12 marzo 2026 – Notiziario Mondo
Scritto da Barbara Schiavulli in data Marzo 12, 2026
- Risoluzione Onu contro gli attacchi dell’Iran nel Golfo nessuna menzione ad Usa e Israele.
- Etiopia: Amnesty denuncia violenze contro donne e ragazze in Oromia.
- Libano: almeno 7 persone uccise da Israele nelle prime ore di stamattina.
- Gaza: la tregua che non c’è.
- L’Agenzia Internazionale dell’Energia libera le riserve di petrolio
- Cile: Il nuovo presidente Kast guarda a Washington.
- Pakistan: austerità per la crisi energetica.
Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli
Guerra all’Iran
La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran entra nel tredicesimo giorno e il conflitto continua ad allargarsi, con attacchi incrociati, tensioni nel Golfo e un numero crescente di vittime civili.
il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione che invita l’Iran a cessare immediatamente i suoi attacchi contro le nazioni del Golfo, suscitando aspre critiche da parte di Teheran, che ha accusato l’organismo di ignorare gli attacchi statunitensi e israeliani sul territorio iraniano.
La risoluzione, adottata con 13 voti favorevoli e due astensioni, chiede all’Iran di cessare di prendere di mira gli stati del Golfo e di interferire con le rotte marittime internazionali.
Il testo “chiede la cessazione immediata di tutti gli attacchi della Repubblica islamica dell’Iran contro Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Giordania”.
Il Consiglio di sicurezza ha inoltre messo in guardia l’Iran dal interrompere le rotte marittime nella regione, tra cui lo strategico Stretto di Hormuz, un’arteria vitale per le spedizioni mondiali di petrolio.
La risoluzione inoltre “condanna qualsiasi azione o minaccia da parte della Repubblica islamica dell’Iran volta a chiudere, ostacolare o altrimenti interferire con la navigazione internazionale attraverso lo Stretto di Hormuz”.
Due membri permanenti del Consiglio, Russia e Cina, si sono astenuti dal voto, criticando la risoluzione perché non menziona gli attacchi degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran.
Nelle ultime ore raid aerei statunitensi e israeliani hanno colpito diverse aree di Teheran, mentre Israele ha attaccato anche strutture militari a Tabriz. Secondo l’esercito israeliano, tra gli obiettivi c’erano quartier generali delle forze speciali, unità legate ai missili balistici e complessi della milizia Basij, oltre a un centro delle Guardie Rivoluzionarie nella capitale.
Circa 21.720 edifici in Iran sono stati colpiti dagli attacchi in corso tra Stati Uniti e Israele dal 28 febbraio, tra cui 4.122 esercizi commerciali e 17.353 abitazioni, oltre a centri sanitari, scuole e infrastrutture umanitarie, ha affermato mercoledì la Mezzaluna Rossa iraniana.
Secondo quanto riportato mercoledì dal canale Telegram del governo iraniano, la Mezzaluna Rossa iraniana ha dichiarato che nello stesso periodo oltre 56.000 persone hanno contattato la sua hotline per ricevere supporto psicologico.
Ma le bombe non colpiscono solo obiettivi militari.
La Mezzaluna Rossa iraniana riferisce di civili uccisi e feriti in un attacco nella zona orientale di Teheran, mentre bombardamenti nel quartiere residenziale di Mehrshahr hanno distrutto una villa vicino a edifici abitati. Esplosioni sono state registrate anche a Quds, nella periferia occidentale della metropoli.
Il bilancio umano continua a crescere.
Secondo il ministero della Sanità iraniano oltre 1.300 persone sono morte e più di 17.000 sono rimaste ferite dall’inizio della guerra. Tra i feriti ci sono oltre mille bambini, tra cui 65 sotto i cinque anni e 35 neonati. Almeno 11 bambini piccoli sono stati uccisi.
Le infrastrutture civili sono sempre più colpite: la Mezzaluna Rossa parla di quasi 20 mila edifici danneggiati, tra cui 77 centri sanitari e 65 scuole.
Secondo stime locali, circa un milione di persone si sono radunate mercoledì nel centro di Teheran per il corteo funebre degli alti comandanti militari e civili iraniani uccisi dagli Stati Uniti e da Israele il primo giorno dell’attuale guerra.
Sul piano militare però l’Iran continua a rispondere.
