente turco Erdoğan ha parlato di “gravi conseguenze per la sicurezza regionale e globale”.
Dopo “bombardamenti limitati” che hanno preso di mira due basi militari francesi “nelle prime ore” del conflitto, Emmanuel Macron ha deciso di inviare rinforzi militari nella regione.
Lo ha annunciato in diretta tv dall’Eliseo lo stesso presidente francese, parlando di volontà di proiettare nella zona una forza “di difesa”.
Russia e Cina hanno criticato duramente gli attacchi lanciati da Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha chiesto la cessazione immediata delle operazioni militari, affermando che l’uso della forza rischia di aggravare la crisi e produrre conseguenze a lungo termine, interrompendo anche i negoziati tra Washington e Teheran che avevano registrato progressi.
Anche il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha avvertito che la guerra potrebbe provocare l’effetto opposto a quello dichiarato, spingendo l’Iran – e altri paesi della regione – a cercare armi nucleari.
Mosca sostiene inoltre di non aver visto prove che Teheran stesse sviluppando una bomba atomica e ha accusato Stati Uniti e Israele di un’aggressione militare non provocata che rischia di destabilizzare ulteriormente il Medio Oriente.
Palestina e Israele
GAZA: Nelle ultime 24 ore, i corpi di 18 palestinesi sono stati recuperati dalle macerie e trasferiti negli ospedali di Gaza. Almeno altre due persone sono rimaste ferite negli attacchi israeliani.
Il bilancio complessivo dal 7 ottobre 2023 è salito a 72.116 morti e 171.798 feriti, secondo il Ministero della Salute palestinese.
Dall’11 ottobre, primo giorno completo del cosiddetto cessate il fuoco, Israele avrebbe ucciso almeno 631 palestinesi e ferito 1.700 persone, mentre 753 corpi sono stati recuperati sotto le macerie.
La situazione umanitaria peggiora rapidamente. Dopo la reintroduzione dell’assedio totale, Gaza sta esaurendo carburante e scorte alimentari.
Secondo funzionari delle Nazioni Unite e autorità palestinesi, il carburante potrebbe durare solo pochi giorni. Israele ha annunciato la riapertura del valico di Kerem Shalom per un ingresso “graduale” di aiuti, senza indicare quantità precise.
CISGIORDANIA: In Cisgiordania occupata, coloni israeliani hanno ucciso due fratelli palestinesi nel villaggio di Qaryout. Altri tre membri della famiglia sono rimasti feriti e le ambulanze sarebbero state ritardate ai posti di blocco.
Emergono inoltre polemiche sul finanziamento da parte del Ministero degli Esteri britannico di un rapporto israeliano sulla violenza del 7 ottobre, descritto come “sistematica”, una definizione non corroborata da indagini indipendenti delle Nazioni Unite o di Amnesty International.
Norvegia
Il Parlamento norvegese ha approvato all’unanimità l’istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente per indagare sui rapporti tra autorità norvegesi e Jeffrey Epstein. La commissione avrà un mandato ampio e poteri estesi, con accesso a documenti anche coperti da obblighi di riservatezza.
La decisione segue la pubblicazione negli Stati Uniti di milioni di pagine di documenti legati al caso Epstein. Secondo quanto emerso, anche figure di alto profilo in Norvegia, tra cui l’ex premier Thorbjorn Jagland e la principessa ereditaria Mette-Marit, avrebbero avuto contatti con il finanziere.
Stati Uniti
Il presidente americano Donald Trump ha ricevuto alla Casa Bianca il cancelliere tedesco Friedrich Merz, ringraziando Berlino per il sostegno all’operazione militare di Stati Uniti e Israele contro l’Iran e per aver consentito l’uso di alcune basi militari.
Merz ha detto che Washington e Berlino condividono l’obiettivo di superare l’attuale regime iraniano, ma ha anche avvertito che la strategia militare comporta rischi. Il leader tedesco ha inoltre ribadito il sostegno all’Ucraina e la necessità di preservarne l’integrità territoriale.
