Beirut, una città che respira a fatica

Scritto da in data Marzo 18, 2026

BEIRUT – Tre donne sedute su sedie di plastica chiacchierano su un marciapiede di fronte al mare, protette da un insieme di coperte legate insieme per creare un rifugio. Se non fossimo in Libano, potrebbe essere la scena di una qualsiasi riviera dove delle signore si riposano al sole.

Fino a quel momento non era stato facile parlare con la gente accampata lungo la corniche di Beirut: la gente è nervosa, preoccupata, arrabbiata, i giornalisti li braccano come zanzare in un’estate umida.

Vengono dal sud del paese, sono famiglie riservate, conservatrici, gente che da pochi giorni ha dovuto abbandonare la propria casa per correre ai ripari ovunque possano essere al sicuro. Beirut lo è di più ma non troppo, con quei droni che non vedi ma senti sopra le teste che ronzano interrottamente e come un martello pneumatico ti entrano nel cervello.

Una città che cambia volto

Beirut ancora una volta cambia volto. Guardo il lungo mare e mi ricordo il 2020 quando tutto lo skyline era stato devastato dall’esplosione del porto. Poi la discesa agli inferi dell’economia iniziata un anno prima, le proteste, la politica debole, le risposte precarie, l’inflazione che sale e i soldi che scendono.

E poi come sempre quando piove sul bagnato, arrivano gli israeliani con la loro brama inesauribile di conquista mascherata da difesa esistenziale. Vita mia, morte tua, è ormai il loro motto in un mondo dove la diplomazia e i diplomatici vengono uccisi a botte di omicidi mirati.

Paga la gente

E come sempre paga la gente. Paga il signore che viene dalla valle della Beeka, circondato da 10 persone con le quali è scappato, il figlio più piccolo ha un anno e mezzo e da 4 giorni vivono sulla strada in una tenda di fortuna.

Paga Ahmed. 44 anni pescatore, che fuma pacifico insieme ai suoi amici, lui è di Beirut una città “invasa” da centinaia di migliaia di persone, chi ha i soldi è in hotel, chi ha familiari è da loro, anche se molti di questi familiari vivono proprio nei quartieri che vengono bombardati qui a Beirut.

Chi può cerca una casa in affitto, ma non ce ne sono abbastanza al prezzo che quelli del sud possono permettersi. E così finiscono per strada, nei centri sfollati, nelle scuole. Molti vivono nelle proprie macchine da giorni, tutte parcheggiate in fila una di fronte all’altra nelle strade della capitale che diventano ogni giorno più strette e intasare. Un milione di sfollati.

“Siamo abituati ad essere attaccati, ma questa volta lo stanno facendo ovunque e la gente soffre, perché non sa quello che succederà, non sa se potrà tornare a casa, cosa troverà, non è una cosa che possiamo risolvere da soli”, ci dice Ahmed preoccupato del futuro del suo paese, un Libano che ancora una volta affronta da solo ondate di violenza e dolore che neanche durante la tregua del 2025 ha visto un attimo di sollievo.

“Il resto del mondo? Solo parole, siamo uno Stato sotto assedio, ogni giorno muore qualcuno. L’unico modo che ho di resistere? È restare”.

Chi parte

Ma non tutti ce la fanno, Osama che fa il tassista ha deciso che non è più. Ha abbastanza anni da aver vissuto ogni fase della Storia di questa terra martoriata segnata da una violenza che scandisce il loro tempo, non si ricordano le cose belle, ma le invasioni, i morti, gli attacchi, le fughe.

Mia figlia non che ha cinque anni non crescerà conoscendo le guerre. I bambini non dovrebbero vedere tutto questo”. Osama ha sposato una dermatologa filippina e anche se sente la pelle strapparsi al pensiero di andare via, tra poche settimane farà il grande salto verso le Filippine sperano di avere un po’ di pace.

Muhammad

Muhammad ha 72 anni, è seduto con la schiena appoggiata ad un albero dal tronco nodoso e mangia un panino, nonostante sia ancora Ramadan e molte delle persone che ci circondano stanno digiunando. Ha voglia di chiacchierare, e mentre parla sputacchia pezzetti di pane verso di noi, e come spesso fanno gli anziani, ci tocca il braccio per dare il giusto peso alle sue parole.