Teheran afferma di aver lanciato nuove ondate di missili nell’operazione “True Promise 4”, prendendo di mira basi statunitensi nella regione — tra cui Al Udeid in Qatar, Al Dhafra negli Emirati e la Quinta Flotta in Bahrain — oltre a diversi obiettivi in Israele. Secondo un’analisi del New York Times, almeno 17 installazioni militari statunitensi e sistemi di difesa nel Medio Oriente sono stati colpiti o danneggiati dall’inizio del conflitto.
Anche le milizie filo-iraniane in Iraq dichiarano di aver lanciato 31 attacchi con droni e missili contro basi americane.
Il primo ministro iracheno Mohammed Shia’ al-Sudani ha avuto una telefonata con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, dicendogli che gli attacchi iraniani sul territorio iracheno sono “inaccettabili” e che l’Iraq non verrà utilizzato come “trampolino di lancio” per attacchi contro il suo vicino.
Dallo scoppio della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, l’Iraq e la regione del Kurdistan sono stati ripetutamente presi di mira da attacchi missilistici e di droni iraniani, con basi militari e strutture diplomatiche statunitensi che si sono rivelate obiettivi interessanti sia per Teheran che per le milizie filo-iraniane che operano nel Paese.
La guerra ora sta toccando anche l’economia globale.
Un attacco con drone ha costretto alla chiusura del complesso petrolifero di Ruwais ad Abu Dhabi, uno dei più grandi al mondo, mentre nel Stretto di Hormuz — la rotta da cui passa circa un quinto del petrolio mondiale — tre navi commerciali sono state colpite da proiettili nelle ultime ore.
Washington accusa inoltre l’Iran di aver iniziato a posare mine navali nello stretto, e il presidente Donald Trump ha minacciato una risposta militare “senza precedenti” se non verranno rimosse.
Un attacco ha anche colpito una nave cargo thailandese vicino allo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più strategici al mondo. Un’esplosione ha provocato un incendio nella sala macchine mentre l’imbarcazione era in navigazione.
Secondo le autorità thailandesi 20 membri dell’equipaggio sono stati evacuati e soccorsi dalla marina dell’Oman, mentre tre marinai risultano dispersi, probabilmente intrappolati nella zona colpita.
Intanto il Pentagono ha confermato 140 soldati americani feriti dall’inizio del conflitto.
Ma mentre i bombardamenti continuano, emergono anche dubbi sulla giustificazione della guerra.
Alcuni esperti nucleari e analisti di non proliferazione contestano la motivazione usata dall’amministrazione Trump per colpire il reattore di ricerca di Teheran, sostenendo che si tratti di un impianto civile incapace di produrre materiale per armi nucleari.
Anche l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ha dichiarato di non avere prove che l’Iran stesse costruendo una bomba.
Sul piano politico, Trump ha già parlato di “missione compiuta”, sostenendo che gli Stati Uniti “hanno già vinto in molti modi”.
Da Teheran però arriva una risposta opposta: le autorità iraniane affermano di poter sostenere almeno sei mesi di guerra intensa e di non essere interessate a un cessate il fuoco.
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha dichiarato che l’unico modo per porre fine alla guerra in Medio Oriente è che vengano accettate tre condizioni chiave poste da Teheran.
La prima è il riconoscimento dei diritti legittimi dell’Iran, che secondo il governo iraniano sono stati violati dagli attacchi di Stati Uniti e Israele.
La seconda è il pagamento di riparazioni per i danni causati dai bombardamenti durante il conflitto.
La terza riguarda garanzie internazionali che impediscano nuove aggressioni contro l’Iran in futuro.
Teheran sostiene quindi che la guerra potrà finire solo con un accordo che riconosca queste condizioni, mentre gli Stati Uniti e Israele continuano a portare avanti le operazioni militari nella regione.
E anche da Israele: “operazione guidata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump e dal primo ministro Benjamin Netanyahu continuerà senza limiti di tempo, finché non raggiungeremo tutti gli obiettivi e non vinceremo la campagna”.
Lo ha affermato il ministro della Difesa israeliano
E mentre le diplomazie cercano una via d’uscita, i bombardamenti continuano — e con loro il prezzo pagato dai civili.
Da quando è scoppiata la guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti sta circolando online una quantità senza precedenti di video falsi creati con l’intelligenza artificiale, spesso diffusi per guadagnare denaro attraverso i social network.
