Dal colpo di Stato in Iran del 1953 al disordine globale
Scritto da Elena Pasquini in data Marzo 3, 2026
Un uomo malfermo, appoggiato a un bastone, Mohammad Mossadeq. Un vecchio aristocratico in abiti sobri, “che vive da asceta, vestito da povero”, così lo descriveva un resoconto dell’Istituto Luce.
È un parlamentare negli anni in cui l’Iran è una monarchia costituzionale guidata dallo scià Reza Pahlavi. Sarà primo ministro per una stagione brevissima.
Nel 1953, Mossadeq verrà deposto da un colpo di Stato.
È lì che bisogna tornare per leggere il presente, all’uomo che il vecchio scià della dinastia Qajar aveva insignito del titolo di Mossadegh-os-Saltaneh, colui che “è stato messo alla prova e si è dimostrato degno di affrontarla”, come ricordava ancora l’Istituto Luce.
Bisogna tornare al 1953, al petrolio, alla CIA, alla Guerra fredda, e a uno dei primi tentativi degli Stati Uniti, e dei suoi alleati occidentali, di cambiare la leadership o il regime di un paese dall’esterno dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Un vizio inguaribile, un copione che continua ad andare in scena come l’adattamento di una pièce teatrale di grande successo e dalle repliche infinite.
Cambia l’epoca, a volte il luogo, persino la strategia, ma conosciamo già tutti l’epilogo, drammatico. Che sia un’operazione segreta o una guerra aperta, la fine non è mai stata la pace.
Il 1953
Mohammad Mossadeq, una figura complessa e controversa di cui il New York Times si chiedeva se fosse “un profeta o un buffone”, è l’uomo che toglie agli inglesi il controllo del petrolio iraniano con la nazionalizzazione dell’Anglo-Iranian Oil Company, una sfida senza precedenti agli interessi occidentali.
È il 1951, e quel combustibile fossile è fortuna e maledizione della Persia.
Petrolio, ricchezze minerarie e una posizione geografica strategica su una delle più importanti rotte commerciali del pianeta fanno dell’Iran, da sempre, l’oggetto degli appetiti del resto del mondo. Il movimento nazionalista di Mossadeq è un’insopportabile spina nel fianco.
Quando arriva l’inviato americano del presidente Harry Truman, il diplomatico Averell Harriman, per tentare una mediazione tra Iran e Gran Bretagna che si rivelerà impossibile, le strade di Teheran sono piene di gente.
Ci sono scontri, morti, e una folla che grida il suo sostegno a quell’uomo sottile, il Primo Ministro convinto che “se gli iraniani prendessero il controllo dell’industria petrolifera, anche se tutti i nostri pozzi rimanessero inutilizzati, sarebbe meglio che se il governo britannico ci inondasse di sterline, usandole per corrompere il nostro establishment al potere.
Pertanto, noi iraniani dobbiamo cercare a ogni costo di liberarci dall’ombra nefasta delle compagnie petrolifere e di salvarci da loro”.
Nell’agosto 1953, l’Operazione Ajax, condotta dalla CIA e dall’MI6 insieme a elementi iraniani metterà fine al progetto di Mossadq e cambierà il corso della Storia, dando il via a una reazione a catena, i cui effetti riverberano ancora oggi nei boati che fendono l’aria del Medio Oriente, nei droni che cadono e nella guerra che si allarga.
Il colpo di Stato porterà prima alla destituzione di Mossadeq, poi al rafforzamento del potere di Reza Pahlavi il cui regime preparerà il terreno alla Rivoluzione islamica.
Il petrolio, che con Mossadeq aveva smesso di finire nelle mani inglese, tornerà in larga maggioranza in quelle straniere, in particolare statunitensi, che con cinque compagnie avranno il 40 percento della produzione del greggio iraniano.
Il Colpo di Stato del 1953 fu “un evento che plasmò le relazioni tra Stati Uniti e Iran per decenni, generando un immenso risentimento e un sospetto che persistono ancora oggi”, scriveva il Wilson Center nel 2017, quando l’Office of the Historian del Dipartimento di Stato americano pubblicava 375 documenti sui rapporti tra Stati Uniti e Iran tra il 1951 e il 1954.
