12 febbraio 2026 – Notiziario Mondo

Scritto da in data Febbraio 12, 2026

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  • Gaza, un’inchiesta di Al Jazeera accusa Israele di aver usato armi ad altissima temperatura a Gaza. I morti civili palestinesi salgano a più di 72.000. Valico di Rafah, in nove giorni solo 275 persone hanno effettuato l’attraversamento. Ferito bambino palestinese da esercito israeliano nella Striscia
  • Europa, come cambia il diritto di asilo: adottata una lista di paesi terzi di origine e di transito sicuri
  • Ungheria, Orbán: «Bruxelles e Kyiv hanno dichiarato guerra al nostro paese»
  • Senegal, sgominata una rete di pedofilia attiva tra il paese e la Francia. Altra operazione di polizia fa arrestare 12 persone, tra cui due famosi volti pubblici senegalesi, con l’accusa di omosessualità
  • Brasile, polemiche sul samba-enredo in omaggio a Lula
  • Thailandia, sparatoria e ostaggi in una scuola: tutti salvi

Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets – a cura di Stefania Cingia

Gaza

Israele usa armi che fanno “evaporare” i palestinesi

Un’inchiesta pubblicata in questi giorni da Al Jazeera lancia accuse gravissime su quanto sta accadendo nella Striscia di Gaza.

Secondo il rapporto, l’esercito israeliano avrebbe utilizzato armi termiche e termobariche – chiamate anche bombe a vuoto o a aerosol – capaci di generare temperature superiori ai 3.500 gradi Celsius, così elevate da incenerire completamente il corpo umano in pochi secondi.

L’inchiesta sostiene che migliaia di palestinesi sarebbero stati colpiti da queste armi, e che almeno 2.845 persone sarebbero state letteralmente “vaporizzate”, lasciando dietro di sé solo spruzzi di sangue o frammenti microscopici di tessuto, senza resti riconoscibili da seppellire.

Questi dati, secondo l’inchiesta, sarebbero stati confermati dalle squadre della Protezione Civile di Gaza, che affermano di aver trovato tracce biologiche sui muri delle abitazioni dopo i bombardamenti, senza però alcun corpo recuperabile.

Le bombe termobariche funzionano in modo diverso dagli esplosivi tradizionali: prima rilasciano una nuvola di combustibile, poi questa viene innescata, creando una gigantesca palla di fuoco e una onda di vuoto che distrugge tutto intorno.
Gli esperti militari citati spiegano che sostanze come alluminio, magnesio e titanio vengono spesso aggiunte agli esplosivi per aumentare drasticamente la temperatura.

L’inchiesta indica anche l’uso di bombe di fabbricazione statunitense, come la MK-84, la GBU-39 e la BLU-109, che contengono TNT mescolato a polvere di alluminio, capace di produrre calore estremo al momento dell’esplosione.

Queste rivelazioni arrivano mentre Israele è già sotto accusa per crimini di guerra, tra cui sfollamenti forzati, limitazioni all’ingresso di cibo e aiuti umanitari e attacchi contro infrastrutture civili come ospedali e quartieri residenziali.

Giuristi citati nel rapporto sostengono che l’uso di armi ad altissima temperatura in aree densamente popolate potrebbe violare il diritto umanitario internazionale, perché si tratta di armi incapaci di distinguere tra civili e combattenti.

L’inchiesta solleva inoltre interrogativi sulla responsabilità degli Stati che forniscono queste armi. Gli esperti legali hanno affermato che l’uso indiscriminato di queste armi non coinvolge solo Israele, ma anche i suoi fornitori occidentali.

“Questo è un genocidio globale, non solo israeliano”, ha affermato l’avvocata Diana Buttu, docente alla Georgetown University in Qatar.

Intervenendo all’Al Jazeera Forum di Doha, Buttu ha sostenuto che la catena di approvvigionamento è la prova di complicità. “Assistiamo a un flusso continuo di queste armi dagli Stati Uniti e dall’Europa. Sanno che queste armi non distinguono tra un combattente e un bambino, eppure continuano a inviarle”.

Buttu ha sottolineato che, secondo il diritto internazionale, l’uso di armi che non distinguono tra combattenti e non combattenti costituisce un crimine di guerra.