Secondo un’analisi di BBC Verify, numerosi filmati generati con l’AI – insieme a immagini satellitari manipolate – sono stati utilizzati per diffondere informazioni fuorvianti sul conflitto. Nel complesso, questi contenuti hanno raccolto centinaia di milioni di visualizzazioni sulle piattaforme social.
Video generato con AI sulla guerra in Iran – fonte: BBC
Gli esperti spiegano che le nuove tecnologie di generazione video hanno abbassato drasticamente la soglia tecnica: ciò che prima richiedeva produzioni professionali ora può essere creato in pochi minuti con strumenti di intelligenza artificiale.
Un esempio diffuso online mostrava falsamente missili che colpiscono Tel Aviv, mentre un altro video – visto decine di milioni di volte – simulava un incendio nel grattacielo Burj Khalifa di Dubai, alimentando preoccupazione tra residenti e turisti.
In alcuni casi, persino i sistemi di verifica automatica non hanno funzionato: diversi utenti hanno chiesto conferma all’assistente AI Grok, che in alcune occasioni ha erroneamente indicato come autentici video generati artificialmente.
Il fenomeno riguarda anche immagini satellitari. Una fotografia falsa, diffusa dal quotidiano iraniano Tehran Times, sosteneva di mostrare danni alla base della Quinta Flotta della Marina statunitense in Bahrain dopo un attacco iraniano. In realtà l’immagine era stata generata con strumenti di intelligenza artificiale partendo da una foto satellitare reale scattata nel 2025.
Secondo gli esperti, la diffusione di questi contenuti è incentivata anche dai sistemi di monetizzazione delle piattaforme social. L’azienda X ha annunciato che sospenderà temporaneamente dal proprio programma di guadagno i creatori che pubblicano video di guerra generati con l’intelligenza artificiale senza segnalarlo chiaramente.
Il problema, però, resta più ampio. Molti account diffondono contenuti sensazionalistici per ottenere milioni di visualizzazioni e quindi guadagni pubblicitari.
Secondo i ricercatori, la facilità con cui oggi si possono creare video realistici rende sempre più difficile distinguere tra immagini reali e manipolate, con un effetto diretto sulla fiducia del pubblico nelle informazioni che circolano online durante i conflitti.
E così, mentre a Washington qualcuno parla già di vittoria come se la guerra fosse una conferenza stampa ben riuscita, sul terreno la regione continua a sbriciolarsi. Perché quando i leader contano i missili, spesso i civili contano i morti.
Libano
Anche il Libano continua a pagare un prezzo altissimo.
Solo stamattina un attacco israeliano sul lungomare di Beirut ha ucciso almeno 7 persone, rendendolo il terzo attacco alla capitale da quando sono ripresi i combattimenti tra Hezbollah, sostenuto dall’Iran, e Israele.
Hezbollah ha annunciato una nuova importante operazione contro Israele.
Secondo il ministero della Sanità libanese, i morti per l’offensiva israeliana sono saliti ad almeno 570, tra cui 86 bambini, mentre i feriti sono 1.444. Solo nella giornata di martedì si contano 84 morti e 131 feriti.
A crescere rapidamente è anche il numero degli sfollati: il ministero degli Affari sociali parla di almeno 780 mila persone costrette a lasciare casa, con circa 120 mila ospitate in strutture governative ufficiali. Beirut e il Monte Libano sono le aree che stanno assorbendo la pressione maggiore.
Nelle ultime ore Israele ha continuato a bombardare il paese.
Tra gli attacchi segnalati: raid nel sud del Libano, nella valle della Bekaa e un nuovo attacco nel centro di Beirut, che ha colpito un edificio residenziale ferendo quattro persone.
Secondo Reuters, è il secondo strike nel centro della capitale in pochi giorni, un’escalation che mostra quanto il conflitto stia spostando sempre più in profondità il proprio raggio d’azione.
Intanto, secondo il Financial Times, Israele si starebbe preparando a una campagna più lunga contro Hezbollah, destinata a durare forse anche oltre la guerra contro l’Iran. Un segnale chiaro: il fronte libanese non viene trattato come un effetto collaterale, ma come un capitolo autonomo della guerra regionale.
E c’è poi il capitolo più grave, quello che riguarda chi dovrebbe soccorrere i feriti.
