La guerra contro l’Iran riaccende la questione curda
Scritto da Barbara Schiavulli in data Marzo 7, 2026
Nel bel mezzo della guerra che vede coinvolti Iran, Stati Uniti e Israele, un attore che da decenni vive ai margini delle cronache mediorientali è improvvisamente tornato sotto i riflettori: i curdi. Non perché abbiano aperto un nuovo fronte, ma perché il conflitto rischia di trasformare il Kurdistan – soprattutto quello iraniano – in uno dei nodi strategici della crisi.
I curdi sono il più grande popolo senza Stato al mondo: circa 30-35 milioni di persone distribuite tra Turchia, Iran, Iraq e Siria (stime diffuse da studi accademici e centri di ricerca come il Middle East Institute e Council on Foreign Relations). In Iran vivono circa 8 milioni di curdi, concentrati nelle province occidentali di Kurdistan, Kermanshah e West Azerbaijan.
Per decenni la questione curda in Iran è rimasta una tensione latente: ribellioni sporadiche, repressione statale, partiti clandestini e leadership in esilio. Ma l’attuale guerra ha improvvisamente riportato questa minoranza al centro delle strategie regionali.
Non solo per il loro peso demografico, ma per il ruolo che potrebbero giocare – o che altri attori potrebbero voler far loro giocare – nel confronto con Teheran.
Una lunga storia di repressione e ribellioni
Il rapporto tra lo Stato iraniano e i curdi è storicamente conflittuale. Il momento simbolo resta la Repubblica curda di Mahabad, proclamata nel 1946 nel nord-ovest dell’Iran.
Fu un esperimento politico brevissimo: uno Stato curdo sostenuto dall’Unione Sovietica e guidato dal Partito Democratico del Kurdistan Iraniano (PDKI), durò meno di un anno. Quando l’Armata Rossa si ritirò, Teheran riprese il controllo della regione e fece giustiziare i leader curdi.
Da allora la questione curda in Iran non è mai scomparsa. È rimasta una frattura permanente tra il potere centrale e una popolazione che rivendica autonomia politica, diritti culturali e riconoscimento linguistico.
Negli anni successivi alla rivoluzione islamica del 1979, i gruppi curdi tentarono nuove insurrezioni, represse duramente dalla Repubblica islamica. Molti leader e combattenti si rifugiarono oltre confine, soprattutto nel Kurdistan iracheno.
Il Kurdistan iracheno: retrovia della politica curda iraniana
Una delle ragioni per cui i curdi sono tornati al centro dell’attenzione è geografica e politica allo stesso tempo. Molti dei principali partiti curdi iraniani operano oggi dal Kurdistan Region of Iraq (KRI), l’area autonoma curda nel nord dell’Iraq.
Tra questi:
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PDKI – Partito Democratico del Kurdistan Iraniano
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Komala
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PJAK – Partito per una Vita Libera in Kurdistan
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Organizzazione Khabat
Questi gruppi mantengono basi politiche e, in alcuni casi, strutture armate nel Kurdistan iracheno, proprio per questo motivo Teheran accusa da anni Erbil e Baghdad di tollerare attività ostili lungo il confine.
Negli ultimi anni l’Iran ha già condotto attacchi con droni e missili contro basi curde nel nord dell’Iraq, sostenendo che ospitino gruppi armati anti-iraniani.
Gli attacchi iraniani e la pressione sul Kurdistan iracheno
Con l’escalation della guerra, questi attacchi sono aumentati. Secondo dichiarazioni pubbliche del governo regionale curdo, milizie irachene filoiraniane hanno lanciato razzi e droni contro infrastrutture civili ed energetiche nel Kurdistan iracheno.
Il vice capo di gabinetto del primo ministro regionale, Aziz Ahmad, ha denunciato sui social media che le milizie responsabili fanno parte dell’apparato statale iracheno e ha chiesto a Baghdad di intervenire contro quelli che ha definito “attori criminali sostenuti dallo Stato”.
La situazione è estremamente delicata: il Kurdistan iracheno è formalmente parte dell’Iraq, ma mantiene rapporti complessi sia con Teheran sia con Washington. Un’escalation rischierebbe di trascinare l’intera regione in una nuova fase del conflitto.
Il sospetto di un nuovo fronte contro Teheran
Negli ultimi giorni sono circolate numerose speculazioni sul fatto che gli Stati Uniti possano sostenere i gruppi curdi iraniani come parte della strategia contro la Repubblica islamica.
Alcuni media hanno riferito che Washington avrebbe contattato leader curdi del Kurdistan iracheno e di gruppi iraniani in esilio. Secondo questi report, agli interlocutori curdi sarebbe stato chiesto di chiarire la propria posizione rispetto al conflitto.
Non esiste però una conferma ufficiale di un piano militare in tal senso.
Diversi gruppi curdi iraniani hanno inoltre smentito le notizie secondo cui avrebbero già lanciato offensive contro Teheran, spiegando che nessuna decisione è stata presa.
Divisioni nel mondo politico curdo
Un altro elemento che rende la situazione imprevedibile è la mancanza di una posizione unitaria tra i diversi movimenti curdi.
Nel Kurdistan iracheno, ad esempio, esistono due grandi partiti dominanti:
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KDP – Kurdistan Democratic Party
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PUK – Patriotic Union of Kurdistan
Il leader del PUK Bafel Talabani, intervistato da Fox News il 6 marzo, ha dichiarato di non credere che l’Iran accetterà una “resa incondizionata” come ipotizzato da Donald Trump e ha suggerito che Teheran potrebbe invece cercare un accordo politico.
Il PUK è storicamente considerato più vicino all’Iran rispetto al rivale KDP, riflettendo le divisioni interne alla politica curda.
I partiti curdi iraniani: tra opportunità e timori
Nel frattempo i gruppi curdi iraniani stanno valutando la situazione con cautela. Il segretario generale dell’Organizzazione Khabat del Kurdistan iraniano, Babasheikh Hosseini, ha dichiarato ad Al Jazeera che esiste “una forte probabilità di azione” contro il regime iraniano, anche se non è stata ancora presa una decisione definitiva.
Secondo Hosseini, contatti indiretti con gli Stati Uniti ci sarebbero stati, ma non si sono svolti incontri diretti.
Al contrario, una delle correnti del movimento Komala, di orientamento comunista, ha espresso una posizione opposta. In una dichiarazione citata da Rojhelat Info, il gruppo ha avvertito che Washington e Israele potrebbero cercare di usare le milizie curde come forza di terra contro l’Iran.
Secondo Komala, questo trasformerebbe il Kurdistan nel principale campo di battaglia, mettendo a rischio la popolazione civile.
Un equilibrio fragile in una regione già esplosiva
Il risultato è un quadro estremamente complesso. Da una parte, la guerra ha riaperto una finestra politica per i movimenti curdi che da decenni combattono contro la Repubblica islamica, dall’altra, il rischio è che la questione curda diventi uno strumento nelle strategie delle potenze regionali e globali.
Il Kurdistan si trova ancora una volta in una posizione storica che conosce bene: quella di territorio conteso tra grandi interessi geopolitici.
Se i curdi decidessero di entrare nel conflitto contro Teheran, l’Iran potrebbe reagire con una repressione durissima nelle regioni occidentali del paese e con nuove operazioni militari oltreconfine, se invece restassero neutrali, la pressione esterna e le divisioni interne potrebbero comunque destabilizzare l’intera area.
Per ora, più che una nuova guerra curda, si intravede un momento di attesa strategica. Una pausa carica di tensione, in cui tutti osservano il prossimo passo degli altri.
Nella foto di copertina: curdi iracheni
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