9 marzo 2026 – Notiziario Mondo

Scritto da in data Marzo 9, 2026

  • Medio Oriente, scelta la nuova guida suprema, Israele e Usa continuano a bombardare e l’Iran a rispondere.
  • Libano, il fronte che rischia di allargare la guerra.
  • Cisgiordania, coloni armati uccidono tre palestinesi.
  • Dal rap al governo, il Nepal cambia volto. Bangladesh chiude le scuole per risparmiare energia.
  • Kenya, alluvioni devastanti: almeno 42 morti

Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli

Medioriente

Teheran si è svegliata ieri sotto una pioggia nera e tossica dopo gli attacchi israeliani contro diversi depositi di carburante che hanno provocato incendi durati ore.

Spesse colonne di fumo hanno coperto la capitale iraniana, una città di quasi 10 milioni di abitanti, mentre residenti hanno raccontato difficoltà a respirare e pioggia contaminata dal petrolio caduta anche a decine di chilometri di distanza.

La Mezzaluna Rossa iraniana ha avvertito che le precipitazioni potrebbero essere acide e pericolose, con rischi di ustioni chimiche alla pelle e danni ai polmoni.

L’esercito israeliano ha dichiarato di aver colpito depositi di carburante legati ai Guardiani della Rivoluzione, sostenendo che fossero utilizzati per rifornire strutture militari.

Un segno di come la guerra stia iniziando a colpire non solo obiettivi strategici, ma anche l’ambiente e la vita quotidiana di milioni di persone.

Gli Israeliani hanno colpito 30 depositi di carburante iraniano, azione che è  andata ben oltre quanto previsto dagli Stati Uniti quando ne erano stati informati in anticipo, segnando il primo grande disaccordo tra i due alleati dall’inizio della guerra

La guerra tra Stati Uniti, Israele contro l’Iran entra nella sua seconda settimana e il fronte militare si concentra sempre più su Teheran e sui centri del potere della Repubblica islamica.

Secondo quanto dichiarato dall’esercito israeliano, nelle ultime ore sono state completate diverse ondate di bombardamenti nella capitale iraniana.

Gli obiettivi dichiarati includono l’Agenzia spaziale iraniana, infrastrutture dei Guardiani della Rivoluzione e una base dei Basij, la milizia paramilitare legata al regime. Attacchi sono stati segnalati anche nell’Iran occidentale e centrale.

In Iran, l’Assemblea degli Esperti ha scelto Mojtaba Khamenei, figlio dell’ayatollah Ali Khamenei ucciso all’inizio della guerra, come nuovo Guida Suprema della Repubblica islamica.

Il religioso, 56 anni, considerato molto vicino ai Guardiani della Rivoluzione, assume la guida del Paese mentre gli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran sono entrati nel decimo giorno.

La scelta ha suscitato critiche anche all’interno del Paese, dove alcuni temono che la successione ereditaria trasformi la leadership religiosa in una sorta di dinastia.

Il presidente americano Donald Trump ha definito la nomina “inaccettabile”, avvertendo che il nuovo leader “non durerà a lungo”, mentre Israele lo considera già un possibile obiettivo militare.

Mojtaba Khamenei avrà ora il controllo delle forze armate e delle decisioni sul programma nucleare iraniano, in uno dei momenti più pericolosi della storia recente del Medio Oriente.

Nel frattempo il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha risposto alle dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump, che aveva suggerito un coinvolgimento americano nella scelta del nuovo leader iraniano.

In un’intervista alla trasmissione Meet the Press della NBC, Araghchi ha affermato che la decisione spetta “solo al popolo iraniano”, ricordando che gli iraniani hanno già eletto l’Assemblea degli Esperti proprio per questo compito.

Poco dopo queste dichiarazioni, i media iraniani hanno riferito di un’esplosione nella città santa di Qom, dove l’assemblea sarebbe riunita per discutere la successione. Le cause dell’esplosione, al momento, non sono state chiarite.

Sul piano umanitario, il bilancio continua a crescere. Secondo il ministero della Salute iraniano, dall’inizio della guerra sono state uccise più di 1.200 persone, tra cui circa 200 bambini e 200 donne. Numeri che non possono essere verificati in modo indipendente ma che indicano comunque l’impatto crescente dei bombardamenti.

