Yunus e la rivoluzione del microcredito

Scritto da in data Agosto 31, 2020

Proseguiamo i nostri ragionamenti sul tema “Ricchezza e povertà” e cominciamo raccontando una storia. Nella puntata precedente avevamo raccontato una storia, inventata ma verosimile, ambientata a New York, oggi racconteremo, invece, una storia vera accaduta alcuni anni or sono in un’altra parte del mondo: l’India.

Per un’esperienza più coinvolgente, invece di leggere ascoltate il podcast 

Una famiglia indiana: Sara e Kajal

Sara ha 30 anni e vive a Calcutta, capitale del Bengala occidentale, uno degli Stati che fanno parte della Federazione Indiana, in una baracca di lamiera assieme al marito Kajal e ai tre figli.

Si sono sposati dieci anni prima in un piccolo villaggio ma, dopo il matrimonio, si sono trasferiti nella grande metropoli perché il marito, grazie a una piccola eredità – una somma di danaro – era riuscito a comprarsi un risciò e aveva iniziato a fare l’“uomo cavallo”. Con il suo risciò portava in giro i clienti, soprattutto turisti, riuscendo a guadagnare quasi 300 rupie al giorno, poco più di 3 euro, una cifra irrisoria per noi italiani che invece a Calcutta rappresentava un guadagno dignitoso che gli consentiva di mantenere la famiglia. Ma Kajal si ammala di tubercolosi e non può più svolgere il suo lavoro, vende il risciò per affrontare le cure e non sa più come mantenere la moglie e i figli.

Ottengono piccoli aiuti da un’organizzazione caritatevole britannica, Kajal riesce a fare qualche piccolo lavoretto, ma la loro vita è veramente misera. Sara ha sentito parlare di una banca che concede piccoli prestiti sulla fiducia a chi ne ha bisogno, soprattutto alle donne, e ne parla con il marito. Lui è scettico, non ci crede – le banche danno i soldi soltanto ai ricchi – e poi cosa penserebbero al loro villaggio se sapessero che sua moglie si è dovuta mettere a lavorare perché lui non è in grado di mantenere la famiglia? Per lui sarebbe un disonore. Sara gli risponde di lasciar perdere il villaggio e quello che possono pensare lì. Loro adesso vivono a Calcutta, lui si deve curare e i bambini crescono e bisogna mandarli a scuola. Sara dice cose ragionevoli, Kajal se ne rende conto e alla fine cede. Il giorno dopo Sara si rivolge alla banca. Trova una ragazza che ha all’incirca la sua età, molto curata e ben vestita – si vede che appartiene a una casta superiore – che la tratta subito con grande gentilezza e non con aria altezzosa. Sara racconta la sua situazione familiare e poi chiede se fosse possibile ottenere un prestito. La funzionaria le chiede se ha un progetto, per quale motivo vuole dei soldi in prestito. Sara, un progetto ce l’ha: vorrebbe acquistare un carretto a triciclo con cui andare, la mattina presto, a comprare verdure e legumi al mercato all’ingrosso per poi rivenderle casa per casa.

La funzionaria fa un rapido conto: per realizzare quel suo progetto ha bisogno di un prestito di circa 25.000 rupie. Sara resta un po’ perplessa, le sembra una cifra immensa. In realtà sono circa 300 euro, una cifra modesta per noi. La funzionaria la rassicura, le fa i conti. Servono 16.000 rupie per acquistare il triciclo, poi ci vogliono altre 5.000 rupie per una bilancia e altre 4.000 per acquistare le prime forniture di merce al mercato all’ingrosso, dovrà pensare a un posto da affittare per mettere il triciclo durante la notte per evitare che glielo rubino e altre piccole spese. Potrà restituire il prestito in rate mensili nell’arco di 3 anni con una rata di 800 rupie al mese. 800 rupie sono all’incirca 10 euro. Nella rata sono già compresi gli interessi che sono superiori al 10% annuo, poi ci sono altre piccole spese che si prendono sempre le banche.

Sara accetta, la pratica è molto rapida, si compila un contratto e poi entro un paio di giorni potrà tornare a ritirare il denaro. Sara esce dalla banca contenta, le sembra di volare, il sogno che aveva sin da bambina – poter diventare una commerciante – ora è a portata di mano. Corre a casa, abbraccia Kajal e i suoi bambini: la loro vita cambierà.

