Essere una seconda generazione

Scritto da in data Maggio 31, 2024

di Ami Kida

Paola Egonu, una tra le più famose pallavoliste italiane, ha querelato il generale Vannucci che nel suo libro diceva che i tratti somatici dell’atleta, non rappresentano l’italianità. A questo proposito, si è aperto un dibattito tra prime e seconde generazioni.

Alcune persone delle prime generazioni di immigrati sostengono che le seconde generazioni non sono pronte ad affrontare il razzismo e che molto spesso vogliono talmente essere riconosciuti come italiani da quasi vergognarsi delle proprie origini e del paese dal quale arrivano i loro genitori.

Amina Kida ha incontrato alcuni giovani delle seconde generazioni per capire perché hanno lottato tanto per essere visti come italiani, e se si scontrano con le loro origini.

Danielle Madam, la pesista

Danielle Madam  è una pesista italiana, cinque volte campionessa di lancio del peso. Ha ottenuto la

Danielle Madam

cittadinanza da poco ed è stata protagonista di uno sfogo in cui si denunciava la facilità in cui i calciatori, soprattutto quelli di Serie A, hanno ottenuto la cittadinanza con vie favorevoli e molto veloci.

Dopo un episodio di razzismo, il sindaco del suo paese ha preso le sue difese, mandando una lettera presidente in Mattarella riconoscendo a Danielle Madam la cittadinanza italiana.

Danielle Madam è nata in Camerum ed è arrivata in Italia a sette anni. Ha sempre sostenuto di essere italiana, “chi nasce e cresce in un paese, amando la cultura, la società e leggi é italiana”.

Ritiene di non avere nulla di diverso rispetto ai suoi compagni di scuola. L’unica differenza è che non ha avuto le stesse opportunità per andare avanti, soprattutto a livello professionale ed agonistico, che la cittadinanza italiana le avrebbe garantito.

Per questo ci teneva tantissimo ad avere una certificazione riconosciuta, perché in questo paese lei era cresciuta e non si sentiva diversa dagli altri .

Questo non significa che Danielle non ami le sue origini camerunensi, un paese dove va spesso, e ne ama la cultura così come ama quella italiana e non trova difficile barcamenarsi tra i due mondi, amandoli entrambi.

Luca Neves, il fantasma

Luca Neves è nato e cresciuto a Roma, da genitori capoverdiani e si è sempre sentito italiano. A 18 anni,

Luca Neves

per un cavillo burocratico, la documentazione per l’archivio della cittadinanza è stata presentata in ritardo di due giorni.

Da lì inizia il suo calvario. Per 15 anni vive come un fantasma, in maniera irregolare sul territorio italiano.

Luca lotta, vorrebbe essere riconosciuto italiano, come tutti i suoi compagni di scuola. Voleva gli stessi diritti, anche semplicemente una tessera sanitaria, un codice fiscale, qualsiasi cosa che lo potesse rendere visibile nel paese dove è nato.

Dopo 15 anni di battaglie, Luca si innamora di una ragazza italo-francese, potrebbe sposarsi e avere subito un permesso di soggiorno, ma non è così che vuole essere italiano.

Luca desidera che i sacrifici dei suoi genitori, che gli hanno comprato penne e quaderni per studiare, siano riconosciuti, che il paese in cui è nato lo riconosca.

15 anni per avere il primo permesso di soggiorno. Luca ama Capoverde, il paese d’origine, la sua seconda casa, un paese che lo accompagnerà, per sempre, e di sicuro non si dimenticherà mai da dove proviene, ma lui è italiano e scivola tra i due mondi senza vergognarsi.

Ha fatto di tutto per essere riconosciuto come italiano e ci é riuscito con molti sforzi.

Il dilemma delle seconde generazioni

“Alcune seconde generazioni, però pur di essere italiani, pur di integrarsi, a volte dimenticano le proprie origini. Ad esempio, non parlano la lingua del paese dei loro genitori, di allontano di proposito dalla cultura di origine, si tuffano nel dialetto di dove vivono per essere in tutto e per tutto visti come del posto dove sono cresciuti”, spiega Luca.

“E’ una ricchezza in più essere anche copoverdiano, perché grazie a questo parlo due lingue, posso cantare in due lingue, posso cucinare nelle cucine di due paesi diversi”.

Edwige Guiebre

E’ una pedagogista* , autrice del libro “la tata marrone”: “Non dobbiamo conformarci, mettendo in atto processi di di delocalizzazione, oppure di rinegozione della cultura di origine o culture di origine dei genitori ma adottare un modello dello scambio culturale.

Vivere in sintonia tra la cultura del paese di origine e quello dove si è nati, paese ospitante. Altrimenti, si rischia di ricadere nella marginalità, non aver nessun punto riferimento oppure un modello su cui basarsi. Attenzione a voler qualunque costi essere italiani.

Si è italiani, ma anche cittadini del mondo”.

Foto di copertina: Foto di Sam McNamara su Unsplash

Aminata Kida

Nata in Mali nel 1982, amante di viaggi e avventure, come fece l’homo sapiens, dice lei,  immigrò con i suoi genitori in Europa, “ma non ho perso la melanina, come i miei nobili antenati.

A casa mi chiamavano la “giornalista impicciona” e del suo impicciarsi ne ha fatto una professione.

L’amore per i viaggi l’ha portata a laurearsi alla Sapienza di Roma in Scienze del Turismo.

Quello per la Storia l’ha portata a diventare una guida turistica e conoscere tanta gente curiosa come lei. Ormai romana de Roma, non chiede di meglio che raccontare al pubblico di Radio Bullets le storie più interessanti possibili in cui si imbatte.

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