27 febbraio 2026 – Notiziario Africa

Scritto da in data Febbraio 27, 2026

  • Etiopia, il Tigray sull’orlo di una nuova guerra tra giochi di alleanze e corsa al Mar Rosso
  • In Congo e Sudan ancora guerra
  • Diritti LGBTQ+: arresti in Uganda e stretta legislativa in Senegal
  • Niger, scoperto un nuovo Spinosauro: l’“airone infernale” riscrive la storia dei dinosauri africani
Questo e molto altro nel Notiziario Africa di Radio Bullets a cura di Elena L. Pasquini 

Siamo noi oggi. Sarete voi domani.

Sembra abbia mormorato queste parole, Hailé Selassié, imperatore d’Etiopia, scendendo dal pulpito della Società delle Nazioni a Ginevra il 30 giugno del 1936. Il suo Paese era stato invaso dall’Italia fascista di Benito Mussolini.

Oggi, l’Etiopia, domani il resto del mondo. Quelle parole, appello alla comunità internazionale a non voltare le spalle, monito a chi si sente vanamente al sicuro, andrebbero ricordate, ripetute ogni volta che in un qualunque luogo del Pianeta, per quanto lontano e distante, si sceglie o si annuncia il ricorso alle armi.

Ed è proprio con quelle parole in mente che oggi iniziamo il nostro Notiziario dall’Etiopia, dove soffiano di nuovo venti di guerra, una guerra che sembra non riguardarci e che invece è un ginepraio dove è invischiato il mondo intero.

A morire, come sempre, i civili. Vi daremo aggiornamenti, poi, da altri due teatri di guerra, conflitti armati cronici: Repubblica democratica del Congo e Sudan.

Quindi, torneremo a raccontarvi di diritti negati, in Uganda e in Senegal, dove ad amare e desiderare una persona dello stesso sesso si rischia la prigione o persino la vita.

Volteremo quindi pagina, per portarvi in Niger per una straordinaria scoperta paleontologica e in Ghana, che celebra la sua moda antica e simbolica. La musica, come sempre, con l’invito all’ascolto che ci conduce in Kenya.

Oggi, 27 febbraio 2026.

Etiopia

Ai confini del Tigray, nel Nord dell’Etiopia, il Governo federale raduna le sue truppe. A gennaio, nella remota Tsemlet ci sono stati scontri tra l’Esercito federale e le Forze di Difesa del Tigray, il braccio armato del Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray, il TPLF, che il Governo accusa di essere sostenuto dalla vicina Eritrea, e con il quale ha combattuto una guerra, tra il 2020 e il 2022, costata la vita a un numero incalcolabile di persone, oltre 600 mila.

Addis Abeba avrebbe anche attaccato con droni due camion merci nei dintorni di Enticho.

Sale la tensione, come non si vedeva da quasi quattro anni, scrive Maëlle Duhamel su Le Monde. Chi è tornato dopo la fine del conflitto tra i tigrini e l’esercito federale ora ha di nuovo paura.

“Molti dicono che la guerra ricomincerà. Mi spaventa così tanto… Ma cosa possiamo fare?”, racconta Mehari alla testata francese.

“Se la guerra dovesse ricominciare, credo che la situazione sarebbe ancora più grave di prima”, ha detto Gebreegziabher Berehe, 37 anni, guida turistica, all’Associated Press.

Le sue prenotazioni sono esaurite, i bancomat nella città di Mekele sono vuoti “e sta pensando di lasciare un paese in cui non può più permettersi di vivere: “Io e i miei colleghi stiamo affrontando gravi crisi economiche e morali, prima ancora di sentire il rumore di un’arma da fuoco”.

The New Humanitarian racconta che gli abitanti di Mekelle, il capoluogo regionale, hanno “fatto scorta di generi alimentari e si sono formate lunghe code presso le banche. Molti commercianti, preoccupati per le interruzioni delle reti online, ora rifiutano i pagamenti digitali”.

L’Etiopia continua a tremare, sempre sull’orlo dell’abisso, ma le tensioni che l’attraversano sono molto più che tensioni interne a un Paese multietnico, vastissimo e complesso.

Hanno una dimensione internazionale che coinvolge il Corno d’Africa, i Paesi del Golfo e quel mare, il Mar Rosso, strategico per una bella fetta del mondo, anche il nostro.