Il petrolio da una parte, e la paura degli Stati Uniti che l’Iran potesse cadere sotto l’influenza del blocco comunista dall’altra, mossero la CIA, sotto la presidenza di Dwight D. Eisenhower, a liberarsi di Mossadeq.
“Dopo il colpo di Stato, lo Scià sarebbe emerso come il sovrano autoritario dell’Iran e avrebbe mantenuto il potere, spesso attraverso mezzi brutali, con il sostegno degli Stati Uniti”, scriveva ancora l’analista Gregory Brew.
La lunga ombra del colpo di Stato
È in questo clima di violenza, rancore, risentimento antioccidentale e profonda ineguaglianza sociale che maturano i semi di quella che sarà rivoluzione di Ruhollah Khomeini.
Il governo di Mossadeq, ultimo governo popolare e democratico, fu sostituito da “una dittatura che represse ogni forma di attività politica popolare, generando tensioni che contribuirono notevolmente alla rivoluzione iraniana del 1978-1979.
“Se Mossadeq non fosse stato rovesciato, la rivoluzione probabilmente non sarebbe scoppiata”, scrive Mark J. Gasiorowski sull’International Journal of Middle East Studies. O forse non avrebbe assunto le forme che oggi conosciamo.
Del regime dello Scià, l’Occidente mostrava allora solo il volto amico e rassicurante. L’ultima notte dell’anno, il 31 dicembre del 1977, il presidente Jimmy Carter, durante una cena di Stato a Teheran alzerà il suo calice per brindare all’amicizia tra i due alleati, all’Iran, “che grazie alla grande leadership dello Scià, è un’isola di stabilità in una delle aree più travagliate del mondo”.
In comune, entrambi, sostenne Carter, avevano, “profondamente condivisa”, la causa dei diritti umani. L’Iran di Carter era però lo stesso dove la famigerata polizia segreta Savak compiva un’opera spietata di repressione e dove le diseguaglianze si facevano sempre più acute.
In quel mondo diviso tra blocchi contrapposti, tra USA e URSS, Khomeini guardava, intanto, a un’altra frattura, quella da cui sarebbe nata la Rivoluzione: “Attraverso gli agenti che hanno messo al potere sulle persone, gli imperialisti ci hanno imposto un ordine economico ingiusto, e quindi diviso il nostro popolo in due gruppi: gli oppressori e gli oppressi.
Centinaia di milioni di musulmani sono affamati nonché privi di ogni assistenza sanitaria e istruzione, mentre una minoranza di ricchi e potenti vive una vita di indulgenza, licenziosità e corruzione. Gli affamati e i bisognosi hanno sempre lottato per liberarsi dall’oppressione dei loro saccheggiatori e padroni e la loro lotta continua fino ad oggi…”, scriveva Khomeini* negli anni 70.
È al 1953 che bisogna guardare, dunque, per ricordarci come un colpo di Stato, andato a segno con l’aiuto dell’Occidente, abbia fatto sentire i suoi effetti destabilizzanti per decenni e abbia contribuito a portarci sin qui, a portare l’Iran nella morsa di quel regime che oggi scatena le proteste delle piazze, di chi chiede libertà e diritti.
A dar retta alla Storia, la guerra di cui oggi siamo nuovamente testimoni, non sembra destinata però a soddisfare le aspirazione di quelle piazze neppure questa volta. Sembra destinata, invece, a riempirle soltanto di morti.
Il fallimento del “regime change”
La passione occidentale per il “regime change” è un vizio inguaribile, una coazione a ripetere, di cui si può stilare una lunga la lista. Dall’Iran in poi, da Panama, al Guatemala, alle innumerevoli operazioni coperte, dalle interferenze in Sudamerica a quelle in Asia.
Fino all’ Afghanistan, dopo gli attacchi dell’11 settembre, che con la sua lunga storia di invasioni e inutili conflitti armati, con i suoi vent’anni di guerra finiti con il ritorno dei Talebani, con i suoi morti e i feriti, gli invalidi e i mutilati, è il paese simbolo di tutti i fallimenti.
E poi, l’Iraq, la guerra della grande bugia per liberare il mondo dalla minaccia chimica: caduto Saddam Hussein, il paese è andato in frantumi. Come la Libia, divisa tra fazioni e governi rivali, Stato fallito senza più legge.