La Mezzaluna Rossa iraniana ha inoltre chiesto al procuratore della Corte penale internazionale dell’Aia di aprire un’indagine su presunti attacchi contro aree residenziali e strutture mediche attribuiti a Stati Uniti e Israele.

Questa guerra, insomma, non si combatte soltanto nei cieli dell’Iran ma anche sul terreno della legittimità politica. Perché colpire la catena di comando di un Paese significa tentare di ridisegnarne il futuro.

E sempre nelle stesse ore l’Iran ha continuato a lanciare missili verso Israele, mentre il conflitto tra Teheran, Israele e Stati Uniti continua a ridisegnare il panorama della sicurezza in Medio Oriente.

Secondo i servizi di emergenza israeliani, una nuova raffica di missili iraniani ha colpito domenica il centro del Paese provocando cinque feriti. Tra loro c’è un uomo sulla quarantina che, secondo i soccorritori, è in condizioni gravi.

La polizia del distretto di Tel Aviv ha riferito che in diversi punti di impatto sarebbero cadute munizioni a grappolo, mentre in altri casi i danni sarebbero stati causati da frammenti degli intercettori del sistema di difesa aerea israeliano.

Il ministero della Salute israeliano ha dichiarato che dall’inizio della guerra 1.836 feriti sono stati trasportati negli ospedali del paese. Secondo dati governativi e agenzie di stampa ufficiali, 27 persone sono state uccise dagli attacchi iraniani dall’inizio delle ostilità, il 28 febbraio.

Nel frattempo l’esercito israeliano sta preparando la popolazione e le strutture militari alla possibilità di una nuova escalation. Secondo funzionari dell’IDF, nonostante negli ultimi giorni il numero di raffiche di missili sia leggermente diminuito, Israele ritiene possibile che Teheran intensifichi di nuovo gli attacchi.

Dall’altra parte, la leadership iraniana cerca di definire la propria strategia militare come una risposta mirata.

Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha chiesto scusa ai paesi del Golgo ha dichiarato che l’Iran non sta attaccando i paesi della regione, ma che i veri obiettivi sono le basi militari statunitensi, considerate da Teheran “obiettivi legittimi”.

Una linea ribadita anche dai Guardiani della Rivoluzione, che domenica hanno affermato che il 60% degli attacchi effettuati finora è stato diretto contro basi americane e interessi strategici degli Stati Uniti, mentre il 40% avrebbe preso di mira Israele.

Questa distinzione, però, cambia poco per chi vive sotto le sirene. In Israele, come in Iran, la guerra è ormai entrata nella quotidianità: rifugi, allarmi, intercettazioni nel cielo e l’attesa, ogni giorno, della prossima raffica di missili.

Ed è proprio questa normalizzazione della guerra il segnale più inquietante: quando gli attacchi diventano routine, significa che il conflitto sta smettendo di essere un episodio e sta diventando una nuova fase stabile della crisi mediorientale.

Intanto, Gli Emirati Arabi Uniti hanno dichiarato domenica che le loro difese aeree hanno distrutto 16 missili balistici e intercettato 113 droni iraniani durante una serie di attacchi.

Un cittadino indiano e uno bengalse sono rimasti uccise domenica dopo che un proiettile militare è caduto in una zona residenziale dell’Arabia Saudita, ferite altre dodici persone.

Un attacco con un drone iraniano all’alba di lunedì ha ferito 32 civili a Sintra, in Bahrein.

Quattro di loro sono in gravi condizioni, secondo quanto riportato dal Ministero della Salute, dalla Bahrain News Agency e Afp.

Il presidente francese Emmanuel Macron visiterà Cipro il 9 marzo dopo l’attacco con drone che ha colpito una base britannica sull’isola nei giorni scorsi, nel contesto della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran.

La Francia ha inviato nel Mediterraneo orientale la portaerei Charles de Gaulle, insieme a navi e sistemi di difesa aerea, per rafforzare la sicurezza nella regione.

