18 maggio 2026 – Notiziario Mondo

Scritto da in data Maggio 18, 2026

  • Afghanistan: Il silenzio di una ragazza vergine equivale a consenso: i talebani legalizzano i matrimoni infantili.
  • Palestina e Libano dove Israele non smette di colpire.
  • Il Botswana allenta le leggi anti-LGBTQ mentre la repressione aumenta in altre parti dell’Africa.
  • Il Venezuela espelle un alleato di Maduro negli Stati Uniti.
  • Calciatrici della Corea del Nord in Corea del Sud per una rara partita.
  • Ebola, allarme internazionale tra Congo e Uganda.
  • Bolivia: La Paz isolata, i sostenitori di Morales occupano l’aeroporto.

Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli 

Afghanistan

I Talebani hanno introdotto una nuova legge sulla famiglia in Afghanistan che sta provocando forte preoccupazione tra attivisti e organizzazioni per i diritti umani. Il decreto, approvato dalla guida suprema Hibatullah Akhundzada, regola matrimonio, divorzio, accuse di adulterio e matrimoni infantili.

Il punto più contestato riguarda il consenso delle ragazze al matrimonio. Secondo la nuova norma, il silenzio di una “ragazza vergine” dopo la pubertà può essere considerato un sì alle nozze. Non vale invece lo stesso principio per i ragazzi o per le donne già sposate.

La legge riconosce inoltre ampi poteri a padri e nonni nell’organizzare matrimoni per minori e prevede che eventuali annullamenti debbano passare attraverso i tribunali talebani.

Per i difensori dei diritti umani, il problema è enorme: in un Paese dove le donne sono già escluse da scuole, università, gran parte del lavoro e della vita pubblica, considerare il silenzio come consenso significa cancellare del tutto la possibilità di scelta.

Le autorità talebane sostengono che il regolamento si ispiri alla legge islamica, ma per molte afghane rappresenta un ulteriore passo verso la normalizzazione del controllo totale sui corpi e sulla vita delle donne.

Iran e Usa

Donald Trump torna ad alzare drasticamente i toni contro l’Iran. In un messaggio pubblicato su Truth Social, il presidente americano ha scritto che “non resterà nulla dell’Iran” se Teheran non accetterà rapidamente le condizioni proposte dagli Stati Uniti. “Il tempo stringe”, ha avvertito.

Le dichiarazioni arrivano dopo che l’Iran ha respinto parte del piano americano per una nuova intesa sul nucleare e sulla sicurezza regionale. Trump ha definito la risposta iraniana “totalmente inaccettabile”.

Nelle ultime settimane Washington e Teheran hanno alternato aperture diplomatiche e minacce militari, mentre restano altissime le tensioni nello Stretto di Hormuz e in tutto il Golfo Persico. Secondo diverse fonti internazionali, il Pentagono starebbe già preparando scenari per possibili nuovi attacchi contro obiettivi iraniani in caso di fallimento dei negoziati.

Trump aveva già usato parole simili ad aprile, parlando della possibile “fine di un’intera civiltà” se non si fosse raggiunto un accordo. Intanto Teheran accusa Washington di usare la diplomazia come copertura per aumentare la pressione militare e politica sul Paese.

EMIRATI: Negli Emirati Arabi Uniti un attacco con drone ha provocato un incendio nei pressi della centrale nucleare di Barakah, nella regione di Abu Dhabi. Le autorità emiratine hanno confermato che le fiamme hanno colpito un generatore elettrico esterno all’area sensibile dell’impianto.

Secondo il governo non ci sono state vittime né perdite radioattive e la centrale continua a operare normalmente.

L’episodio arriva in un momento di forte tensione nel Golfo dopo gli scontri degli ultimi mesi tra Stati Uniti, Israele e Iran. Teheran aveva minacciato ritorsioni contro gli alleati americani nella regione e nelle scorse settimane aveva già colpito infrastrutture strategiche nel Golfo.

Anche se il cessate il fuoco annunciato ad aprile è ancora formalmente in vigore, il rischio di nuovi incidenti resta altissimo.

Palestina e Israele

GAZA:  Il futuro di Gaza passa anche da una stanza chiusa a Doha, dove Hamas starebbe scegliendo il suo nuovo leader politico dopo la morte di Yahya Sinwar. Una decisione delicatissima, perché arriva mentre la Striscia è devastata da oltre due anni di guerra e i negoziati con Israele restano bloccati nonostante la tregua firmata nell’ottobre del 2025.