“Il mondo sa che Israele possiede e usa queste armi proibite”, ha detto Buttu. “La domanda è perché gli è permesso di rimanere al di fuori del sistema di responsabilità”.

Il rapporto ricorda che la Corte Penale Internazionale ha già emesso un mandato di arresto contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

E mentre formalmente è in vigore un cessate il fuoco da ottobre, almeno 591 palestinesi sarebbero stati uccisi anche dopo la tregua, e le demolizioni a Gaza continuano. Secondo il Ministero della Sanità palestinese, il bilancio delle vittime dell’offensiva israeliana ha raggiunto 72.045 morti e 171.686 feriti dall’inizio della guerra, il 7 ottobre 2023.

Secondo le autorità palestinesi e le organizzazioni per i diritti umani, molte famiglie non riescono nemmeno a dare sepoltura ai propri morti, perché i corpi vengono distrutti, trattenuti o ridotti in frammenti irriconoscibili.

In 9 giorni solo 275 persone hanno attraversato Rafah

Nuovi dati arrivano dalla Striscia di Gaza sul funzionamento del valico di Rafah, l’unico collegamento terrestre con l’Egitto per chi deve entrare o uscire dal territorio.

Secondo l’Ufficio Media del governo di Gaza, tra lunedì 2 e martedì 10 febbraio 2026 hanno attraversato il valico solo 275 persone in totale, in entrambe le direzioni.
Di queste, 213 sono entrate a Gaza e 26 sono rientrate, su circa 1.800 persone che avrebbero dovuto viaggiare nello stesso periodo.

La maggior parte dei movimenti riguarda pazienti e loro accompagnatori, persone che devono uscire per ricevere cure mediche urgenti o rientrare dopo i trattamenti.

I numeri mostrano un flusso estremamente limitato.
Il 2 febbraio, ad esempio, hanno attraversato solo 20 persone, tra cui 5 pazienti.
Il 3 febbraio sono partite 40 persone, ma 26 sono state respinte.
Il 4 febbraio sono usciti 47 viaggiatori, e il 5 febbraio appena 28.

Il valico è rimasto completamente chiuso venerdì e sabato, interrompendo ogni possibilità di movimento.

Anche dopo la riapertura, i numeri sono rimasti bassissimi:
l’8 febbraio sono partite 50 persone, il 9 febbraio 40, e il 10 febbraio altre 50.

Questi dati confermano quanto sia difficile per i civili di Gaza muoversi, anche quando si tratta di malati che necessitano di cure salvavita. Il valico di Rafah, pur essendo tecnicamente aperto, continua a funzionare con limitazioni molto severe, lasciando centinaia di persone in attesa.

Attacchi ai civili nella Striscia

La mattina di mercoledì 11 febbraio 2026, un bambino palestinese è rimasto ferito da colpi di arma da fuoco israeliani nella zona di Al-Batn Al-Samin, a sud della città di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza.

La notizia è stata confermata dall’agenzia palestinese WAFA, che cita fonti mediche locali. Al momento non sono stati diffusi dettagli sulle condizioni del bambino, ma l’episodio si aggiunge a una lunga lista di civili colpiti nel contesto del conflitto.

Secondo le autorità sanitarie palestinesi, dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, lo scorso ottobre, almeno 586 palestinesi sono stati uccisi e oltre 1.550 sono rimasti feriti.

Numeri che raccontano come, nonostante gli accordi formali, la popolazione civile continui a pagare un prezzo altissimo — e come, ancora una volta, siano i bambini a trovarsi in mezzo alla violenza.

Europa

Il Parlamento Europeo ha approvato una riforma importante e controversa sulle regole dell’asilo. Con oltre 400 voti a favore, è stata adottata per la prima volta una lista comune di “Paesi di origine sicuri” ed è stato ampliato il concetto di “Paese terzo sicuro”.
Secondo molte organizzazioni, queste scelte riducono in modo significativo le tutele per chi chiede protezione in Europa.

Votazione al Parlamento Europeo – 11/02/2026

La nuova lista dei Paesi di origine sicuri include Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia, oltre a diversi Paesi candidati all’ingresso nell’Unione Europea.
Chi arriva da uno di questi Stati vedrà la propria domanda di asilo esaminata con procedure accelerate o di frontiera, cioè più rapide e con meno garanzie. In pratica, queste persone vengono considerate a priori meno bisognose di protezione, anche se la legge prevede comunque un esame individuale dei casi.