Per tentare di mettere insieme i pezzi di questo puzzle dobbiamo, però, tornare indietro, alla guerra scoppiata nel 2020 e al continuo mutare di alleanze.

L’esercito federale, insieme agli eritrei e ai paramilitari Amhara, etnia che controlla l’omonima regione lungo il confine sud del Tigray e che ha rivendicazioni territoriali sul Tigray, combattono contro il TPLF, l’autorità che governa la regione tigrina, e che ha governato l’intera Etiopia dopo aver abbattuto la dittatura di Menghistu fino all’ascesa al potere di Abiy Ahmed, attuale capo di Stato.

Con il cessate il fuoco, e gli accordi di pace di Pretoria, tutti avrebbero dovuto disarmarsi e lasciare i territori occupati. È istituita un’amministrazione interinale.

Ed ecco, è all’accordo di pace che oggi si aggrappa chi cerca una scusa per tenere accesa la tensione o che minaccia di scatenare una nuova guerra: c’è chi quegli accordi non li ha mai accettati, chi pensa che siano stati traditi. Le vecchie alleanze si disfano e nuove si tessono.

I tigrini si spaccano, in una feroce lotta per il potere: da una parte i seguaci di Debretsion Gebremichael, presidente del TPLF, che si dice vicino ad Asmara, l’Eritrea antico nemico che ha occupato il Tigray e si è macchiata di atrocità a danno del popolo tigrino; dall’altra la fazione del suo vice, Getachew Reda, che cambia radicalmente alleanza e si fa vicino invece al governo Abiy Ahmed, che al suo popolo ha fatto guerra.

Ciascuno ha il suo braccio armato, la Tigray Defence force e il Tigray Peace Force.

“Alla radice di questo conflitto vi è una crisi di legittimità postbellica e una divergenza fondamentale su dove risiedere l’autorità suprema”, scrive The New Humanitarian. Una crisi interna, però, che diventa scontro con il Governo federale.

Spaccati anche gli Amhara: con la milizia Fano, che da alleati del Governo sono passati dall’altra parte, con il TPLF; mentre la Guardia Tekeze, continua a combattere a fianco dell’esercito di Addis Abeba.

È in questo caos che il Tigray diventa terra di contesa politica tra Etiopia ed Eritrea, Paesi che si sono prima combattuti, poi alleati – Abiy è stato insignito del Nobel per la pace nel 2019 per aver posto fine a decenni di ostilità tra i due Paesi – e che ora sono di nuovo ai ferri corti.

L’Etiopia ha un obiettivo: vuole l’accesso al mare, vuole il porto di Assab, perso nel 1993 quando l’Eritrea è diventata indipendente. Per molti osservatori questo potrebbe essere il fattore scatenante di un nuovo conflitto armato.

“Abiy ha detto ai legislatori all’inizio di questo mese che il Mar Rosso e l’Etiopia “non possono rimanere separati per sempre”.

Yemane Gebremeskel, portavoce del governo eritreo, ha liquidato l’ambizione di Abiy definendola un “malessere delirante” in alcune dichiarazioni rilasciate all’Associated Press.

L’Eritrea, temendo un attacco militare al suo porto di Assab, ha risposto avvicinandosi ai suoi ex rivali, i leader del Tigray, pur negando qualsiasi alleanza.

Questo ha suscitato preoccupazione ad Addis Abeba, dove il governo etiope sta richiamando le sue forze di riserva”, spiega l’Associated Press.

Di mezzo, intanto ci stanno anche il vicino Sudan e la Somalia. È in Sudan che TPLF ed Eritrea si sono incontrati alla fine del 2025, sotto gli auspici del presidente Abdel Farrah al-Burhan, armato e sostenuto da Asmara e dal Cairo contro il generale “Hemedti” Dagalo, che guida i paramilitari delle Forze di Supporto Rapido. Le RSF, sostenuti invece dagli Emirati, avrebbero ricevuto addestramento in Etiopia.

“L’esternalizzazione della disputa è un elemento sempre più pericoloso”, scrive ancora The New Humanitarian. Esternalizzazione, sempre per via di quel Mare: è in cambio dell’affitto del porto di Berbera e di una base militare, che Addis Abeba promette il riconoscimento del Somaliland separatista scatenando l’ira di Mogadiscio e quella della Turchia.

