Storie dalla Colombia | Harold Montúfar, un uomo di pace – II^ parte

Scritto da in data Agosto 3, 2022

«Sono stato sequestrato sette volte, trattenuto dalla Procura in tre occasioni, sono stato minacciato di morte otto volte, e per tutto questo tempo non ho vissuto. Sono dovuto scappare da una città all’altra, ho avuto paura per la mia famiglia. La Procura mi ha negato per dieci anni i diritti politici. Gestire tutto questo non è stato per niente facile e, come per me, non è stato facile per le altre persone a cui è toccata la stessa sorte o forse peggio, perché questi non possono raccontare ciò che sto raccontando io, essendo stati presi, o esiliati, o assassinati». Harold Montúfar Andrade, difensore dei diritti umani, ex sindaco di Samaniego, cittadina vulnerabile al confine tra Colombia ed Ecuador, è uno dei coordinatori del “Pacto local de paz” tra la società civile e i gruppi armati. Valentina Barile lo ha incontrato in Colombia insieme alla ong italiana Oikos, e ne parla su Radio Bullets.

Doppiaggio: Alessandro Salas. Mediazione: Anna Paola Tarulli.

Ascolta il podcast

L’uomo

«Non è stato facile essere uno dei coordinatori del ‘Pacto Local de Paz’ perché sono stato frainteso dallo Stato, che mi ha perseguitato, e sono stato frainteso anche dai comandanti dei gruppi armati, l’ELN, le FARC, il Bloque Libertadores del Sur, che non hanno compreso il messaggio né l’intento, che era quello di una equa distribuzione del denaro attraverso una democrazia partecipativa con un bilancio pubblico condiviso a cui ho cominciato a lavorare nel 2004, dal mio mandato di sindaco di Samaniego. La prima cosa che fecero i gruppi armati fu di dichiararmi obiettivo militare. Mi fecero capire chiaramente: “Non devi candidarti perché ti uccidiamo”. Questo perché io, in campagna elettorale, promuovevo il Pacto Local de Paz e dicevo che il denaro doveva essere ben distribuito attraverso un bilancio condiviso, per evitare che i politici corrotti del Municipio rubassero, come erano abituati a fare, e distribuissero i soldi pubblici tra i loro amici, parenti e gruppi armati. Il nostro piano amministrativo rispettava le regole del Buen Vivir della cosmovisione andina: Ama Lulla, Ama Quella, Ama Sua, cioè “non rubare, non mentire, non essere pigro”». Harold Montúfar continua a raccontare la sua storia, siamo nell’Espacio educativo para la paz y el buen vivir a Samaniego, istituto costruito da Oikos e gestito in cooperazione dalla stessa con l’Instituto Alexander von Humboldt. In questo podcast Radio Bullets pubblica la seconda parte della sua storia.

Samaniego, Colombia – Espacio educativo para la paz y el buen vivir

La società civile

«Nel marzo del 2004, fui sequestrato dalle FARC mentre stavo facendo il primo consiglio sul bilancio pubblico condiviso. Mi presero, mi misero in macchina portandomi con loro — tutto questo accadeva davanti alla polizia — e mi condussero in una casa con due o tre guardie. Si fece notte e arrivò l’ELN per sequestrarmi, mentre ero già prigioniero delle FARC. Ci fu una disputa tra di loro e fui portato dall’ELN in riva al fiume per essere giustiziato. Non credevano che fossi sotto sequestro delle FARC e nemmeno che fossi il sindaco di Samaniego, ma erano fermamente convinti che appartenessi all’esercito e infatti, mentre stavano per spararmi, gli dissi “Per favore, non uccidetemi, io sono il sindaco di Samaniego, mi hanno sequestrato le FARC”, e mi tolsi il cappello per mostrare la mia calvizie. Solo in questo modo si resero conto che stavano per sparare al sindaco di Samaniego e mi liberarono. Ci fu però una seconda disputa tra l’ELN e le FARC, perché queste ultime mi avevano preso con l’obiettivo di chiedere il 10% del bilancio a cui stavo lavorando. Allora dissi loro: “Ok, volete che io vi dia cinquanta milioni di pesos togliendoli alla comunità? Va bene, prendeteli, ve li do, però dirò alla comunità che li avete voi.” A quel punto, il comandante sfoderò la pistola e me la puntò dicendomi: “Va bene, figlio di puttana, muori”».

La pace

«Mi fermai… ero pronto a morire, guardai dritto negli occhi il comandante e gli dissi: “Se lei vorrà uccidermi per quello che sto dicendo, mi uccida” — e lo guardai fisso — “però sta commettendo un grave errore; ciò che sta per fare va contro i suoi principi di uomo rivoluzionario. Se ha letto l’accordo agrario, se conosce i principi secondo i quali siete nati, come FARC, se sa che siete contadini e che il denaro del popolo è per il popolo, non dovrebbe uccidermi, perché io vi restituisco il denaro attraverso il bilancio democraticamente condiviso dalle comunità”. Lui mi guardò raggelato senza rispondermi, non comprendeva perché, in fondo, gli stavo parlando del programma rivoluzionario per cui stava combattendo. Ma cominciò ad abbassare lo sguardo e così, mentre lo faceva, io mi appellai all’aspetto umano e gli dissi: “Lei ha avuto un’infanzia, ha avuto un padre, una madre, e se si trova qui è perché la sua famiglia ha vissuto momenti di miseria, o altrimenti cosa sta facendo?” Probabilmente le mie parole arrivarono dritte al punto perché mise giù la pistola e cominciammo a dialogare, e lo facemmo per i due giorni successivi fin quando le FARC non decisero di entrare nel Pacto Local de Paz. Era il marzo 2004, fui liberato e, immediatamente, mi arrivò l’avviso della Procura che i paramilitari mi avevano dichiarato obiettivo militare, quindi in qualsiasi momento mi avrebbero ucciso. Così mi assegnarono una scorta di sette uomini armati, un giubbotto antiproiettile, due granate e un’altra arma, ma mi sembrava così assurdo essere scortato solo perché parlavo di bilancio pubblico condiviso che decisi di fare una cosa folle, pur sapendo che correvo un forte rischio e mettevo in pericolo anche la mia famiglia: rinunciai alla scorta e alle armi e mi concentrai su una specifica azione: radunare la mia comunità e comunicare la rinuncia al mandato di sindaco di Samaniego perché era ciò che volevano l’ELN e i paramilitari. Dissi ai miei concittadini: “O mi appoggiate, oppure rinuncio al mio mandato”. Decisero di appoggiarmi e stilammo insieme una sorta di decalogo: il sindaco non si tocca, l’ospedale non si tocca, e via dicendo».

Un uomo che affronta lo Stato, le istituzioni e i gruppi armati, un uomo lasciato solo. Sostenuto dalla società civile, dagli emarginati, da chi ha dovuto cambiare identità per ragioni di genere o perché lotta per i propri diritti. A questo punto della storia, sappiamo che Harold Montúfar si recherà dai paramilitari per la sua vita e per la pace, e le otterrà entrambe. Nel mese di agosto dello stesso anno, il 2004, anche i paramilitari entrano nel Pacto Local de paz, purtroppo però l’accordo si interromperà solo tre anni dopo e da allora si continua a lottare perché la pace ritorni. Il neopresidente Gustavo Petro mediante “Los Diálogos Regionales Vinculantes” ha chiesto di continuare a lavorare per il “Piano di sviluppo e gli accordi di pace”. Harold Montúfar nel 2022 è stato rinominato al Premio nazionale per la difesa dei diritti umani in Colombia. Continua a lottare e a resistere per la pace.

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