Secondo alcune fonti arabe, il favorito sarebbe Khalil al-Hayya, figura storica di Hamas, nato a Gaza e molto vicino a Sinwar. Altre fonti, invece, parlano del ritorno di Khaled Mashal, ex leader del movimento per oltre vent’anni e volto più diplomatico del gruppo, legato a Qatar e Turchia.

In Occidente questa elezione viene raccontata come uno scontro tra moderati e falchi, ma gli analisti invitano alla cautela. Perché dentro Hamas le divisioni sono molto più complesse. Mashal è considerato più pragmatico sul piano diplomatico, ma resta un dirigente duro sul piano politico. Al-Hayya, invece, è vicino all’ala militare e all’Iran, ma vive anche il peso di una Gaza distrutta e di una popolazione ormai allo stremo.

Intanto Hamas continua a mantenere il controllo della Striscia, mentre cresce la tensione anche in Cisgiordania, dove l’Autorità Palestinese di Mahmoud Abbas appare sempre più fragile e contestata.

Il punto è questo: la nuova leadership di Hamas difficilmente cambierà davvero la linea del movimento. Ma potrebbe decidere quanto spazio dare alla diplomazia, quanto alla ricostruzione e quanto, invece, a una nuova fase di conflitto armato.

Intanto, a Gaza si continua a morire mentre i negoziati per un cessate il fuoco sembrano ancora bloccati. Nelle ultime ore almeno otto palestinesi sono stati uccisi in diversi attacchi israeliani nella Striscia, secondo fonti mediche locali.

A Khan Younis, nel sud, un raid ha colpito vicino a una postazione di polizia e un altro un accampamento di tende per sfollati. Più a nord, vicino all’ospedale Al-Aqsa di Deir al-Balah, un bombardamento ha centrato una cucina comunitaria causando almeno tre morti.

Israele sostiene di aver eliminato diversi comandanti di Hamas, tra cui Izz al-Din al-Haddad, considerato uno dei leader militari più importanti del gruppo nella Striscia. Hamas ne ha confermato la morte senza però annunciare ritorsioni immediate.

Separatamente, i medici di Gaza hanno riferito che un altro raid aereo israeliano ha ucciso almeno tre persone in una mensa comunitaria vicino all’ospedale di Al-Aqsa a Deir al-Balah, nella zona centrale di Gaza.

Dopo la fine dell’operazione congiunta contro l’Iran, Israele ha intensificato le operazioni su Gaza, mentre Hamas continua a rafforzare il proprio controllo interno. Intanto i colloqui indiretti restano in stallo: il piano sostenuto da Donald Trump prevede il disarmo di Hamas e il ritiro graduale israeliano, ma le posizioni restano lontanissime.

Dall’inizio della tregua di ottobre, secondo le autorità sanitarie di Gaza, oltre 870 palestinesi sono stati uccisi negli attacchi israeliani.

GERUSALEMME: Nuove tensioni a Gerusalemme Est occupata. Israele ha approvato la trasformazione dell’ex sede dell’UNRWA, l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi nel quartiere di Sheikh Jarrah, in strutture militari israeliane.

Nel progetto sono previsti un ufficio del ministro della Difesa, un centro di reclutamento e un museo dedicato all’esercito israeliano.

Le autorità palestinesi di Gerusalemme parlano di “grave violazione del diritto internazionale” e accusano Israele di voler rafforzare il controllo militare e simbolico sulla parte orientale della città.

Secondo il governatorato palestinese, il piano rappresenta un ulteriore passo nella cosiddetta “giudaizzazione” di Gerusalemme Est e nella cancellazione della presenza palestinese e internazionale nei quartieri occupati.

L’UNRWA è già da mesi sotto forte pressione israeliana, tra accuse politiche, restrizioni operative e chiusure di sedi.

CiSGIORDANIA: Israele ha formalmente introdotto in Cisgiordania una legge che permette la pena di morte per palestinesi condannati per attentati mortali. Il provvedimento è entrato in vigore dopo la firma del comandante militare israeliano della regione, il generale Avi Bluth.

La norma riguarda i tribunali militari, quelli usati per processare i palestinesi nei territori occupati, e prevede la pena capitale come condanna automatica salvo “circostanze eccezionali”.

La legge è stata duramente criticata da organizzazioni per i diritti umani e oppositori israeliani perché non si applica ai cittadini israeliani, che vengono giudicati nei tribunali civili.