Un ulteriore focolaio attizzato, adesso, dalla decisione di Israele di riconoscere l’indipendenza del Somaliland, Israele il cui presidente, Isaac Herzog, è in visita in questi giorni ad Addis Abeba.

Etiopia, Eritrea, Sudan, Egitto, Somalia, Emirati, Turchia, Israele e tutti i loro alleati, Arabia Saudita, l’Occidente: è dentro questo groviglio di interessi e lotte di potere che si perdono le voci di Mehari e di  Gebreegziabher che abbiamo ascoltato all’inizio, è in mezzo a questa danza di alleanze e giravolte, intorno a un pezzo di mare, corridoio di tutto quello che di buono e cattivo produce il pianeta, che si perdono le voci di chi continua a piangere morti e di chi vuole, ma non può, tornare a casa, di chi vuole andarsene, delle vittime, degli sfollati, degli invalidi, delle donne stuprate in una guerra, quella del Tigray, che non ancora spenta minaccia già di divampare di nuovo.

Repubblica democratica del Congo e Sudan

Si torna a combattere, nell’Est della Repubblica democratica del Congo.

Mercoledì, milizie locali e l’esercito congolese avrebbero sferrato attacchi simultanei contro i ribelli del Movimento 23 marzo che dal gennaio dello scorso anno occupano parte del territorio congolese nel Nord e Sud Kivu, nell’ennesima, intensa, fase, di una guerra ormai cronica, che si combatte da oltre trent’anni.

Gli attacchi delle forze di Kinshasa si sarebbero concentrati intorno al sito minerario di Rubaya, miniera strategica che produce tra il 15 e il 30 percento del coltan mondiale, un minerale fondamentale per le tecnologie che usiamo tutti i giorni, nell’industria dei semiconduttori, indispensabile nella produzione di telefoni e computer. Scontri anche nella zona di Masisi e in Sud Kivu, dove operano anche soldati del Burundi a fianco dell’esercito di Kinshasa.

“Secondo gli esperti delle Nazioni Unite, il sito minerario di Rubaya, che si estende per diverse decine di chilometri, è passato sotto il controllo dell’AFC/M23 nell’aprile 2024, che ricava ingenti entrate da una tassa riscossa sulla produzione e sul commercio di minerali.

“Nel centro di Rubaya regna la psicosi, sono andato a vedere il luogo in cui è avvenuto il bombardamento con il drone, ma ci è stato negato l’accesso”, ha raccontato martedì all’AFP un residente, in condizione di anonimato”, scrive France 24.

Sudan

Si continua a combattere anche in Sudan, dove i ribelli delle Forze di Supporto Rapido, hanno preso il controllo, domenica, della città di Mostariha, nel Darfur settentrionale, vicino al confine con il Ciad.

La città è il quartier generale di Moussa Hilal, ex leader dei Janjaweed sudanesi, chiamati i “demoni a cavallo”, autori di atrocità nella campagna contro i gruppi non arabi del Darfur nel 2003, e oggi confluiti nelle RSF. Moussa Hilal, presidente del Consiglio Rivoluzionario Sahwa (Risveglio), si è schierato però con l’esercito sudanese.

“È riuscito a fuggire dalla città, ma suo figlio sarebbe stato ucciso dall’FSR”, racconta Radio France Internationale. Ahmad Mohamad Abkar, portavoce del suo movimento, sostiene che la città è stata attaccata da oltre 600 veicoli armati.

“Secondo i video visionati da RFI, si trattava di veicoli Spartan II fabbricati negli Emirati Arabi Uniti e simili a quelli utilizzati dall’LNA in Libia, guidato da Khalifa Haftar”, scrive RFI. Ci sarebbero 28 morti e 40 feriti.

Intanto il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha sanzionato quattro leader delle RSF, per il loro coinvolgimento in crimini e abusi contro i civili in particolare in Darfur e nella città di El-Fasher, i loro beni sono stati congelati e sono state imposte restrizioni di viaggio.

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha anche nominato un nuovo inviato per il Sudan: è il parlamentare finlandese Pekka Haavisto, ex Ministro degli esteri, già inviato in Darfur nel 2005 dall’Unione Europea e coordinatore delle inchieste ONU sull’uranio impoverito nei Balcani.

