18 febbraio 2026 – Notiziario Mondo

Scritto da in data Febbraio 18, 2026

  • Gaza: Malattia, frontiere e la politica delle armi.
  • Ginevra: secondo round di negoziato sul nucleare iraniano.
  • Cuba senza carburante, la capitale sommersa dai rifiuti.
  • Stati Uniti: muore Jesse Jackson, icona dei diritti civili.
  • Ucraina e Russia: terzo round di colloqui, tra territori e tregue energetiche.
  • La crisi demografica cinese sta arrivando prima del previsto.
  • Perù, un altro presidente rimosso

Introduzione:  Monaco, applausi all’impero?
Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli

Palestina e Israele

Un uomo gravemente malato è morto a Gaza perché non ha potuto uscire per curarsi. Si chiamava Muhammad Dhaban. Da otto mesi combatteva contro la sindrome di Stevens-Johnson, una patologia rarissima e potenzialmente letale che richiede cure specialistiche intensive.

Cure che nella Striscia, dopo mesi di bombardamenti e distruzione sistematica delle infrastrutture sanitarie, non esistono più.

Secondo il Ministero della Sanità di Gaza, oltre 20 mila malati e feriti sono in lista per essere trasferiti all’estero. Ma il valico di Rafah continua a funzionare a singhiozzo.

Tra il 2 e il 16 febbraio 2026 sono passate 925 persone: il 31% delle circa 3.000 che Israele aveva detto di autorizzare, secondo il Government Media Office di Gaza. Il Ministero parla di operatività “non proporzionata alla catastrofe umanitaria”.

Dietro i numeri c’è una domanda politica: chi decide chi vive e chi no quando una frontiera diventa un rubinetto? Rafah non è solo un valico. È diventato un filtro sulla sopravvivenza.

A Khan Younis, l’ospedale Nasser – uno dei pochi ancora operativi – è al centro di nuove tensioni.
Médecins Sans Frontières ha annunciato la sospensione delle attività “non critiche” dopo l’ingresso di uomini armati e mascherati nel complesso.

L’organizzazione dice di non poter confermare identità o affiliazione dei miliziani e denuncia intimidazioni e arresti di pazienti.

L’amministrazione dell’ospedale respinge le accuse definendole “false e fuorvianti” e teme che dichiarazioni simili possano esporre ulteriormente la struttura. Il Ministero dell’Interno di Gaza ha annunciato nuovi dispiegamenti di polizia per impedire l’ingresso di uomini armati.

In guerra, gli ospedali dovrebbero essere zone sacre. A Gaza sono diventati campi di battaglia narrativi, oltre che militari. E ogni comunicato pesa quanto un raid.

Il presidente Donald Trump e il primo ministro Benjamin Netanyahu tornano a chiedere il disarmo totale e immediato di Hamas come condizione per la ricostruzione di Gaza e per il ritiro israeliano.

Hamas, attraverso il dirigente Basem Naim, respinge la richiesta: il disarmo – dice – potrà essere discusso solo dentro un accordo complessivo che includa un cessate il fuoco vincolante e un processo politico verso uno Stato palestinese.

Apertura, invece, su formule intermedie: deposito o dismissione di armi “offensive” sotto supervisione internazionale, a condizione che venga creata una forza di sicurezza palestinese riconosciuta.

La linea è chiara: per Israele e Washington prima le armi, poi la politica. Per Hamas prima la politica, poi le armi. E nel mezzo ci sono due milioni di civili che aspettano case, acqua, elettricità.

In Cisgiordania, nella città di Tamoun, le forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese hanno ucciso due bambini – fratello e sorella, 16 e 3 anni – durante un’operazione contro il padre, ricercato da Israele. L’Autorità afferma di avere un mandato giudiziario e promette un’indagine.

Hamas parla di politiche repressive in un momento di crescente pressione israeliana.

Quando anche le istituzioni palestinesi sparano nei villaggi palestinesi, la frattura interna si somma all’occupazione. E la linea tra sicurezza e repressione diventa sempre più sottile.