“Sono in pensione, ma temo mi riposerò solo quando morirò”. Lui viene da Shama dove c’è una base italiana di Unifil. “Loro non fanno niente, non servono a niente. Sono come poliziotti con il fischietto, mentre a noi ci uccidono, ci bombardano”.

È in albergo da 16 giorni con la moglie, le due figlie che prima erano alle superiori e ora non stanno studiando. “Gli italiani sono carini, ma…non è che volete un pezzo del mio panino”, per non farcelo dare, siamo quasi costrette a scappare.

Jihad

Jihad Mohammad Hussein, 60 anni, faceva l’operaio, ha uno sguardo gentile e un sorriso aperto. “Io sono sciita, sunnita e cristiano, scegliete voi? Non ho mai fatto male a nessuno, facevo l’operaio e mi ritrovo qua”. Vive nella sua macchina da una settimana.

Cosa ti sei portato via da casa? “Ho preso un po’ di vestiti, cibo, documenti, ho 200 dollari”. Apre il bagagliaio e vediamo una tanica: è benzina? “No, è il mio olio di oliva”, dice regalandoci un sorriso che racconta la storia di un uomo che scappa con il suo olio d’oliva perché per lui quello è casa.

È da solo, dice che nel suo villaggio non ci sono Hezbollah, ma quella ormai è solo una scusa, gli israeliani vogliono esondare e prendersi tutto come fanno i fiumi pieni di rabbia dopo una tempesta.

Ma dove vai in bagno Jihad? “Beh, ora hanno aperto dei posti dove possiamo andare, se no, al mare, con un secchio l’acqua delle fontanelle”. Posso fare una foto? “Aspetta, aspetta”, si infila in macchina, ne esce con una spazzola e si fa bello per la foto.

Vivere per strada

Per fortuna oggi ci sono 24 gradi con un sole accogliente, ma domani le previsioni dicono 17 gradi e pioggia: come si può vivere per strada con malati, bambini, disabili, donne incinte? Con le Ong che non sanno da che parte girarsi, con le autorità sopraffatte, con un mondo che li guarda, scuote la testa ma non fa niente.

Molti non vogliono essere fotografati, non vogliono parlare. Vogliono restare chiusi nella loro dolorosa impotenza. Continuiamo a camminare sfilando attraverso quell’umanità che ci guarda e senza parole ci trasmette la loro sofferenza.

L’incontro

Poi vediamo tre donne e quando fai questo mestiere da decenni, lo sai, o forse lo senti quando ti stai per imbattere in persone che saranno amiche tue anche se non parli la stessa lingua, anche se hai abitudine diverse, anche niente ti lega, se non quel sottile filo che si chiama sorellanza e che si attiva nel momento in cui ci si guarda.

Sono sedute all’ombra delle coperte nel loro rifugio di coperte per ripararsi dal sole. Prendo una sedia di plastica e senza neanche chiedere il permesso mi siedo con loro. Con le persone che ho incontrato prima ho parlato per cinque, dieci minuti, il tempo di raccogliere il loro dolore.

Ma con Sahar, Lea e Zainab, ho trascorso un’ora e mezza. Perché ci sono persone che si conoscono e altre che si ritrovano anche se non le hai mai conosciute. Le successive tende sono delle loro sei famiglie e vicini di casa, non sono arrivati tutti insieme, ma hanno ricreato il loro piccolo mondo a Beirut.

Sahar che è la mamma di Lea e amica di Zeinab vicina di casa, è una forza della natura. Carismatica, nel suo volto inconfondibile incorniciato da un velo tradizionale, parla come se non ci fosse un domani.

Non me ne sarei andata mai se non avessi avuto dei figli. Ma quando ho visto Ahmed tremare e vomitare dalla paura, ho capito che dovevamo andare per loro, ma vinceremo, perché quella è la nostra terra perché ci sono persone che stanno resistendo, e perché siamo delle persone perbene che non hanno mai fatto male a nessuno”.