Secondo le autorità sanitarie libanesi e diverse ricostruzioni riportate dai media, negli ultimi giorni sono stati uccisi paramedici e soccorritori, compreso un membro della Croce Rossa libanese morto per le ferite riportate durante un’operazione di soccorso nel sud del paese.
Infine, tornano le accuse sull’uso di fosforo bianco nel sud del Libano. Human Rights Watch ha dichiarato di aver verificato immagini che mostrano l’impiego di munizioni al fosforo bianco su aree residenziali di Yohmor il 3 marzo, definendolo un uso illegale in zone abitate, con incendi in abitazioni e danni ai civili.
In altre parole: mentre il mondo guarda Teheran, il Libano continua a bruciare. E come spesso accade, brucia quasi fuori campo.
E mentre i radar seguono missili che attraversano il Medio Oriente e i leader discutono di deterrenza, strategia e vittorie, c’è un posto dove la guerra continua quasi nel silenzio generale. Un posto dove la parola “cessate il fuoco” sembra avere un significato molto elastico.
Palestina e Israele
Nelle ultime 24 ore almeno un palestinese è stato ucciso e due sono rimasti feriti negli attacchi israeliani nella Striscia di Gaza. Ma il dato che pesa davvero è quello complessivo.
Secondo il ministero della Sanità palestinese, dall’inizio della guerra il 7 ottobre 2023 il bilancio ha raggiunto 72.135 morti e oltre 171.800 feriti.
E c’è un dato che racconta meglio di molti discorsi cosa significhi davvero la parola “tregua”.
Dal giorno successivo all’entrata in vigore del cessate il fuoco, l’11 ottobre, almeno 650 palestinesi sono stati uccisi e oltre 1.700 feriti. Nello stesso periodo 756 corpi sono stati recuperati dalle macerie, segno che molte vittime restano ancora sotto gli edifici distrutti.
Intanto la nuova guerra regionale — quella tra Stati Uniti, Israele e Iran — sta peggiorando anche la crisi umanitaria nella Striscia.
Secondo Al Jazeera, nei mercati di Gaza le persone stanno cercando di comprare qualsiasi cosa riescano a trovare. I prezzi di prodotti essenziali e frutta e verdura sono aumentati rapidamente, mentre alcuni beni di base — come olio da cucina e farina — stanno scomparendo dagli scaffali.
Il problema è sempre lo stesso: gli aiuti entrano troppo lentamente.
Le agenzie umanitarie stimano che Gaza avrebbe bisogno di circa 600 camion di assistenza al giorno, ma i valichi funzionano a capacità ridotta e i volumi restano molto più bassi.
Il risultato è che, mentre la guerra si allarga nella regione, Gaza resta intrappolata in una crisi umanitaria permanente.
Una guerra dentro la guerra. E per chi vive nella Striscia, l’unica che non è mai finita.
E mentre il mondo guarda ai grandi conflitti che dominano i titoli, ci sono guerre più silenziose che continuano a devastare intere comunità.
Senegal
L’Assemblea Nazionale senegalese ha votato una legge che raddoppia le pene per le relazioni omosessuali, ora punibili con pene detentive da cinque a dieci anni, nel contesto di un’ondata di omofobia nel Paese e di una serie di arresti di persone per presunta omosessualità.
La legge prevede anche sanzioni penali contro la promozione e il finanziamento dell’omosessualità in Senegal. La legge ora deve essere promulgata dal presidente Bassirou Diomaye Faye per entrare in vigore.
Etiopia
Un nuovo rapporto pubblicato il 6 marzo da Amnesty International documenta gravi abusi contro donne e ragazze nella regione etiope dell’Oromia, attribuiti a combattenti dell’Oromo Liberation Army, il gruppo armato in conflitto con il governo etiope dal 2019.
Secondo le testimonianze raccolte tra le sopravvissute, tra il 2020 e il 2024 donne e adolescenti sono state vittime di stupri, stupri di gruppo, schiavitù sessuale, uccisioni sommarie e distruzione di proprietà civili. Alcune sarebbero state tenute prigioniere per giorni o settimane.
Una ragazza rapita insieme alla madre ha raccontato che i combattenti le violentavano ogni giorno, dicendo che non sarebbe mai tornata a casa.
Molte vittime sono state costrette a fuggire e continuano a vivere con gravi traumi fisici e psicologici, spesso senza accesso adeguato a cure mediche o giustizia.
