Libano: Beirut, la città doppia
Scritto da Barbara Schiavulli in data Marzo 19, 2026
BEIRUT – La capitale del Libano, o almeno la zona nord e centro, brulica di macchine, di gente, di clacson che suonano e persone che si parlano da un marciapiede all’altro, in un continuo attraversarsi di voci e corpi che sembra voler negare la guerra, o almeno tenerla a distanza per qualche ora.
I negozi sono aperti, le vetrine illuminate, e si sente la frenesia della vigilia della fine del Ramadan, anche se quest’anno, come è accaduto già altre volte, la sensazione di festeggiare nel bel mezzo di una guerra non entusiasma davvero nessuno, resta sospesa, quasi fuori luogo.
Hamra, Gemmayzeh, Mar Mikhael: quartieri che negli ultimi anni sono diventati il cuore pulsante della Beirut più giovane, intellettuale e cosmopolita, continuano a vivere come se la normalità fosse ancora possibile, nonostante tutto. Qui i caffè sono pieni, i ristoranti lavorano, i ragazzi fumano e discutono di politica e futuro come se il futuro fosse una certezza e non una scommessa fragile.
Ma questa città, forse tra le più resistenti alla violenza al mondo, soprattutto tra i giovani ha sviluppato un senso di resilienza collettiva che permette di vedere sgretolarsi il paese sotto le bombe e, la sera, andare a cena in un localino dove si possono fare due chiacchiere con gli amici, come se la vita dovesse comunque essere vissuta fino in fondo, anche mentre si rompe.
I caffè sono gremiti, i negozi moderatamente affollati, gli sfollati girano arrovellandosi su cosa fare delle proprie vite, in una città che li accoglie e li respinge allo stesso tempo.
Zuqaq al-Balat, la ferita nel cuore
Ma non è l’unica faccia di Beirut, l’altra è fatta di macerie, di palazzi che crollano quando meno uno se lo aspetta, di dolore che si accumula negli angoli delle strade e nelle pieghe dei volti. Non serve spostarsi molto.
Uno dei palazzi colpiti si trova a Zuqaq al-Balat, nel nord-ovest della capitale, un quartiere storico, densamente popolato, non lontano dal porto già devastato dall’esplosione del 2020, una zona che negli anni ha visto convivere famiglie, piccoli commerci, uffici e una fragile idea di normalità sempre sul punto di cedere.
Secondo Israele, in un palazzo circondato da altri palazzi – un tessuto urbano compatto dove ogni edificio è parte della vita dell’altro – Hezbollah teneva denaro e risorse.
Hanno atteso le prime luci dell’alba, le cinque del mattino, l’ora in cui durante il Ramadan la città è ancora sveglia per il pasto prima del digiuno, per sganciare un missile che ha piegato su se stesso l’edificio di sette piani, facendolo collassare completamente e sfregiando tutti gli edifici intorno, come un’onda che non si ferma al punto d’impatto.
Quattro i morti. In tutto dodici le persone uccise nelle tre esplosioni di ieri, secondo le autorità locali.
Nella stradina che dà sulle macerie un barista è indaffarato a fare caffè. Non ha la corrente, ma la macchina funziona con un piccolo generatore, uno di quelli che a Beirut sono diventati estensioni della sopravvivenza quotidiana.
“Alle 5 ero qui, perché la gente fa colazione prima che cominci l’alba e quindi il Ramadan, quando il palazzo è esploso. Sono scappato fuori insieme ai clienti e poi sono tornato per controllare la situazione”.
Alza le braccia al cielo, in un gesto che non è rassegnazione ma stanchezza antica, e continua a fare caffè perché chi va lì continua ad andare, tutti maschi seduti all’aperto, a godersi il sole e la vista sulle macerie da cui salgono ancora rivoli di fumo, come se qualcosa fosse rimasto acceso sotto, come se la città bruciasse lentamente anche quando sembra ferma.
Accanto, un uomo con gli attrezzi borbotta e impreca. Muhammad è un meccanico. Aveva parcheggiato la sua macchina e quelle dei clienti lungo il palazzo. Non è rimasto nulla, solo carcasse di ferro contorte.
“Non c’è niente da salvare. Ho perso tutto. Non ho più nulla”, dice, guardandoci con una disperazione che non cerca consolazione.