Il governo Netanyahu difende la misura come risposta al 7 ottobre. I ministri dell’estrema destra Itamar Ben Gvir e Israel Katz sostengono che i responsabili di attacchi contro israeliani “devono pagare il prezzo più alto”.

Per i critici, invece, la legge rischia di aggravare ulteriormente tensioni e accuse di discriminazione sistemica nei territori occupati.

ISRAELE: La Corte Penale Internazionale potrebbe allargare la propria offensiva giudiziaria contro esponenti del governo israeliano. Secondo fonti citate dal quotidiano Haaretz, sarebbero stati richiesti mandati d’arresto riservati contro i ministri dell’estrema destra Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, accusati di aver favorito l’espansione delle colonie israeliane in Cisgiordania occupata.

Le indagini riguarderebbero anche la violenza dei coloni palestinesi e possibili violazioni delle Convenzioni di Ginevra, che vietano il trasferimento della popolazione dell’occupante nei territori occupati.

La richiesta arriva dopo i mandati emessi nel 2024 contro Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant.

Intanto in Israele cresce la tensione politica interna. La coalizione di governo cerca di evitare il crollo sotto la pressione dei partiti ultraortodossi, che chiedono l’esenzione dal servizio militare per gli studenti religiosi.

Parallelamente, il Parlamento sta accelerando una serie di leggi molto controverse che rafforzerebbero il controllo politico sul sistema giudiziario e favorirebbero ulteriormente coloni e gruppi religiosi ultraconservatori.

Per molti osservatori, Israele sta vivendo uno dei momenti più delicati della sua storia politica e istituzionale recente.

GLOBAL SUMUD FLOTILLA: Cresce la tensione attorno alla Global Sumud Flotilla diretta verso Gaza per tentare di rompere il blocco israeliano. Gli organizzatori hanno denunciato la presenza di imbarcazioni non identificate, motovedette e droni attorno alla flotta mentre naviga in acque internazionali.

La missione di primavera del 2026 è partita dalla Turchia con 54 imbarcazioni cariche di aiuti umanitari. Gli attivisti temono una nuova operazione israeliana dopo quanto accaduto a fine aprile, quando la marina israeliana intercettò una precedente flottiglia al largo di Creta fermando decine di persone.

Nel frattempo anche il convoglio terrestre Global Sumud resta bloccato vicino alla città libica di Sirte. Oltre 350 attivisti provenienti da trenta Paesi trasportano container con aiuti, ambulanze e moduli abitativi destinati alla Striscia.

Gli organizzatori insistono sul carattere civile e umanitario della missione. Israele continua però a considerare il blocco navale di Gaza una misura di sicurezza strategica.

https://twitter.com/gbsumudflotilla/status/2056100537117127003

EUROPA: Da Londra a Parigi, da Atene a Stoccolma, decine di migliaia di persone sono scese in piazza in tutta Europa per ricordare il 78esimo anniversario della Nakba, la “catastrofe” palestinese del 1948, quando centinaia di migliaia di palestinesi furono espulsi o costretti a fuggire durante la nascita dello Stato di Israele.

A Stoccolma i manifestanti hanno chiesto la fine immediata di quelli che definiscono crimini di guerra israeliani a Gaza. Ad Atene il corteo ha raggiunto le ambasciate israeliana e americana, mentre a Parigi attivisti e intellettuali hanno parlato della guerra attuale come di una prosecuzione della Nakba.

Particolarmente tesa la situazione a Londra, dove la polizia ha schierato migliaia di agenti, droni, elicotteri e unità a cavallo per evitare scontri tra manifestazioni contrapposte nel centro della città.

La Nakba resta una delle ferite più profonde della memoria palestinese e oggi, con Gaza devastata dalla guerra, il suo significato appare per molti ancora tragicamente attuale.

Libano

Il bilancio della guerra in Libano continua a salire. Secondo il ministero della Salute libanese, le vittime degli attacchi israeliani sono arrivate a 2.988 morti e oltre 9.200 feriti dall’inizio dell’escalation di marzo.

Nelle ultime ore nuovi raid hanno colpito il sud del Paese, mentre Israele sostiene di voler continuare le operazioni contro Hezbollah nonostante la tregua mediata dagli Stati Uniti e formalmente prorogata di 45 giorni.