Guerre e interferenze hanno condotto a nuove guerre, alla proliferazione del terrorismo di matrice islamista o hanno semplicemente consegnato a mani diverse lo stesso potere autocratico.
Deposto Maduro dal Venezuela, le piazze di Caracas hanno fatto in tempo a gioire per un attimo appena, prima che fosse chiaro a tutti che la vecchia classe dirigente sarebbe rimasta al suo posto.
A osservare la Storia, gli esiti di ogni tentativo di interferire con le vicende interne di un paese sono stati quasi sempre solo caos, stabilità autoritaria, instabilità prolungata o un nulla di fatto, come in Afghanistan.
Eppure ogni volta si torna in scena, di nuovo
E sempre di più invocando la legittimità della violenza per una “nobile missione”, come Trump ha definito l’attacco all’Iran, Sempre con il nome di Dio tra le labbra, quel Dio che l’Occidente può invocare per le sue “giuste” guerre, ma che in bocca all’Oriente è solo oscurantismo.
È Dio che l’America scomoda quando ingaggia la sua lotta contro il male, non diversamente da quello che fanno coloro che chiama suoi nemici.
“Dio benedica l’America”, diceva George W. Bush annunciando la guerra in Afghanistan contro chi tesseva “piani malvagi”. È a Dio che Donald Trump affida la protezione degli “eroi ora in pericolo”, è in Dio che confida per il successo contro il “gruppo feroce” che può “destabilizzare la regione o il mondo”.
Entrambi, Bush e Trump, sembrano aver mandato a memoria le stesse battute, tramandate come un tempo le filastrocche. Entrambi mostrano al mondo di aver sempre teso la mano.
Raccontano di aver dato al nemico la chance di accettare le loro condizioni, a un nemico che si è sempre, invece, pervicacemente rifiutato di accettarle. Inevitabile, dunque, la lotta esistenziale a da cui il Bene non può esimersi per difendere la sicurezza e gli interessi degli Stati Uniti, e dell’Occidente, indicibilmente legati alla liberazione dei popoli in catene.
Anche se a leggere quella storia che da Mossadeq arriva fino a oggi, il contributo della guerra e della violenza, questo calpestare sistematico del diritto internazionale — che giustifica la forza unicamente per legittima difesa — ha generato solo catene più pesanti, imposto gioghi insostenibili a interi popoli.
“Al grande e orgoglioso popolo iraniano, stasera dico che l’ora della vostra libertà è vicina… Le bombe cadranno ovunque. Quando avremo finito, prendete il controllo del vostro governo. Sarà vostro. Questa sarà probabilmente la vostra unica possibilità per generazioni”, ha detto Trump.
“Il nome dell’operazione militare di oggi è Libertà duratura. Noi difendiamo non solo la nostra preziosa libertà, ma anche la libertà di tutti gli altri popoli a vivere e crescere i loro bambini liberi dalla paura… La pace e la libertà avranno la meglio. Che Dio benedica l’America”, disse allora Bush.
La forza non porta libertà
Non è arrivata la libertà in Afghanistan, non è mai arrivata ogni qualvolta he è stata usata la forza o l’interferenza violenta per cambiare regimi e ridisegnare la mappa del potere, degli equilibri globali.
Le conseguenze invece sono state pesantissime. Secondo i dati della Brown University, che analizza i costi della guerra, sono morte circa 940 mila persone solo nella violenza diretta successiva all’11 settembre in paesi come Iraq, Afghanistan, Siria, Yemen e Pakistan tra il 2001 e il 2023, mentre tra i 3,6 e i 3,8 milioni sono le vittime per cause indirette.
Senza contare i danni ambientali, economici, le violazioni indicibili dei diritti umani che sempre accompagnano i conflitti armati, e la destabilizzazione a lungo termine di intere regioni.
Il nome di Dio sembra sempre pronunciato invano.
*R. Khomeini, Islamic Government: Governance of the Jurist, tradotto da Hamid Algar, The Institute for Compilation and Publication of Imana Khomeini’s Works, 2001, p. 51, cit. da Marco Di Donato, Hezbollah: storia del partito di Dio, Mimesis 2025
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