Un ragazzo palestinese di 13 anni, Mohammed Abu Dalah, è morto dopo aver calpestato una mina vicino a una base militare israeliana a Jiftlik, in Cisgiordania Occupata. Lo ha confermato la Mezzaluna Rossa palestinese; la morte è stata confermata anche da una fonte del ministero della Difesa israeliano.

L’esercito ha parlato di ordigni inesplosi in una “zona di tiro attiva” dove l’accesso è vietato. L’area è in Area C, sotto controllo israeliano dal 1967.

Gran parte della zona al confine con la Giordania resta minata.

Ieri, più di 80 stati membri delle Nazioni Unite e diverse organizzazioni hanno condannato le decisioni “unilaterali” di Israele volte ad espandere la “presenza illegale” di Israele nella Cisgiordania occupata.

Un colono israeliano estremista ha bruciato una copia del libro sacro musulmano, il Corano, in un luogo non specificato di Gerusalemme, pochi giorni prima dell’inizio del mese sacro del Ramadan, come riportato in un video mostrato martedì, riferisce Anadolu.

Cisgiordania: Israele riattiva la registrazione delle terre

Lo storico leader palestinese Marwan Barghouti è stato visitato nel carcere di Megiddo dal suo avvocato. È stabile, ma soffre ancora per danni all’udito e costole fratturate, conseguenze di un’aggressione del 15 settembre. Le condizioni detentive sarebbero severe: scarsità di cibo, percosse, isolamento, limitazioni all’accesso al cortile e alla doccia.

Barghouti resta una figura simbolica per molti palestinesi. E il modo in cui vengono trattati i simboli dice molto sul tipo di pace che si sta preparando.

Iran

L’Iran ha chiuso per alcune ore lo Stretto di Hormuz mentre conduceva esercitazioni navali con munizioni reali. L’agenzia ufficiale IRNA parla di test per verificare la prontezza operativa della marina dei Guardiani della Rivoluzione in vista di “potenziali minacce militari”.

Hormuz non è un tratto d’acqua qualsiasi: da lì transita circa un quinto del petrolio mondiale. Chiuderlo, anche solo per qualche ora, significa lanciare un messaggio ai mercati e alle potenze militari.

E il messaggio arriva mentre gli Stati Uniti rafforzano la presenza nella regione: F-35, aerei cisterna, asset navali, e almeno 163 voli cargo militari atterrati in Giordania, Arabia Saudita e Kuwait nelle ultime settimane.

Si è concluso a Ginevra il secondo round di colloqui tra Iran e Stati Uniti sul dossier nucleare.

Il presidente Donald Trump, parlando dall’Air Force One, ha detto che parteciperà “indirettamente” e ha avvertito: “Non credo vogliano affrontare le conseguenze di un mancato accordo”.

La Guida Suprema Ali Khamenei ha replicato che l’Iran è pronto alla guerra se i negoziati fallissero, ricordando che “anche l’esercito più forte può ricevere un colpo da cui non si rialza”.

Prima dei colloqui, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha incontrato il mediatore omanita Badr bin Hamad Al-Busaidi. Teheran parla di “idee concrete”: limiti all’arricchimento dell’uranio in cambio di alleggerimento delle sanzioni. Ma rifiuta negoziati sotto minaccia.

La linea iraniana è chiara: trattiamo, ma non in ginocchio.

l primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato di aver presentato a Trump cinque condizioni per un accordo con Teheran:

  • zero arricchimento di uranio;
  • smantellamento totale delle infrastrutture nucleari;
  • limiti stringenti alla gittata dei missili;
  • dissoluzione completa delle alleanze regionali dell’Iran;
  • ispezioni continue e senza preavviso.

Richieste molto più dure rispetto all’accordo del 2015, che limitava ma non aboliva l’arricchimento.

Teheran ha già fatto sapere che “zero enrichment” è una linea rossa.

In altre parole: Israele chiede la resa strategica. L’Iran offre un compromesso tecnico.

Il vice ministro degli Esteri iraniano Majid Takht-Ravanchi, intervistato dalla BBC, ha detto che “la palla è nel campo degli Stati Uniti” per dimostrare la volontà di un accordo.