Amnesty sottolinea anche che l’accesso umanitario e il monitoraggio indipendente nella regione sono fortemente limitati, rendendo difficile capire la reale dimensione delle violazioni.
Nel frattempo, l’ONU ha denunciato abusi anche da parte delle forze federali etiopi, inclusi attacchi contro civili e infrastrutture.
E mentre le tensioni crescono anche nel Corno d’Africa, gli esperti avvertono: senza pressione diplomatica e monitoraggio internazionale, il rischio è che nuove atrocità restino invisibili.
IEA
I 32 paesi membri dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, la IEA, hanno deciso di liberare 400 milioni di barili di petrolio dalle riserve strategiche per contenere l’impatto economico della guerra in Medio Oriente. Si tratta del più grande rilascio coordinato mai deciso.
Le riserve strategiche sono una sorta di cuscinetto energetico. Servono nei momenti di crisi, quando conflitti o tensioni geopolitiche rischiano di interrompere le forniture di petrolio.
La IEA, creata nel 1974 dopo la crisi petrolifera del 1973, obbliga ogni paese membro a mantenere scorte equivalenti ad almeno 90 giorni di importazioni.
Il petrolio resta una delle colonne dell’economia globale: copre circa un terzo del fabbisogno energetico mondiale e alimenta trasporti, industria e produzione.
Negli ultimi giorni il prezzo del greggio West Texas Intermediate ha superato i 110 dollari al barile, prima di rallentare.
Nel mondo oggi esistono oltre 8 miliardi di barili di scorte, mentre il pianeta consuma circa 100 milioni di barili al giorno.
Ma con le tensioni nel Golfo e lo Stretto di Hormuz sotto pressione, i governi stanno cercando di evitare una nuova crisi energetica globale.
Intanto, il presidente francese Emmanuel Macron ha chiesto ai leader del G7 di lavorare rapidamente per ripristinare la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi più cruciali per il commercio globale.
Aprendo una videoconferenza con i leader del gruppo, tra cui il presidente americano Donald Trump, Macron ha ricordato che sono ormai undici giorni dall’inizio delle operazioni contro l’Iran e che il conflitto sta già producendo conseguenze economiche globali.
Il presidente francese ha proposto tre priorità: coordinarsi sulla situazione militare, garantire la sicurezza delle rotte marittime — dallo Stretto di Hormuz al Mar Rosso — e rafforzare il coordinamento economico tra i paesi del G7.
Un tentativo di stabilizzare i mercati e evitare che la guerra nel Golfo diventi anche una crisi energetica globale.
Russia e Ucraina
L’Ucraina ha colpito un impianto industriale in Russia che produce sistemi di controllo per missili.
Lo ha annunciato il presidente Volodymyr Zelensky, spiegando che la fabbrica realizzava componenti elettronici utilizzati negli ordigni che colpiscono città e civili ucraini.
Secondo l’esercito di Kiev, l’attacco ha preso di mira lo stabilimento Kremniy El nella regione russa di Bryansk ed è stato effettuato con missili britannici Storm Shadow. Il comando militare ucraino parla di “danni significativi alle strutture di produzione”, parte di una strategia per ridurre la capacità militare russa.
Le autorità locali russe però raccontano un’altra versione: parlano di sei civili uccisi e oltre quaranta feriti, definendo l’operazione un “attacco terroristico”.
Intanto la guerra continua anche sul territorio ucraino.
Un drone Shahed di fabbricazione iraniana ha colpito Kharkiv, uccidendo due persone e ferendone cinque.
E mentre le accuse reciproche continuano, Zelensky ha detto che nuovi colloqui con Russia e Stati Uniti potrebbero tenersi la prossima settimana, mentre il presidente americano Donald Trump continua a dichiarare di voler mettere fine alla guerra iniziata con l’invasione russa nel 2022.
Una guerra che, almeno per ora, resta molto lontana dalla parola fine.
Stati Uniti
Un attacco informatico ha paralizzato le operazioni globali della multinazionale americana di tecnologie mediche Stryker.
Secondo quanto riportato da Bloomberg, migliaia di dipendenti in decine di paesi sono stati mandati a casa e invitati a non collegarsi alle reti aziendali, mentre alcuni dispositivi avrebbero subito la cancellazione dei dati.
