Dal 2001, i paesi bombardati dagli USA

Scritto da in data Marzo 4, 2026

Dopo l’11 settembre 2001, Washington ha ribattezzato la sua risposta globale “guerra al terrore”. Da allora, a prescindere dai presidenti e dagli slogan (“fine delle guerre infinite”, “ritiro”, “reset”), la leva militare è rimasta lo strumento più usato per difendere interessi strategici, colpire nemici dichiarati, “contenere” rivali e mostrare forza.

Il risultato, misurabile, è questo: gli Stati Uniti hanno bombardato almeno 10 paesi dal 2001 — tra invasioni, campagne aeree, droni e raid — e la spesa stimata per le guerre post-9/11 arriva a circa 8.000 miliardi di dollari se si includono i costi futuri per i veterani.

Questa cifra, però, non racconta tutto: perché le guerre non finiscono quando si spegne la telecamera, e perché il costo vero — umano, sociale, politico — non sta solo nei bilanci.

I 10 paesi: dove gli USA hanno colpito dal 2001

Secondo un dossier pubblicato da Al Jazeera , gli Stati Uniti hanno bombardato almeno questi 10 Paesi dal 2001:

Afghanistan, Iraq, Yemen, Pakistan, Somalia, Libia, Siria, Venezuela, Nigeria e Iran.

La stessa fonte avverte che l’elenco potrebbe non includere tutte le azioni militari, soprattutto quelle coperte (operazioni speciali, raid non pubblicizzati, attività clandestine), Per esempio l’Ecuador in corso in questo momento.

Il prezzo: 5.800 miliardi già spesi, fino a 8.000 miliardi con i veterani

La stima “Cost of War”: la guerra che continua nei conti pubblici

Le stime più citate arrivano dal progetto Costs of War (Brown University, Watson Institute). In sintesi:

  • Spesa stimata già sostenuta: circa 5,8 trilioni di dollari per le guerre post-9/11 (con una scomposizione che include spese DoD, Homeland Security, aumenti del budget base del Pentagono, cure ai veterani e interessi sul debito).

  • Costi futuri per i veterani: almeno 2,2 trilioni nei prossimi decenni, portando il totale stimato attorno a 8 trilioni di dollari.

Su questo punto, Harvard (HKS) converge sull’ordine di grandezza: tra il 2001 e il 2050 i costi di cura e benefici per i veterani dei conflitti post-9/11 sono stimati tra 2,2 e 2,5 trilioni di dollari.

Il costo umano: “oltre 940.000 morti diretti” (senza contare gli indiretti)

Il progetto Costs of War stima che oltre 940.000 persone siano state uccise direttamente dalla violenza bellica nelle guerre post-9/11 (Iraq, Afghanistan, Siria, Yemen, Pakistan). Di queste, più di 432.000 sarebbero civili.

E attenzione: queste sono morti dirette. La parte che spesso scompare è quella delle morti indirette (crollo dei sistemi sanitari, fame, malattie, infrastrutture distrutte). Su questo, Al Jazeera — citando il Watson Institute — indica un range di 3,6–3,8 milioni di morti indirette, portando il totale (dirette+indirette) a circa 4,5–4,7 milioni.

Le “tre guerre” e le guerre senza dichiarazione

Afghanistan (2001–2021): la guerra più lunga

L’Afghanistan è stato l’inizio “formale”: Operazione Enduring Freedom, dal 7 ottobre 2001. Costi e vittime stimati dal progetto Costs of War:

  • circa 241.000 morti diretti (stima citata da Al Jazeera nel dossier 2026)

  • costo per gli USA stimato a 2,26 trilioni di dollari

La chiusura simbolica — ritiro nel 2021 e ritorno al potere dei talebani — è diventata anche la fotografia di un paradosso: spesa enorme, obiettivi dichiarati non raggiunti in modo duraturo.

Iraq (dal 2003) e l’eredità che non si è mai spenta

L’Iraq è la seconda frattura: guerra avviata nel 2003 sulla base dell’accusa (poi rivelatasi infondata) di armi di distruzione di massa.

E anche dopo il ritiro ufficiale, la traiettoria non si è chiusa: la guerra contro l’ISIS, il rientro militare, i bombardamenti in Iraq e Siria come “un unico teatro”.

Le guerre “a bassa visibilità”: droni e raid

Pakistan, Somalia, Yemen sono l’altra faccia: operazioni spesso presentate come “mirate”, in cui il confine tra guerra e antiterrorismo si sfuma. Al Jazeera descrive l’espansione delle campagne di droni e raid in questi Paesi a partire dagli anni 2000.

Libia (2011) e Siria (dal 2014): interventi che cambiano i Paesi, non risolvono i nodi

In Libia, gli USA entrano nella cornice NATO del 2011; in Siria, dal 2014, la campagna aerea contro l’ISIS si innesta su una guerra civile già devastante.

E poi: Venezuela, Nigeria, Iran. Quando la lista si aggiorna in tempo reale

Qui il punto è semplice: se si guarda solo Afghanistan e Iraq, ci si perde la parte più attuale della storia.

  • Venezuela: secondo Al Jazeera (31 dicembre 2025), gli USA hanno confermato un attacco a una struttura di attracco in Venezuela, inserito in una campagna più ampia nel mar dei Caraibi legata alla narrativa sul narcotraffico. E poi il 3 gennaio 2026 con la presa del presidente Nicolas Maduro.

  • Nigeria: il Washington Post riporta strike contro lo Stato Islamico in Nigeria (menzionati come avvenuti il giorno di Natale) nel quadro delle operazioni autorizzate da Trump nel suo secondo mandato.

  • Iran: il dossier di Al Jazeera include l’Iran tra i Paesi bombardati dal 2001, nel contesto dell’attuale escalation militare USA-Israele.

Questi tre casi dicono qualcosa di più grande: la guerra non è più (solo) “una guerra”, è un metodo ricorrente — con teatri che si aprono e si richiudono, spesso senza una dichiarazione formale e con giustificazioni che cambiano nome a seconda della stagione politica.

Ma qual è il prezzo reale?

Sul prezzo economico, le stime di Brown/Costs of War sono chiare: migliaia di miliardi già spesi e una coda lunghissima di spesa pubblica, soprattutto legata ai veterani.

Sul prezzo umano, il numero “940.000 morti diretti” è già una voragine; ma è la voce “indiretti” — milioni — a ricordare che la guerra non uccide solo con le bombe, ma anche con la distruzione lenta dei servizi essenziali.

E sul prezzo politico non esiste un contatore affidabile: due decenni di precedenti, ogni “intervento mirato” rende più facile il successivo, ogni eccezione diventa normalità.

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