Macron incontrerà oggi il presidente cipriota Nikos Christodoulides e il premier greco Kyriakos Mitsotakis per mostrare solidarietà e discutere delle tensioni nel Mediterraneo.

A Cipro cresce la protesta contro le basi militari britanniche dopo l’attacco con droni alla base della RAF Akrotiri.

Migliaia di persone sono scese in piazza a Nicosia gridando “fuori le basi della morte”, chiedendo la chiusura delle installazioni militari.

I manifestanti temono che la presenza delle basi britanniche possa trascinare l’isola nel conflitto più ampio legato alla guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran.

Petrolio

La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran comincia a colpire anche il mercato energetico. In Iraq la produzione di petrolio è crollata di quasi il 60%, passando da circa 3,3 milioni a 1,3 milioni di barili al giorno, secondo il ministero del Petrolio.

Il calo è legato soprattutto alla riduzione delle esportazioni dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz.

Intanto attacchi con droni hanno colpito infrastrutture vicino a Bassora e nel Kurdistan iracheno, costringendo alla sospensione della produzione in alcuni campi petroliferi.

Un segnale di quanto l’escalation regionale stia iniziando a colpire anche gli equilibri energetici globali.

Libano

Il ministro libanese degli Affari sociali ha annunciato che oltre mezzo milione di persone sono state registrate come sfollate dallo scoppio della nuova guerra tra Israele e Hezbollah.
In una conferenza stampa, Haneen Sayed ha dichiarato che il numero totale di persone che hanno registrato i propri nomi su un sito web affiliato al ministero ha raggiunto le 517.000 unità, di cui 117.228 si trovano nei rifugi governativi.

Il Libano continua a essere uno dei fronti più pericolosi e instabili della regione. Gli scontri tra l’esercito israeliano e Hezbollah proseguono senza sosta, alimentando il timore che la guerra possa trasformarsi definitivamente in un conflitto regionale.

L’esercito israeliano ha annunciato la morte di un proprio soldato durante i combattimenti nel sud del Libano.

Si tratta del sergente Maher Khatar, 38 anni, ucciso sabato durante un’operazione militare. Le autorità israeliane hanno riferito che nello stesso scontro è rimasto ucciso anche un altro soldato, il cui nome non è stato ancora reso pubblico.

Nel frattempo l’IDF continua a emettere ordini di evacuazione per diverse aree del sud del Libano e per la periferia sud di Beirut, Dahiyeh, considerata una roccaforte di Hezbollah e uno dei principali centri operativi del movimento sciita.

Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa ufficiale libanese NNA, nelle ultime ore attacchi israeliani su Beirut e sul sud del paese hanno provocato 32 morti, tra cui anche bambini.

Fonti ufficiali israeliane sostengono che gli attacchi avessero come obiettivo figure di alto livello legate alla Forza Quds, l’unità d’élite dei Guardiani della Rivoluzione iraniani incaricata delle operazioni all’estero e del coordinamento con gruppi armati alleati nella regione, tra cui proprio Hezbollah.

Sul piano militare Israele afferma di aver intensificato significativamente le operazioni. Secondo l’IDF, negli ultimi sette giorni sono stati colpiti circa 600 obiettivi legati alle infrastrutture di Hezbollah e sarebbero stati uccisi 200 combattenti del gruppo.

Le cifre diffuse dal Libano raccontano però un impatto molto più ampio sulla popolazione civile. Il ministero della Salute libanese riferisce che 394 persone sono state uccise negli attacchi israeliani questa settimana, tra cui 83 bambini.

Come spesso accade in guerra, i numeri forniti dalle diverse parti non possono essere verificati in modo indipendente in tempo reale. Ma il quadro generale è chiaro: il Libano sta pagando un prezzo umano crescente mentre la guerra tra Israele e Iran si espande.

Ed è proprio questo il rischio più grande. Hezbollah non è solo una milizia locale: è il principale alleato regionale dell’Iran. Se il confronto militare dovesse intensificarsi ulteriormente, il fronte libanese potrebbe trasformarsi da teatro secondario a uno dei centri della guerra in Medio Oriente.