Trump ha assicurato che la fine della guerra tra Russia e Ucraina resta una priorità e ha escluso di chiedere truppe tedesche per il conflitto con l’Iran.
Meno carino invece con Regno Unito e Spagna che non l’hanno assecondato e come un bambino capriccioso, Trump ha criticato il primo ministro britannico Keir Starmer per il limitato sostegno del Regno Unito agli attacchi statunitensi contro l’Iran, dicendo che “non è Winston Churchill”, in riferimento al leader britannico della Seconda guerra mondiale.
Trump ha anche annunciato l’intenzione di interrompere i rapporti commerciali con la Spagna dopo il rifiuto di Madrid di concedere l’uso delle sue basi militari per operazioni legate agli attacchi.
Starmer ha spiegato che Londra non ha partecipato perché non sostiene un cambio di regime ottenuto “dai cieli”.
Il leader democratico alla Camera, Hakeem Jeffries, guiderà questa settimana il sostegno alla War Powers Resolution, secondo quanto riferito da Drop Site News. La decisione segue le pressioni dell’ala progressista, che chiede di interrompere la linea che ha consentito ad alcuni democratici di sostenere provvedimenti dell’amministrazione Trump.
Quattro deputati – Greg Landsman, Tom Suozzi, Josh Gottheimer e Jared Moskowitz – si oppongono apertamente alla risoluzione. Secondo The Lever, avrebbero ricevuto complessivamente 1,7 milioni di dollari dall’AIPAC nell’ultimo ciclo elettorale. Il dibattito è previsto per mercoledì, con voto atteso giovedì.
L’ex presidente Bill Clinton ha testimoniato per oltre quattro ore davanti al Congresso nell’ambito dell’inchiesta sui file Epstein, diventando il primo ex presidente costretto a comparire. Ha confermato di aver volato sull’aereo privato di Jeffrey Epstein, ma ha ribadito di non aver mai avuto conoscenza dei suoi crimini e di non essere accusato di alcun illecito.
Durante l’audizione sono state mostrate fotografie, tra cui un’immagine di Clinton in una vasca idromassaggio in Brunei, che ha detto di non sapere fosse stata scattata. Ha inoltre dichiarato che Donald Trump “conosceva bene” Epstein, pur affermando di non aver mai avuto motivo di sospettare comportamenti illegali.
Anche Hillary Clinton ha testimoniato, chiedendo piena trasparenza dopo la diffusione di una foto dalla deposizione.
Messico
Nemesio Oseguera Cervantes, noto come “El Mencho”, è stato sepolto in un feretro dorato durante un funerale imponente celebrato vicino a Guadalajara, roccaforte del cartello Jalisco Nuova Generazione, da lui fondato. Il boss, 59 anni, è morto dopo essere rimasto ferito in uno scontro a fuoco con le forze speciali messicane.
La cerimonia si è svolta sotto stretta sorveglianza della Guardia Nazionale, mentre bande musicali suonavano rancheras e narcocorridos. La sua morte ha già provocato violenze in diversi Stati del Paese, con incendi e blocchi stradali.
Considerato per anni il narcotrafficante più ricercato del Messico, su di lui gli Stati Uniti avevano posto una taglia da 15 milioni di dollari. Ora cresce il timore di una lotta interna per il controllo del cartello.
Cuba
L’ambasciatore statunitense a L’Avana, Mike Hammer, ha dichiarato a Miami di ritenere che un cambio di governo a Cuba avverrà nel 2026. “La dittatura finirà”, ha detto durante un evento della Cuban American Bar Association, parlando di un clima sull’isola in cui, a suo dire, cresce l’aspettativa di cambiamento.
Intanto l’amministrazione Trump aumenta la pressione economica, bloccando forniture di petrolio e avviando contatti indiretti con ambienti vicini a Raúl Castro. Il governo cubano respinge le pressioni e cerca sostegno internazionale, anche attraverso il Vaticano.