Ha ribadito che i negoziati devono riguardare solo il nucleare. Se Washington tenterà di includere missili e alleanze regionali, i colloqui – avverte – crolleranno.

Questo è il nodo centrale: per Washington e Tel Aviv il problema è l’intero sistema di potere iraniano. Per Teheran il dossier negoziabile è solo l’uranio.

Restiamo in Iran perché Mehdi Mahmoudian, co-sceneggiatore candidato all’Oscar per It Was Just an Accident, è stato rilasciato il 17 febbraio dopo 17 giorni di detenzione in Iran.

Era stato arrestato insieme alla giornalista Vida Rabbani e all’attivista Abdollah Momeni per aver firmato un appello contro la Guida Suprema Ali Khamenei e la repressione delle proteste.

I tre sono usciti su cauzione. Le accuse: “insulto alla Guida Suprema” e “propaganda contro la Repubblica islamica”.

Giochi olimpici invernali

Polemica durante la diretta della tv pubblica svizzera RTS: il commentatore Stefan Renna ha messo in dubbio la partecipazione dell’atleta israeliano Adam Edelman alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, citando sue dichiarazioni passate a sostegno della guerra di Israele a Gaza.

Renna ha richiamato le accuse di genocidio formulate da una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite e da organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch contro Israele, accusando Edelman di aver sostenuto pubblicamente l’operazione militare.

L’ambasciata israeliana in Svizzera ha protestato formalmente. Il CIO ha evitato di entrare nel merito, rimandando la questione all’emittente.

Quanto scommettiamo che anche lui perderà il lavoro?

Corte Penale Internazionale

Il giudice della Corte penale internazionale Nicolas Guillou, sanzionato dagli Stati Uniti dopo il mandato d’arresto contro Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, chiede all’Unione Europea di reagire.

Guillou sollecita l’attivazione dello “statuto di blocco”, lo strumento giuridico europeo pensato per neutralizzare gli effetti extraterritoriali delle sanzioni straniere. Da agosto, racconta, è escluso dai principali servizi online, inclusi i pagamenti elettronici, per l’assenza di alternative europee ai circuiti dominati dagli Stati Uniti.

Il magistrato parla di una prova per la sovranità europea, evocando strumenti come l’euro digitale.

Non è solo uno scontro legale. È un test geopolitico: fino a che punto l’Europa è in grado di proteggere le proprie istituzioni quando Washington decide di colpire?

Regno Unito

Il British Museum ha smentito di aver eliminato la parola “Palestina” dalle sue esposizioni in seguito a pressioni del gruppo UK Lawyers for Israel.

Il museo ha dichiarato di continuare a usare il termine in diverse gallerie, sia storiche che contemporanee. Alcune etichette sarebbero state aggiornate per riferirsi a regioni culturali antiche come “Canaan”, mentre per le mappe moderne viene utilizzata la terminologia delle Nazioni Unite.

Il museo sottolinea che le modifiche sono state decise in modo indipendente. Anche nei musei, le parole diventano terreno di battaglia politica.

Ucraina e Russia

A Ginevra prosegue il terzo round di colloqui trilaterali tra Ucraina, Russia e Stati Uniti. La prima sessione, durata oltre quattro ore, si è conclusa martedì, a pochi giorni dal quarto anniversario dell’invasione russa del 2022.

La delegazione russa è guidata dall’assistente presidenziale Vladimir Medinsky, che sostituisce i vertici militari presenti nei precedenti round ad Abu Dhabi. Il Cremlino ha fatto sapere che si discuterà di un “ventaglio più ampio di questioni”, comprese le “questioni principali relative ai territori” – nodo centrale delle richieste di Mosca.

Per Kiev guida i negoziati Rustem Umerov, segretario del Consiglio per la Sicurezza e la Difesa Nazionale. Ha parlato di un mandato chiaro concordato con Volodymyr Zelenskyy e di un’agenda focalizzata su sicurezza e dossier umanitari.

