Tutto o niente

Scritto da in data Ottobre 19, 2020

«In media stat virtus»: una delle citazioni latine più abusate. Cercare la mediazione, o la soluzione di mezzo tra due estremi, è un modo di agire che nel tempo ha permesso di superare l’impasse, oppure di scivolare nella mediocrità. Il risultato dipende dal contesto, e da tanti altri fattori. E la pandemia ci sta offrendo svariate occasioni per verificarlo.

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Foto di copertina:  Cytonn Photography on Unsplash

In Italia, durante l’estiva e più rilassata fase 3, ci si è chiesti a più riprese se il lavoro agile, uno dei lasciti dell’emergenza, fosse cosa buona o meno. Subito prima e poi ancora dopo, ovvero in questi giorni, ci si è scontrati su virtù e devianze della DAD, ovvero sul distaccamento degli alunni dalle classi alle loro case.

Alcuni dati in tema. In Lombardia, tra il 9 marzo e il 26 aprile, il traffico stradale è calato del 65%, è questo è uno dei principali fattori per cui nello stesso periodo le emissioni di ossido di azoto sono scese del 36%, quelle di pm 10 del 14%. Parliamo di due tra i peggiori inquinanti dell’ecosistema urbano.

Una buona parte di chi non ha generato traffico ha lavorato da casa. Se quindi ha fatto bene all’ambiente, il lavoro agile però ha avuto anche un lato bmolte imprese, spesso piccole o piccolissime, si sono trovate improvvisamente senza clientela: punti di ristoro senza più clienti a cui servire la pausa pranzo, taxi, esercizi commerciali che in genere caratterizzano i centri abitati nei dintorni dei luoghi di lavoro e che con la loro presenza contribuiscono a renderli più vivi. Secondo l’Ismea, queste attività hanno perso finora un 40% medio del fatturato, con quello che ne consegue per chi in quei posti ci lavora. Anche perché molte aziende,  o enti pubblici, hanno mantenuto gli standard di lavoro agile anche in estate, quando le cose andavamo meglio.

Arriva l’autunno

La stagione estiva è stata per la scuola la fase di stand by. Lo spartiacque tra due situazioni per certi versi contrarie, ma anche uguali. Il lockdown ha coinciso con la didattica a distanza per tutti, e con  l’insofferenza crescente dei genitori e docenti per l’uso di questa tecnologia; benché questa fosse comunque un lusso rispetto alla situazione di altre parti del mondo. Tre mesi dopo, a metà settembre, il nuovo anno scolastico ha riportato tutti in classe e ora, giorno dopo giorno, lievita il numero di coloro che vorrebbero i figli fare scuola a casa, per la salute loro e dei congiunti. Sono soprattutto i mezzi pubblici − scuolabus o bus di linea − ad angosciare alunni e genitori, visto che il distanziamento su quei mezzi è spesso arduo da praticare. Solo per dirne una, nei giorni scorsi a Cagliari gli studenti di un liceo classico si sono rifiutati di andare a scuola per evitare la calca sul bus. In molti obiettano che ci vorrebbero più mezzi, le corse andrebbero raddoppiate. Se questo avvenisse, probabilmente vanificherebbe buona parte dei benefici ambientali ascrivibili al calo di traffico per lavoro agile.

Tra il tutto e il niente

Tra il tutto e il niente ci sarebbero le vie di mezzo, almeno in alcuni casi. La ministra dell’Istruzione nei giorni scorsi ha respinto l’ipotesi di fare la Dad a giorni alterni per alleggerire alla base il rischio di contagio in mezzi pubblici e scuole, e anche l’impatto sull’ambiente. Poi magari i numeri prendono il sopravvento, e così in Campania si è andati di nuovo dal tutti in classe al tutti a casa.

Quanto allo smart working, l’abbuffata iniziale non ha finora propiziato una rimodulazione dei tempi e luoghi di lavoro che faccia sintesi delle diverse esigenze in campo: quella delle aziende, dei lavoratori, dei negozi di vicinato, dell’ecosistema urbano. Alcuni piccoli comuni si sono già mossi per trasformare il lavoro agile in un’opportunità per invertire lo spopolamento: per quanto degne di nota sono finora iniziative sporadiche. Il dibattito sul Recovery Plan non è stato ancora l’occasione per immaginare una società migliore. E difficilmente lo sarà a breve, ora che i contagi sono tornati repentinamente a salire.

A proposito. Nelle ultime settimane nel nostro Paese si è fatto un po’ più spazio l’uso di dati comparati sulla pandemia, in alternativa al puro strillo di impressionanti cifre in valore assoluto. Rai News, Radio Deejay sono alcune delle realtà che recentemente hanno comunicato gli aggiornamenti su tamponi e positivi in termini di rapporto tra queste due grandezze. E se ancora il 9 ottobre il Corriere della Sera pubblicava un’infografica costruita solo sulle cifre pure, sette giorni più tardi la corredava della percentuale di positivi sui tamponi, regione per regione. A fronte di questi e altri esempi, persistono fior di media che aprono gli aggiornamenti con il puntuale numero di nuovi casi seguito da quello dei tamponi fatti, ma senza aiutare il pubblico a interpretarli. E come notano anche altri, oltre a quanto avevamo fatto su Radiobullets nei mesi scorsil’infodemia non aiuta a combattere la pandemia.

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