Gli analisti restano divisi: c’è chi vede un regime sempre più isolato e vulnerabile, e chi ritiene che L’Avana punti a resistere fino alle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, mentre sull’isola cresce l’ansia per una crisi economica sempre più profonda.
Nel frattempo, Cuba ha iniziato marzo con una crisi energetica storica: un deficit elettrico superiore ai 2.000 megawatt ha lasciato fino al 64% dell’isola senza corrente, con blackout che durano anche 20 ore al giorno. Otto delle sedici centrali termoelettriche sono fuori servizio per guasti e carenza di carburante.
Il governo accusa le sanzioni statunitensi di aggravare la situazione, mentre esperti parlano di un sistema obsoleto e sottofinanziato che richiederebbe fino a 10 miliardi di dollari per essere modernizzato.
Il presidente Miguel Díaz-Canel ha invocato riforme urgenti, tra autonomia economica e nuove partnership, in un contesto di recessione e pressioni politiche crescenti da Washington.
Trinidad & Tobago
Trinidad e Tobago ha dichiarato un nuovo stato d’emergenza, a poco più di un mese dalla fine del precedente, per contrastare l’aumento della criminalità violenta. La premier Kamla Persad-Bissessar ha parlato di minacce credibili contro le forze dell’ordine e di un’escalation di sparatorie tra gang, che finora hanno causato 63 omicidi dall’inizio dell’anno.
Il provvedimento, inizialmente valido 15 giorni, consente arresti e perquisizioni senza mandato. Non è stato annunciato un coprifuoco, ma il settore turistico teme ricadute economiche.
L’opposizione accusa il governo di ricorrere a misure autoritarie invece di affrontare le cause strutturali del crimine.
Costa Rica
Il Tribunale Supremo delle Elezioni ha proclamato ufficialmente Laura Fernández presidente eletta del Costa Rica. La candidata conservatrice del partito Pueblo Soberano aveva vinto le elezioni del primo febbraio sfiorando il 49% dei voti e ottenendo la vittoria già al primo turno.
Fernández, considerata politicamente vicina all’attuale presidente Rodrigo Chaves, entrerà in carica l’8 maggio insieme ai vicepresidenti Francisco Ernesto Gamboa Soto e Douglas Soto Campos.
Sarà la cinquantesima persona a guidare il Paese e la seconda donna nella storia del Costa Rica a diventare presidente, dopo Laura Chinchilla nel 2010.
Ecuador
Il presidente ecuadoriano Daniel Noboa ha annunciato un coprifuoco notturno dal 15 al 31 marzo in quattro province – Guayas, Los Ríos, Santo Domingo de los Tsáchilas ed El Oro – nell’ambito di una nuova fase di operazioni militari e di polizia contro il crimine organizzato, con cooperazione degli Stati Uniti.
Il coprifuoco sarà in vigore dalle 23 alle 5. Noboa parla di “guerra contro il narcotraffico” e promette più armi e tecnologia alle forze di sicurezza.
L’Ecuador affronta un’escalation di violenza legata alle rotte della cocaina verso Nord America ed Europa.
Afghanistan e Pakistan
Proseguono per il quinto giorno consecutivo i combattimenti lungo i 2.600 chilometri di confine tra Afghanistan e Pakistan. Le autorità talebane e l’esercito pakistano affermano di aver colpito avamposti militari reciproci.
Funzionari afghani dichiarano di aver distrutto un carro armato pakistano e respinto velivoli nei pressi della base aerea di Bagram. Islamabad sostiene invece di aver colpito depositi di munizioni e un sito di droni a Jalalabad, affermando di aver ucciso 435 soldati afghani. Kabul parla di “pesanti perdite” inflitte al Pakistan, senza fornire cifre.
Nonostante l’offerta del Qatar di mediare, al momento non si registrano segnali concreti di de-escalation.