Sul tavolo anche una possibile tregua energetica e il meccanismo di monitoraggio in caso di cessate il fuoco. Presenti consiglieri per la sicurezza di Regno Unito, Francia, Germania e Italia.

Ma mentre si negozia a porte chiuse, Zelensky avverte che Mosca potrebbe preparare un nuovo “attacco massiccio”.

È il paradosso di questa guerra: trattative diplomatiche e pressione militare avanzano in parallelo. E la pace, se arriverà, dovrà passare prima dal nodo dei territori.

Russia

Nel secondo anniversario della morte di Alexei Navalny, almeno 15 persone sono state fermate in diverse città russe, secondo il sito indipendente The Insider. Il progetto per i diritti umani OVD-Info parla di nove detenzioni solo a Ufa; la maggior parte dei fermati è stata rilasciata dopo aver firmato avvisi ufficiali.

A Mosca, la polizia ha aperto un procedimento contro il padre di un adolescente che aveva esposto un cartello con scritto “Russia sarà libera”. A San Pietroburgo, una giovane è stata fermata mentre deponeva una foto di Navalny in un memoriale per le vittime della repressione politica.

Navalny morì il 16 febbraio 2024 nella colonia penale IK-3 nell’Artico russo. Un’analisi promossa da cinque Paesi europei ha rilevato tracce di epibatidina, una tossina letale, nei campioni del suo corpo.

Kirghizistan

La Corte Costituzionale del Kyrgyzstan ha stabilito che il mandato del presidente Sadyr Japarov, eletto per sei anni nel gennaio 2021, non può essere azzerato dopo la riforma costituzionale che ha introdotto il limite di due mandati da cinque anni.

A differenza di quanto avvenuto in Russia con Vladimir Putin o in altri Paesi dell’Asia centrale, il tribunale ha deciso che il mandato attuale resta valido e deve essere completato. Niente elezioni anticipate quest’anno.

La sentenza blocca l’ipotesi di restare al potere fino al 2037, ma allo stesso tempo rafforza Japarov nel breve termine, impedendo sfide immediate.

Per ora, la Corte ha messo un punto. Ma in sistemi dove le costituzioni cambiano spesso, il punto può sempre diventare una virgola.

Canada

Il primo ministro canadese Mark Carney sta guidando i primi colloqui tra Unione Europea e un blocco indo-pacifico di 12 Paesi per creare una grande alleanza commerciale.

L’obiettivo? Contrastare quelli che ha definito i dazi “coercitivi” dell’amministrazione Donald Trump.

Parlando a Davos, Carney ha invitato le “medie potenze” a unirsi contro l’intimidazione economica, proponendo una “super supply chain”: una catena di approvvigionamento alternativa capace di ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti.

Non è solo commercio. È geopolitica delle merci.
Se prende forma, questa alleanza segnerebbe un nuovo equilibrio globale: meno centrato su Washington, più frammentato, più competitivo.

Quando i dazi diventano arma politica, anche le catene di fornitura diventano alleanze strategiche.

Stati Uniti

Un’esplosione ha colpito la Abundant Life Church a Boonville, nello stato di New York, causando diversi feriti. Secondo i media locali, la deflagrazione sarebbe stata preceduta da una segnalazione di forte odore di gas.

I soccorritori sono intervenuti intorno alle 10:45 del mattino. Alcuni presenti, tra cui il pastore, avrebbero riportato ustioni dopo essere entrati nell’edificio per verificare una perdita di propano.

La chiesa è stata rapidamente avvolta da fiamme e fumo. Le cause dell’esplosione sono ancora in fase di accertamento.

Gli Stati Uniti hanno ucciso 11 persone in tre attacchi contro imbarcazioni sospettate di traffico di droga nel Pacifico orientale e nei Caraibi. L’amministrazione Donald Trump parla di “narco-terroristi” e rivendica oltre 40 raid simili da settembre.

Washington afferma che le navi seguivano rotte note del narcotraffico, ma non ha reso pubbliche prove. Alcuni esperti legali contestano la legittimità degli attacchi e parlano di possibili violazioni del diritto internazionale.