Sahar mi mostra le foto della sua casa, racconta la storia d’amore con suo marito che la intercetta la prima volta che esce di casa da sola a 18 anni per andare dal dentista. Racconta dello schiaffo di suo padre quando gli dice che si era innamorata.

“E ora sono qui con i due figli più piccoli con lei – Lea 14 anni e Ahmed 9” -, e suo marito che fino a pochi giorni fa aveva un negozio di succhi di frutta freschi, ed è l’amore della sua vita.

Ci mostra le foto dell’albero di Natale che addobbano anche se sono sciiti e stanno facendo il digiuno, ci racconta delle giornate di festa dove la famiglia si riunisce, del figlio che è rimasto al paese perché non ce l’ha fatta a lasciare la casa, alla figlia grande sposata che sta sulle montagne con il marito e un bimbo piccolo.

Ci racconta la vita semplice nel sud dove le donne non possono ancora fare tante cose perché le tradizioni sono dure a morire, ma che a piccoli passi cambiano. Lea ha il cellulare, mostra le foto senza velo con i suoi bei capelli lunghi che vedrà il suo futuro marito o noi che siamo donne curiose.

Parliamo del cibo, “quando tutto questo finirà, dovete venire a pranzo da noi, vi cucinerò delle prelibatezze”, promette Sahar mentre tutti chi chiediamo se sarà mai possibile che loro tornino alla loro casa.

“Avevamo una borsa già pronta con i documenti perché abbiamo sempre possibile che accadesse, la notte che siamo scappati bombardavano, c’erano schegge che volavano ovunque, è stato davvero pericoloso”.

Vorrei chiedere scusa alla mia casa per averla abbandonata

Quanto resterete qua? “Fino a quando non ci sarà la vittoria e potremo tornare, resistere ci renderà più forti, per me quelli che sono rimasti sono eroi, i miei eroi. Vorrei tanto poter chiedere scusa alla mia casa per averla abbandonata”. Sahar sei una poetessa le dico e lei gongola con un po’ di gioia e di modestia scalfita dalle mie parole.

Arriva il vicino Mohammad, il marito di Zeinab, sembra un po’ esuberante, ha detto che ha deciso di lasciare la sua casa dopo aver visto 25 persone morte tra amici e parenti. “Siamo esseri umani, gli israeliani uccidono i civili ormai non guardano più in faccia a nessuno, sono perfino sunnita, di sicuro non hezbollah (che sono sciiti ndr.) e faccio il meccanico. Mi hanno distrutto casa. Perché?”.

Sahar interviene: “Nel mondo ci sono vittime e carnefici, noi abbiamo dio che ci aiuterà o in terra o in paradiso”. Poi ci allunga dei panini con le falafel (polpette di fagioli verdi). Ma è il vostro cibo non possiamo prenderlo, le dico con convinzione.

“Mangia, è buono, mi offendi se non mangi”. Ma voi state digiunando, noi non possiamo mangiare. “Su, su, tu che puoi, fallo, mi fa piacere”, e chi sono io per rifiutare il cibo e l’acqua di una sfollata?

Poi si insinua la voce di Ahmad: “”E a me non chiedete niente?”. Hai ragione, piccolo, ti manca la scuola? “Tantissimo, sono bravo in matematica, ma da grande farò il poliziotto”.

Ahmed, hai solo 9 anni: perché vuoi fare il poliziotto? “Per affrontare il nemico e proteggere la mia famiglia”, ci dice un po’ vergognoso mentre tutti ridono a quel ragazzino magrolino con un graffio sulla guancia.

È ora di andare, ma prendiamo il loro numero di telefono: chissà, magari un giorno vedremo Sahar nella sua casa nel sud, magari Lea tornerà a scuola e il piccolo Ahmed riuscirà a diventare un poliziotto. Magari. Chissà. Inshallah. Se dio vuole. E magari anche se il mondo fosse più giusto.

Oggi siamo andati sul lungo mare in cerca di risposte e abbiamo solo più domande. Una su tutte l’ha fatta il signore anziano con cui avevamo parlato prima e non ci abbandona mai: “Perché tutti permettono che tutto questo accada?”.

Solo oggi altri 56 morti per gli attacchi israeliani nel sud. 968 dal 2 marzo scorso.

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