4 settembre 2025 – Notiziario Africa
Scritto da Elena Pasquini in data Settembre 4, 2025
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“Per essere santi, bisogna aver mangiato” recita un proverbio camerunense.
“Ciò che lavora la terra è ciò che sta nello stomaco” dicono i Dogon del Mali.
Saggezza antica, saggezza africana, saggezza universale che ci ricorda cosa c’è alla radice della vita, e che possiamo aver tutti i “gioielli del mondo”, ma esser niente se non abbiamo nulla in tavola.
È con la fame che si fa la guerra, testimonia drammaticamente il Sudan.
Ed è da qui che iniziamo per un’edizione dedicata al cibo e all’agricoltura, dal Sudan dove si muore di fame e dove il conflitto armato distrugge un già fragile sistema agricolo che come in tutta l’Africa subsahariana conta sul lavoro delle donne.
Sulla condizione delle donne in agricoltura fa luce un nuovo rapporto della FAO.
Andremo poi nelle Isole Comore dove un prezioso profumo mette a rischio la foresta.
In Iraq per raccontare la storia di una rivolta africana.
E di nuovo in Sudan, questa volta alla ricerca della sua stupefacente tradizione gastronomica.
Sudan
È con la fame che la guerra uccide in Sudan, non solo con le armi, facendo del suolo terra sterile, delle strade che conducono ai mercati, vicoli ciechi o trappole, costringendo i pastori a cercare altri pascoli.
Non c’è cibo nel Paese che dalla primavera del 2023 è sconvolto da un conflitto armato fratricida: l’esercito sudanese guidato da Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan contro le Forze di supporto rapido, i paramilitari comandati da Mohamed Hamdan Dagalo.
Non era una terra generosa neppure prima, troppo fragile, troppo povera.
Ma adesso il Sudan non dà più frutto.
E a pagare il prezzo più alto sono le donne, quelle che in tutta l’Africa sono più di tutti chine nei campi.
Una recente indagine dell’organizzazione umanitaria Care fa luce sulla silenziosa fatica degli agricoltori sudanesi che continuano a lavorare contro ogni aspettativa “per mantenere la produzione locale e i mezzi di sussistenza agricoli, fornendo un’ancora di salvezza inestimabile per le loro famiglie e comunità”, come racconta il rapporto realizzato nel Darfur Orientale, Darfur Meridionale e Kordofan Meridionale, in un Paese dove la guerra ha “avuto un impatto catastrofico sulla sicurezza alimentare” e dove gli aiuti trovano troppo spesso la strada sbarrata.
L’indagine è stata condotta su 492 agricoltori tra il 21 marzo e il 15 aprile 2025.
Il dato sorprendente è che l’87,3% dei rispondenti sono state donne.
“Questa prevalenza”, scrivono gli analisti, è determinata dal fatto che “gli uomini migrano sempre più spesso per opportunità di reddito alternative e molti sono riluttanti a interagire con persone o attività esterne per paura di persecuzioni o per via dei gruppi armati”.
«Ci manca la manodopera perché i giovani sono fuggiti o si sono uniti alle milizie. Quello che riusciamo a coltivare non basta più per sfamare le nostre famiglie» ha raccontato un contadino.
Nel centro agricolo di Managil, nello stato di El Gezira, a sud della capitale Khartoum, gli agricoltori lamentano un forte calo della produzione dovuto all’occupazione dell’area da parte della Forza di Supporto Rapido.
“Da quando le RSF hanno conquistato la capitale dello stato, Wad Madani, alla fine del 2023, le consegne di sementi e fertilizzanti, che ricevevano come pagamento per i raccolti, sono cessate. La situazione è stata aggravata da piogge irregolari, inondazioni e inondazioni, che hanno distrutto raccolti e campi” scrive l’Agenzia Fides.
I prezzi di sementi e fertilizzanti sono aumentati anche di sei volte, triplicato il costo dell’aratura.
Secondo Hussein Saad, rappresentante dell’associazione di agricoltori di Gezira e Managil, le RSF avrebbero anche imposto nuove tasse sul raccolto.
A minare l’agricoltura sudanese, spiega Care, è “la difficoltà di raggiungere i terreni coltivabili a causa della violenza legata al conflitto e l’impatto psicologico della paura…. Insicurezza, carenza di manodopera e stress finanziario hanno spinto gli agricoltori a ridurre l’uso delle terre coltivabili”.
A pagare un prezzo altissimo anche la pastorizia che “plasma l’economia di tutta la regione del Sahel, da est a ovest, come metodo di allevamento del bestiame legato anche alle identità delle culture locali” come ricorda l’Agenzia Fides.
In molti hanno dovuto lasciare il Paese, superare i confini sudanesi per sopravvivere.
Donne e agricoltura
Nell’Africa subsahariana le donne sono metà della forza lavoro in agricoltura, eppure restano ai margini, silenziose, ininfluenti, invisibili, il contributo del loro lavoro sottostimato.