Secondo Beirut, tra le  vittime ci sono centinaia di civili, operatori sanitari e soccorritori. Organizzazioni umanitarie denunciano inoltre bombardamenti contro infrastrutture mediche e villaggi evacuati.

Solo ieri 8 persone tra cui tre bambini.

Intanto oltre un milione di persone risultano sfollate e il sud del Libano appare sempre più devastato da una guerra che, nonostante le trattative diplomatiche, continua a consumarsi giorno dopo giorno.

Repubblica Democratica del Congo

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato emergenza sanitaria internazionale per il nuovo focolaio di Ebola che sta colpendo la Repubblica Democratica del Congo e l’Uganda.

Secondo l’OMS, nell’est del Congo sono stati registrati oltre 240 casi sospetti e almeno 80 morti, mentre nuovi contagi confermati sono emersi anche nelle capitali Kampala e Kinshasa, aumentando il timore di una diffusione regionale più ampia.

Il virus identificato appartiene al ceppo Bundibugyo, particolarmente preoccupante perché al momento non esistono vaccini o cure specifiche approvate.

Le autorità sanitarie africane e internazionali stanno cercando di contenere il contagio e rafforzare i controlli alle frontiere, ma l’OMS avverte che il numero reale dei casi potrebbe essere molto più alto di quello ufficialmente registrato.

Per ora non si parla di pandemia, ma il rischio di espansione internazionale viene considerato serio.

Botswana

Il 17 maggio si è celebrata la Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia, una data scelta perché nel 1990 l’Organizzazione Mondiale della Sanità cancellò ufficialmente l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali.

Ma in gran parte dell’Africa essere omosessuali continua a significare rischiare il carcere, la violenza e in alcuni casi persino la pena di morte.
C’è però qualche segnale di cambiamento. In Botswana, dopo anni di battaglie legali, il governo ha formalmente abolito le leggi che criminalizzavano le relazioni tra persone dello stesso sesso. Gli attivisti parlano di una vittoria storica resa possibile anche grazie all’indipendenza della magistratura e al dialogo con parte delle comunità religiose.

Altrove, però, la situazione peggiora. In Senegal una nuova legge ha raddoppiato le pene per gli atti omosessuali, portandole fino a dieci anni di carcere. Uganda, Mali e Burkina Faso hanno irrigidito ulteriormente le loro normative, mentre in diversi Paesi continuano arresti e persecuzioni.

Secondo le organizzazioni per i diritti umani, governi e movimenti nazionalisti usano sempre più spesso le persone LGBTQ+ come capro espiatorio politico, alimentando l’idea che l’omosessualità sia “un’imposizione occidentale”.

Oggi 31 Paesi africani continuano a criminalizzare l’omosessualità. In alcuni casi, come Uganda, Mauritania o parte della Nigeria, la legge prevede ancora la pena di morte.

Francia

La Francia ama raccontarsi come patria della cultura libera, del cinema d’autore, degli intellettuali e dell’editoria indipendente. Eppure oggi una parte del mondo culturale francese teme un progressivo controllo ideologico dei media e dell’industria creativa.

Al centro della polemica c’è Vincent Bolloré, magnate conservatore che negli ultimi anni ha costruito un enorme impero mediatico controllando televisioni, radio, giornali e case editrici.

Più di 600 professionisti del cinema francese, tra cui Juliette Binoche, hanno firmato una lettera contro il tentativo di Bolloré di acquisire una delle più grandi catene cinematografiche del Paese, parlando apertamente del rischio di una “presa fascista dell’immaginario collettivo”.

Contemporaneamente, scrittori internazionali come la Nobel Han Kang e Colm Tóibín hanno annunciato che non pubblicheranno più con Grasset, storica casa editrice controllata dal gruppo Bolloré, accusandolo di usare cultura e informazione per fini politici.

Per molti intellettuali francesi non si tratta più soltanto di una battaglia economica, ma di una guerra culturale che rischia di ridefinire il volto dell’informazione e dell’arte in Francia.

Si allarga in Francia l’inchiesta legata alla rete del finanziere americano Jeffrey Epstein. La procura di Parigi ha annunciato che almeno dieci nuove presunte vittime si sono fatte avanti negli ultimi mesi nell’ambito dell’indagine aperta sul traffico sessuale e sul possibile coinvolgimento di cittadini francesi.

L’inchiesta è partita dopo la pubblicazione negli Stati Uniti di nuovi documenti sul caso Epstein, morto in carcere a New York nel 2019 mentre era accusato di sfruttamento sessuale di minorenni.

