Colpevole di autogol

Scritto da in data Agosto 3, 2019

Un autogol che vale una vita

Nell’elenco dei dieci assassini di celebrità più odiati al mondo c’è il nome del colombiano Humberto Munoz Castro il quale, nella notte del 2 luglio del ’94, nei pressi del parcheggio del bar Padua di Medellín, uccide con una sventagliata di mitra Andres Escobar, calciatore, difensore del Nacional di Medellín e della Nazionale colombiana, assassinato poco dopo il campionato del mondo del 1994 deciso, in senso negativo, da un suo fatale autogol. Il suo assassino, ex guardia giurata, a detta dei telegiornali dell’epoca, prima di sparare gli urla “Gooool!”.

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Anno 1994, Stati Uniti d’America, campionati del mondo di calcio, i famosi USA 94 della finale Brasile Italia persa dall’Italia per 3-2 ai calci di rigore dopo lo zero a zero dei tempi regolamentari e supplementari. La nazionale colombiana, guidata da Francisco Maturana, si presenta all’appuntamento come una delle possibili finaliste. Dieci punti sui dodici disponibili conquistati nel girone di qualificazione. Una difesa rocciosa al limite dell’impenetrabile e un attacco niente male, capace di rifilare cinque picchi all’Argentina,  qualificatasi ai mondiali in extremis, grazie a un gol di Batistuta nello spareggio contro l’Australia. Oltre ad avere una buona squadra, la Colombia è anche fortunata: le avversarie pescate dall’urna dei sorteggi sono Romania, Svizzera e Stati Uniti e di queste quattro, ben tre passeranno alla fase successiva. Il gioco è fatto penserete voi, la strada verso la fase a eliminazione diretta è pressoché spianata. E invece no. La Colombia vince solamente l’ultima, inutile, partita contro la Svizzera per 2-0 ma perde le altre due: 3-1 con la Romania e 2-1 con gli Stati Uniti. In questa partita, in realtà, il paese ospitante segna un solo goal con Stewart al 52’ mentre la Colombia ne fa due: Andres Escobar aveva segnato la prima marcatura… ma nella sua porta.

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La carriera di Escobar

Andrés Escobar nasce il 13 marzo 1967 a Medellìn, città che tra gli anni Settanta e Ottanta è il regno del narcotraffico mondiale e della produzione di cocaina. La sua non è una famiglia che possiamo definire povera e Andres, nonostante tutto, vive un’adolescenza tranquilla e riceve una buona istruzione. In campo sportivo, esordisce non ancora ventenne nell’Atlético Nacional, la squadra della sua città. È un susseguirsi di buone prestazioni che lo fanno eleggere beniamino dei tifosi che lo soprannominano “el caballero del fútbol” ed anche, quasi fosse una sorta di ironica premonizione, “el inmortal número dos”. Il 24 maggio 1988 appena ventunenne esordisce con la sua nazionale e segna di testa nel prestigioso palcoscenico di Wembley contro l’Inghilterra. Nella stagione successiva alza al cielo la Copa Libertadores con la maglia dell’Atlético e giunge a un passo dalla vittoria della Coppa Intercontinentale. La partita, contro il Milan di Sacchi, molto tattica e piuttosto noiosa, viene decisa da un calcio di punizione di Evani all’ultimo minuto del secondo tempo supplementare. Una delle prime evidenze del famoso “cul de Sac”.