«I sistemi agroalimentari dell’Africa subsahariana sono alimentati dal lavoro informale, domestico e di sussistenza delle donne.
Sono necessari investimenti e politiche abilitanti per creare più posti di lavoro formali e retribuiti per le donne, e i programmi di protezione sociale devono essere ampliati per salvaguardare i mezzi di sussistenza delle donne» ha affermato Abebe Haile-Gabriel, Vicedirettore Generale della FAO e Rappresentante Regionale per l’Africa, nel presentare gli esiti di uno studio, “The Status of Women in Agrifood Systems in Sub-Saharan Africa”, pubblicato martedì dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, dal Natural Resources Institute dell’Università di Greenwich, e dall’African Women in Agricultural Research and Development.
In una regione del mondo che ha assistito a un forte aumento dell’insicurezza alimentare nell’ultimo decennio, tre donne che lavorano su quattro producono cibo.
E sono sempre di più.
Donne “portatrici di cultura, conoscenza e coesione sociale all’interno dei sistemi agroalimentari”, ma che vivono profonde disuguaglianze, prima fra tutte l’accesso alla proprietà della terra.
“In 28 dei 33 paesi dell’Africa subsahariana per i quali sono disponibili dati sulla proprietà dei terreni agricoli, gli uomini hanno maggiori probabilità delle donne di possedere terreni o di detenere diritti fondiari garantiti.
Barriere sistemiche limitano l’accesso delle donne non solo alla terra, ma anche all’acqua e alle foreste, necessarie per il benessere e il sostentamento loro e delle loro famiglie” scrivono i ricercatori.
Eppure ci sono ragioni di speranza.
«Nell’Africa subsahariana sono già in atto cambiamenti positivi che affrontano direttamente le disuguaglianze che affliggono le donne di diverse fasce della regione, come l’azione collettiva per i diritti delle donne sulla terra, la lotta alla violenza di genere e la leadership nei movimenti agroecologici e nella governance delle risorse naturali.
Sebbene ci sia ancora molta strada da fare, questi cambiamenti possono migliorare i mezzi di sussistenza e il benessere delle donne, nonché garantire che le loro priorità siano rappresentate in modo più significativo nei processi decisionali» ha sottolineato Lora Forsythe, Professoressa Associata di Genere, Disuguaglianze e Sistemi Alimentari presso l’NRI.
Comore
Isole vulcaniche nell’Oceano Indiano, tra le coste del Mozambico e il Madagascar, le Isole Comore hanno meno di un milione di abitanti, ma almeno 10.000 produttori vivono del commercio di un olio profumato estratto da un fiore giallo che ha la forma di una stella.
Il 60% dell’Ylang-ylang viene da qui, da queste isole che producono anche vaniglia e chiodi di garofano.
“Migliaia di donne trascorrono le loro giornate sotto il sole raccogliendo fiori da vendere al chilo ai distillatori.
Come protezione solare indossano la tradizionale maschera msindanu, ottenuta strofinando il legno di sandalo sul corallo.
I distillatori estraggono solitamente l’olio di ylang-ylang utilizzando una tecnologia di alambicchi vecchia di decenni, che richiede fino a 300 kg di legno per l’estrazione di un solo chilo di olio” racconta The Continent.
Un olio prezioso che, insieme alla ricerca di terre coltivabili in questo piccolo paese densamente popolato, è causa però di una imponente deforestazione.
Le Comore, dal 1995, hanno perso buona parte della loro foresta, l’80%.
Nell’isola di Anjouan,“solo le foreste più remote sono sfuggite a decenni di deforestazione” scrive Premium Beauty, rivista specializzata sull’industria cosmetica.
E aggiunge: la “deforestazione sta devastando le montagne di Anjouan, ma sta anche prosciugandone i fiumi”.
«Nel 1925 c’erano 50 fiumi con un forte flusso d’acqua durante tutto l’anno» ha affermato Bastoini Chaambani, della ONG per la protezione ambientale Dayima, che lo scorso anno ha lanciato un programma di riforestazione.
«Oggi, ci sono meno di 10 fiumi che scorrono ininterrottamente».
Per l’estrazione dell’olio essenziale serve legna.
Negli ultimi anni, però, “alcuni produttori stanno cercando di limitarne l’uso, come Mohamed Mahamoud, 67 anni, che ha affermato di aver dimezzato il consumo di legna migliorando la sua attrezzatura. «Ora utilizzo alambicchi in acciaio inossidabile di terza generazione, con un forno migliorato dotato di porte e camini» ha detto Mahamoud, che coltiva e distilla ylang-ylang vicino alla città di Bambao Mtsanga da quasi 45 anni” racconta ancora Premium Beauty.
“Per evitare di invadere la foresta, la maggior parte del suo legno proviene ora da alberi di mango e di albero del pane che coltiva lui stesso”.
Iraq e la Storia
In una pianura alluvionale nel sud dell’Iraq sono state create migliaia di creste e canali per la coltivazione della terra.