La seconda novità riguarda il “Paese terzo sicuro”, cioè uno Stato non europeo verso cui un richiedente asilo può essere rimandato se ritenuto in grado di offrire protezione.
Con le nuove regole, basterà anche aver attraversato un Paese o che esista un accordo politico tra l’Unione Europea e quello Stato per giustificare il trasferimento lì della persona. Non sarà più necessario un legame reale, come la famiglia o una lunga permanenza.

Questo significa che una domanda di asilo potrà essere dichiarata inammissibile in Europa e la persona potrà essere trasferita altrove, spesso senza avere il tempo reale di fare ricorso.
Persino i minori non accompagnati rischiano di essere coinvolti in questi meccanismi, se hanno semplicemente transitato da un Paese terzo.

Nel complesso, queste decisioni segnano un ulteriore passo verso l’esternalizzazione dell’asilo: l’Europa tende sempre più a spostare fuori dai propri confini l’esame delle domande di protezione, con il rischio di svuotare il diritto d’asilo del suo significato concreto.

Epstein files in Europa

Il Consiglio d’Europa ha revocato l’immunità diplomatica a Thorbjorn Jagland, ex segretario generale dell’organizzazione, dopo una richiesta formale delle autorità norvegesi. L’obiettivo è permettere alla magistratura di indagare su presunti legami con Jeffrey Epstein e su accuse di corruzione aggravata.

La decisione è stata presa dal Comitato dei Ministri, che rappresenta i 46 Paesi membri del Consiglio d’Europa. In base alle regole dell’organizzazione, i segretari generali godono di immunità anche dopo la fine del mandato, ma solo per gli atti svolti nell’esercizio delle loro funzioni. In questo caso, è stato stabilito che l’immunità non può essere usata come scudo personale.

L’attuale segretario generale, Alain Berset, ha spiegato di aver chiesto lui stesso la revoca, per permettere alla giustizia norvegese di fare il suo lavoro. Dopo le rivelazioni emerse nel novembre 2025, il Consiglio d’Europa aveva già avviato un’indagine interna e ora ha aperto anche una revisione più ampia delle proprie regole di governance.

Il caso si inserisce nel contesto delle nuove rivelazioni sugli Epstein Files, dopo che gli Stati Uniti hanno reso pubblici milioni di documenti, video e immagini legati al finanziere americano morto in carcere nel 2019 mentre era sotto processo per traffico sessuale di minori.
Le vittime di Epstein continuano però a denunciare che molti materiali restano oscurati e che la rete di complicità non è ancora stata chiarita.

Ungheria

Il primo ministro ungherese Viktor Orbán ha accusato l’Unione Europea e l’Ucraina di aver “dichiarato guerra” all’Ungheria. Orbán ha reagito a un’indiscrezione secondo cui funzionari europei starebbero discutendo di accelerare l’adesione dell’Ucraina all’UE e di limitare il potere di veto di Budapest sulle decisioni del blocco.

Secondo Orbán, l’orientamento di Bruxelles e di Kyiv mirerebbe a neutralizzare l’opposizione ungherese e favorire un cambio politico interno prima delle elezioni di aprile, mettendo in discussione la sovranità nazionale di Budapest.

La proposta in discussione prevederebbe strumenti per consentire all’Ucraina di ottenere diritti parziali di adesione all’UE prima del completamento di tutte le riforme richieste, e allo stesso tempo ridurre la possibilità per l’Ungheria di bloccare decisioni che richiedono l’unanimità.

Orbán ha definito queste mosse una minaccia diretta alla volontà del popolo ungherese, e ha invitato gli elettori a sostenere il suo partito Fidesz alle prossime elezioni, sottolineando che il futuro dell’Ungheria sarebbe in gioco.

Senegal

Pedofilia internazionale tra Senegal e Francia

La polizia senegalese ha annunciato l’arresto di 14 persone, tutte cittadine senegalesi, facenti parte di un presunto giro di pedofilia internazionale che operava tra il Senegal e la Francia dal 2017.