I magistrati francesi stanno riesaminando computer, telefoni, rubriche e contatti del finanziere per verificare eventuali reati commessi in Francia o collegamenti con figure già finite sotto indagine, come l’ex agente di modelle Gérald Marie e il talent scout Jean-Luc Brunel, morto in carcere nel 2022.

Secondo la procura, alcune delle presunte vittime vivono all’estero e gli investigatori stanno organizzando incontri e richieste di cooperazione internazionale.

Per ora nessuna delle persone potenzialmente coinvolte è stata interrogata, ma l’indagine potrebbe riaprire uno dei capitoli più oscuri e internazionali dello scandalo Epstein.

A quasi otto anni dall’omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi, la giustizia francese ha deciso di aprire una nuova inchiesta che potrebbe coinvolgere direttamente il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman.

Un giudice francese indagherà sulle accuse presentate da organizzazioni per i diritti umani, che parlano di complicità in tortura e sparizione forzata per l’assassinio del reporter del Washington Post, ucciso e fatto a pezzi nel consolato saudita di Istanbul nel 2018.

Le ONG chiedono che il caso venga trattato come un possibile crimine contro l’umanità. Bin Salman ha sempre negato di aver ordinato l’omicidio, anche se l’intelligence americana concluse che l’operazione fu approvata ai più alti livelli del potere saudita.

L’apertura dell’inchiesta non significa incriminazione immediata, ma riporta sotto i riflettori uno dei delitti politici più gravi degli ultimi anni e il rapporto ambiguo tra Occidente e monarchia saudita.

Spagna

In Andalusia il Partito Popolare del governatore uscente Juan Manuel Moreno Bonilla ha vinto le elezioni regionali, ma senza riuscire a mantenere la maggioranza assoluta.

Il Pp resta il primo partito con circa il 40 per cento dei voti e 52 seggi, ma perde terreno rispetto alla scorsa legislatura e ora dovrà probabilmente cercare l’appoggio dell’estrema destra di Vox per governare.

Vox cresce ancora e conquista 16 deputati, confermandosi ormai decisiva in molte regioni spagnole dove la destra tradizionale non riesce più a governare da sola.

I socialisti del Psoe limitano i danni ma restano lontani dai numeri che avevano quando l’Andalusia era uno storico feudo della sinistra.

Intanto a sinistra avanzano i regionalisti ecologisti di Adelante Andalusia, mentre continua la frammentazione del fronte progressista spagnolo.

Ucraina e Russia

La guerra tra Russia e Ucraina continua a spostarsi sempre più lontano dal fronte. Nella notte, Kiev ha lanciato il più grande attacco con droni contro Mosca degli ultimi mesi, colpendo la capitale russa e diverse regioni circostanti.

Secondo le autorità russe, almeno quattro persone sono morte, tre delle quali nell’area di Mosca. Il ministero della Difesa sostiene di aver abbattuto oltre mille droni ucraini in ventiquattr’ore in tutto il Paese.

Volodymyr Zelensky ha rivendicato l’operazione parlando di “risposta giustificata” dopo i pesantissimi bombardamenti russi su Kiev dei giorni scorsi. Il presidente ucraino ha sottolineato che i droni sono riusciti a colpire obiettivi a oltre 500 chilometri dal confine, nonostante le difese russe.

Mosca accusa invece Kiev di terrorismo e di colpire civili. Ma ormai il conflitto è entrato in una nuova fase, dove entrambe le parti cercano di logorare infrastrutture energetiche, raffinerie e città lontane dalla linea del fronte, rendendo la guerra sempre più totale e sempre meno confinata al campo di battaglia.

Groenlandia

L’inviato speciale di Donald Trump per la Groenlandia è arrivato nella capitale Nuuk per una visita ufficiale che punta a rafforzare i rapporti economici tra Washington e il territorio autonomo danese.

La missione arriva dopo mesi di tensioni diplomatiche provocate dalle dichiarazioni di Trump, che aveva più volte parlato della necessità per gli Stati Uniti di “controllare” la Groenlandia per ragioni strategiche e militari.

L’inviato americano parteciperà a un forum economico con investitori e leader politici locali, mentre Washington insiste sull’importanza dell’Artico nella competizione globale con Russia e Cina.

La Groenlandia, ricchissima di minerali strategici e sempre più centrale per le rotte artiche, è diventata uno dei nuovi terreni della sfida geopolitica mondiale.