Furono realizzata sfruttando il lavoro degli schiavi, schiavi arrivati dall’Africa in quel commercio di esseri umani che fu tragica ragione di ricchezza per la della Mesopotamia.
Schiavi che a un certo punto si ribellano e che a lungo, benché senza prove concrete, sono stati considerati causa del declino della città di Bassora e dell’intera regione.
Un’indagine archeologica pubblicata sulla rivista Antiquity getta nuova luce su questa pagina di storia.
«Per la prima volta, il nostro studio archeologico offre una cronologia più precisa dell’epoca in cui l’agricoltura si diffuse in questo territorio.
Ciò consente anche di comprendere l’impatto che la rivolta Zanj (nel IX secolo), ebbe sulla regione» scrive Peter J. Brown onorario in Archeologia all’Università di Durham, su The Conversation.
«Muri abbandonati e in erosione costellano la pianura alluvionale dello Shatt al-Arab, il fiume che si forma alla confluenza del Tigri e dell’Eufrate…. Tra queste formazioni, si possono rintracciare i resti di canali prosciugati e di canali d’acqua secondari più piccoli e adiacenti» scrive Brown.
«Non sappiamo cosa venisse coltivato, forse cereali come orzo o grano, forse datteri o canna da zucchero.
Sappiamo però che a lavorare questa terra c’erano uomini provenienti dall’Africa, insieme ad alcuni contadini locali.
“Zanj” è un termine arabo usato durante il Medioevo per indicare la costa swahili dell’Africa orientale, sebbene fosse utilizzato anche per indicare l’Africa in senso più generale.
Di conseguenza, gli Zanj sono stati generalmente considerati collettivamente come un popolo schiavizzato deportato nell’Iraq meridionale dall’Africa orientale» spiega Brown.
«Sappiamo poco di cosa facesse il gruppo noto come Zanj prima della rivolta dell’869…. Alcuni erano impegnati in compiti come il trasporto della farina. Altri erano dispersi in gruppi di 50-500 persone in campi di lavoro nella pianura alluvionale.
Non sono disponibili dettagli relativi alla vita all’interno di questi campi, ma le fonti scritte suggeriscono che gli schiavi fossero trattati male dagli “agenti” che li supervisionavano», aggiunge.
«Con la rivolta di Zanj grandi gruppi di schiavi si ribellarono al Califfo Abbaside, gettando l’Iraq del Sud nel caos, anche se oggi, gli esiti delle nuove ricerche, aggiungendo nuove informazioni a ciò che sappiamo di questo evento storico, dimostrano che non fu soltanto questa la causa dell’abbandono, che le ragioni profonde di questo declino restano ancora ignote» aggiunge.
Cucina sudanese
Salse, insalate, pani, cereali, zuppe, stufati, carne e germogli, verdure, dolci, biscotti, budini e bevande.
In oltre cento ricette, lo chef e archivista britannico-sudanese Omer Al Tijani ci conduce attraverso i percorsi affascinanti e tortuosi della cucina del suo paese, grazie a un libro, “The Sudanese Kitchen”, «rappresentazione provocatoria della diversità culturale» come Al Tijani lo definisce sul suo sito da cui tutto è nato.
Provocatoria in questi tempi di guerra, nel Sudan «intriso da decenni di oppressione».
Ci sono ricette, con piatti spesso trascurati ma custoditi dalle comunità fuori dalla capitale, aneddoti e storie personali.
«Mi definisco chef come titolo onorario, perché ho sviluppato molte competenze durante la realizzazione di questo libro», racconta Omer Al Tijani a OkayAfrica, perché non è diventato chef grazie ad una vera formazione ma con l’esperienza sul campo.
Lontano dal Sudan, in Inghilterra, Al Tijani voleva ritrovare le sue radici e ha iniziato a cercare, anche se non è stato facile.
“«È un peccato che una cucina e una cultura così ricche non siano accessibili al pubblico» ha pensato, aprendo un account sui social media, raccontando i suoi viaggi in Sudan e catalogando ciò che aveva mangiato lì” racconta OkayAfrica.
Nel suo libro, oggi, un’antica cultura, tante ricette con ingredienti semplici per mettersi alla prova con una cucina che è fusion per natura, con influenze mediorientali, turche, mediterranee, suggestioni dall’Africa occidentale.
Ricette di casa, ma anche ricette lontane che giungono da ogni lembo di questo vastissimo paese. «Mi sono reso conto che non potevo escludere altre cucine che compongono la cucina sudanese, soprattutto quando il governo e la popolazione sudanese a volte emarginano queste comunità» ha detto a OkayAfrica.
«Rifiuto il razzismo, il colorismo e il tribalismo associati a queste parti della società e volevo creare una mappa gastronomica olistica del Sudan».
Ora dunque, non resta che mettersi ai fornelli e celebrare la mescolanza.
Foto in copertina: Philippe Baret – Unsplash
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