L’azienda ha confermato di aver subito una interruzione globale dei sistemi informatici, legata a un attacco che ha colpito il suo ambiente Microsoft, ma ha detto di non aver trovato prove di ransomware o malware.
La responsabilità è stata rivendicata online dal gruppo Handala, un collettivo di hacker filo-iraniani, che sostiene di aver cancellato oltre 200 mila sistemi e sottratto circa 50 terabyte di dati. Un’affermazione che però non è stata confermata né dall’azienda né da agenzie di cybersicurezza.
Il gruppo ha dichiarato di aver preso di mira Stryker per i suoi legami con Israele e per un contratto da 450 milioni di dollari con il Dipartimento della Difesa statunitense.
Un segnale che, mentre i conflitti si allargano sul terreno, la guerra si sta combattendo sempre più anche nel cyberspazio.
Super attivi gli hacker in questo periodo: Un hacker straniero è riuscito ad accedere nel 2023 a un server dell’FBI a New York che conteneva documenti legati all’indagine su Jeffrey Epstein, secondo documenti del Dipartimento di Giustizia citati da Reuters.
L’intrusione è avvenuta perché un server del Child Exploitation Forensic Lab dell’FBI era stato lasciato vulnerabile, permettendo all’hacker di consultare alcuni file prima che l’accesso venisse bloccato.
L’FBI ha definito l’episodio un’intrusione informatica isolata, ma l’indagine su come sia stato possibile violare il sistema è ancora in corso.
Un promemoria di quanto, anche nei sistemi più sensibili, una falla digitale possa aprire la porta a segreti molto delicati.
Ecuador
E mentre alcuni governi parlano di difendere la democrazia nel mondo, altrove la democrazia sembra diventare sempre più fragile.
n Ecuador un giudice ha sospeso per nove mesi il principale partito d’opposizione del paese, Revolución Ciudadana, impedendogli di partecipare alle elezioni locali del 2027.
La decisione arriva in un momento di forte tensione politica e, secondo i critici, rappresenta l’ultimo passo del presidente Daniel Noboa per ridurre lo spazio dell’opposizione.
Il Center for Economic and Policy Research parla di un segnale di deriva autoritaria, citando procedimenti giudiziari contro gli oppositori, ripetuti stati d’emergenza e un rafforzamento della cooperazione militare con gli Stati Uniti.
Il governo, invece, difende la misura come un’applicazione della legge elettorale.
Una disputa che riaccende il dibattito sulla tenuta delle istituzioni democratiche nel paese.
Cile
Il conservatore José Antonio Kast ha giurato come nuovo presidente del Cile, segnando quello che molti analisti definiscono il più netto spostamento a destra del paese dalla fine della dittatura di Pinochet nel 1990.
Kast ha vinto le elezioni promettendo linea dura su sicurezza e immigrazione, temi che riecheggiano molte delle politiche sostenute dal presidente statunitense Donald Trump.
Secondo diversi osservatori, il nuovo governo potrebbe muoversi rapidamente verso un allineamento più stretto con Washington, soprattutto su commercio, sicurezza e politica regionale.
Il nuovo presidente dovrà però muoversi in un contesto geopolitico complesso: la Cina resta il principale partner commerciale del Cile, mentre gli Stati Uniti spingono per rafforzare la loro influenza nella regione.
Per molti analisti, i primi mesi del governo Kast diranno se il Cile diventerà uno dei principali alleati di Washington in America Latina o se cercherà di mantenere un equilibrio tra le grandi potenze.
Pakistan
E quando lo Stretto di Hormuz si blocca, l’effetto domino arriva molto lontano dal Golfo.
Il Pakistan ha introdotto misure di austerità per far fronte alla crisi energetica provocata dalla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran e dalle tensioni nello Stretto di Hormuz.
Il primo ministro Shehbaz Sharif ha annunciato una serie di provvedimenti straordinari: settimana lavorativa di quattro giorni per i dipendenti pubblici, scuole chiuse, lavoro da remoto e tagli agli stipendi dei funzionari.
Il paese importa oltre l’80% del petrolio che consuma e dipende fortemente dal gas naturale liquefatto che passa proprio attraverso Hormuz.
Gli analisti avvertono che se le interruzioni continueranno, il Pakistan potrebbe affrontare un nuovo aumento dell’inflazione e ulteriori pressioni sull’economia.
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