La Colombia a USA 1994

Ritorniamo al campionato del mondo del ’94 e all’entusiasmo che ruota intorno ai Los Cafeteros, epiteto della nazionale colombiana che deriva dal fatto che la Colombia è una delle nazioni con la più alta produzione e migliore qualità di caffè al mondo. In quegli anni la Colombia vanta anche un altro primato mondiale: quello della cocaina. È da poco tempo che Pablo Escobar è stato ucciso dalla polizia e, con la scomparsa del più forte cartello della droga, quello di Medellin, si aprono nuovi e inquietanti scenari nel mondo del narcotraffico che, si diceva a quei tempi, investe nel Mondiale del ’94 ingentissime somme di denaro (sporco) nell’ambito delle scommesse (clandestine). Puntano forte e puntano sicuri sul passaggio della Colombia alle fasi successive ma, come detto, le cose si mettono subito male; grazie a una rete e due assist del “Maradona dei Carpazi” Gheorghe Hagi, la Colombia perde la prima e subito montano le polemiche. E anche le minacce. A proposito di minacce: cinque ore prima della partita decisiva contro gli Stati Uniti al Fullerton, l’hotel dove alloggia la squadra colombiana, arriva un fax, ovviamente anonimo o, se preferite, non firmato che recita:

“se gioca Gomez, faremo saltare in aria la sua casa e quella di Maturana”.

Risultato: Gomez fuori squadra e ritorno in patria anticipato. Questo per darvi un’idea del clima che si respira in Colombia a ridosso della gara con gli Stati Uniti. Veniamo al campo: il fattaccio avviene al minuto 35: lo statunitense John Harkes crossa dalla tre quarti ed Escobar, nel tentativo di anticipare Stewart, appostato sul secondo palo, si allunga in scivolata e devia il pallone nella sua porta spiazzando il proprio portiere. Gli Stati Uniti sono in vantaggio e raddoppiano nel secondo tempo con Stewart; a nulla vale la tardiva rete di Valencia che accorcia solamente le distanze. Al triplice fischio dell’italiano Fabio Baldas il tabellone recita Stati Uniti 2, Colombia 1. L’avventura della nazionale colombiana termina il 22 giugno 1994 a Pasadena. Dopo 10 giorni dalla fine di quella partita Andres Escobar viene ucciso. Come detto le indagini portano all’arresto di Munoz che viene condannato a 43 anni e 5 mesi di reclusione. In realtà di anni ne sconta circa 11 perché viene rilasciato per buona condotta nel 2005. Il movente, invece, è ancora tutto da definire, anche se il collegamento con il narcotraffico e le scommesse clandestine è più di una semplice ipotesi.

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Il calcio sudamericano: molto più di uno sport

Se tutto questo vi sembra esagerato o forzato e vi state chiedendo se sia veramente possibile morire per un autogol vi cito brevemente qualche altra notizia riferita sempre al calcio in Colombia e alla stretta commistione con i cartelli del narcotraffico e la criminalità di quegli anni: Renè Higuita, portiere reso famoso per la sua “mossa dello scorpione”, fu ospite delle patrie galere per sette mesi, accusato di aver partecipato come intermediario al rapimento della figlia di un riccone locale che avrebbe dovuto finanziare la squadra dell’Atlético National di Medellin. C’è anche la storia del LiFuCol, il cui acronimo si può tradurre in Pulizia del Calcio Colombiano. In realtà dietro questa organizzazione c’era il cartello rivale di Pablo Escobar, quello di Cali che arrivò a minacciare di morte il tecnico della nazionale colombiana, Maturana, se avesse convocato giocatori della squadra dell’Antioquia. Maturana non gli diede retta e ne convocò tre: vi ricordate il fax di cui abbiamo parlato? Oppure il rapimento del figlio di Luis Fernando Herrera, nazionale colombiano che fu costretto a un appello televisivo per riavere il bambino. E ancora l’assassinio, nel novembre del 1995, del ventitreenne difensore della squadra dell’Envigado, freddato in un quartiere nella zona est di Medellin per mano di due sicari che gli spararono davanti casa. Questo per darvi l’idea che il calcio, in Colombia, non è solo uno sport. Mi fa piacere chiudere citando le parole di Andres Escobar, pronunciate dopo la gara con gli Stati Uniti al quotidiano El Tiempo

Pero por favor, que el respeto se mantenga… Un abrazo fuerte para todos y para decirles que fue una oportunidad y una experiencia fenomenal, rara, que jamás había sentido en mi vida. Hasta pronto porque la vida no termina aquí.

Sì, credo abbiate intuito il significato delle ultime parole: «A presto, perché la vita non finisce qui».

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