Secondo le autorità, il gruppo era accusato di pedofilia organizzata, sfruttamento della prostituzione minorile, stupro di minori sotto i 15 anni, sodomia e trasmissione intenzionale dell’HIV. Gli inquirenti sostengono che i bambini venivano costretti ripetutamente a rapporti sessuali non protetti con uomini, per lo più sieropositivi, e che tali atti venivano filmati.

Quattro degli arrestati avrebbero agito su istruzioni di un cittadino francese, fermato in Francia ad aprile 2025, ricevendo denaro in cambio dei loro crimini.

Gli arrestati sono stati portati davanti a un giudice venerdì scorso, dopo una serie di perquisizioni in diversi quartieri di Dakar e nella città di Kaolack, a circa 200 km dalla capitale. Durante le operazioni, la polizia ha sequestrato oggetti ritenuti collegati alle attività criminali.

La divisione investigativa criminale senegalese ha definito l’operazione un successo nella lotta contro una rete criminale transnazionale, grazie alla collaborazione con le autorità francesi, che hanno partecipato attivamente alle indagini.

Le forze dell’ordine hanno promesso di continuare a perseguire e smantellare reti criminali simili, e hanno diffuso un numero verde per permettere alla popolazione di fornire informazioni utili alle indagini.

Arresti per “atti contro natura”

Il 7 febbraio 2026, la gendarmeria di Keur Massar, vicino a Dakar, ha annunciato l’arresto di 12 persone, tra cui due figure pubbliche molto conosciute: il conduttore radio e televisivo Pape Cheikh Diallo e il cantante Djiby Dramé.

Il conduttore televisivo Pape Cheikh Diallo – ph credits: Instagram @papecheikhdiallounivers


Gli arresti sono stati motivati da accuse di “atti contro natura”, termine usato in Senegal per indicare rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso. Alcuni degli arrestati sono anche accusati di trasmissione volontaria dell’HIV tramite rapporti non protetti e messa in pericolo della vita altrui.

Il caso ha scatenato allarme tra le associazioni per i diritti umani. L’ong francese Stop Homophobie, che sostiene regolarmente persone LGBTQ+ in Senegal, ha espresso preoccupazione per quelli che definisce arresti arbitrari e ha ricordato come le relazioni consensuali tra adulti dello stesso sesso rimangano criminalizzate nel paese, esponendo le persone a stigmatizzazione e discriminazione.

Il Senegal è un paese a maggioranza musulmana, dove la legge prevede da 1 a 5 anni di carcere per gli atti “contro natura”. Inoltre da mesi il governo sta pensando a un inasprimento di pena per le persone omosessuali, alzando il carcere fino a 15 anni e una multa fino a 5 milioni di franchi (circa 7.600 euro). La nuova legge porrebbe l’omosessualità (così come la bisessualità e la transessualità) al pari di necrofilia e zoofilia.

L’opinione pubblica spesso considera l’omosessualità una deviazione, e le discriminazioni verso le persone LGBTQ+ sono purtroppo frequenti. Questo contesto ha reso il caso di questi arresti ampiamente commentato sui social media e dai media locali, con la diffusione dei nomi degli arrestati e, in alcuni casi, dei loro presunti partner.

Negli ultimi anni, la questione dell’omosessualità è stata spesso strumentalizzata politicamente. Manifestazioni religiose e gruppi conservatori hanno chiesto pene più severe, mentre figure politiche come l’attuale Primo Ministro Ousmane Sonko, ancora in opposizione, avevano promesso di inasprire la repressione. Nel 2021, a seguito di casi di violenze e minacce contro persone LGBTQ+, il Senegal è stato tolto dalla lista dei paesi d’origine sicuri dall’ufficio francese per i rifugiati, riconoscendo il rischio legato all’orientamento sessuale.

La situazione resta drammatica per chi non è eterosessuale. Organizzazioni internazionali e attivisti chiedono da tempo riforme legali e protezione per le minoranze sessuali, ma la strada sembra ancora lunga.

Brasile

Oggi parliamo di una vicenda che unisce Carnevale, politica e questioni legali in Brasile.

La scuola di samba Acadêmicos de Niterói ha scelto come tema per il Carnevale 2026 un samba-enredo dedicato al presidente Luiz Inácio Lula da Silva. La canzone racconta la vita e la carriera politica di Lula, ma questo gesto culturale ha subito sollevato preoccupazioni legali e politiche.