Palestina e Israele

Gaza: A Gaza la guerra continua a colpire anche lontano dai grandi titoli internazionali. Nelle ultime ore due palestinesi sono stati uccisi e altri sono rimasti feriti in un nuovo bombardamento israeliano sulla città di Gaza.

Secondo fonti mediche locali, l’attacco avrebbe colpito un veicolo civile, provocando diverse vittime e feriti tra le persone presenti nella zona.

Il raid arriva mentre la violenza nella Striscia non si è mai davvero fermata, nonostante il cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti entrato in vigore nell’ottobre 2025. Negli ultimi mesi le autorità sanitarie locali riferiscono centinaia di morti palestinesi in operazioni militari israeliane, mentre Israele accusa i gruppi armati di continuare a pianificare attacchi.

E mentre il Medio Oriente è ora dominato dalla guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran, a Gaza la popolazione continua a vivere sotto bombardamenti sporadici, in una guerra che, per molti, non è mai davvero finita.

Cisgiordania: Mentre l’attenzione internazionale resta concentrata sulla guerra tra Israele e Iran, la violenza continua anche in Cisgiordania, dove nelle ultime ore un nuovo episodio ha riacceso le tensioni tra coloni israeliani e comunità palestinesi.

Secondo il ministero della Salute dell’Autorità Nazionale Palestinese, tre palestinesi sono stati uccisi durante la notte nel villaggio di Abu Falah, a nord-est di Ramallah. Altre sette persone sono rimaste ferite, tra cui quattro colpite da arma da fuoco, e sono state trasportate negli ospedali della zona.

Secondo ricostruzioni diffuse da fonti palestinesi, l’attacco sarebbe avvenuto intorno alle due del mattino, quando un gruppo di coloni israeliani, alcuni dei quali con il volto coperto e armati anche di bastoni, avrebbe fatto irruzione nel villaggio. Gli abitanti avrebbero cercato di respingere l’incursione, dando origine a scontri.

Video diffusi sui social e ripresi dai media locali mostrerebbero anche l’uso di gas lacrimogeni sparati da un veicolo militare nelle strade del villaggio.

Secondo le stesse fonti, i soldati israeliani sarebbero arrivati sul posto circa quaranta minuti dopo l’inizio degli scontri.

Un responsabile della sicurezza israeliana ha dichiarato al quotidiano Haaretz che l’esercito ha avviato un’indagine per chiarire quanto accaduto. L’IDF ha affermato in una nota di “condannare con forza ogni forma di violenza”.

Il comandante del Comando Centrale dell’esercito israeliano ha definito l’episodio “inaccettabile”, aggiungendo che ci sarà “tolleranza zero verso civili che prendono la legge nelle proprie mani”.

La Cisgiordania, tuttavia, vive da mesi una crescita costante della violenza tra coloni israeliani, esercito e comunità palestinesi. E mentre la guerra con l’Iran domina le prime pagine, il conflitto sul terreno tra israeliani e palestinesi continua a produrre morti quasi quotidiane, spesso lontano dai riflettori internazionali.

Kenya

In Kenya continua a salire il bilancio delle vittime delle gravi inondazioni provocate dalle piogge torrenziali degli ultimi giorni. Secondo la polizia, almeno 42 persone sono morte da venerdì.

La situazione più critica è nella capitale Nairobi, dove si contano 26 vittime. Le acque hanno travolto quartieri bassi e insediamenti informali, sommergendo case e trascinando via veicoli mentre i fiumi uscivano dagli argini.

Le squadre di emergenza stanno continuando le operazioni di ricerca e soccorso nella città e nelle aree circostanti.

Il ministro dei Servizi pubblici Geoffrey Ruku ha dichiarato che il governo coprirà le spese mediche per i feriti e i costi dei funerali per le famiglie colpite.

Le inondazioni hanno causato danni diffusi a abitazioni, strade e infrastrutture, mentre le autorità continuano a evacuare residenti dalle zone ancora allagate.