Una nuova vita

In effetti la vita di Sara e della sua famiglia è cambiata, ed è cambiata in meglio. Sara ora si alza tutte le mattine verso le cinque e con il carretto arranca fino al mercato all’ingrosso per fare gli acquisti, poi comincia il giro del quartiere per vendere porta a porta le verdure e i legumi. Il pomeriggio si ferma vicino all’entrata della stazione degli autobus, un posto dove ogni giorno passano migliaia di persone.

Riesce a vendere quasi tutto, raramente porta a casa qualcosa che prepara per la cena. Sara ogni mattina al mercato all’ingrosso acquista circa 200 rupie di merce e durante la giornata riesce a incassare circa 400 rupie. Le restano 200 rupie al giorno di guadagno. Con quei soldi adesso riesce a mantenere la famiglia, a comprare i quaderni e i libri per la scuola dei suoi bambini, a curare il marito Kajal, che adesso sta meglio e può anche lui lavorare un po’ di più. Certo è una vita di fatica e di sacrifici. Sara non conosce sabati o domeniche, lavora sette giorni su sette. Esce di casa ogni mattina alle 5:30 e si ritira la sera alle 19, ma Sara, Kajal e i loro bambini non sono più poveri come prima. Hanno da mangiare tutti i giorni, possono comprarsi qualche abito più elegante, i bambini possono frequentare la scuola. Tra qualche anno, se Kajal riuscisse a trovare un lavoro stabile, potrebbero pensare a trovarsi una casa più grande e confortevole, una casa vera e non più una baracca di lamiere.

Il sogno di Sara è stato reso possibile da una banca che si chiama Grameen Bank e di questa banca vi vogliamo parlare cominciando dalla storia del suo fondatore.

Il banchiere dei poveri

Muhammad Yunus è un nome che forse avrete già sentito: si tratta di un economista originario del Bangladesh al quale nel 2006 fu conferito il premio Nobel per la Pace. Yunus è diventato famoso e conosciuto in tutto il mondo come il “banchiere dei poveri”.

Il Bangladesh è stato per secoli parte dell’India, dopo l’Indipendenza dal Regno Unito il paese si divise per ragioni confessionali tra la Repubblica dell’India, a maggioranza induista, e la Repubblica del Pakistan, a maggioranza musulmana. Il problema della Repubblica del Pakistan era che il suo territorio era diviso in due parti, separate dall’India settentrionale. A Occidente c’era il territorio dell’attuale Pakistan e a Oriente c’era il Bangladesh, ovvero il Bengala Orientale. Nel 1971 la parte orientale del Pakistan rivendicò l’indipendenza e nacque così la repubblica del Bangladesh che è uno dei paesi più poveri e sovrappopolati dell’Asia.

Il professor Yunus era nato a Chittagong, il più importante centro economico del Bangladesh, e dopo essersi laureato in economia nel suo paese conseguì il dottorato negli Stati Uniti e tornò a dirigere il Dipartimento di Economia dell’Università di Chittagong.

Nel 1974 il suo paese è colpito da una grave carestia e ogni giorno, recandosi al lavoro, Yunus incontra decine di mendicanti, povera gente che chiede l’elemosina. Ogni tanto impietosito dà qualcosa ma da buon economista si rende conto che un problema così grave come la miseria diffusa non può essere certo risolto con qualche gesto individuale di carità.

Comincia a spostare la sua attenzione di studioso sul tema della povertà: va nei villaggi e nei quartieri poveri a parlare con la gente per capire le ragioni profonde delle loro condizioni.

Facendosi aiutare anche dagli studenti che seguono i suoi corsi fa una ricerca sul campo: prende un piccolo villaggio, Jobra, e censisce tutte le famiglie povere che hanno avuto bisogno di un prestito, e scopre che ben 42 famiglie hanno fatto prestiti per un importo complessivo di 856 taka, la valuta bengali, una cifra che, tradotta in dollari statunitensi, era pari a 27 dollari.