Carnevale in Brasile

Secondo alcuni settori del governo e del Judiciário brasiliano, il carnevale potrebbe essere interpretato come propaganda elettorale anticipata, con uso di strutture pubbliche e risorse dello Stato per fini politici. La situazione richiama il precedente del 2022, quando l’allora presidente Jair Bolsonaro fu dichiarato ineleggibile per abuso di potere politico in un incontro con ambasciatori stranieri organizzato con mezzi ufficiali.

Il Partido Novo ha presentato un’azione al Tribunal Superior Eleitoral (TSE) contro Lula, il Partito dei Lavoratori e la scuola di samba, chiedendo una multa di 9,65 milioni di reais, sostenendo che il samba-enredo va oltre l’omaggio culturale e funge da vera e propria pre-campagna elettorale.

Anche la senatrice Damares Alves ha coinvolto il Ministero Pubblico Elettorale, denunciando che il tema promuove l’immagine del presidente e attacca avversari politici, citando in particolare l’ex presidente Bolsonaro. Le autorità contestano anche i fondi pubblici utilizzati: oltre 40 milioni di reais provenienti dal governo dello Stato di Rio de Janeiro e circa 2 milioni di reais da Riotur.

Fino a oggi, alcune azioni legali sono state respinte: un giudice federale del Distretto Federale ha negato il proseguimento di una causa, mentre il ministro del TCU Aroldo Cedraz ha rifiutato di sospendere i finanziamenti dell’ente Embratur alla scuola di samba.

Intanto, la politica celebra l’evento: durante una sessione della Câmara dos Deputados, la ministra Gleisi Hoffmann ha cantato un estratto del samba-enredo, invitando tutti a divertirsi e a godersi la festa, sottolineando il messaggio di speranza raccontato nella canzone.

Thailandia

Patongprathankiriwat School in Thailandia

Nel pomeriggio di mercoledì 11 febbraio 2026, una situazione drammatica si è verificata nel sud della Thailandia, nel distretto di Hat Yai, provincia di Songkhla. Un uomo armato ha fatto irruzione nella Patongprathankiriwat School, sparando dentro l’edificio mentre studenti e insegnanti si preparavano a lasciare la scuola.

Secondo la polizia, l’aggressore è un giovane di 18 anni entrato armato nella scuola, dove ha aperto il fuoco provocando feriti tra studenti e personale. Le stime parlano di almeno tre persone ferite, tra cui un insegnante e uno studente, anche se i dati ufficiali sono ancora in aggiornamento.

Dopo aver sparato, l’uomo ha trattenuto alcuni studenti e insegnanti come ostaggi all’interno dell’edificio. Immediata è stata la risposta delle forze di sicurezza thailandesi: agenti di polizia e unità speciali hanno circondato la scuola, bloccato le strade nei pressi del campus e isolato la zona per mettere in sicurezza tutti i presenti.

I soccorritori e le squadre di emergenza si sono mossi in coordinamento con le autorità locali per evacuare le persone intrappolate e avviare le trattative con l’aggressore. Le immagini e i video circolati sui social mostrano scene di panico, con ragazzi in fuga e adulti che cercavano riparo mentre le forze dell’ordine rispondevano alla crisi.

La svolta è arrivata quando la polizia è riuscita a fermare e arrestare il giovane armato. Le autorità hanno confermato che tutti gli ostaggi – studenti e insegnanti – sono stati liberati senza ulteriori vittime confermate al momento.

Il motivo dell’attacco non è ancora stato reso noto e resta oggetto di indagine da parte degli investigatori thailandesi. Le autorità stanno inoltre verificando tutti i dettagli sulla dinamica della sparatoria, sulle condizioni delle persone ferite e sulle eventuali ragioni che hanno spinto l’aggressore ad agire.

La Thailandia ha già vissuto negli ultimi anni casi di violenza armata di grande impatto, tra cui un massacro in un asilo nel 2022 che aveva provocato numerose vittime, molti dei quali bambini. Anche se questi eventi restano rari, situazioni come quella di oggi riaccendono il dibattito sulla sicurezza e sul controllo delle armi nel paese.

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