Francia

L’8 marzo, Giornata internazionale della donna riconosciuta dalle Nazioni Unite dal 1977, è stata celebrata in tutto il mondo tra manifestazioni, iniziative sociali e richieste di diritti. Il 2026 segna il 115º anniversario della ricorrenza, che quest’anno ha come tema “Give to Gain”, con l’obiettivo di sostenere organizzazioni impegnate sui diritti delle donne.

Proteste e marce si sono svolte in molte città: da Karachi in Pakistan a Istanbul, fino a Berlino, dove circa 20 mila persone sono scese in piazza contro la violenza di genere.

In Brasile, le manifestazioni hanno denunciato i femminicidi dopo il caso di una ragazza di 17 anni vittima di uno stupro di gruppo a Rio de Janeiro.

E a Gaza le donne hanno camminato per le strade distrutte cercando i loro figli dispersi. “I dispersi non sono numeri, sono i figli di madri che li aspettano”, hanno gridato. E al mondo intero chiedono ancora una volta: dove sono i nostri figli?

Secondo dati delle Nazioni Unite, nel mondo una donna o una ragazza viene uccisa ogni dieci minuti da un partner o da un familiare. Numeri che ricordano come l’8 marzo resti non solo una celebrazione, ma soprattutto una richiesta globale di diritti e sicurezza.

Norvegia

La polizia norvegese sta indagando su un’esplosione avvenuta domenica mattina all’esterno dell’ambasciata statunitense a Oslo, la capitale del paese scandinavo, hanno riferito i funzionari.

Non sono stati segnalati feriti. La polizia di Oslo ha ricevuto segnalazioni di un “forte botto” o di un’esplosione intorno all’una di notte, ha dichiarato la polizia di Oslo in un comunicato stampa.

Secondo Frode Larsen, capo dell’unità congiunta per le indagini e l’intelligence della polizia di Oslo, l’esplosione è stata causata da un ordigno incendiario. Gli investigatori ritengono che l’obiettivo fosse l’ambasciata e stanno cercando i colpevoli e il loro movente.

Ucraina e Russia

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha accusato la Russia di sostenere militarmente l’Iran nella guerra in Medio Oriente. Nel suo discorso serale, Zelensky ha dichiarato che ci sarebbero informazioni di intelligence secondo cui Mosca starebbe fornendo dati utili a Teheran per regolare gli attacchi contro obiettivi americani nella regione.

Secondo il leader ucraino, ci sarebbero anche componenti di fabbricazione russa nei droni Shahed utilizzati negli attacchi in Medio Oriente, gli stessi droni che Mosca ha impiegato più volte nella guerra contro l’Ucraina.

Zelensky ha sostenuto che Russia e Iran agiscono ormai in modo coordinato, alimentando conflitti sia in Europa sia in Medio Oriente.

Per questo ha ribadito la necessità di rafforzare la difesa aerea, ringraziando i paesi che sostengono il programma internazionale che permette all’Ucraina di acquistare missili per i sistemi Patriot.

Il messaggio politico è chiaro: per Kiev la sicurezza dell’Europa e quella del Medio Oriente sono sempre più collegate. E fermare la cooperazione tra Mosca e Teheran, secondo Zelensky, è ormai una questione che riguarda entrambe le guerre.

Stati Uniti

Tensione a New York, dove la polizia ha dichiarato che un ordigno artigianale è stato lanciato durante una protesta davanti alla residenza del sindaco Zohran Mamdani, a Gracie Mansion.

Il dispositivo, un barattolo riempito con dadi, bulloni e viti, avrebbe potuto provocare gravi ferite o morti, ma si è spento prima di esplodere.

Secondo la polizia, l’ordigno è stato lanciato durante scontri tra un piccolo gruppo di manifestanti di estrema destra e un contro-protesta molto più numerosa.

Due persone sono state arrestate, mentre l’FBI e il Dipartimento di Giustizia stanno collaborando alle indagini.

America Latina e Caraibi

Donald Trump ha riunito più di una dozzina di leader dell’America Latina e dei Caraibi nel suo resort di Doral, in Florida, per lanciare una nuova iniziativa di sicurezza regionale chiamata Americas Counter-Cartel Coalition.