Diritti

In Uganda due donne sono state arrestate perché “viste baciarsi” in pubblico. In Senegal il Primo ministro, Ousmane Sonko, ha presentato un disegno di legge che raddoppia la pena massima per le relazioni tra persone dello stesso sesso, portandola da cinque a dieci anni, a pochi giorni dall’incriminazione di 12 uomini per “atti contro natura”.

Ancora repressione, in un continente dove sono almeno 30 i Paesi che criminalizzano l’omosessualità.

In Uganda, a Arua, racconta la BBC, sarebbero stati i vicini delle giovani donne ad aver allertato la polizia. “I vicini hanno contattato la polizia lamentando che i due praticavano l’omosessualità e sono stati visti baciarsi in pubblico”, ha detto all’AFP la portavoce della polizia locale Josephine Angucia, aggiungendo che i vicini hanno fornito foto che, a loro dire, mostrano i due baciarsi apertamente”, riporta la testata britannica.

Angucia ha aggiunto che i residenti hanno anche riferito di aver visto gruppi di donne visitare la casa con una sola camera da letto della coppia e pernottare lì, il che, a loro avviso, indicava incontri tra persone dello stesso sesso”, si legge ancora.

Racconti, voci, delazione. “Si dice”, in Uganda, può condurre direttamente all’ergastolo e per quei casi che la legge considera “recidivi” o “aggravati” persino alla morte. Il quadro normativo ugandese è tra i più severi al mondo”.

L’attivista per i diritti umani Frank Mugisha ha criticato gli arresti nei commenti pubblicati su X, affermando che mettono in luce il contesto pericoloso in cui versano le persone LGBTQ+ ugandesi. Ha avvertito che la legge ha portato a ricatti ed estorsioni, e che le vittime spesso hanno troppa paura di essere perseguite per chiedere aiuto”, scrive la BBC.

Intanto, in Senegal, il governo punta a irrigidire ulteriormente le sanzioni. “Chiunque commetta un atto contro natura sarà punito con una pena detentiva da cinque a dieci anni”, ha dichiarato in parlamento.

Il testo stabilisce che “qualsiasi atto sessuale o atto di natura sessuale tra due persone dello stesso sesso costituisce un atto contro natura” e introduce pene da tre a sette anni anche per “chiunque si impegni a sostenere” tali relazioni. Sono previste inoltre multe tra 2 e 10 milioni di CFA. La proposta, già approvata dal Consiglio dei ministri e in attesa di ratifica parlamentare

Niger

È uno Spinosaurus mirabilis, leggendario dinosauro dalla imponente vela dorsale, l’eccezionale scoperta nel cuore del deserto del Niger, a nord-est della città di Agadez, nel bacino di Iullemeden.

Nella regione di Gadoufaoua, nota per i suoi preziosi e unici giacimenti fossili, un team internazionale di paleontologi, guidato dall’americano Paul Sereno dell’Università di Chicago, ha individuato una nuova specie di questo gigante lungo 12 metri, pesante tra le 5 e le 7 tonnellate, abitante dei boschi ma che si nutriva dei pesci dei fiumi.

La scoperta conferma la diffusione dello Spinosaurus nell’Africa Subsahariana e “fornisce informazioni senza precedenti sull’evoluzione degli spinosauridi” nel continente, come racconta Studio Kalangou, programma radiofonico nigerino.

“Una cresta cranica a forma di scimitarra e denti sovrapposti caratterizzano questo gigante delle paludi, una delle ultime specie di spinosauride rimaste”, scrive Studio Kalangou.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Science, conferma la ricchezza dei giacimenti fossili dell’area desertica del Ténéré e l’importanza del Niger nello studio dei dinosauri.

Soprannominato “airone infernale”, è “solo la seconda specie conosciuta di Spinosaurus, un dinosauro che ha guadagnato fama nella cultura popolare per la sua rappresentazione nei film “Jurassic Park” .

L’altro, Spinosaurus aegyptiacus, è stato chiamato così nel 1915 sulla base di fossili provenienti dall’Egitto”, scrive l’agenzia di stampa Reuters.