La gente povera non riesce a ottenere credito dalle banche per una semplice ed elementare ragione: perché non può offrire garanzie e quindi per affrontare qualsiasi imprevisto o per cercare di aprire una piccola attività agricola, commerciale o artigianale è costretta a indebitarsi o con qualche commerciante ricco o con qualche usuraio, a condizioni capestro.

Il professor Yunus a quel punto ha un’idea: si rivolge alla banca locale, la Janata Bank, alla quale chiede un prestito di 10.000 taka, circa 300 dollari, da suddividere in tanti piccoli prestiti a favore dei poveri del villaggio di Jobra. La banca accetta a condizione che per quel prestito garantisca personalmente il professore. Lui accetta e quel suo esperimento ha un esito inaspettato. La stragrande maggioranza dei micro-prestiti concessi, di fatto sulla fiducia ai poveri del villaggio di Jobra, vengono restituiti con gli interessi.

Yunus capisce che ha scoperto l’uovo di Colombo. Fonda con l’aiuto di alcuni istituti bancari una nuova banca, la Grameen Bank – Grameen significa in lingua bengali “villaggio” – e inizia così la storia del microcredito.

Il microcredito della Grameen Bank

La Grameen Bank ha un approccio completamento diverso da quello delle banche tradizionali. Le banche tradizionali cercavano di attirare i clienti ricchi, quelli più affidabili, la Grameen Bank invece concede prestiti ai poveri, che non possono dare garanzie perché non hanno nulla. Inoltre, mentre le banche tradizionali ricevono i clienti nei loro uffici spesso lussuosi, i funzionari della Grameen Bank vanno loro nei villaggi a cercarsi i clienti, a spiegare come funziona il microcredito. La Grameen Bank cresce e mette a disposizioni sempre nuovi prodotti per i suoi clienti, fondi assicurativi, prodotti di risparmio, leasing per acquistare attrezzature o veicoli.

Un altro dato caratteristico è che il 90% dei beneficiari dei micro-prestiti sono donne. In un paese a maggioranza musulmana e dove, soprattutto nelle aree rurali, esistevano rapporti sociali di tipo patriarcale e le donne erano in una posizione di subordinazione rispetto agli uomini, questa era una vera e propria rivoluzione. All’epoca non c’era alcuna banca in Bangladesh che prestasse soldi alle donne, e anche quelle ricche, per farsi prestare del denaro, dovevano avere l’avvallo del marito.

Molte furono le opposizioni che la Grameen Bank dovette superare, e molte le critiche da parte dei mariti che si sentivano sminuiti rispetto alle consorti, da parte degli usurai che si vedevano sottratti clienti e guadagni facili, da parte dei mullah che vedevano minati i principi della loro religione.

L’affidabilità delle donne

Il professor Yunus aveva privilegiato le donne per una ragione ben precisa: con le sue ricerche aveva constatato che le donne erano più affidabili. Avevano una minore propensione, rispetto agli uomini, a dilapidare i prestiti in gioco d’azzardo, alcol, fumo o altre attività ricreative e, inoltre, erano molto più precise nella restituzione dei prestiti ottenuti. Il 98-99% dei prestiti venivano rimborsati alla scadenza, un successo strepitoso che nemmeno le banche tradizionali con i loro ricchi clienti riuscivano a raggiungere.

Nella motivazione del Premio Nobel, che gli fu conferito diversi anni dopo, si dice:

“… per l’impegno nel creare sviluppo sociale ed economico partendo dal basso. La pace duratura non può essere realizzata se ampi gruppi di popolazione non trovano il modo per uscire dalla povertà. Il microcredito è uno dei modi. Lo sviluppo dal basso serve anche a promuovere la democrazia e i diritti umani. Il microcredito si è dimostrato una forza liberatrice in società dove le donne in particolare devono lottare contro condizioni economiche e sociali repressive”.

Il Professor Yunus riuscì a convincere anche i vertici politici del suo paese, e nel 1983 la Grameen Bank divenne una vera e propria istituzione nazionale, con il Governo che entrava nel capitale sociale acquisendo una quota del 60% ma che, col passare del tempo, si è ridotta all’8%, mentre la parte restante del capitale sociale è oggi detenuta dai clienti stessi della banca.