Sri Lanka
In Sri Lanka l’opposizione tenta di presentare l’aumento delle sparatorie e del crimine organizzato come una crisi di sicurezza nazionale. Nel 2025 si sono registrati 114 episodi con 60 morti, numeri in linea con gli anni precedenti. I leader dell’opposizione parlano di minaccia esistenziale e accusano il governo di debolezza.
Ma i sondaggi raccontano altro: secondo Verité Research, il 59% dei cittadini è soddisfatto della direzione del Paese e il 65% approva l’operato del governo, con valutazioni positive proprio sulla lotta a droga e criminalità.
Gli analisti spiegano che per trasformare un problema di ordine pubblico in “sicurezza nazionale” serve che l’opinione pubblica accetti la narrativa. Per ora, molti vedono la violenza come scontri tra gang, non come un pericolo per lo Stato.
Nepal
Nel remoto distretto di Humla, nel nord del Nepal, votare significa affrontare giorni di viaggio tra montagne innevate e strade impraticabili. Nel villaggio di Limi, a 3.700 metri vicino al confine con la Cina, alcuni residenti sono rientrati con largo anticipo per le elezioni parlamentari del 5 marzo, liberando con escavatori i tracciati ancora coperti di neve pur di garantire l’accesso ai seggi.
La legge nepalese non consente il voto fuori distretto o dall’estero: ogni cittadino deve votare nel luogo di registrazione, spesso il villaggio d’origine. Questo obbligo pesa soprattutto sulle comunità montane, dove il rientro può costare oltre 600 dollari e richiedere giorni di cammino o voli su piccoli aerei.
Sono circa 18,9 milioni gli elettori chiamati alle urne, in un voto che arriva dopo le proteste del 2025 e che potrebbe ridisegnare gli equilibri tra vecchi partiti e nuove forze politiche.
Cina
Secondo analisti statunitensi, l’operazione militare contro l’Iran potrebbe avere un effetto strategico che va oltre il Medio Oriente: indebolire la posizione della Cina nel sistema globale. Pechino dipende infatti fortemente dal petrolio iraniano a basso costo: circa il 90% del greggio esportato da Teheran finisce in Cina, spesso attraverso flotte di petroliere che aggirano le sanzioni.
Esperti ed ex funzionari americani sostengono che un eventuale collasso del regime iraniano ridurrebbe l’accesso di Pechino a queste forniture energetiche e indebolirebbe uno dei pilastri della sua rete di alleanze anti-statunitensi. Dal 2021, la partnership strategica tra Iran e Cina prevede investimenti per circa 400 miliardi di dollari nei settori energetico e infrastrutturale.
La Cina ha finora reagito solo con proteste diplomatiche agli attacchi USA-Israele. Alcuni analisti ritengono però che la vera posta in gioco sia globale: limitare l’influenza di Pechino e liberare risorse militari americane oggi impegnate in Medio Oriente, per concentrarle su quello che molti considerano il confronto strategico decisivo dei prossimi anni, quello con la Cina nel Pacifico e attorno a Taiwan.
Australia
La squadra femminile di calcio dell’Iran ha rifiutato di cantare l’inno nazionale prima della partita d’esordio alla Coppa d’Asia femminile in australia, rimanendo in silenzio mentre l’inno veniva suonato allo stadio di Gold Coast.
Il gesto è stato interpretato come una protesta silenziosa nel contesto della guerra in Medio Oriente e delle gravi tensioni politiche nel paese. Nonostante la sconfitta per 3-0 contro la Corea del Sud, l’atto delle giocatrici ha attirato l’attenzione internazionale e incoraggiamenti, con commenti di rispetto da parte delle avversarie.
L’Iran è l’unica squadra mediorientale qualificata al torneo, e le sue prossime partite saranno seguite con interesse sia sportivo sia politico nel contesto dello sforzo di dissenso delle atlete.
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