Anche se ci fosse stato il diavolo in quel palazzo, vuoto perché già danneggiato, si può davvero bombardarlo mentre la gente vive attorno, mentre la vita continua incastrata tra quei muri?
“Guarda cosa hanno fatto a Gaza. Non è diverso. Questo fanno”.
Ce ne andiamo, ma l’odore delle macerie e il sapore acre della polvere restano in bocca, come qualcosa che non si riesce a mandare via, nemmeno respirando profondamente.
Verso sud, la linea invisibile
Bisogna andare verso sud, perché è quella la vera zona nel mirino, quella dove la guerra non è un’eccezione ma una possibilità costante, dove vivono gli Hezbollah, dove vive gran parte della comunità sciita della capitale, spesso anche la fascia più povera e vulnerabile della popolazione.
Esiste una strada, più mentale che geografica, una linea rossa che tutti conoscono anche senza vederla: da lì in poi si lascia la Beirut giovane, intellettuale, quasi spavalda, con i negozi scintillanti, i caffè invitanti, i saloni per unghie e i vestiti alla moda, e si entra in un’altra città, meno visibile ma più esposta.
Ghobeiry è già altro. Fa parte della periferia sud, un’area che negli anni si è espansa senza pianificazione, accogliendo migliaia di famiglie, molti sfollati interni, rifugiati, lavoratori precari. Qui il traffico diminuisce fino quasi a scomparire, come se anche il rumore si fermasse prima di entrare. I segni dei bombardamenti sono più evidenti: edifici colpiti, finestre esplose, strade polverose.
C’è gente che aggiusta vetri con quello che trova, che tira su calcinacci, che allunga fili elettrici in un sistema improvvisato che tiene insieme la vita quotidiana. Bambini tornano da scuola con gli zaini sulle spalle, attraversando cumuli di macerie come fosse normale. Madri spingono passeggini tra le crepe dell’asfalto.
Dahieh, il silenzio della guerra
Quando entriamo a Dahieh, cuore della presenza e dell’influenza di Hezbollah, sembra di entrare in una città fantasma, una di quelle che si vedono nei film dopo un’evacuazione improvvisa, ma qui non è finzione.
Dahieh non è solo un quartiere: è un insieme di sobborghi densamente popolati, costruiti negli anni per accogliere comunità sciite spesso marginalizzate, diventati nel tempo anche il centro politico e sociale del movimento Hezbollah. È proprio per questo che è uno degli obiettivi principali degli attacchi israeliani.

Silenzio. Vuoto. Come se qualcuno avesse spento l’interruttore del quartiere.
Gli israeliani hanno ordinato l’evacuazione della zona. Fa impressione pensare che a un quarto d’ora di macchina si possa passare da una città che sembra Roma, viva e rumorosa, a un luogo dove la vita è stata sospesa.
Giriamo, guardiamo, assorbiamo quell’assenza che cambia il volto dei palazzi. Le persiane abbassate, le insegne spente, le strade senza passi. È come se la vita fosse rimasta congelata, in attesa di essere riattivata, o forse di essere cancellata del tutto.
I negozi sono chiusi, le macchine non strombazzano, e il silenzio è peggio di qualsiasi rumore perché non lascia spazio alla distrazione, costringe a sentire tutto.

Eppure non è davvero deserto.
Il non essere in mezzo a nessuno ci rende visibili. Perché qui c’è chi si nasconde, chi prende decisioni, chi controlla, chi è pronto a combattere. Questo è il loro pezzo di città e non lo lasceranno con leggerezza.
Una moto con due uomini si avvicina. Uno ha un kalashnikov.
“Chi siete?”.
Il nostro autista, del posto, dice le parole giuste, quelle che servono per esistere senza disturbare. Loro ci guardano, ci fanno segno di girare la macchina e ci scortano fino all’uscita.
Pochi minuti dopo siamo di nuovo in quel caos che si chiama vita, ma con addosso il peso di un’altra città, invisibile e presente, che continua a respirare sotto la guerra.
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