La grande cresta dell’unico dinosauro predatore semiacquatico conosciuto, era “probabilmente rivestita di cheratina come le corna di un toro”, aggiunge Reuters e “potrebbe essere stata dai colori vivaci e aver svolto un ruolo fondamentale nella competizione sessuale o territoriale o nel riconoscimento tra individui.

Ghana

La moda in Ghana è molto più di una scelta estetica: è un archivio di memoria collettiva e un dispositivo di coesione sociale. “Dalle savane settentrionali alle pianure costiere, la moda non è solo ciò che indossiamo, ma ciò che siamo.

È il filo visibile che collega la nostra gente al di là delle divisioni etniche, sociali e generazionali” e non un semplice ornamento, ma “un patrimonio vivente” fatto di simboli, colori e tessuti che raccontano “le storie delle relazioni e dei commerci” del Paese, scrive la Commissione Nazionale per la Cultura del Ghana.

In questo sistema di segni il fugu – o batakari – occupa un posto centrale. Nato nelle savane del nord, dove la coltivazione del cotone e la tessitura manuale hanno dato forma a una delle tradizioni più importanti dell’Africa occidentale, l’indumento era inizialmente legato al mondo della caccia e della guerra.

“Inizialmente, il grembiule era indossato da cacciatori e guerrieri che ne apprezzavano la forza e il simbolismo spirituale. Ogni filo e ogni tinta erano intrisi di significato: l’indaco simboleggiava resistenza e saggezza, mentre il nero rappresentava protezione e potere ancestrale”, racconta Ghana Culture.

Il valore non era solo materiale ma rituale: “Tradizionalmente, si credeva che la tunica possedesse proprietà mistiche… per fornire difesa spirituale durante le battaglie o i rituali”, mentre il taglio ampio “era progettato per garantire libertà di movimento e potere”.

Da abito di guerra e cerimonia il fugu si è trasformato in un segno nazionale, “divenuto simbolo di unità che celebra la diversità del Ghana”, si legge ancora.

Oggi quella storia è tornata al centro del dibattito pubblico. Come racconta The Independent, a febbraio “il presidente John Dramani Mahama arriva a Lusaka, in Zambia, per una visita di stato di tre giorni indossando un Fugu”. La scelta scatena critiche e prese in giro online che ottengono però un effetto inatteso.

L’abito inizia a vivere “un’impennata di popolarità senza precedenti… innescata” dalle quelle prese in giro, scrive la testata britannica: “Una dura difesa da parte dei ghanesi, che si sono mobilitati per proteggere quello che consideravano un ricco patrimonio culturale”, fino alla decisione del ministro del Turismo di dichiarare il mercoledì “Giorno del Fugu”.

Da quel momento l’indumento è diventato presenza quotidiana negli uffici e nei mercati, con un impatto economico anche sugli artigiani e sui commercianti.

Invito all’ascolto. Kalamashaka, Tafsiri Hii

 Traduci questo: la vita laggiù nel ghetto è dura/amara.

Piango mentre uso il microfono.

Anche se siamo in basso, continuiamo a sperare.

“Traduci Questo”, “Tafsiri Hii”, “era più di una canzone: è stata una svolta epocale”, scrive Oynga Pala, editorialista keniota. “Incarna il desiderio di fuggire dalla povertà e cercare una vita migliore nonostante si sia nati dalla parte sbagliata della città.”

Il brano dei Kalamashaka, gruppo rap nato a Nairobi negli anni ’90 ha dato speranza e consapevolezza per una generazione alle prese con povertà, corruzione e tensioni politiche, ha dato voce ai giovani dei ghetti urbani usando il dialetto urbano locale, al posto dell’inglese. Era quello un momento di profonda trasformazione politica e sociale.

Oggi che il Kenya e l’Africa orientale stanno attraversando momenti di forte tensione politica, la musica sta assumendo quello che è sempre stato il suo ruolo sociale? “

Momenti come questo hanno storicamente chiamato in causa la musica dell’Africa orientale, assumendo il ruolo sia di testimone che di agitatore”, scrive Frank Njugi su Afrocritik. “In questo momento, la nostra musica popolare, un tempo la forma più affidabile di espressione civica della regione, suona curiosamente disimpegnata”, aggiunge nel suo racconto di quello che definisce il ripiegamento della musica d’impegno civile.

 

Musica: King David – Pond5

Foto di copertina: Kwaku Panti Osei su Unsplash

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