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L’opportunità di cambiare vita

Yunus ebbe una buona intuizione, si rese conto che la povertà della gran parte della popolazione era determinata dal fatto che fosse tagliata fuori da qualunque circuito economico moderno. Chi viveva nelle bidonville di Dacca, la capitale del Bangladesh, o nei miseri villaggi rurali dell’interno, con l’equivalente di pochi dollari al giorno per vivere, svolgendo lavori precari e sottopagati, non sarebbe mai riuscito a uscire dalla sua condizione di povertà se qualcuno non gli avesse dato un’opportunità.

Yunus aveva capito che in paesi come il Bangladesh, molta gente era povera e restava povera perché non aveva accesso al mercato dei capitali. Se una persona sveglia e intelligente avesse avuto un’ottima idea di business, non sarebbe riuscita a realizzarla perché gli mancavano i capitali iniziali e il sistema bancario tradizionale non lo avrebbe nemmeno preso in considerazione: era povero e quindi non poteva offrire garanzie. L’unica strada possibile erano gli strozzini ma ricorrere agli strozzini per aprire un negozio, per sviluppare un’attività agricola o qualunque altra cosa, era una strada senza uscita.

Yunus puntò quindi sul microcredito, cioè facendo piccoli prestiti sulla fiducia a persone povere che avevano delle buone idee di business. L’intuizione era giusta e, soprattutto, la cosa che stupì Yunus e gli fece capire che aveva trovato una sorta di formula magica, era che la stragrande maggioranza delle persone a cui veniva fatto il prestito lo restituivano con gli interessi. Quindi la Grameen Bank spezzettava il rischio tra migliaia di piccoli prestiti e, dando fiducia alla gente, otteneva a sua volta fiducia: il 98-99% dei prestiti veniva restituito, una percentuale elevatissima che nessuna banca tradizionale aveva mai raggiunto.

Una rivoluzione economica e sociale

Tradizionalmente le banche fanno credito ai ricchi, a chi ha già soldi o comunque è in grado di dare garanzie sufficienti alla banca per cui, nel caso non dovesse restituire i prestiti ottenuti, la banca potrà rifarsi sulle garanzie prestate. A nessuno sarebbe mai venuto in mente di fare prestiti ai poveri, perché la prima elementare obiezione che sarebbe stata mossa è: come faranno a restituirci i soldi prestati? Quali garanzie abbiamo?

L’attività della Grameen Bank crebbe e nell’arco di quarant’anni la “rivoluzione del microcredito” è stata esportata in molti altri paesi – in India, in Pakistan, in Sudafrica, in Perù – e, dopo la crisi finanziaria del 2008, anche nei paesi sviluppati, negli Stati Uniti e in Europa.

Quello che è stato chiamato il “social business” è diventato un caso di scuola studiato anche nelle facoltà di management e Yunus è diventato una celebrità internazionale.

Il microcredito non ha rappresentato soltanto una rivoluzione economica ma anche una rivoluzione sociale, ha emancipato le donne in società nelle quali subivano discriminazioni, ha migliorato le condizioni di vita di centinaia di migliaia di famiglie che hanno avuto la possibilità di far studiare i loro figli o di accedere alle cure sanitarie in caso di bisogno, ha modernizzato società arcaiche liberando i poveri anche dall’oppressione e dalla soggezione politica e religiosa. Le forme più bieche di estremismo e integralismo religioso, in Bangladesh hanno trovato uno spazio più ridotto per attecchire.

Il professor Yunus è, e qui lo diciamo con convinzione, un economista che ha fatto onore alla sua professione e ha messo in pratica una vecchia massima di Confucio che diceva:

“Se un uomo ha fame non dargli un pesce, ma insegnagli a pescare”.

Chiudiamo con una frase del Professor Muhammad Yunus che bisognerebbe tenere sempre a mente quando si parla di economia:

“Provavo una certa ebrezza quando spiegavo ai miei studenti che le teorie economiche erano in grado di fornire risposte a problemi economici di ogni tipo. Ero rapito dalla bellezza e dall’eleganza di quelle teorie. Poi, d’un tratto, cominciavo ad avvertire un senso di vuoto. A cosa servivano tutte quelle belle teorie se la gente moriva di fame lungo i marciapiedi?”.

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