Per Nuuk e Copenhagen, però, resta chiaro un punto: la Groenlandia non è in vendita.

Cuba

Gli Stati Uniti guardano con crescente preoccupazione a Cuba. Secondo il sito Axios, citando fonti dell’intelligence americana, l’isola avrebbe acquistato oltre 300 droni militari da Russia e Iran e starebbe discutendo possibili scenari di utilizzo contro obiettivi statunitensi, inclusa la base di Guantanamo e persino l’area di Key West, in Florida.

Le autorità americane precisano di non avere prove di un attacco imminente, ma il timore riguarda soprattutto la vicinanza geografica e la cooperazione militare tra L’Avana, Mosca e Teheran.

Il direttore della CIA John Ratcliffe sarebbe volato a Cuba nei giorni scorsi per avvertire il governo cubano contro qualsiasi azione ostile. Intanto Washington prepara nuove sanzioni e valuta anche incriminazioni contro Raul Castro.

Cuba non ha commentato ufficialmente le accuse, ma il dossier riporta inevitabilmente alla memoria la crisi dei missili del 1962, anche se oggi il pericolo passa più dai droni che dalle testate nucleari.

Venezuela

In Venezuela torna al centro della scena Alex Saab, l’uomo d’affari colombiano considerato per anni il tesoriere occulto di Nicolás Maduro. Il governo venezuelano ha annunciato di averlo deportato verso gli Stati Uniti, dove è coinvolto in diverse indagini per corruzione e riciclaggio.

Una svolta sorprendente, perché appena tre anni fa Saab era stato accolto come un eroe dal governo chavista dopo uno scambio di prigionieri negoziato dall’amministrazione Biden. Maduro lo aveva definito un diplomatico perseguitato dagli Stati Uniti.

Saab aveva costruito la sua fortuna grazie ai contratti pubblici venezuelani, soprattutto attraverso il programma alimentare Clap, creato durante la crisi economica per distribuire beni essenziali alla popolazione. Secondo i procuratori americani, però, dietro quel sistema ci sarebbe stata una gigantesca rete di tangenti e sovrafatturazioni.

La sua consegna agli Stati Uniti potrebbe ora trasformarlo in un testimone chiave contro Maduro e altri dirigenti chavisti accusati di narcotraffico e corruzione.

E soprattutto rischia di aprire una nuova frattura dentro il potere venezuelano, già attraversato da tensioni tra chi vuole riaprire ai rapporti con Washington e chi considera ogni concessione agli Stati Uniti un tradimento ideologico.

Bolivia

In Bolivia continua a salire la tensione dopo due settimane di blocchi stradali attorno a La Paz ed El Alto. I sostenitori di Evo Morales hanno occupato anche l’aeroporto di Chimoré, nel dipartimento di Cochabamba, bloccando la pista con pietre e tronchi.

I manifestanti, legati ai produttori di coca vicini all’ex presidente, temono un’operazione delle forze di sicurezza contro Morales, ricercato dalla magistratura boliviana per accuse legate a tratta di persone e abuso di minori, accuse che lui respinge.

Nel dipartimento di La Paz restano attivi numerosi blocchi stradali e nelle ultime ore si sono verificati scontri durante un’operazione governativa per garantire il passaggio di carburante e rifornimenti.

Il governo nega l’uso di armi letali e smentisce le voci sui social riguardo presunte vittime, mentre cerca di riaprire il dialogo con sindacati e movimenti sociali per evitare una nuova escalation politica nel Paese andino.

Perù

In Perù si avvicina il ballottaggio presidenziale del 7 giugno, ma il clima resta teso dopo un primo turno elettorale segnato da ritardi, accuse di brogli e forti polemiche politiche.
L’autorità elettorale peruviana ha ammesso pubblicamente “gravi difficoltà e falle” nell’organizzazione del voto dello scorso 12 aprile, quando in molti seggi – soprattutto a Lima – le operazioni si sono aperte in ritardo costringendo addirittura a prolungare le votazioni di un giorno.

Alla fine, i due candidati che andranno al ballottaggio saranno la conservatrice Keiko Fujimori e il candidato della sinistra Roberto Sanchez. Per cercare di evitare nuovi incidenti, il tribunale elettorale ha annunciato la creazione di una squadra internazionale di esperti in cybersicurezza e monitoraggio elettorale provenienti da Perù, Cile, Uruguay e Porto Rico.