È morto a 84 anni il reverendo Jesse Jackson. La famiglia ha annunciato che si è spento “pacificamente” martedì.

Storico collaboratore di Martin Luther King Jr., Jackson è stato una delle figure centrali del movimento per i diritti civili negli Stati Uniti. Negli anni ’80 fondò la Rainbow Coalition, un’alleanza politica che cercava di unire afroamericani, lavoratori, agricoltori, ispanici e progressisti contro la deriva neoliberista del Partito Democratico.

Nel 1988 arrivò a un passo dalla nomination democratica alla Casa Bianca. Non vinse, ma cambiò il partito. Portò nel dibattito nazionale un’agenda più inclusiva e contribuì a spingere una nuova generazione di progressisti – tra cui Bernie Sanders – al centro della politica democratica.

Jackson fu anche un mediatore internazionale informale, spesso coinvolto in missioni diplomatiche delicate, dalla liberazione di ostaggi a iniziative di dialogo nei conflitti globali.

Il presidente Donald Trump ha pubblicato un messaggio di cordoglio, ricordando di avergli messo a disposizione uno spazio ufficio e sostenendo che Jackson avrebbe avuto un ruolo nell’elezione di Barack Obama, pur senza riconoscimenti pubblici.

Jesse Jackson è stato una figura divisiva, ma centrale. Ha incarnato una stagione in cui i diritti civili cercavano di tradursi in potere politico strutturale.

Con la sua morte si chiude un capitolo della storia americana: quello in cui il sogno di King tentava di diventare coalizione elettorale.

E oggi, in un’America più polarizzata che mai, ci chiediamo chi raccoglierà la sua eredità?

Cuba

Cumuli di spazzatura nelle strade dell’Avana. Non per uno sciopero, non per un disastro naturale. Ma per mancanza di carburante.

Secondo un’inchiesta congiunta di Al Jazeera e Reuters, solo 44 dei 106 camion per la raccolta dei rifiuti della capitale cubana sono attualmente operativi. Il risultato: rifiuti accumulati in diversi quartieri, con crescenti timori sanitari in un Paese che già affronta carenze croniche di medicinali, elettricità e beni essenziali.

La crisi energetica che colpisce Cuba da mesi sta paralizzando servizi fondamentali. Senza diesel non si muovono i camion. Senza camion, la città si ferma. E quando una capitale non riesce a smaltire i rifiuti, il problema diventa rapidamente sanitario oltre che politico.

Il presidente Donald Trump ha definito Cuba una “nazione fallita”. Messico e Spagna hanno annunciato l’invio di aiuti.

Ma la situazione racconta qualcosa di più profondo: un sistema economico sotto pressione estrema, stretto tra sanzioni statunitensi, inefficienze interne e una crisi energetica globale che pesa su un’economia fragile.

Quando la spazzatura invade le strade, non è solo un problema urbano. È il segnale visibile di un Paese che fatica a tenere insieme i servizi di base.

E in America Latina, dove le parole “fallimento” e “interferenza” hanno una lunga storia, anche la gestione dei rifiuti diventa geopolitica.

Venezuela

Nuovi documenti del Dipartimento di Giustizia USA rivelano una corrispondenza tra l’imprenditore venezuelano Francisco D’Agostino e il finanziere Jeffrey Epstein tra il 2012 e il 2018.

Le email mostrano D’Agostino offrirsi come ponte tra Epstein e l’élite politica ed economica venezuelana, nel pieno della transizione dopo la malattia e la morte di Hugo Chávez e l’ascesa di Nicolás Maduro.

Epstein investì almeno 4,5 milioni di dollari in bond della compagnia petrolifera statale PDVSA, mentre il Paese entrava in una crisi profonda.

D’Agostino fu sanzionato nel 2019 per presunti legami con il settore petrolifero venezuelano; le sanzioni sono state revocate lo scorso anno e non risulta condannato.

Le carte aggiungono un nuovo tassello a una rete che intreccia petrolio, finanza e potere internazionale.