L’obiettivo, secondo la Casa Bianca, è coordinare operazioni militari e di intelligence contro i cartelli della droga e le reti criminali transnazionali, che Washington considera una delle principali minacce alla stabilità del continente.

Al vertice hanno partecipato, tra gli altri, il presidente argentino Javier Milei, quello salvadoregno Nayib Bukele e il presidente dell’Ecuador Daniel Noboa. In tutto 17 paesi hanno firmato la dichiarazione congiunta.

L’iniziativa riflette la nuova linea della politica estera statunitense sotto la seconda amministrazione Trump: maggiore presenza militare nella regione e un ritorno dell’America Latina al centro della strategia di sicurezza di Washington.

Colombia

Milioni di colombiani sono andati alle urne per le elezioni legislative e per le primarie presidenziali che definiranno la corsa alla successione del presidente Gustavo Petro.

Gli elettori hanno rinnovato 286 seggi del Congresso e scelto i candidati dei principali schieramenti in vista delle presidenziali di maggio.

Nel campo della destra ha vinto la senatrice Paloma Valencia, sostenuta dall’ex presidente Álvaro Uribe, mentre le primarie di centro e sinistra hanno registrato una partecipazione molto più bassa.

Il nuovo Parlamento appare fortemente frammentato, con la sinistra del Pacto Histórico e l’opposizione del Centro Democrático come blocchi principali.

L’affluenza si è fermata a circa il 48%, segno di una partecipazione ancora limitata in un passaggio cruciale per la politica colombiana.

Bangladesh

Il Bangladesh ha ordinato la chiusura delle istituzioni educative in tutto il Paese come misura d’emergenza per ridurre il consumo di energia, mentre la crisi globale legata alla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran continua a mettere sotto pressione i mercati del petrolio.

La decisione riguarda università pubbliche e private, scuole internazionali e centri di preparazione, che da lunedì dovranno sospendere le attività didattiche.

Il ministero dell’Istruzione ha anticipato anche l’inizio delle vacanze per l’Eid-ul-Fitr, nel tentativo di ridurre l’uso di elettricità in aule, laboratori e dormitori e limitare i consumi di carburante legati agli spostamenti di studenti e insegnanti.

Secondo il governo, queste misure servono a stabilizzare il sistema energetico mentre le tensioni in Medio Oriente continuano a provocare forti oscillazioni nei prezzi dell’energia a livello globale.

Nepal

n Nepal potrebbe arrivare al potere un volto completamente nuovo della politica. L’ex rapper Balendra Shah sembra destinato a diventare il prossimo primo ministro dopo la netta vittoria del suo partito alle elezioni generali.

Il Rastriya Swatantra Party, il partito fondato da Shah, ha conquistato 117 dei 165 seggi eletti direttamente nel Parlamento federale del Nepal ed è in vantaggio in altri otto collegi ancora da assegnare. I risultati finali, che includono anche i seggi distribuiti con il sistema proporzionale, saranno annunciati nei prossimi giorni.

Shah ha 35 anni e fino a pochi anni fa era conosciuto soprattutto come rapper. Il suo ingresso in politica è arrivato nel 2022, quando è stato eletto sindaco di Kathmandu, la capitale.

La sua popolarità è cresciuta soprattutto durante le proteste del settembre 2025, quando migliaia di giovani sono scesi in piazza contro la legge voluta dall’allora primo ministro KP Sharma Oli che vietava l’uso dei social media. Quelle proteste si sono rapidamente trasformate in una contestazione più ampia contro la corruzione e il sistema politico del Paese.

La repressione del governo provocò 19 morti tra i manifestanti, mentre settimane di disordini portarono a un bilancio complessivo di circa 70 vittime e infine alle dimissioni del governo.

Ora Shah promette un cambiamento radicale: la creazione di 1,2 milioni di posti di lavoro, un aumento del reddito pro capite da 1.447 a 3.000 dollari e nuove reti di protezione sociale, tra cui un sistema di assicurazione sanitaria.

Resta da vedere se l’energia che lo ha portato dalla musica alla politica riuscirà davvero a trasformarsi in governo. Ma una cosa è certa: in Nepal una nuova generazione sta bussando con forza alla porta del potere.

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