Ma la tensione politica non si placa. Il candidato ultraconservatore Rafael Lopez Aliaga, arrivato terzo per un soffio, denuncia brogli e parla apertamente di “frode elettorale consumata”, annunciando il tentativo di annullare il primo turno. Le autorità, però, hanno risposto che i risultati sono definitivi e non appellabili.

Un Paese già profondamente polarizzato entra così nella fase decisiva della campagna elettorale, con istituzioni sotto pressione e una fiducia pubblica sempre più fragile.

Nepal

Sul tetto del mondo continuano a scriversi storie incredibili. Due guide nepalesi hanno battuto ancora una volta i propri record sull’Everest: Kami Rita Sherpa, soprannominato “l’uomo Everest”, ha raggiunto la vetta per la trentaduesima volta, mentre Lhakpa Sherpa, conosciuta come la “regina della montagna”, ha conquistato il suo undicesimo summit, record femminile assoluto.

Kami Rita, 56 anni, scala l’Everest dal 1994 e spesso accompagna spedizioni commerciali. Dice di non inseguire record, ma semplicemente di fare il suo lavoro.

Quest’anno il Nepal ha rilasciato quasi 500 permessi per la stagione alpinistica, un numero record che riaccende anche le preoccupazioni per il sovraffollamento della montagna più alta del pianeta.

Dietro le immagini spettacolari dell’Everest resta infatti il lavoro durissimo degli sherpa, senza i quali gran parte delle spedizioni occidentali semplicemente non sarebbe possibile.

Corea del Nord

Per la prima volta dopo otto anni, una squadra sportiva nordcoreana è arrivata in Corea del Sud. Le giocatrici del Naegohyang Women’s FC sono atterrate a Incheon per disputare la semifinale della Women’s Asian Champions League contro le sudcoreane del Suwon FC Women.

L’arrivo della delegazione, composta da 39 persone tra atlete e staff, è stato accolto da forte sicurezza ma anche da gruppi civici sudcoreani con striscioni di benvenuto. Tutti i biglietti per la partita sono andati esauriti in poche ore.

In un momento di relazioni ancora molto tese tra le due Coree, questo incontro sportivo assume inevitabilmente un valore simbolico. Ma sia gli attivisti sia le autorità invitano alla cautela: “Una partita resta una partita”, ha detto una volontaria presente all’aeroporto.

Resta però l’immagine rara di atlete nordcoreane che attraversano il confine più militarizzato del mondo non per un confronto militare, ma per una semifinale di calcio.

Taiwan

Taiwan torna a guardare con preoccupazione agli Stati Uniti dopo alcune dichiarazioni di Donald Trump che hanno messo in dubbio il sostegno militare americano all’isola.

Il presidente taiwanese Lai Ching-te ha risposto definendo le forniture di armi statunitensi “il più importante deterrente” contro un possibile conflitto con la Cina. Washington resta infatti il principale alleato militare di Taipei, anche se ufficialmente non riconosce Taiwan come Stato indipendente.

Trump, dopo la sua visita in Cina, ha detto che una nuova vendita di armi da 14 miliardi di dollari “dipenderà da Pechino”, alimentando timori sull’affidabilità americana nella regione.

Negli ultimi anni la Cina ha aumentato pressione militare e incursioni intorno all’isola, che considera parte del proprio territorio e che non esclude di riprendere con la forza.

Per Taipei il messaggio è chiaro: senza il sostegno americano, l’equilibrio nello Stretto di Taiwan diventerebbe molto più fragile.

Cina

Un terremoto di magnitudo 5.2 ha colpito nella notte la regione cinese del Guangxi, nel sud-ovest del Paese, causando almeno due morti e un disperso.

Il sisma ha colpito la città industriale di Liuzhou a una profondità di circa otto chilometri, provocando il crollo di almeno tredici edifici e costringendo oltre settemila persone a evacuare le proprie case.

Le autorità cinesi hanno avviato operazioni di soccorso con centinaia di uomini e decine di mezzi, mentre i controlli sulle linee ferroviarie hanno causato disagi nei trasporti.

Nonostante i danni, secondo i media statali restano operative le reti elettriche, idriche e del gas.

La Cina meridionale è meno esposta ai grandi terremoti rispetto all’area himalayana, ma il sisma riporta alla memoria quello devastante che colpì il Tibet all’inizio del 2025 causando oltre cento morti.

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