Argentina

Il Senato argentino ha approvato con 42 voti favorevoli e 30 contrari il disegno di legge “Labor Modernization” del presidente Javier Milei.

Una riforma profonda, che ora passa alla Camera dei Deputati per l’approvazione definitiva.

Il testo introduce le cosiddette “banche ore”, permettendo di estendere la giornata lavorativa compensando le ore su base mensile o annuale. Riduce le indennità di licenziamento, limita il diritto di sciopero nei settori considerati essenziali, consente ai datori di lavoro di pagare salari in valuta estera o anche in natura, e indebolisce i contratti collettivi.

Fuori dal Congresso, a Buenos Aires, si sono registrati scontri tra manifestanti e forze di sicurezza. I principali sindacati stanno valutando uno sciopero generale.

Per Milei si tratta di un passaggio chiave del suo progetto libertario: deregolamentare il mercato del lavoro, ridurre il potere sindacale, attrarre investimenti. Per l’opposizione e per i sindacati è un attacco diretto alle tutele conquistate in decenni di conflitti sociali.

L’Argentina è un Paese abituato a oscillare tra shock economici e mobilitazioni di massa. Questa riforma non è solo tecnica. È ideologica.

E la vera partita non si gioca solo nelle aule parlamentari. Si gioca nelle fabbriche, nei trasporti, nelle scuole.
Se arriverà lo sciopero generale, sarà il primo grande test di forza tra il presidente e la piazza.

Perù

Il Congresso peruviano ha votato la destituzione del presidente ad interim José Jerí con 75 voti favorevoli, mentre è sotto indagine preliminare per corruzione e traffico d’influenza legati a incontri riservati con due dirigenti cinesi. Jerí nega ogni accusa e sostiene che si trattasse dell’organizzazione di un evento culturale.

La sua rimozione arriva a poche settimane dalle elezioni generali del 12 aprile e segna l’ennesimo capitolo di una crisi politica cronica: dal 2016 il Paese ha avuto sette presidenti.

Il Parlamento sceglierà ora un nuovo capo di Stato ad interim fino all’insediamento del vincitore. Intanto l’economia resta relativamente stabile, con un debito pubblico pari al 32% del Pil nel 2024, tra i più bassi dell’America Latina.

Ma la fragilità istituzionale resta profonda, alimentata da una clausola costituzionale – quella dell’“incapacità morale” – che negli ultimi anni ha permesso al Congresso di rimuovere più presidenti.

Myanmar

La giunta militare del Myanmar ha ordinato al diplomatico senior di Timor Est di lasciare il Paese, dopo che i tribunali di Timor Est hanno accettato una denuncia penale contro le forze armate birmane.

Il caso, sostenuto dalla Chin Human Rights Organization, prende di mira alti esponenti della giunta, incluso il generale Min Aung Hlaing, per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Il presidente timorese José Ramos-Horta è da anni tra i critici più espliciti del regime militare birmano. La decisione rischia di acuire le tensioni all’interno dell’ASEAN, già divisa sulla gestione della crisi in Myanmar.

Quando un piccolo Stato porta in tribunale una giunta militare, non è solo un atto legale. È una sfida politica.

Cina

Secondo dati ufficiali del governo cinese pubblicati recentemente, la natalità nel Paese è precipitata del 17 % nel 2025, toccando il livello più basso almeno dal 1949.

Con circa 7,92 milioni di nati e oltre 11 milioni di morti, la popolazione complessiva è diminuita di oltre 3 milioni di persone lo scorso anno — un calo tanto marcato da ricordare solo la tragedia del Great Leap Forward.

Gli analisti sottolineano che il problema non è solo la bassa natalità ma anche il calo delle matrimoni, con un tasso di nozze che è diminuito del 20 % nel 2024 dopo anni di declino.

I timori principali sono economici: un mercato del lavoro che si restringe e un sistema pensionistico sottodimensionato per una popolazione sempre più anziana.

Ti potrebbe interessare anche:

E se credi in un giornalismo indipendente, serio e che racconta il mondo recandosi sul posto, puoi darci una mano cliccando su Sostienici


[There are no radio stations in the database]